La cura d’aprile che non cura

Mentre la curva dei nuovi contagi ha finalmente raggiunto il picco, quella dell’attività economica continua la sua caduta libera. Il decreto di aprile che dovrebbe attenuarne la discesa, stimata ieri dall’Ufficio parlamentare di bilancio in -15% nel primo semestre, non ha ancora visto la luce. Speriamo che questo tempo sia servito a preparare un testo meno complesso e più trasparente del Cura Italia (con 8 rinvii ad altre norme nelle prime 9 righe).

A nostro giudizio il nuovo decreto dovrebbe fare tre cose: 1) velocizzare i trasferimenti alle famiglie e alle imprese già decisi con il decreto di marzo ed estenderne la durata, 2) coprire chi è rimasto escluso e 3) ridurre il rischio di abusi.

Per velocizzare bisogna ridurre il numero di strumenti attivati. Oggi ci sono tre diversi tipi di Cassa integrazione — quella ordinaria (Cigo), quella cassa in deroga (Cigd) e il fondo di integrazione salariale (Fis) — ciascuno con procedure diverse. Sono interessati più di 7 milioni di lavoratori, ma molti di questi rischiano di non vedere un euro fino a maggio inoltrato. La Cigd aspetta le autorizzazioni regionali, tra le quali spicca il ritardo della regione più colpita, la Lombardia; per il Fis solo da ieri sono state definite le procedure. Se non si vuole perdere altro tempo, occorre unificare tutti i trattamenti in costanza di rapporto di lavoro in un unico strumento come la Cigo, che ha le procedure maggiormente collaudate. Anche queste vanno comunque semplificate, mettendo già nella domanda di autorizzazione delle imprese l’Iban dei lavoratori coinvolti in modo tale da poterli controllare (all’Inps sono arrivati più di 250 mila Iban sbagliati, come riferito dal presidente Tridico in audizione alla Camera) per poi poter procedere immediatamente ai pagamenti non appena il datore di lavoro notificherà le ore di cassa per ciascuno di loro. A quel punto l’Inps è in grado di erogare con un ritardo di 2-3 giorni al massimo rispetto a un normale stipendio.

Il governo sembra intenzionato a introdurre nuovi bonus categoriali. Ai cinque già previsti (artigiani e commercianti, professionisti afferenti a gestione separata, stagionali turismo, agricoli a tempo determinato, lavoratori dello spettacolo) si dovrebbero aggiungere quelli per i lavoratori intermittenti, gli stagionali non del turismo, i venditori porta a porta e le badanti, per un totale di 9 diversi bonus!

Bene essere consapevoli che ogni bonus richiede procedure ad hoc, il che allunga i tempi di erogazione. Inoltre i bonus categoriali sono destinati a lasciare sempre qualcuno fuori.

Il che ci porta al secondo obiettivo.

L’unico modo di assicurarsi di raggiungere tutti e subito è avere un unico strumento universale e residuale, che sostituisca i 9 bonus e che copra tutti coloro che non abbiano ricevuto altri aiuti dallo Stato, indipendentemente dalla categoria cui appartengono. Per riceverlo dovrebbe bastare una semplice autodichiarazione sul reddito presunto quest’anno con un raffronto rispetto a quello dichiarato nel 2018 e quello raggiunto (anche se non ancora dichiarato) l’anno scorso. Il trasferimento dovrebbe essere concesso in proporzione alla riduzione subita rispetto ai redditi passati e solo se il reddito complessivo famigliare sia nel 2019 che nel 2020 è inferiore a soglie definite in base alla dimensione del nucleo. È un modo per raggiungere chi ha davvero bisogno di aiuto e per includere casalinghe e lavoratori irregolari rimasti senza impiego. L’ammontare massimo per una persona sola senza reddito potrebbe essere allineato a quello dei bonus incondizionati sin qui concessi (600 euro) e crescere poi in base alla dimensione della famiglia. Non ci sarebbero requisiti né patrimoniali (sono beni per lo più illiquidi che non fanno fronte ai problemi di indigenza) né residenziali. Dato che le condizioni di accesso sono unicamente legate al reddito, le procedure — già collaudate con il reddito di cittadinanza che ha regole molto più complesse — sono attivabili in modo molto rapido. All’individuo si chiederebbe un Iban (ottenibile anche con una semplice carta di debito) e a quel punto l’Inps potrebbe erogare direttamente le somme senza alcuna intermediazione in tempi strettissimi.

