Ue, con Johnson al 10 di downing street altri guai

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Gli ultimi tre anni della politica britannica sono già stati molto singolari, con una caduta vertiginosa del prestigio della più stabile e “nobile”, in politica, delle nazioni europee. Tre anni sono passati invano senza che la politica sia stata in grado né di eseguire il mandato referendario del giugno 2016 e uscire dalla Ue, né di dichiararlo apertamente una follia, cosa che peraltro un grosso numero dei deputati dei Comuni pensa insieme ormai a non meno della metà degli elettori, e in qualche modo andare oltre, probabilmente con un secondo referendum capace o di confermare il primo o di annullarlo. In linea di principio, il voto referendario del 2016 andrebbe rispettato e l’uscita dalla Ue eseguita. Ma come? Che uscita? Con che futuri rapporti con Bruxelles? Con che conseguenze economiche per il Paese? L’orgoglio nazionale vale forse il pesante prezzo? Il commento di Mario Margiocco su Lettera 43.

Tempesta in arrivo sui cieli dell'Europa, da Londra ultimo avvertimento
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I misteri di Londra

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Le vicende e gli intrighi che ruotano intorno alla tragicommedia del Brexit sarebbero piaciuti all'inesauribile Eugene Sue, autore del famoso e lunghissimo I misteri di Parigi. La grande differenza del Brexit rispetto ai romanzi d'appendice è tuttavia che in questo caso manca il villain con la V maiuscola. Come ho già avuto modo di commentare, nello scenario abbondano invece le mezze calzette, i faccendieri, i fanatici e i furbi. Esempi in questione, l'arrogante ma comunque pesce bollito conservatore Jacob Rees Mogg, secondo cui un eventuale no deal "rappresenta un'opportunità" (sic) – non ci sono limiti alla fantasia delle velleità – e l'ancora più sfacciato Nigel Farage, eurodeputato britannico, che da anni riceve un lauto stipendio per la sua presenza a Bruxelles, sulle cui istituzioni egli tuttavia sputa a ogni piè sospinto. Non si capisce (o si capisce?) perché non si è dimesso. Su altre comparse, come l'inespressivo Philip Hammond, il Cancelliere dello Scacchiere, rimane difficile esprimere dei commenti, visto che costui, seduto alla sinistra del Primo Ministro, si limita solo ad assentire ad occhi chiusi a ogni discorso della Signora Theresa May.

A parte simili personaggi, che non coincidono con altre più convincenti figure della passata politica britannica, un ulteriore elemento che contraddice la tradizionale immagine della compostezza britannica è l'atmosfera così spesso indisciplinata, rumorosa e tendenzialmente anarchica con cui si svolgono a Westminster i dibattiti sul Brexit, atmosfera che solo il polso fermo di John Bercow, l'attuale speaker (presidente) della Camera dei Comuni, riesce faticosamente a contenere. E' sicuro che, quando i nomi dei suddetti faccendieri di turno saranno finalmente caduti in un meritato oblio, quello di John Bercow sarà invece ancora ricordato come esempio di dignità e impeccabile professionalità.

Quale che sia il definitivo e sempre più imperscrutabile destino del Brexit, in base all'eterogenesi dei fini, che così spesso grava sulle vicende umane oltre che sugli intrighi politici, in realtà quest'ultimo rischia di resuscitare un fantasma di gran lunga ancora più devastante e fatale. Se ne rendono conto gli ostinati sostenitori dell'uscita dalla UE in nome della sovranità britannica e di più convenienti sbocchi commerciali alternativi? Sembrerebbe di no. Qual è il fantasma?

