I rischi di deflagrazione del confronto Usa-Iran

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Nel 2003 c’è stata la crociata contro l’Iraq, allora governato da Saddam Hussein. Lui e il suo regime lo meritavano, ma le conseguenze sono state un disastro. Per giustificare la guerra in Iraq si sono inventate, mentendo, armi terribili di cui l’Iraq del feroce dittatore sarebbe stato in possesso e che era necessario distruggere. Lo dissero, mentendo — e ammettendo più tardi, troppo tardi, di aver mentito — personaggi illustri quali Colin Powell, segretario di Stato americano, e Tony Blair, primo ministro inglese. (...) È quella guerra ad averci più tardi regalato l'Isis, così come ora occorre fronteggiare la polveriera libica creata pure da benintenzionati interventi militari, ovviamente democratici e umanitari. Il commento di Claudio Magris sul Corriere della Sera.

I pericoli per l'Occidente di un'escalation militare in Iran

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Labour out, dopo la disfatta Corbyn a casa

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Jeremy Corbyn era già colpevole di avere una enorme responsabilità per la Brexit a causa della sua ambiguità durante la campagna elettorale referendaria, con il rifiuto di scendere in campo insieme a David Cameron, Tony Blair e Neil Kinnock per l’Europa (proprio in quel periodo si prese due settimane di vacanza), causando immensi danni alla nazione e in particolare ai lavoratori, che con Brexit perderanno i diritti che venivano garantiti dalla legislazione europea, e al resto dell’Europa, che perde l’appoggio di uno stato importante. Ora, Corbyn ha distrutto le prospettive di un’intera generazione che verrà governata per dieci anni, se non per un periodo ancora più a lungo, dal governo più reazionario e becero mai visto nel Regno Unito. Il commento di Gianni De Fraja su La Voce.

Londra, addio Labour!

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Il governo britannico nel caos

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      Theresa May e la devastante testardaggine di un Primo Ministro. E’ perlomeno paradossale che uno Stato col nome di Regno Unito persegua con incredibile e cieca caparbietà un progetto di "separazione"come il Brexit, i cui ultimi sempre più disordinati e ormai incontrollabili capitoli stanno mettendo a nudo non solo le profonde lacerazioni del governo ma anche alcuni problemi identitari di fondo. Ma procediamo con ordine.

     Le ormai caotiche sedute di Westminster – ultima quella dove il leader dell’opposizione è stato accusato di aver mormorato “stupid woman” nei confronti di Theresa May - mostrano un Primo Ministro che con stupefacente e pericolosa cocciutaggine continua a difendere il Brexit e ad escludere un secondo referendum, aggrappandosi alla presunta obbligazione morale di “rispettare” (sic) i risultati del referendum di due anni fa, in cui, parole sue, “gli elettori sapevano quello che volevano” (sic). In realtà, pochi pretesti negli annali della recente vita politica europea sono stati più scandalosamente falsi e fraudolenti di questo e il suo utilizzo getta una luce poco lusinghiera sull’onestà e sull’intelligenza di tutti coloro che se ne fanno uno scudo. Quello (il referendum del 2016) che senza mezzi termini è stato definito “a pup”(una patacca) da un consumato politico come Lord Heseltine viene ostinatamente presentato come un attendibile esercizio di democrazia…Evidentemente, non ci sono limiti alla faccia tosta, ma sfoggiarla anche in Parlamento ne aumenta le macchie.

     Di fatto, quel referendum che il Primo Ministro britannico continua a richiamare come una litania nelle sue dichiarazioni costituì una delle operazioni più goffe e avventuriere delle politica britannica degli ultimi settant’anni: chi lo indisse e lo promosse trascurò con voluta e irresponsabile nonchalance le implicazioni legali, procedurali, burocratiche ed economiche che sarebbero uscite dall’otre dei venti. Analoga ignoranza o indifferenza nei riguardi dei meccanismi comunitari e delle conseguenze mostrarono a loro volta i sostenitori dell’uscita, innescando così un gigantesco imbroglio, una palude in cui da due anni a questa parte si agita un intero Paese. Non sono mancate nel frattempo voci più sensate e realiste da entrambi gli schieramenti politici – vedi anche gli ammonimenti di John Major e di Tony Blair - che in varie occasioni hanno cercato di sfatare i miraggi di fantomatiche alleanze commerciali alternative alla UE, mettendo in guardia il governo  dai pericoli dell’isolazionismo. Analoghi richiami alla ragione e avvertimenti sono stati lanciati poi anche da istituzioni pubbliche e private, e  quindi super partes, che hanno espresso la loro profonda preoccupazione per lo scenario di crescente incertezza che grava sul futuro dell’economia britannica a causa del Brexit.

