Al capezzale dell'Europa

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Epoca di malattie nazionali… Un tempo la qualifica di “malato” veniva data al moribondo Impero Ottomano. Oggi, di malati ve ne sono parecchi. Capita anche nelle famiglie più illustri. Per certi versi,  la Gran Bretagna attuale è una delle sofferenti…

    Nonostante il suo orgoglioso passato imperiale, l’odierno establishment britannico annaspa sempre più nelle masochistiche sabbie mobili del Brexit. La sensazione è che in realtà nessuno sappia in realtà come e cosa fare e perché. Uno dei risultati del protrarsi dei negoziati arenati ai confini irlandesi, a parte le faide interne di gabinetto e il grazioso duello con la Camera dei Lords, che imperterrita continua a ricamare emendamenti sulla questione doganale, è il crescente clima d’incertezza che circola negli ambienti imprenditoriali. Le attuali previsioni di un rallentamento nei consumi e negli investimenti per tutta la metà del 2108 confermano il malessere. Tutto suggerisce come il miraggio del Brexit sia l’ultimo sussulto di tardive nostalgie imperiali sopravvissute sotto la bandiera sempre più anacronistica del Commonwealth. Le incertezze sul Brexit – adesso anche fra i sostenitori si minaccia un secondo referendum – non hanno comunque impedito al governo inglese di partecipare all’operazione punitiva nei confronti di Damasco, cosa che conferma che lanciare missili è sempre più facile che ragionare in modo equilibrato.

      Se quindi le insofferenze isolazionistiche di Londra rivelano i loro talloni d’Achille, non sembra tuttavia che le preoccupazioni unitarie di Bruxelles stiano andando oltre gli aspetti biecamente finanziario-doganali e della libera circolazione dei rispettivi cittadini. E’ davvero questo il vero problema?

      Può darsi che quando di recente Nigel Farage ha brutalmente dileggiato le politiche del Parlamento Europeo a Bruxelles egli stesse semplicemente difendendo sé stesso e il Brexit, ma anche chi non ammira la sua teatrale retorica non può fare a meno di pensare che la UE sia in preda a pericolosi malesseri, minata da squilibri strutturali e da frettolose accessioni, insidiata dal gigantismo burocratico e, soprattutto, avvelenata da due virus che tendono a debilitarne sempre più la salute, l’identità e l’autonomia dei vari Stati membri. Il perché ciò accada è un fenomeno complesso e non facilmente analizzabile in poche righe,  ma se ne possono almeno indicare alcuni fattori decisivi, che fra l’altro non sono un mistero per nessuno

     La nascita della UE coincide all’incirca con quella della NATO, costituita per difendere l’Europa dall’Unione Sovietica, o almeno così si pretendeva. Grazie a un suadente (o subdolo) gioco di carte, sotto alcuni aspetti, le due istituzioni hanno fatalmente finito per coincidere, in modo tale che l’ingresso nella prima ha costituito anche il primo passo per l’ingresso nella seconda (ad eccezione, come noto, della Svezia, Irlanda, Austria, Cipro, Malta e Austria). Ma tutte le nazioni demograficamente o industrialmente “pesanti” fanno parte di entrambe le istituzioni. I riverberi della “pesantezza” in tema di contributi militari e di personale alla NATO sono auto-esplicativi. Il perché ancora oggi uno stuolo di prezzolati pappagalli della penna e accoliti governativi parlino di “Alleanza Atlantica” costituisce un mistero oltre che uno sfacciato  anacronismo. Esso si unisce alle anacronistiche velleità britanniche sopra citate. E qui sta uno dei virus sopra menzionati.

