Se un solo prof (su 90) blocca le lezioni online

Un solo docente, su 90, contrario. E così le lezioni online saltano.

Elogio pubblico, medaglia, torta. Questo meriterebbero gli 89 docenti su 90 e il 94% degli studenti di un liceo trentino capaci di riorganizzare al volo, online, le lezioni fissate nei giorni di chiusura per il coronavirus. Un esempio di riscossa per il Paese intero. Macché, la Uil regionale è saltata su: ma come! E «l’art. 25 del vigente CCPL»?

Siamo a Mezzolombardo, una ventina di chilometri a nord di Trento. Settemila abitanti. Vigneti. Teroldego. Schiava. Altri vini pregiati. Ricchezza diffusa. L’istituto onnicomprensivo «Martino Martini», dedicato a un gesuita trentino che fu missionario in Cina nel corso del Seicento, è una punta d’eccellenza. Tra gli indirizzi il liceo scientifico, il tecnico tecnologico, il tecnico economico sportivo... Dotazioni modernissime. Fibra ad altissima velocità. Anni di esperienze online, progetti alternativi, elaborazioni di una scuola aperta al futuro.

Il 25 febbraio, martedì grasso, la dirigente scolastica Tiziana Rossi, una napoletana da anni trapiantata in Trentino, riceve la notizia che la Provincia autonoma di Trento, pur non essendo particolarmente allarmata da alcun caso di coronavirus, ha deciso di prolungare la chiusura delle scuole oltre la fine del Carnevale. «Peccato, hanno iniziato a scrivermi alcuni docenti — racconta la preside —. In effetti, poteva essere l’occasione per mettere in pratica quei progetti sui quali lavoriamo da almeno sei anni».

Fatto sta che col passaparola tra la dirigente e gli insegnanti cresce la voglia di provarci davvero: chi ci sta? Praticamente tutti. Finché il 26 febbraio sul sito del liceo interdisciplinare «Martino Martini» viene postato questo comunicato: «Lezioni a distanza. Per contenere il disagio della chiusura della scuola fino a venerdì 28 febbraio e a garanzia del primario diritto di istruzione degli studenti, richiamato anche da un decreto della presidenza del Consiglio dei ministri promulgato ieri, si utilizzerà la didattica a distanza con tutti gli strumenti già presenti nella suite di applicativi Gsuite della nostra mail martinomartini. Saranno gli studenti a ricevere l’invito alla connessione dai docenti tramite mail e Drive alla consueta ora di lezione con quel docente». Segue una guida pratica sia per i professori sia per gli studenti.

Tutti (quasi) disponibili. Tanto più che un’ansa, alle dieci di mattina, spiega che la ministra dell’istruzione Lucia Azzolina è schieratissima e rivendica di aver «messo in campo una task force che oggi stesso andrà in giro per le regioni per supportare la formazione a distanza, considerata la chiusura di molti istituti scolastici a causa del coronavirus». E aggiunge di aver già attivato collaborazioni con Tim, Rai, Treccani: «Stanzieremo anche delle risorse».

Il giorno dopo l’Adige di Trento esulterà: «Mentre la stragrande maggioranza degli studenti trentini sono in attesa di capire se lunedì torneranno sui banchi di scuola, al “Martino Martini” ieri e oggi si fa lezione. Nel giro di pochi giorni, infatti, l’istituto rotaliano ha organizzato questo ritorno alle lezioni, svolte via internet e webcam dai singoli professori. Con i ragazzi che, comodamente da casa, hanno potuto seguire in tutta tranquillità le lezioni seguendo il normale orario scolastico». Parola alla preside: «Strumenti come Hangouts ed Hangouts Meet o Drive per i documenti condivisi, sono tutti strumenti che vanno nella direzione della didattica collaborativa anche a distanza. Gli alunni non si limitano ad ascoltare ma costruiscono insieme il sapere anche a distanza. Già nei giorni scorsi a tutti i docenti sono state date delle direttive e spunti su come gestire queste app».

La sera stessa dell’iniziativa plaudita un po’ da tutti, però, denuncia la rivista Tuttoscuola, Tiziana Rossi riceve la lettera d’un avvocato. Che a nome di Pietro Di Fiore, segretario Regionale per il Trentinomento

Alto Adige della Uil Scuola Rua, diffida la dirigente dall’andare avanti: «In data odierna il personale docente ha ricevuto una comunicazione di posta elettronica con la quale Codesta Dirigente inviterebbe i docenti stessi a tenere, nelle giornate di giovedì 27 e venerdì 28 febbraio p.v., lezioni “a distanza” per il tramite della piattaforma on-line Hangouts o di altre similari, senza peraltro che sia fornita una specifica preparazione tecnica al riguardo». E i sei anni di preparazione? Boh...