Come noto, uno dei perni ma anche uno dei nodi dell'accordo è il cosiddetto backstop o "rete di protezione", e cioè, la garanzia che in mancanza di appropriate soluzioni alternative, non sarà istituito nessun tipo di barriera fra l'Irlanda del nord e l'Irlanda, il cui status di membro della UE verrebbe quindi esteso, de facto anche se non de jure, anche alla parte di Irlanda attualmente sotto il dominio inglese. In altre parole, libero movimento di uomini e merci fra queste due zone, esattamente come avviene adesso. Tale libertà di movimento fu uno dei capisaldi della cessazione delle attività dell'IRA e della guerriglia nell'Irlanda del nord. Mentre per i Brexitiani di ferro la suddetta assenza di barriere corrisponderebbe a un'indiretta e larvata permanenza della Gran Bretagna nella UE, la reintroduzione di barriere fra le due zone rischierebbe di riaccendere tensioni per il momento sopite. Paradossalmente, il modo più semplice per la gran Bretagna di eliminare il problema sarebbe quello di permettere all'Irlanda del nord ricongiungersi con l'Irlanda, ma ovviamente questo non è certo ciò che il governo inglese è disposto a digerire.

D'altra parte, questa febbre d'indipendenza britannica (ma con la pretesa di non perdere né capra né cavoli) fa perversamente il paio con un'altra non meno virulenta ma ancora più antica aspettativa d'indipendenza: quella scozzese. Ci vuole molta ingenuità o arroganza per non capire che il Brexit costituisce un irresistibile modello ed esempio tanto per gli Irlandesi che per gli Scozzesi. Proprio gli Inglesi, perlomeno coloro che hanno fatto tesoro degli eventi, dovrebbero ricordare come il loro Impero si disgregò esattamente dopo che, in nome della loro minacciata sovranità, chiesero e ottennero le braccia e le vite degli abitanti delle loro colonie per contrastare la Germania nazista. Così, la Gran Bretagna vinse la guerra, ma perse l'Impero, diventando infinitamente più piccola. Più piccola, sì, ma, così come accadde in Francia, uno degli effetti-nemesi della decolonizzazione fu il massiccio afflusso di popolazioni dalle rispettive ex-colonie. Gli eventi degli ultimi decenni mostrano che quell'afflusso non solo non corrispose a un'armonica integrazione ma costituì anche la base e il polo d'attrazione di successive ondate migratorie che hanno mutato il panorama e l'atmosfera sociale di mezza Europa, inclusa la lontana Svezia. Inghilterra e Francia sono insomma le vere responsabili della progressiva infiltrazione afro-islamica in Europa, di cui non ci sarebbe da preoccuparsi, se i suoi protagonisti non pretendessero di importare e imporre costumi che stridono con almeno quindici secoli di storia europea. 

Il rischio di un futuro frazionamento della Gran Bretagna non è insomma irrealistico ed è reso ancora più drammatico dal crescente peso nella sua popolazione delle popolazioni di origine africana, araba e del sub-continente indiano, i cui tassi di fertilità sono superiori a quelli europei. I chiacchieroni della solidarietà e i teorici della democrazia, oggi così numerosi ma oberati dalla malafede e dall'ignoranza e di solito incuranti dei dettagli, hanno un bel parlare, ma il cemento della società civile così come delle relazioni umane è la pacifica e volontaria condivisione di valori e regole comuni. I fatti dimostrano che, fatti salvi alcuni ineludibili vincoli giuridico-legali, oggi in Europa si stanno al contrario rafforzando divisioni e rivendicazioni comunitarie sempre più marcate.

In conclusione, quella che potrebbe sembrare fantapolitica è del resto confortata da numerosi analoghi esempi neanche tanto lontani. Basta pensare alla disgregazione degli Imperi ottomano, austro-ungarico e zarista fino a quella dell'ex-Unione Sovietica, della Jugoslavia e - perché no? – della stessa Cecoslovacchia. Le rivendicazioni indipendentistiche irlandesi e scozzesi sono addirittura più vecchie di quelle balcaniche. Perché dovrebbero rimanere lettera morta soprattutto adesso che in qualche modo il Brexit ha insipientemente innescato il demone di un distacco?

Qualcuno a Westminster dovrebbe pensarci seriamente.