     E’ noto che la fine della seconda guerra mondiale, verbalmente combattuta per difendere la “democrazia” ma di fatto gli imperi coloniali inglese, francese e olandese, spaventati dall’espansionismo tedesco, ebbe come ironico risultato la fine di tali imperi e l’avvento di quello americano. L’osannato Churchill fu in realtà l’affossatore dell’Impero Britannico. Non solo, ma furono proprio lui e Roosevelt a regalare al sornione Stalin l’Europa orientale a Yalta, inclusa quella Polonia per difendere la quale la Gran Bretagna dichiarò che sarebbe entrata in guerra (questa favola è ancora moneta corrente nei manuali di storia ufficiali ma, come tutte le coperte troppo corte, non riesce a eliminare il surreale cinismo con cui dopo la guerra la Polonia fu lasciata in mano all’orso russo). La storiografia successiva ha regolarmente (e in buona parte a ragione) demonizzato Hitler e i suoi bravi di regime – ma la figura di Stalin, che liquidò senza scrupoli molti più milioni di individui di Hitler, non ha mai assunto gli stessi tratti satanici nell’immaginario popolare e meno ancora nel catalogo dei censori accademici. Può darsi che la ragione sia stata la vergogna dl dover ammettere che l’alleato (Stalin) disinvoltamente utilizzato nella lotta contro la Germania nazista  fosse anche lui un tiranno della peggior specie. Non è semplice far digerire cose simili all’ingenuità dell’uomo comune.

     Nonostante queste surreali deformazioni e manipolazioni storiche, il finire della guerra assistette anche al sorgere della guerra fredda, alla nascita delle due istituzioni sopra menzionate e, un po’ più in là, anche alla progressiva emancipazione delle ex-colonie.

      Era tuttavia ancora un mondo monetariamente poco liquido. Circolava meno ricchezza, i Paesi arabi produttori di petrolio stavano appena uscendo dall’economia del dattero e del cammello, non si erano ancora diffusi gli oppi confusionali dei gruppi di pressione su qualsiasi tipo di evento umano, vegetale e animale, mentre anche il flusso verso l’Europa dall’Africa, Medio Oriente e Asia Orientale era ancora modesto. Non bisogna inoltre trascurare altri fattori: viaggiare costava di più, i gommoni erano una rarità, le coste del Mediterraneo erano ancora gestite da regimi stabili e, cosa fondamentale nonché paradossale, salvo alcune eccezioni, Africa e  Medio Oriente non erano ancora in preda alle turbolenze dei decenni successivi. Ovvero, non erano ancora state oggetto di interventi esterni di democratizzazione (punitiva) e non avevano ancora iniziato a esportare i loro problemi sociali.

     In altre parole, la crescente destabilizzazione del Nord Africa, di quella sub-sahariana e di tutto il Vicino Oriente va di pari passo con la decolonizzazione, con i successivi interventi e politiche sostanzialmente americane nelle varie regioni e con la progressiva affluenza dei vari Paesi produttori di idrocarburi di tutto l’arco geografico, Algeria e Nigeria incluse. Come mai non esistevano dei terroristi prima che il petrolio arricchisse gli Stati del Golfo? Un altro fenomeno che ha accompagnato l'arricchimento da tavolino - sono gli altri a "lavorare" - dei Paesi arabi ricchi di petrolio è lo sfoggio di amicizia e di timidezza espressiva mostrati da un'Europa ansiosa di fare lucrosi affari con i neo ricchi. Da quel momento in poi qualsiasi realistico apprezzamento e giudizio su certe componenti intolleranti del mondo islamico è stato bandito dalla cultura ufficiale. L'adulazione è una tendenza antica, come i sette peccati capitali. 

     Il Piano Marshall dell’immediato dopoguerra, spacciato come esempio di benevolenza, era in realtà più prosaicamente dettato da due ragioni ben poco umanitarie. La prima era che ricostruire l’apparato economico dell’Europa significava anche metterla in grado di acquistare merci e servizi dagli USA, sostenendo quindi un’economia americana ormai abituata a produrre le mastodontiche quantità del periodo bellico. Complemento della prima ragione era che in tal modo, col crescere di un relativo benessere (o con le sue illusioni) si potevano anche sottrarre più efficacemente gli Europei alle grinfie del dilagante comunismo. I ragionamenti non facevano una grinza e il termine “ricostruzione” assunse da allora in poi una sorta di valore magico-feticistico. Più l’Europa si è ricostruita, e più ha dilagato, assieme al numero dei disoccupati, l’epidemia dei tubi digerenti ovvero di tutti quelli il cui naso non va oltre ciò che si può mettere nello stomaco o accanto all’orecchio (l’indispensabile telefonino con cui intere folle di individui circolano parlando da soli).

