Lo zar vuole governare per sempre

Nato nel 1952, Vladimir Vladimirovic Putin, l'ex ufficiale dello spionaggio Kgb ora presidente russo, governa il suo sterminato paese da venti anni, sulle orme del record di Stalin, capo del Cremlino dal 1922 fino alla morte, nel 1953. Con la scadenza del mandato presidenziale che si avvicina, nel 2024, Putin ha deciso di non passare la mano -mossa che nessun analista serio si attendeva- facendo annunciare al vassallo Dmitry Medvedev una radicale riforma costituzionale, da consacrare con un plebiscito popolare dai contorni opachi, ma il cui fine possiamo annunciare senza timori di smentita: qualunque alchimia politica venga distillata, lo scettro di Zar Putin resterà saldo nelle sue mani e il mondo dovrà rifare i conti con il più astuto e longevo leader del XXI secolo.
La Russia soffre ormai da una generazione un endemico declino, politico, economico, morale, con il venir meno del boom di gas e petrolio i salari medi precipitano, l'avventata riforma delle pensioni ha seminato scontento e gli indici di gradimento del presidente cedono ai minimi storici. Per riguadagnare consensi, Putin persegue avventure internazionali, dalla guerra in Ucraina, all'occupazione illegale della Crimea, dal sostegno ad Assad in Siria, ai mercenari in campo in Libia, al riarmo nucleare ed ora ricorre a piani di spesa pubblica vistosi, sussidi all'infanzia, aumenti agli impiegati statali, mensa gratis a scuola, decrepiti strumenti da autocrate in panne.
Sa però che nulla gli basterà per restare al comando, senza l'ulteriore svolta autoritaria del regime. La Costituzione deve riconoscere infine in lui, e solo in lui, il fulcro dell'autorità. Difficile dire quale strada sceglierà, se "il voto del popolo" a cui ricorre, sancirà che i futuri presidenti siano figure di mera rappresentanza, o che la Duma, il parlamento, nomini primo ministro e governo sotto occhiuto controllo, lasciando alla Camera Alta i diktat su magistrati e apparati di sicurezza. Putin potrebbe perfino fingere di far un passo indietro, alla Deng Xiaoping, il carismatico riformatore cinese che mai volle sedere ai vertici dello stato o del partito comunista, tenendo però sempre il potere assoluto da "Padre della Patria". Altre fonti speculano di una possibile federazione con la Bielorussia, miraggio di rinascita della vecchia Unione Sovietica o il ritorno di Putin alla presidenza, per un terzo mandato, stavolta senza alcun limite.
Davvero poco importa quale di questi sofismi prevarrà, che ruolo avrà Medvedev, detestato a Mosca e San Pietroburgo, o in che veste riapparirà il potente e abile ministro degli esteri Sergej Viktorovič Lavrov: sarà Putin a muovere i pezzi sulla scacchiera geopolitica e infatti "arrocco", come la mossa difensiva degli scacchi, in tanti soprannominano la "riforma costituzionale".
Il nostro tempo è stanco di democrazia e si abbandona agli uomini forti. In Cina il presidente Xi Jinping ammonisce sulle colonne del giornale di partito Qiushi: «Dall'antichità ai nostri giorni, le grandi potenze crollano o si corrompono per una sola causa: la fine dell'autorità centrale». In India il nazionalista Modi emargina musulmani e emigranti. In Brasile Bolsonaro elogia la dittatura militare. In Turchia Erdogan si scontra con le città progressiste come Istanbul. In Europa dell'Est circolano toni revanscisti. Il presidente americano Trump scherza: «Quando sarò rieletto per la terza o quarta volta…», a dispetto dei due soli mandati della Costituzione, flirtando con questo clima.
In Russia, malgrado il coraggio degli oppositori, nulla fermerà l'assalto alle istituzioni di Putin. La Cina, per ora, gli resta alleata, sia pure stavolta in posizione egemonica. Solo le elezioni americane di novembre e l'atteggiamento della nuova Commissione europea diranno se Zar Putin avrà un contrappeso politico e militare nelle democrazie, o se anche gli anni Venti avranno il suo fosco timbro.