«Anche prescindendo da tale mancanza di formazione, segnalo che il personale docente stesso, in virtù di comunicazione prot. D335/2020 /126550.26.8.2020-3/RC/M (…) non è tenuto per i prossimi due giorni a prestare alcuna attività di docenza». Insomma, perché mai dovrebbero lavorare, quegli insegnanti così virtuosi e d’esempio all’italia intera, se la Provincia ha «sospeso tutte le attività didattiche nelle scuole»? Sottinteso: chi glielo fa fare?

E giù una sfilza di richiami al contratto nazionale. I docenti? «si trovano nella impossibilità temporanea a loro non imputabile di rendere attività didattica con i ragazzi». Le attività didattiche? Secondo l’art. 26 «il dirigente scolastico predispone il piano annuale delle attività che il collegio dei docenti delibera nel quadro della programmazione dell’azione didattico-educativa ione dell’azione didattico-educativa». Ma possono essere modificate? Sì, ma in base al comma 2 «ogni modifica delle modalità di svolgi

delle attività didattiche, come quella qui imposta, doveva essere deliberata dal Collegio dei Docenti…» E via così.

Scusate: ma l’allarme? Mai nominato. Il coronavirus? Mai nominato. L’emergenza sanitaria? Mai nominata. La scuola sotto l’assedio? Mai nominata. Gli inviti alle lezioni online del ministro, che ha lodato l’iniziativa di Tuttoscuola (appoggiata anche da Save the Children) di mettere a disposizione i suoi programmi? Mai nominati. Solo il richiamo all’invito del decreto Conte del 25 febbraio alle scelte da fare «in concerto con gli organi collegiali». Parole poi rimosse (ve li vedete i professori riunirsi in consiglio mentre sono sconsigliate perfino le cene multifamiliari?) col decreto del 1° marzo dove anche nelle zone a rischio si vieta ogni attività scolastica «salvo la possibilità di svolgimento a distanza». Più chiaro di così!

Certo, quando sarà passato l’incubo sarà necessario precisare meglio anche contrattualmente gli orari e le mansioni e così via della docenza online, scrive la rivista di Giovanni Vinciguerra, ma «la drammatica emergenza del coronavirus può essere trasformata in una opportunità per imprimere un’accelerazione al finora lento processo di digitalizzazione della scuola italiana».

Ma è mai possibile piantare una grana, in tempi come questi, davanti a un esempio di dedizione e amore per la scuola come quello di quell’istituto trentino?

Gian Antonio Stella – Corriere della Sera – 3 marzo 2020

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Invalsi, cresce il divario tra il Nord ed il Sud del Paese

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I risultati delle prove Invalsi sia del passato sia dell’ultimo anno (condotte in presenza degli ispettori nelle classi casualmente selezionate) convergono tutti nel segnalare un ritardo che arriva fino a circa 20-25 punti percentuali fra il Sud e il Nord-Ovest o il Nord-Est del paese. Il risultato per l’anno scolastico 2018-2019 è ancora più significativo perché comprende per la prima volta gli studenti nell’ultimo anno di scuola secondaria superiore. Se poi si considera che gli studenti che abbandonano precocemente la scuola (cui dunque non viene somministrata l’indagine) sono spesso quelli dai risultati peggiori e che gli abbandoni affliggono soprattutto il Sud Italia, si comprende come il divario Nord-Sud assuma contorni ancora più preoccupanti. Le considerazioni di Tito Boeri e Alessandro Caiumi su La Voce.

La scuola del futuro, un problema per il governo Conte 2-Azzolina

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Linguistica, una chiave di accesso alla complessità

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Chi fra di noi, poveri mortali, può essere interessato ad un “Congresso” di Linguistica? Ben pochi, se non studiosi e docenti dell’area linguistica. Eppure, spunti interessanti per tutti sono emersi dal Convegno Insegnare Linguistica svoltosi di recente a Como all’Università dell’Insubria.

Al di là delle riflessioni più tecniche su contenuti, modalità e presenza dell’insegnamento di Linguistica teorica nei corsi universitari, si sono affrontate questioni più generali.