Antonello Catani

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Dietro le quinte ucraine

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        L’ostinazione con cui gli USA e l’Unione Europea stanno infliggendo pesanti sanzioni economiche alla Russia ricorda quella nei confronti dell’Italia mussoliniana. A differenza di Putin, reo di sostenere i separatisti ucraini e accusato di aver infiltrato un numero indefinito di uomini e mezzi nelle regioni orientali dell’Ucraina,  Mussolini aveva realmente “invaso” un intero stato (africano e senza nessuna affinità di sangue o cultura) con centinaia di migliaia di uomini, aerei, carri armati e cannoni. Inoltre, cosa ancora più importante, le sanzioni verso l’Italia fascista erano scenografiche ma non pericolose: ovvero, l’Italia era ben lontana dall’essere un avversario temibile, come poi gli eventi dimostrarono.

        Già queste macroscopiche differenze destano perplessità sulla fondatezza e buon senso delle attuali sanzioni.

       Non minori perplessità suscitano le recenti dichiarazioni del segretario agli esteri britannico Philip Hammond, il quale così si è espresso nei riguardi di Putin::  "This man has sent troops across an international border and occupied another country's territory in the 21st century, acting like some mid-20th century tyrant. Civilised nations do not behave like that”. Così, il segretario agli esteri britannico. Dato il pulpito da cui provengono, o meglio, dati gli antecedenti storici (ultimo dei quali la spedizione punitiva britannica di Suez del 1956) le sue accuse risultano surrealistiche (eufemismo per faccia tosta) e sono affette da amnesia: infatti, egli sembra dimenticare i gratuiti bombardamenti britannici di Dresda (25.000 civili morti) verso la fine della seconda guerra mondiale, i massacri di Batang Kali in Malesia (innumerevoli decapitazioni, mutilazioni e torture) nel 1948, le brutalità (stupri, castrazioni, torture, impiccagioni, deportazioni di massa) commesse dall’esercito britannico fra il 1952 e il 1958 in Kenya durante la rivolta dei Mau Mau, giusto per fare solo alcuni esempi di comportamenti definibili come crimini di guerra e risalenti allo stesso periodo evocato dal ministro. Per non parlare poi delle più recenti invasioni dell’Iràq e Afghanistan condotte all’unisono col suo alleato americano.

       Il neanche tacito paragone con i dittatori nazista e fascista, quindi, oltre che essere malaccorto e infelice, è anche inquietante, poiché, assieme alla riserva di riesaminare il divieto della vendita di armi all’Ucraina, esaspera il clima di demonizzazione nei confronti della Russia.

      Ora, dipingere Putin come un santo e un mite sarebbe una palese assurdità, visto che da che mondo è mondo tali qualità scarseggiano negli uomini politici.  D’altra parte, supposto anche che egli fornisca aiuti ufficiosi agli insorti filo-russi, aiuti che peraltro nessuno ha ancora esplicitamente quantificato, non lo si può comunque accusare di interventi più consistenti. Ben altra cosa furono al contrario le annose e micidiali invasioni decise da vari presidenti americani dopo la seconda guerra mondiale, dalla Corea al Vietnam e dall’Afghanistan all’Iràq, ovviamente, sempre in nome della democrazia o, per utilizzare un’esemplare espressione di A. Huxley, “associando astutamente le più basse passioni con i più alti ideali, in modo da far perpetrare le atrocità in nome di Dio e far apparire il più cinico tipo di realpolitik come una questione di principi religiosi e di dovere patriotico. (Il mondo nuovo rivisitato, pag. 52)

       La cosa esilarante è che, al tempo dell’invasione sovietica, il governo USA aveva fornito concreti aiuti proprio ai ribelli afghani, armandoli e istruendoli per anni. L’attuale arroganza e disinvoltura di Washington sarà definitivamente giudicata quando autore e lettori di queste righe non saranno più. Magra consolazione.  Rimane il fatto che i conclamati sostegni dati da Putin ai separatisti ucraini non hanno niente a che vedere con gli interventi sovietici  e americani in Afghanistan, che equivalsero a una vera e propria invasione di territorio, né con quelli americani più recenti in Iràq o in Libia, che hanno lasciato entrambi tali Paesi in un incontrollabile caos.