Rimarrebbero fuori, a questo punto, i soli immigrati irregolari. Una ragione in più per regolarizzarli rapidamente, non limitandosi ai soli lavoratori agricoli come nella bozza governativa che circola in questi giorni, dato che c’è un problema di ordine pubblico oltre che di salute pubblica.

Queste misure dovrebbero, infine, accompagnarsi a una legge che autorizzi la Pubblica amministrazione a scambiarsi i dati in possesso delle singole amministrazioni nell’effettuare controlli sui beneficiari. Se il beneficiario dello strumento universale ha guadagnato di più di quanto anticipato in sede di dichiarazione, si provvederà a recuperare le somme date in eccesso trasformando di fatto il trasferimento in un prestito. Nel caso opposto, invece, si provvederà a integrarle.

Tito Boeri e Roberto Perotti – la Repubblica – 22 aprile 2020

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Scendano in campo le fondazioni bancarie

Le fondazioni bancarie sono nate agli inizi degli anni Novanta con un ben preciso compito di pubblica utilità: riversare i proventi del patrimonio loro conferito nel finanziamento di iniziative socialmente utili nei territori di riferimento. Si trattava di obiettivi non profit di utilità sociale a favore delle comunità locali. La storia delle fondazioni in questi trent’anni è stata troppo spesso molto diversa. Troppo spesso, infatti, hanno messo le finalità sociali in secondo piano rispetto all’esercizio di un ruolo centrale nella governance delle banche conferitarie. Per questo, noi come altri, in diverse occasioni, abbiamo espresso dure critiche. Il commento ed i suggerimenti di Tito Boeri e Luigi Guiso su La Voce.

Crisi sociale ed economica, il ruolo delle fondazioni bancarie

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Soldi alle imprese, cosa non va

Il decreto Liquidità pubblicato mercoledì fornisce una garanzia statale sui prestiti delle banche alle imprese per assicurare liquidità al sistema produttivo. Bene, ma l’attuazione lascia perplessi in più punti. Cominciamo da una clausola nascosta : secondo il comma 2.l dell’articolo 1 “l’impresa che beneficia della garanzia assume l’impegno a gestire i livelli occupazionali attraverso accordi sindacali”.

Un regalo incomprensibile ai sindacati che si vedono attribuire un potere di ricatto enorme, soprattutto quando hanno a che fare con imprese con l’acqua alla gola, esattamente quelle che il decreto vorrebbe aiutare. La stessa operazione era stata fatta con la cassa integrazione, inizialmente subordinata ad accordi aziendali. Per fortuna il governo in quel caso sembra aver avuto un ripensamento e toglierà la clausola nella conversione in legge. Perché ripetere lo stesso errore in questo decreto? Per difendere i livelli occupazionali ci sono già la cassa integrazione e il divieto dei licenziamenti. Senza contare che questa clausola può allungare enormemente i tempi di concessione dei prestiti.

Per utilizzare al meglio i soldi del contribuente, le garanzie statali dovrebbero essere: 1) riservate solo alle imprese messe in ginocchio dal blocco dell’attività economica; 2) fornite solo su prestiti effettivamente aggiuntivi a quelli già in essere.

Riguardo al primo aspetto, nel decreto lo Stato garantisce un prestito bancario fino al 25 per cento del fatturato del 2019, indipendentemente dall’andamento dell’azienda. Ma è inutile sprecare una garanzia statale per un prestito a una impresa che non è stata colpita dalla crisi; d’altro canto, bisogna evitare di aprire un complicato processo per determinare in ciascun caso se l’azienda X è stata colpita dalla crisi o meno. Una soluzione imperfetta ma pragmatica sarebbe stata prendere le aziende il cui fatturato è sceso nel 2020 e garantire un prestito pari a una certa percentuale della caduta del fatturato, come proposto dall’Action Institute.