            Innanzitutto: come è percepita tale disciplina? Dalle interviste (condotte da ricercatori dell’Insubria) risulta che per la maggior parte degli intervistati, la Linguistica si occupa della grammatica, delle regole e della correttezza dell’italiano, mostrando di ignorarne il vero significato più ampio: scienza che studia il linguaggio, le lingue e le loro strutture dal punto di vista teorico, storico e descrittivo. La ricaduta negativa di tale visione ristretta si registra nelle nostre scuole, dove per lo più si insegna una marea di regolette (con lo “stupidario” di esercizi al seguito!), che non si dimostrano efficaci per i nostri studenti (vd. i risultati dei test Invalsi e internazionali), invece di una riflessione sulla lingua e sui testi.

            E che dire dell’insegnamento delle lingue straniere? Si pensi che recenti studi neurologici hanno mostrato che la corteccia cerebrale dell’area uditiva si modifica nei migranti che imparano la nostra lingua, mentre fra gli adulti che abbiano compiuto un corso di studi classico, con l’insegnamento di una lingua straniera per ben dieci anni, tale mutamento non viene registrato, proprio come fra quelli che hanno interrotto gli studi dopo la terza media. Che succede? Certo, denunciano gli esperti, le ore settimanali a disposizione sono poche;  però, oltre a ciò, mancano gli insegnanti di madrelingua, i laboratori e, soprattutto, non vi è lo studio del sistema dei suoni (la Fonologia è una delle parti della Linguistica!), né la pratica conversazionale in classe o la visione di film nella lingua straniera; insomma, più che “addestramento” dovrebbe esserci un’ “educazione all’apprendimento fonologico”.

            Allora, si deve ripensare la formazione dei docenti, quella formazione su cui gli ultimi governi non sono più tornati ad investire. E non si pensi solo a quella iniziale, ma a quella in servizio: troppi docenti continuano ad ignorare le nuove modalità didattiche, basate sul problem solving, sulla scoperta delle regole della lingua (a partire dalla propria esperienza di parlanti) e del testo, sulla centralità dell’errore (si è parlato di “interlingua”) per il miglioramento della competenza linguistica (come, del resto, suggerito dalle indicazioni ministeriali). E insieme vanno ripensate le modalità di selezione e di accesso alla professione del corpo docente:

            Altro spunto di riflessione più generale è venuto dalla constatazione di un diffuso “analfabetismo di ritorno”, cioè dell’incapacità di comprendere messaggi un po’ complessi, specie quelli della nuova organizzazione della sfera pubblica (decisori, media, gruppi di interesse e gruppi di formazione dell’opinione pubblica). Si assiste, infatti, al collasso di tale sfera su di un’unica piattaforma (e trattasi di piattaforme private e commerciali); alla caduta dei filtri costituiti una volta dai ruoli; alla compressione dei tempi del dibattito pubblico (il che permette ai politici di manipolare, annullando resistenze culturali, analisi, ragionamenti); alla ricerca di visibilità e di sensazionalismo. Si creano, così, sfiducia ed emarginazione, specialmente fra i giovani, i quali vengono esclusi dal dibattito pubblico, nell’epoca delle post-verità.

            Che cosa può fare un insegnante di Linguistica oggi? Insegnare ad analizzare struttura e meccanismi linguistici dei diversi tipi di dibattito pubblico (dimostrazione, argomentazioni fallaci, referenze vaghe, presupposizioni, contraddizioni, decontestualizzazione, messaggi impliciti, ecc.), in particolare la peculiarità di quello on line, il più pervasiva e vincente.

            Forse, più in generale, si deve ripensare proprio l’insegnamento. Oggi, lo studente non è più una tabula rasa, ma un portatore di realtà sconosciute, non solo alla scuola, ma alla società civile stessa. Il “fuori” è entrato “dentro” la scuola, anche se l’”enciclopedia” dei ragazzi è spesso sconosciuta ai docenti. Per tutto ciò, si devono inventare strumenti nuovi (modi, mezzi, attrezzature); non può più essere solo il libro al centro, bensì la lingua e i linguaggi, per aprire altri mondi, altre “enciclopedie”, mediante un confronto dialogico con i ragazzi.

            E infine, un consiglio, che viene dall’esperienza decennale di insegnante e di dirigente scolastico: l’ascolto di qualche buona lettura in classe potrà essere per i ragazzi una cura ricostituente per tante ore trascorse davanti allo schermo!

Clara Manca, 26 ottobre 2019 

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