       Le suddette dichiarazioni del segretario agli esteri britannico sono del resto scandite dalla frequenza con cui il segretario di Stato americano continua ad apparire a Kiev per incoraggiare il nuovo alleato Poroshenko ed esortare il presidente russo ad essere ragionevole. Perché queste assillanti visite del segretario di Stato americano quasi ai confini con la Russia? E perché la cancelliera tedesca e il presidente francese si recano come servizievoli emissari a Mosca e poi a Minsk per cercare di convincere l’irragionevole Putin? La domanda è retorica, ma essi agiscono di loro spontanea iniziativa o in fondo devono seguire il dictatum americano? Dove sta il pericolo e dove sta la convenienza? In realtà, è come se agisse il timore di uno spettro, senza però dargli un nome preciso. In ogni caso, nessuno sembra aver chiaro ciò che ci si aspetta effettivamente dal recente accordo di Minsk e di come il pasticcio ucraino possa essere sanato.

        Giornalmente, stampa e reti televisive presentano strade ed edifici bombardati dalle opposte fazioni, sbandierando come prova di tanta iniquità i 5.000 morti causati dal conflitto in corso. Non vi è dubbio che le rovine, i crateri e le varie migliaia di morti non rappresentano un bel risultato per nessuno. D’altro canto, l’opinione pubblica europea sembra sottovalutare un fatto banale: il crescendo spasmodico di questi eventi ucraini è dilatato proprio dai mezzi d’informazione, in mancanza dei quali solo gli Ucraini saprebbero (forse) una parte di ciò che sta realmente accadendo e perché sta accadendo. In altre parole, molto di ciò che accade e la sua interpretazione sono condizionati dallo scenario in cui i mezzi d’informazione proiettano le notizie, che sarebbe: i ribelli, gli insorti, insomma, i separatisti  sono ostinati e violenti e impediscono la cessazione delle ostilità fratricide. Le strategie e le scelte dei governi sono quindi spesso precedute o sostenute da tali spasmodici concerti di stampa e canali televisivi, i cui giornalisti, salvo sparute eccezioni, sono al massimo volenterosi ma non necessariamente neutrali e in genere provvisti di un’approfondita conoscenza dei precedenti storico-politici degli eventi che di volta in volta presentano.

         Dejà vu - si dirà - ma il famigerato “Quarto potere” evocato nel famoso film di Orson Welles agisce oggi in termini di gran lunga più pervasivi ed efficaci di quanto il geniale regista non immaginasse. La ragione è molto semplice: quando Citizen Kane fu girato (1941), la televisione non era ancora diventata il principale mezzo d’informazione di massa. Ciò accadrà solo dal finire degli anni ’40 in poi, prima in America e poi gradualmente anche nel resto del mondo. Il poter vedere garantito dalla televisione, e in teoria il partecipare allo svolgersi degli eventi, segnò un’incommensurabile differenza rispetto all’informazione scritta, più meditata e analitica ma emotivamente meno efficace. Oggi, è soprattutto lo strumento televisivo quello che cattura le masse e crea o stimola le loro opinioni, utilizzate poi anche dai governi per meglio legittimare le proprie azioni. Niente di strano in tutto ciò: in base a un’antichissima equazione, l’uomo “sa perché vede” (o crede di vedere). “Cosa” vedono, tuttavia, gli avventurosi reporters che poi di tanto in tanto sono rapiti o uccisi? Ciò che possono, ciò che gli viene detto dai passanti e comunque solo gli aspetti più spettacolari e facilmente proiettabili, tipo crateri di bombe, case diroccate, rumori di artiglieria e mezzi corazzati in movimento.