     Il mondo così ricostruito era tuttavia anche intimamente appiattito e afflitto da colossali ignoranze e presunzioni oltre che frodi mentali. E’ questo lo scenario in cui sono cresciuti e hanno proliferato gli antenati  genetici dell’attuale buonismo da strapazzo, della criminale mitezza penale, dei cosiddetti ”matrimoni”(!) omosessuali, delle ricreazioni collettive concertanti o palleggianti – la formula panem et circenses è infallibile - nonché, soprattutto nel sud dell’Europa, della degenerazione della politica nelle faide, nelle fazioni e nei bisticci e nelle mafie, e quindi con una sorprendente affinità con le suburre del Basso Impero.  La situazione può anche essere descritta semplicemente come decadenza di idee e valori ed è risaputo che soprattutto negli stati confusionali  si ottunde la percezione dei limiti, si perde il senso dell’equilibrio e delle grandezze.

     L’estensione di tale situazione e il come la sua vera natura sia pateticamente rimossa traspare, per esempio, da un articolo (Corriere della Sera, 30.12.2017) di un noto editorialista italiano (Ernesto Galli della Loggia) che, verosimilmente con buone intenzioni ma anche con miopia, parlava di un “declino delle istituzioni”. In realtà, ciò che si trova in declino è prima di tutto lo stesso tessuto sociale, l’integrità della materia grigia in circolazione, gli umori, la coscienza collettiva, la capacità di giudizio, il buon senso. Questo è in declino, molti anni luce prima delle istituzioni, che appunto sono forgiate, pilotate e anche dirottate da persone, e non dallo Spirito Santo.

     L’impudente e impunito proliferare degli strumenti di rimbecillimento collettivo, elegantemente chiamati mass-media ma di fatto droghe di massa, il cui vero scopo non sono i relativi demenziali e giornalieri intrattenimenti spazzatura ma la vendita di pubblicità; la pretestuosa equiparazione delle opinioni degli imbecilli con quelle degli intelligenti, con la scusa che esiste il diritto di opinione e quindi il diritto di voto anche per chi manca delle più elementari nozioni di storia, geografia e del funzionamento dello Stato (guarda caso, la patente non viene concessa a chi non conosce i regolamenti stradali); la persistenza e tentacolare crescita del crimine organizzato con le sue varie mafie; la patetica indifferenza dei grandi gruppi finanziari, intenti a giocare con le loro lucrose acquisizioni e cessioni e incuranti del degrado social-mentale che li circonda; la delittuosa miopia con cui gli apparati di Stato hanno consentito e consentono i giornalieri afflussi di folle di immigranti in genere islamici col pretesto di pseudo-ragioni umanitarie; la crescita geometrica delle moschee in Europa mentre le chiese cristiane diminuiscono, sono assaltate o semplicemente sono proibite in molti Paesi islamici; la vergognosa e demenziale erogazione di fondi e assistenza al primo immigrato di turno, negati invece al cittadino del luogo; l’apatica rassegnazione di fronte al pervicace e spesso protervo accattonaggio che deturpa tante città storiche e non storiche (si vedano intere cittadine anche svedesi (!) popolate quasi solo da immigranti; il coro petulante ed esaltato di quelli che confondono la leggerezza con la bontà: QUESTI sono i termini del declino, di cui quello delle istituzioni è solo una perversa conseguenza. E qui si annida il secondo dei due virus di cui parlavamo.