Gianni Riotta – La Stampa – 16 gennaio 2020

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Se il Mare Nostrum è russo

Se oggi il generale Haftar, dopo aver consultato i propri sponsor negli Emirati e in Egitto, firmerà gli accordi di Mosca, la Russia avrà vinto la propria battaglia di Lepanto e potrà considerarsi la nuova padrona del Mediterraneo. Ma anche se si dovesse aspettare fino al vertice di Berlino, domenica, il risultato cambierebbe di poco e vedrebbe l’Europa ridotta a fare da notaio di un contratto negoziato altrove, tra due fieri avversari della Ue e dei suoi valori: Putin ed Erdogan.

Certo le anime belle, che in Europa non mancano, potranno compiacersi per la fine di una guerra civile che ha seminato decine di migliaia di morti nel nostro cortile di casa. E le anime meno nobili, che pure abbondano, potranno sperare che i nuovi futuri equilibri in Libia permettano di arginare il flusso dei migranti verso le coste italiane.

Per facilitare questo risultato l’Italia sembra pronta a offrirsi come leader di una missione militare di pace sotto l’egida delle Nazioni Unite che separi i contendenti.

Come la Merkel a suo tempo chiese e ottenne dall’Europa di pagare sei miliardi a Erdogan per fermare il flusso dei profughi siriani verso la Germania, oggi Conte è pronto a chiedere il sostegno e il contributo europeo per una missione che vedrà anche i nostri soldati schierati a difendere in Libia confini decisi da altri, con la recondita speranza di proteggere le nostre frontiere dall’invasione dei barconi.

La mossa della Merkel le salvò la poltrona, ma ha messo l’Europa sotto il ricatto permanente di Erdogan, che minaccia di riaprire le frontiere dell’Egeo. Facile immaginare che la decisione di mandare una forza europea a fare peace-keeping in Libia per conto di Erdogan e Putin non ci metterà al riparo da ulteriori ricatti, né dalle conseguenze di un fallimento politico-diplomatico che non siamo stati capaci di evitare. È chiaro ormai che gli equilibri geostrategici nel Mediterraneo sono cambiati.

Putin ha riempito, prima in Siria e ora in Libia, il vuoto militare e politico lasciato dalla ritirata americana. Una ritirata che è stata gestita da Trump tradendo prima le milizie anti Assad, che sono finite nell’orbita turca, poi i curdi siriani, salvati dall’intervento di Putin che ha fermato i carri di Erdogan, infine abbandonando al proprio destino il governo legittimo di Sarraj per benedire l’offensiva di Haftar sponsorizzata da Mosca. Se l’uscita di scena dell’alleato americano aveva come obiettivo di spiazzare i partner europei e di favorire la Russia, il risultato è stato centrato in pieno. Putin ha vinto la sua battaglia per il predominio del Mediterraneo con uno sforzo militare irrisorio rispetto alla posta in palio. Angela Merkel, con il consueto realismo, lo ha capito subito ed è andata a Mosca per trattare direttamente con lui i tempi e i modi della Conferenza di Berlino. L’obiettivo della Cancelliera è stato di restituire all’Europa un simulacro di ruolo politico nella regione, ma soprattutto di ribadire ancora una volta la centralità della Germania nella Ue. In realtà il fatto che la soluzione della crisi libica arrivi nella capitale tedesca, dopo due vertici fallimentari e concorrenti organizzati dalla Francia e dall’Italia, sottolinea anche le responsabilità di Parigi e di Roma, la cui rivalità per anni ha bloccato l’azione dell’Europa in Libia. Il messaggio che Merkel manda ai partner Ue è che solo la Germania, oggi, riesce a muoversi come stato sovrano facendosi però anche carico di una visione europea complessiva. Francesi e italiani hanno offerto una cattiva imitazione dei manzoniani capponi di Renzo, intenti a beccarsi mentre stanno per essere mangiati. E il tardivo quanto inutile carosello di incontri diplomatici, messo in scena da Conte e Di Maio a esclusivo beneficio dei telegiornali nazionali, dimostra solo che non hanno letto Manzoni.

Andrea Bonanni – la Repubblica – 14 gennaio 2020

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Italia nel pantano libico, non sa scegliere

  • Pubblicato in Esteri

Il Presidente degli Stati Uniti si è pubblicamente avvicinato ad Haftar; quello della Turchia ha addirittura inviato un sostegno militare a Sarraj. Al che Conte e Di Maio — colti alla sprovvista e con l’evidente scopo di non essere del tutto estromessi dai giochi — si sono presentati sulla scena internazionale improvvisandosi come pacieri. E’ credibile l’Italia in questi panni? Editoriale di Paolo Mieli sul Correre della Sera.

Libia, i nostri politici non sanno che pesci prendere

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