      Nessuno di questi altrimenti ragionevoli ammonimenti e richiami sembra aver avuto effetto e la folta banda degli spavaldi difensori “dell’indipendenza e dell’onore” britannici, fra cui spiccano ingloriosamente personaggi come Jacob Rees Mogg e Nigel Farage, continua a vociare e ad emettere dichiarazioni bellicose, attività tipica dei demagoghi o dei bulli da strapazzo. A dispetto di costoro e delle velleitarie rassicurazioni del Primo Ministro, la sterlina ha comunque imboccato da tempo un sentiero in continua discesa…La fiaba crollerà del tutto quando i cittadini britannici si ritroveranno soli e prigionieri della loro isola, con milioni di immigrati comunitari che assicurano i servizi di tutti i generi. Che ne sarà di loro? E che ne sarà dei voli, dei passaporti, dei trasporti, delle comunicazioni, delle transazioni commerciali, dei servizi finanziari, tutte aree fino ad oggi ormai fisiologicamente integrate con l’Europa da ben 40 anni? L’esperienza mostra che le irrazionali caparbietà individuali e nazionali costano care e i loro spiacevoli effetti non si esauriscono nel giro di pochi anni.

     Parallelamente al suddetto incaponimento da manuale o dietro di esso, agiscono ulteriori fattori non meno significativi e che con la UE hanno ben poco a che fare. Lo spettro di elezioni anticipate spunta a ogni seduta del Parlamento e gli irrigidimenti o la richiesta di concessioni sul Brexit sembrano in realtà dettati dall’obiettivo del governo, e quindi dei Tories, di rimanere al potere e dei Laburisti di riprenderselo. Anche le affermazioni del Primo Ministro che un eventuale secondo referendum aumenterebbe la divisione del Paese, nascondono in realtà il timore che un eventuale esasperato remain potrebbe far sgonfiare come un pallone le isterie del Brexit e trascinare nella sua caduta anche lei stessa e il governo.

     Molti elementi suggeriscono che dietro quest'annosa tragicommedia, dietro le manovre politiche e le trionfalistiche promesse di un migliore futuro “da soli” si agiti un fantasma a quanto pare mai debellato, e cioè, un problema identitario. Anacronisticamente, dopo aver combattuto una seconda guerra mondiale in difesa delle nazioni europee aggredite da Hitler, in un momento storico dove il frazionamento è ancora più pericoloso che mai, quando le spinte egemoniche russe rivaleggiano con quelle americane, con una Cina che ha ormai il dominio economico dell’Asia e si appresta ad averlo anche dell’Africa, con un Impero ormai in soffitta e il Commonwealth nel museo degli intenti, con un territorio nazionale costituito da entità potenzialmente eccentriche e anarchiche, dalla Scozia all’Irlanda del nord, la Gran Bretagna o comunque molti suoi cittadini non riescono a sentirsi parte di un’Europa alla cui civiltà essi hanno gloriosamente contribuito. Molti non hanno ancora metabolizzato il cambiamento. Troppi continuano a vivere in un mondo irreale, proiettato verso oceani dove non esistono più colonie britanniche, dimenticando che di fronte a Dover sta in realtà la continuità morale e anche geografica della Gran Bretagna. Del resto, non molte migliaia di anni fa il canale della Manica era solo una pianura attraversabile a piedi…

     Questo è il vero e tragico problema del Brexit, la faglia psichica alimentata e inquinata dai demagoghi e dagli avventurieri di turno. Prima gli elettori britannici si liberano di costoro e prima le scogliere di Dover ridiventeranno uno dei tanti bastioni europei.

Antonello Catani, 20 dicembre 2018

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