    In una prospettiva più ampia, dunque, il vero declino dell’Europa, la sua malattia sono prima di tutto quelli dei suoi governanti e amministratori, piuttosto che delle istituzioni. Lo stolto buonismo che ha permesso l’ingresso in Europa di milioni di inassimilabili – tipica, l’espressione di una musulmana tedesca: “ noi non vogliamo integrarci” – sta lacerando tradizioni e coesioni degne di scopi e futuri migliori. Solo un’arrogante irresponsabilità e l’ottusità mentale possono pretendere di richiamare all’ordine personaggi coraggiosi come l’ungherese Orbán o il polacco Morawiecki (dove sono gli altri coraggiosi?), colpevoli di rifiutare le quote di immigranti assegnate (con quale logica e diritto?) ai loro Paesi.  Nigel Farage sarà un demagogo, ma assegnare quote di immigrati musulmani a Stati come l’Ungheria o la Polonia, che per secoli funsero da baluardo nei confronti delle invasioni ottomane, minacciarli addirittura di multe costituisce un gesto d’inqualificabile  sfrontatezza oltre che di totale stupidità.

     La stultifera navis,  la “nave dei folli”, è alla deriva dal Baltico al Mediterraneo….

     Per colmo di ironia, la nave - si fa per dire - oltre che continuare ad appesantirsi di carichi disastrati  ma fecondi col rischio di affondare, continua anche pavidamente a seguire rotte prescrittele o impostele da oltre oceano.

     Anche questa poco onorevole remissività è un sintomo del declino, prima ancora che delle istituzioni europee,  dell’indipendenza mentale e morale dei vari governanti di turno e di tutti coloro che li votano e che avvallano, direttamente o indirettamente, le odierne catastrofiche politiche.

      In quanto a ciò che avviene al di là dell’Atlantico, vale la pena di osservare come in questo caso la navis è una portaerei le cui strategie e rotte sono anch’esse nebulose ma non meno pericolose. Gli Europei possono consolarsi: anche a Washington circola una singolare docilità nei confronti dello stile decisionale di Donald Trump, il quale conta fra i suoi senior advisors , come è stato rispettosamente recitato durante la cerimonia d’inaugurazione della neo ambasciata americana a Gerusalemme – incognita esplosiva - anche la figlia e il genero. Quali mai profonde esperienze in materia di politica estera, storia, geografia e lingue avranno costoro?

     Il nepotismo non era un vezzo solo degli antichi imperatori romani.

Antonello Catani

 

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Stalingrado

Era il 12 Settembre quando il generale Zukov venne convocato, insieme al capo di stato maggiore Vasil'evskij, nell'ufficio di Stalin. Le notizie dal fronte erano tutt'altro che buone e i due malcapitati temevano di dover affrontare l'ennesima sfuriata del "capo". Entrando, Zukov vide alle pareti due quadri mai visti prima. Evidentemente erano stati appesi di recente: il primo era un ritratto di Alexandr Suvorov, il flagello dei turchi, mentre il secondo raffigurava Michail Kutuzov, il più ostinato tra gli avversari di Napoleone. I due generali si scambiarono un'occhiata: niente di quanto succedeva tra le mura del Cremlino era casuale e quindi non poteva esserlo neppure la presenza di quei quadri. In un'atmosfera silenziosa, Zukov aveva dovuto spiegare cos'era andato storto nel corso di quella guerra, adducendo la carenza degli effettivi e l'insufficienza di artiglieria e carri armati. Stalin non disse nulla, chiese di poter vedere la carta con le riserve disponibili e si mise a studiarla da solo, alla sua scrivania. A quel punto i due generali si ritirarono in un angolo della stanza, borbottando tra loro. Georgij, disse Vasil'evskij, il capo oggi non pare di cattivo umore, e se tentassimo di proporgli quella nuova soluzione di cui abbiamo discusso in viaggio? Ma tu, tu sei matto, rispose il primo. Non fecero in tempo a concludere il discorso che Stalin, dotato di udito finissimo, gridò dalla parte opposta della stanza: quale sarebbe questa "nuova soluzione"? I due generali furono colti alla sprovvista, accennarono la loro idea che era assai fumosa e, per tutta risposta, si sentirono dire: andate allo stato maggiore e riflettete con molta attenzione su quello che si dovrebbe fare a Stalingrado. Poi, tornate qui, a riferire. Stalin non aveva dunque escluso la possibilità di attuare il loro piano.

