Il marcio in Occidente e le simpatie per Vladimir

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Che cosa c’è di così marcio nel nostro sistema da spingere un numero tanto elevato di persone a simpatizzare per la Russia? Che cosa, nel nostro modo di vivere, crea in tanti nostri concittadini un senso di ripugnanza, di disgusto, talmente forte da giustificare la loro simpatia per la Santa Madre Russia (ieri in versione sovietica, oggi in versione putiniana) , ossia per un mondo che, ancora adesso, pur con tutte le differenze rispetto al passato sovietico, è molto diverso da quello occidentale nel quale siamo fin qui vissuti? Perché tanti nostri connazionali, oggi e in passato, subiscono la fatale attrazione del «dispotismo asiatico» (la Federazione russa, come un tempo l’Urss e, prima ancora, l’impero zarista, sta a cavallo, e in bilico, fra Europa e Asia)? L'editoriale del prof. Angelo Panebianco sul Corriere della Sera.

La Russia di Putin rappresenta un pericolo per tutto l'Occidente

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"Proletari di tutto il mondo, scusateci!"

Quasi nessuno (tranne pochissimi, e cioè i migliori) scelse di riflettere seriamente sul passato, pochi fra coloro che da quella utopia erano stati ammaliati si posero pubblicamente il problema del come e del perché, pochi decisero di fare i conti con i propri trascorsi errori di giudizio. 
I più evitarono così di assimilare la principale lezione: si era dimostrata falsa, falsissima, l’idea che, sempre e comunque, il mercato sia il problema e lo Stato la soluzione. La falsità di quella tesi è all’origine del fallimento del comunismo. Non volendo prenderne atto, molti si raccontarono fole: anziché al nucleo duro della dottrina attribuirono il fallimento a fatti contingenti, come la presa del potere da parte di criminali quali Stalin, Pol Pot, eccetera. Ma l’errore, invece, stava proprio nella dottrina. I liberali non ebbero bisogno di aspettare il crollo del comunismo sovietico per saperlo: grazie a tanti importanti lavori che si erano accumulati nel tempo, ad esempio gli scritti dell’italiano Luigi Einaudi sul mercato e sull’economia collettivista o il grande dibattito degli anni Venti-Trenta, animato dagli economisti austriaci, sulla impossibilità della pianificazione socialista, i liberali sapevano benissimo perché le ricette statal-collettiviste fossero economicamente disastrose. E sapevano anche perché fossero nemiche delle libertà civili e politiche. Era, in età pre-televisiva e pre-Internet, la domanda retorica nota a tutti i liberali: se le cartiere appartengono allo Stato come è possibile la libertà di stampa? 

Gli ideali comunisti duri a morire

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