        Di fatto, quello che l’attuale clima di colpevolizzazione e demonizzazione sembra dimenticare è che alcuni essenziali aspetti di questo conflitto sono stati progressivamente rimossi dall’attenzione e altri disinvoltamente ignorati.

      L’elemento su cui si in genere si sorvola è in realtà uno degli aspetti nevralgici dell’attuale tensione internazionale al riguardo. Di fatto, le turbolenze ucraine presero forma come protesta nei confronti del regime dell’ex-presidente Victor Yanukovich, fautore di più stretti rapporti con la Russia, mentre sappiamo che il neo-eletto presidente Poroshenko è al contrario favorevole a un ingresso nella UE e nella Nato. In mancanza di prove specifiche e non aderendo alla filosofia delle cospirazioni, limitiamoci a sottolineare come sia difficilmente una coincidenza il fatto che la tensione ucraina sia progressivamente aumentata e sia stata poi seguita con sempre maggiore insistenza dai mass media europei  man mano che sono diventate sempre più insistenti le pressioni del nuovo regime per un inserimento nella UE e, di conseguenza, anche nella Nato.  Tali pressioni coincidono con la martellante attenzione dedicata ai disordini ucraini da parte di certe fonti teoricamente neutrali, prima fra tutte la BBC. Che le aspirazioni di Poroshenko rappresentino una sorta di regalo per la strategia americana di sorveglianza (o meglio, accerchiamento) della Russia è qualcosa che non richiede particolari doti di perspicacia.

        Di fatto, le continue accessioni di nuovi stati alla Nato si configurano anche visivamente come un vero e proprio cordone sanitario a ridosso della Russia: tanto per intenderci, Smolensk, non molto distante dal confine ucraino, dista poche centinaia di chilometri da Mosca. Se anche l’Ucraina entrasse a far parte della Nato, verrebbe meno il salutare cuscinetto fra quest’ultima e la Russia, e la Nato si ritroverebbe quindi a due passi da Mosca. Nel 1962 gli USA quasi scatenarono una terza guerra mondiale a causa dell’istallazione dei missili nucleari sovietici a Cuba, e quindi, a poche miglia marine dai loro confini. Se J. F. Kennedy  aveva dei buoni motivi per sentirsi minacciato, non si vede perché anche il suo omologo russo odierno non possa sentirsi inquieto. Ricordiamo che nel 1999 entrano a far parte della Nato Ungheria e Polonia. Nel 2004 vengono poi accolte Bulgaria, Estonia, Lituania, Lettonia, Slovenia e Slovacchia, a cui si aggiungono nel 2009 Albania e Croazia. Uno sguardo alla carta d’Europa mostra insomma un gigantesco arco difensivo rivolto verso la Russia. All’accerchiamento hanno seguito le istallazioni di missili patriot nel nord della Polonia e la decisione di finanziare nuove infrastrutture militari in Romania e Bulgaria, sempre, dunque, a ridosso della Russia. Perché scandalizzarsi, se poi il Kremlino ha deciso di spiegare i missili di lunga gittata Iskander a Kaliningrad? Colpiscono, semmai, tenendo conto dell’atmosfera incalzante e oppressiva delle sanzioni, la calma e la moderazione con cui il Kremlino continua a reagire.

        Non sfugge in ogni caso che l’ossessiva copertura degli eventi ucraini da parte dei mass media è analoga a quella dedicata agli eventi siriani, inspiegabilmente in quest’ultimo periodo meno alla moda. Significativo il fatto che, anche nel caso della Siria, proprio come avvenne con lo smantellamento del regime del fu Colonello Ghaddafi, nessuno sa esattamente da “chi” sia rappresentata l’opposizione al regime di Bashir Assad e quanto solide, veritiere e soprattutto “laiche” siano le aspirazioni “democratiche” di tale opposizione. L’attuale caos libico, dove non è chiaro “chi comandi a chi” e in nome di “cosa”, ne è una prova lampante. Inoltre, nonostante il compunto biasimo per la detenzione delle armi chimiche da parte di Damasco, quando furono rastrellati i depositi di armi chimiche di quest’ultima, nessuno si azzardò a chiedersi (e a farne oggetto di un analogo severo reportage) se essa era l’unica detentrice di armi chimiche al mondo, o se invece ne sono detentori anche molti dei Paesi che imposero la consegna di tali armi.