I due generali passarono la notte e il giorno successivo a studiare la possibilità di creare nuove armate e corpi corazzati da utilizzare contro l'esercito tedesco. L'idea di Zukov era quella di accerchiare i tedeschi a Stalingrado, i quali avevano i fianchi deboli perché tutti i loro sforzi erano concentrati sulla conquista della città. La sesta armata di Von Paulus aveva infatti percorso migliaia di chilometri e dopo quella corsa, aveva lasciato un vuoto alle spalle. Si poteva attuare una manovra a tenaglia ma sarebbero servite ai russi abbondanti forze per circondare i tedeschi con un attacco in profondità. Con questo piano la sera successiva i due si ripresentarono a Stalin che chiese loro cosa avessero escogitato. Chi riferisce? Entrambi, fu la risposta, dato che siamo dello stesso parere. Inizialmente il dittatore sovietico apparve perplesso, temeva che in questo modo si potesse perdere Stalingrado, subendo così l'ennesima umiliazione ma, alla fine, diede pieno appoggio al piano. Mi raccomando però, disse congedando i due generali, occorre massima segretezza; nessuno, a parte noi tre, deve essere al corrente di tutto ciò. L'operazione era dunque progettata: il suo nome, sarebbe stato, Uranus.

Lo stesso giorno in cui Stalin era a colloquio coi suoi generali, Luigi Paleari si trovava a Voroscilovgrad. Era il 7 Settembre 1942. Il tempo era bello, la notte un po' fredda e lui, lui avrebbe desiderato passare una bella serata, in compagnia, con gli amici. Poi però, all'improvviso, arrivò un ordine, un ordine di partenza. Per dove, non si sapeva. Come conducente del 250esimo autoreparto pesante si mise alla testa di un convoglio che doveva consegnare un carico di munizioni ai tedeschi. Ci si domandava: ma qual è la nostra destinazione? Io non so, tu lo sai? Nessuno dei militari, proprio nessuno, conosceva la risposta. Poi, superata Millerovo, i mezzi erano rimasti senza benzina e l'intera colonna dovette fermarsi, pernottare, lontano dai centri abitati. Il rischio era di venire avvistati dal nemico, di essere attaccati dai partigiani. Fu una notte inquieta, e malinconica. Aerei russi passarono sulle loro teste ma non accadde nulla, forse erano di ritorno da una missione o, forse, avevano esaurito le munizioni. Chissà. I soldati fecero un respiro di sollievo. Per loro fortuna, alle 9 del mattino i rifornimenti finalmente arrivarono, si poteva ripartire: direzione Kalac, sul Don. L'autoreparto non si era mai spinto così in avanti, verso est, verso la terra di nessuno.

Luigi ripensava al giorno del suo arrivo in Russia, due mesi prima. Aveva visto pianure immense, in cui l'occhio si perdeva, qualche pezzo di terreno coltivato a segale e le case, case con pareti di fango e tetto di paglia. Quella sera, dopo aver accompagnato gli ufficiali in città con la sua Fiat 1100, era andato a teatro per vedere una compagnia italiana e ascoltare musica. La musica di casa. Quanta nostalgia suscitavano quelle note! Percorrevano leggere le strade che portano alla periferia del cuore e, da lì, lo accarezzavano, con parole dolci.

La prima grande città che aveva visto era stata Dniepropetrovsk. Era una metropoli dai grandi edifici, enormi complessi tutti uguali e poveri dal punto di vista architettonico. Interamente bombardati. Ne rimanevano scheletri, spettrali facciate costellate da finestre o, meglio dire, da buchi neri che trasmettevano un senso di inquietudine. La voce risuonava cavernosa al loro interno: c'è qualcuno, c'è qualcuno qui dentro? Veniva da pensare che quei casermoni non dovessero essere molto diversi prima dei bombardamenti. Quelle cattedrali, nel deserto dei sentimenti, erano naturalmente disabitate, la lugubre opera d'arte di un qualche scultore surrealista. Possibile, si chiedeva Luigi, che qualcuno avesse davvero vissuto là dentro?