Riguardo alla natura aggiuntiva dei prestiti, il decreto stabilisce che le garanzie possano coprire solo nuovi finanziamenti, e solo se il credito garantito eccede quello già esistente. Tuttavia è possibile per l’impresa chiudere una linea di credito esistente e chiederne una nuova, che apparirà interamente come aggiuntiva. In questo modo la banca rimpiazza il suo credito all’azienda con un credito garantito fino al 90 per cento dallo Stato, un bell’affare. Per l’impresa non cambia niente (eccetto che in caso di default il suo creditore al 90 per cento è lo Stato e non più la banca), quindi sarà facile per la banca indurla ad accettare. Questa sostituzione di credito non garantito con credito “nazionalizzato” è già in atto. Imprese che avevano superato l’istruttoria bancaria si sono viste posticipare il credito in attesa dell’uscita del decreto in Gazzetta Ufficiale per permettere alla banca di beneficiare della garanzia statale.

È utile notare che la KfW, la Cassa depositi e prestiti tedesca, ha attuato un programma simile, con gli stessi criteri (prestito fino al 25 per cento del fatturato), ma solo per finanziare il capitale circolante. Questa limitazione ha senso: il credito garantito viene utilizzato per finanziare il ritardo dei pagamenti dei fornitori o il magazzino fermo, non per ristrutturare il debito o magari comprarsi il concorrente (il 25 per cento del fatturato sono molti soldi….). Il credito bancario totale alle aziende è attualmente di 650 miliardi: in teoria, senza alcun limite all’uso delle garanzie, tra il decreto Cura Italia e quello appena approvato si potrebbe arrivare a coprire con garanzie statali quasi tutto il credito esistente alle imprese!

Inoltre, lo stock attuale dei crediti bancari alle piccole e medie imprese è quasi tre volte quello alle grandi e il decreto è prevalentemente orientato a queste ultime, che hanno accesso ad altre fonti di finanziamento oltre alle banche. Questa sproporzione è difficilmente comprensibile. Infine c’è il classico elefante nella stanza: la Sace. Ha operato sin qui quasi solo per grandi imprese esportatrici con tempi di istruttoria di tre mesi o più. Non ha la struttura e le competenze per processare volumi di credito fino a 20 volte quelli attuali. Non aveva quindi proprio bisogno di essere spezzata in due, una parte sotto il Tesoro e l’altra sotto la Farnesina, che non ha certo le competenze del Tesoro. Il risultato è un mostro a due teste, frutto del poco edificante spettacolo di un politico che gira per ministeri e ovunque vada cerca di arraffare attribuzioni per pura sete di potere, senza chiedersi se lui e il suo ministero abbiano le competenze per gestirle.

Ma il rischio più insidioso forse è un altro. Non è in discussione l’idea di intervenire con un bazooka per aiutare imprese e lavoratori, ma è importante non usare questo bazooka per far tornare indietro l’economia italiana al 1933.

Come tanti, abbiamo letto con preoccupazione le dichiarazioni del ministro Patuanelli, secondo il quale il decreto liquidità è l’inizio di una nuova Iri. Anzi, addirittura il seme di una vera banca statale, che non solo rilasci garanzie ma conceda lei stessa i prestiti, come le vecchie banche di interesse nazionale. È il sogno coltivato da tanti anni da politici di tutti i colori: finalmente una enorme banca statale che decida a chi prestare o magari, già che ci siamo, presti a chiunque faccia domanda, risolvendo una volta per tutte i problemi dell’economia italiana. Siamo oggi in emergenza ed è inevitabile un’espansione del settore pubblico, ma è bene che i nostri politici ci rassicurino sul fatto che lo Stato si ritirerà non appena usciremo dalla pandemia.

Tito Boeri e Roberto Perotti – la Repubblica – 10 aprile 2020

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