        Ritornando all’Ucraina, molti realistici indizi suggeriscono come questo fiume di simpatia per l’integrità giuridica dei suoi confini orientali sia la vernice di più freddi calcoli miranti a portare la Nato ai confini con la Russia. Questo poco disputabile scenario è del resto confermato da una singolarità verificatasi negli ultimi decenni, o meglio, da un’asimmetria procedurale e strategica di inestimabile importanza. Di fronte alla tardiva ma benvenuta implosione dell’Unione Sovietica – benvenuta soprattutto perché segnò l’esaurirsi di un’ideologia totalitaria mascherata da populismo – e di fronte alla sua conseguente contrazione territoriale e sgombero dai Balcani e dall’Europa centrale in particolare, la logica e il buon senso si sarebbero attesi un analogo smantellamento e retrogressione della Nato. Invece, è avvenuto esattamente il contrario. Vi ha forse contribuito una sorta di equazione geo-politica fra Russia e Unione Sovietica? Nulla sarebbe più falso. Il marxismo come motore ideologico della Russia è morto e defunto.

        La Nato e i suoi membri temono dunque lo spettro dell’Unione Sovietica o piuttosto quello della tradizione zarista, che verso la seconda metà del XVIII secolo si appropriò di buona parte dei territori della Confederazione polacco-lituana, che includeva la Polonia, la Lituania, la Bielorussia e l’Ucraina e si estendava quindi dal Baltico fino al Mar nero? Ma la dissoluzione di quello stato, di cui beneficiarono anche la Prussia e l’Impero Austro-Ungarico, avvenne in altre circostanze storiche, che non hanno niente di paragonabile alle presenti. La Russia di Caterina era uno stato in ascesa, mentre quella di Putin è appena uscita da un processo di contrazione e frantumazione.  Un parallelo storico ci aiuterà a capire meglio quanto sia determinante quest’ultimo processo.

         Sotto molti aspetti, esistono molti punti in comune fra l’Impero Zarista e quello Ottomano. Entrambi conobbero un’espansione tumultuosa e ambiziosa verso occidente. Entrambi erano multi-etnici ed entrambi si frantumarono, disseminando Europa centrale ed Asia di una serie di nuovi stati di alterna e incerta solidità. L’implosione interna dell’Impero Ottomano precedette la sua disintegrazione definitiva a causa della sconfitta militare. La genialità di Mustafa Kemal fu quella di non inseguire il fantasma di una ricostituzione dell’Impero, concentrandosi invece sull’Anatolia come definitiva erede di quest’ultimo. E’ così che nacque e si consolidò la Turchia come nazione. Questa politica fu del resto continuata dai suoi successori anche nel dopoguerra, fino a quando il tentato colpo di mano greco nel 1974 a Cipro non provocò l’intervento militare di Ankara e l’occupazione della parte nord dell’isola con una forte minoranza turca.  Ad eccezione dei Greci e dei Ciprioti, il fatto non destò altrove significative reazioni, né interventi militari europei, né sanzioni e tantomeno postazioni missilistiche rivolte verso la Turchia.