A Kalac c'era un ponte. Lo passarono. Solo a quel punto la destinazione diventò, finalmente, chiara: Stalingrado! Quel ponte era l'ultimo. Lì, finiva il mondo. Il mondo era quella porzione di territorio che tedeschi, italiani, rumeni e ungheresi avevano conquistato, e trasformato: nel mondo c'erano magazzini, la sussistenza, case di tolleranza e nuove strade ferrate con binari, a scartamento ridotto. E il confine era il fiume, il Don. Oltre si apriva una landa, vasta, disabitata, al fondo della quale c'era il Volga, e Stalingrado, la città di Stalin, la città simbolo assediata, dalle truppe tedesche. In mezzo, nella terra tra i due fiumi, l'ignoto aveva le forme di un territorio che nessun esercito controllava veramente. Si sarebbe potuto incontrare chiunque. Chi è laggiù, che si avvicina? Amici, o nemici? Bisognava stare in guardia, sempre.

All'alba la colonna passò quel ponte e avanzò, verso mezzogiorno fece una sosta. Allora i soldati scesero dai camion per sgranchirsi le gambe, e fare qualche fotografia: c'erano molti carri armati in quel luogo, carcasse vuote, bruciate, un vero e proprio cimitero. Saliamo ragazzi, saliamo su quello! In un attimo tutti erano pronti per lo scatto e Luigi, mani sui fianchi, era più in alto di tutti. Quel T34, così era denominato quel tipo di carro, era una loro conquista.

Quando Luigi tornò verso la macchina, una gomma era a terra e, subito, si mise al lavoro per sostituirla. Ci riuscì in breve tempo. I militari avrebbero voluto sostare un po' a Kalac, quel villaggio aveva il sapore dei posti di frontiera, lontani baluardi di un mondo che solo la fantasia avrebbe saputo immaginare. Ma i tedeschi avevano necessità di munizioni e allora, allora si doveva proseguire, alla ricerca del luogo della consegna. A un certo punto si mise a piovere, era il 14 Settembre. Le piogge autunnali, in Russia, sono violente: le strade si trasformano in fiumi di fango, le ruote degli automezzi iniziano a slittare e gli autisti premono, disperati, sul'acceleratore. Le braccia che, con sforzo sovrumano, cercavano di far uscire i mezzi da quel pantano, erano inutili. Forse neppure un argano sarebbe stato sufficiente.

Sul far della sera, mentre il cielo non prometteva nulla di buono, Luigi raggiungeva con la sua auto il luogo stabilito. La macchina precedeva il grosso della colonna di qualche chilometro. Ma all'appuntamento non c'era nessuno e, quel che era peggio, neppure la colonna, rimasta attardata, compariva all'orizzonte. Gli unici tedeschi presenti laggiù facevano parte del piccolo reparto di una batteria antiaerea della Flak. Gli ufficiali italiani decisero allora di proseguire sulla Fiat, verso Stalingrado, per andare incontro ai tedeschi, che non potevano essere molto lontani. A un certo punto si fermarono: la città era lì, davanti ai loro occhi, distante non più di 20 chilometri. Quella città epica, simbolo della lotta del popolo russo e della sconfitta del nazifascismo, poteva essere raggiunta. Sarebbe bastato che un ufficiale dicesse, andiamo, andiamo avanti ancora un poco. Ma la pioggia, aumentava di intensità e non c'era da fidarsi, non c'era proprio da fidarsi, in quella terra di nessuno. Si decise allora di tornare indietro nel luogo dove le munizioni avrebbero dovuto essere consegnate ma, al sopraggiungere della sera nessuno era ancora arrivato: né i tedeschi, né la colonna dei camion italiani. Gli ufficiali avrebbero voluto consumare il rancio ma non potevano sapere che la colonna, con le cucine, era rimasta impantanata nel fango, laggiù, nella pianura. Cosa fare allora? Non rimaneva che chiedere ospitalità a quelli dell'antiaerea. Improvvisamente si scoprì che tra essi c'era un italiano, di Ortisei, che era stato chiamato alle armi proprio dai tedeschi. Venne accolto come un fratello, fu un grande abbraccio. Lui offrì del salame e del caffè, caldo. Chi avrebbe mai pensato di incontrare un italiano, laggiù, sul Volga. Chi sei? Come sei arrivato fin qui? I militari italiani, come bambini, avrebbero voluto sapere tutto di lui. Nel frattempo scendeva il buio. I tedeschi erano a loro volta meravigliati: quelli, erano i primi italiani a vedersi sul fronte di Stalingrado, i primi a passare il Don. Scendeva il buio e Stalingrado bruciava, in alto aeroplani andavano a bombardare la città. Scendeva il buio e c'era la necessità di pernottare. Dormirono in tre in una buca nel terreno, chiusa dal telo della tenda. Unica coperta: il cappotto militare, il cosiddetto pastrano. Non fu una notte tranquilla, il rumore degli aerei che andavano avanti e indietro da Stalingrado era continuo, incessante. E a mezzanotte, arrivò la pioggia. Le preoccupazioni di Luigi aumentarono: pioggia voleva dire macchine bloccate, in quel fango che tutto ricopriva. Ma poco dopo sentì arrivare il vento, un vento benedetto che avrebbe con ogni probabilità asciugato quel terreno melmoso. E, col vento, arrivò anche il sonno, un breve sonno durante il quale Luigi ritornò col pensiero a quei pochi mesi trascorsi nella terra dei girasoli.

Il primo contatto con la crudeltà della guerra era avvenuto il giorno che, tornando a Voroscilovgrad, aveva visto due soldati tedeschi, uno era morto e l'altro ferito gravemente. Per un incidente con la moto, si disse. Luigi li caricò e li portò a tutta velocità nel più vicino ospedale. Ma la guerra, la vera guerra, la vide il 25 Agosto del 1942. Era stato mandato in missione per consegnare munizioni ma arrivato nel luogo convenuto gli venne detto di proseguire verso la prima linea perché la divisione Sforzesca era da tre giorni sotto attacco e necessitavano rifornimenti. Luigi proseguì. Fu a quel punto che incontrò colonne di soldati dirigersi verso le retrovie: erano uomini distrutti, spezzati dalla guerra, alcuni avevano abbandonato le armi, le divise erano lacere. Quello spettacolo lo impressionò molto. Erano i giorni della cosiddetta "prima battaglia difensiva del Don", i russi avevano attaccato in forze per saggiare la consistenza delle difese italiane e quella divisione, composta per lo più da giovani inesperti, non aveva retto all'urto. Venne soprannominata "cikaj", che in lingua italiana significa "scappa". Quel nomignolo rimase come un marchio, una ferita, profonda, più profonda di quella di un'arma.

Ma oltre alla guerra, luigi aveva conosciuto anche l'ospitalità del popolo russo. Gli italiani erano ospiti graditi nelle case, spesso erano invitati a pranzo, le ragazze portavano il grammofono, si ascoltava musica e si ballava, oppure si stava seduti, a raccontare barzellette. 

Indelebile nel suo ricordo è il giorno 24 Giugno quando, dopo diciotto ore di viaggio percorsi a una media di 10 all'ora, l'autocolonna arrivò a Lumbj. Proprio nel momento del suo arrivo, duecentocinquanta tra partigiani, donne e bambini, erano stati giustiziati dai tedeschi: è una cosa che atterrisce il cuore a noi italiani, scriveva Luigi sul suo diario. E quel verbo "atterrire" porta dentro di sé un senso di sgomento che percorre inesorabile, oggi, ancora, le vie del cuore.

Davanti a Stalingrado il vento aveva veramente reso praticabile quel terreno insidioso e, al mattino, grazie a un pieno di benzina fornito dai tedeschi, la Fiat di Luigi poteva ripartire. Si tornava indietro, si lasciava quella di terra nessuno, il rumore degli aerei, le fiamme e, il buio. Si lasciava tutto questo. L'autocolonna che si era impantanata fu ritrovata nei pressi di Carpovka. Segnalata la posizione al comando germanico, le munizioni vennero scaricate nel corso di una giornata terribile per il vento freddo mentre continuava, incessante, il rumore degli aerei che andavano e venivano dalla città. Poi alla sera, giunto il momento del riposo, un'incursione aerea piombò sul reparto. Venne lanciato un razzo che illuminò il cielo a giorno, seguito da una bomba che tuttavia non provocò alcun danno alla colonna. Quella notte, Luigi non dormì, troppo alta era la tensione e la paura di non poter fare ritorno a casa. La mattina la colonna riprese il cammino e oltrepassò il Don, questa volta verso Ovest. Sulle strade vi erano molti morti. Fu un viaggio di ritorno travagliato. Mentre le sezioni del reparto rimanevano continuamente attardate per la cronica mancanza di benzina, la macchina guidata da Luigi arrivò a Voroscilovgrad dopo aver percorso oltre 600 chilometri. E poi c'erano i bambini, sempre, ovunque. Una fotografia mostra Luigi seduto accanto alla ruota anteriore della Fiat, al suo fianco un bambino desidera stargli vicino e si mette seduto, a gambe incrociate.

Da quel giorno iniziò una ritirata interminabile, si trattava di sfuggire all'accerchiamento russo, si trattava di tornare a casa. Il piano di Stalin e dei suoi due generali prevedeva ripetute manovre a tenaglia e ogni volta che gli italiani uscivano da un cerchio un altro, più grande, si stringeva su di loro. Una notte Luigi si svegliò, sentì degli spari in città e un freddo tale da aver la sensazione di non possedere più i piedi. Nella confusione più totale vide gli italiani sgombrare in fretta e mandare in malora un sacco di materiali che in altri tempi, sarebbero stati preziosi. Un giorno arrivò una brutta notizia, la strada che avrebbe dovuto essere percorsa era interrotta, un altro accerchiamento stava per chiudersi. Per uscire dall'ennesima sacca non rimaneva che una strada ancora aperta ma, all'intendenza, non c'era più benzina. Se non ci danno il rifornimento, qui ci rimaniamo tutti, pensò Luigi. Tutti. In serata, sotto le incursioni aree, la benzina fu finalmente trovata. La strada verso Mariupol è libera, ma bisogna far presto, presto, disse qualcuno. La carreggiata era però sconnessa e intasata da numerose colonne al punto che, per fare trenta chilometri, Luigi impiegò cinque ore. A mezzanotte venne raggiunto un anonimo villaggio. Di chilometri ne erano stati percorsi circa duecento e la stanchezza era tremenda. Dormirono per terra, su un po' di paglia. Fu un sonno inquieto, si riuscirà a passare? Il nuovo confine, quello tra la gioia della salvezza e la paura della prigionia, era ancora una volta un fiume, in questo caso il Dniepr. Furono momenti febbrili, una corsa contro il tempo. Avanti, sempre avanti, si ripeteva quando, dietro un costone, apparve all'improvviso un fiume e un ponte che, per la speranza che rappresentava, appariva bellissimo. In Italia non se ne erano mai visti così, pensò Luigi. Ma alla vista di quel ponte si sovrapponeva quella di un motociclista che si avvicinava, in una nuvola di polvere. Un italiano?Un russo? Lo guardarono come si guarda un fantasma, un fantasma che, però, parlava italiano: siete del 250esimo?, chiese. Sì, certo, certo, lo siamo. C'è della posta in arrivo per voi. Della posta? Da dove viene? Da dove viene, viene dall'Italia. Ormai, siete usciti dalla sacca. Prendete quella direzione, alla stazione di Kiev troverete un treno. Aspetta, solo, voi.

Agostino Roncallo, insegnante e scrittore, Stresa

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