        Il parallelo non è affatto irragionevole e mostra come gli sviluppi dei due ex-Imperi abbiano significativi elementi in comune, incluse la fase di consolidamento interno post-imperiale e la protezione delle minoranze etniche sopravvissute al di fuori quando i due governi vi sono tirati per i capelli. E qui si notano le stridenti differenze: mentre il sostegno del Kremlino ai separatisti ucraini di origine russa ha destato un coro di proteste in Europa e nella Nato, l’invasione turca di Cipro e la permanente occupazione della parte nord occupano ormai da decenni solo stanche commissioni dell’ONU. Ciò accade perché la Turchia non è pericolosa e fra l’altro costituisce un prezioso caposaldo orientale della Nato? Supposto che questa sia la ragione della tolleranza, non viene meno la contraddizione di attitudini.

         Qualcuno sicuramente potrebbe obiettare che gli attuali movimenti centrifughi dei separatisti ucraini sono creati ad arte dai Russi e che dietro vi è il progetto di riannettersi un pezzo di Ucraina. Ben difficilmente, tuttavia, i Russi possono avere addirittura falsificato la demografia. I dati statistici mostrano l’esistenza di un’effettiva minoranza etnica russofona e di ceppo russo. Basta dare un’occhiata alla geografia dell’Ucraina orientale per rendersi conto che le minoranze russofone e di origini russe hanno dimensioni cospicue. Non solo il 17,3% della popolazione ucraina è di ceppo russo, ma la demografia degli incandescenti oblast (regioni) orientali di Luhansk e Donetsk rafforza ancor più il peso di tale elemento etnico: lì la popolazione russofona si aggira attorno al 70% e, secondo lo stesso censo ucraino del 2001, almeno il 39% vanta origini russe. Il fatto è insomma indisputabile. Anche qui si potrebbe parlare di un dejà vu. Proviamo allora a fare alcuni passi avanti.

         Fra gli elementi disinvoltamente ignorati prima accennati ve ne sono perlomeno due, il cui peso è difficilmente sottostimabile, almeno in termini di logica e onestà intellettuali. Uno dei sintomi-criteri di colpevolizzazione del regime di Bashir Assad è l’enorme numero di rifugiati siriani: circa tre milioni, secondo un rapporto ufficiale delle Nazioni Unite. I circa 750.000 rifugiati ucraini in Russia (sempre secondo un rapporto ufficiale delle Nazioni Unite) non sembrano al contrario richiamare la stessa attenzione e suscitare lo stesso scandalo. Tutto indica che si tratta di Ucraini russofoni e di origine russa. Tuttavia, questi rifugiati, che con la loro fuga dall’Ucraina hanno espresso un dissenso e una protesta nei confronti di Kiev, non sono uguali agli altri, hanno meno importanza. Inoltre, nonostante la Crimea si sia staccata e ricongiunta alla Russia con un referendum popolare dove i consensi hanno raggiunto praticamente il 100%, l’evento continua ad essere considerato illegale e come una violazione della sovranità territoriale dell’Ucraina. Con la stessa logica, il recente plebiscito scozzese era quindi arbitrario e criminale….Il fatto che i risultati di quel referendum non abbiano portato alla separazione non toglie che concettualmente la Gran Bretagna era pronta a rispettare la volontà popolare.

         Un altro elemento disinvoltamente ignorato è che i criteri che rendono le secessioni legali o illegali sono determinati dai capricci e dalle opportunità del momento. L’atteggiamento di scandalo nei confronti dei separatisti ucraini è infatti messo in seria difficoltà, almeno fra coloro che ancora utilizzano la buonafede, dai modi con cui vennero sistemate (cioè, tollerate e spesso incoraggiate) le secessioni a catena verificatesi nell’ex Repubblica Federale di Jugoslavia. Esse non si arrestarono alle nuove entità nazionali così formate, ma proseguirono anche all’interno di esse. Nel caso della Serbia, infatti, una dei nuovi stati post-federali, esistevano al suo interno due province autonome, la Vojivodina a nord e il Kossovo a sud. Come noto, quest’ultimo, i cui antecedenti storici come “nazione” sono nella migliore delle ipotesi vaghi, ha unilateralmente dichiarato la sua indipendenza, non riconosciuta da molti stati ma avallata invece proprio dagli Stati Uniti nel 2008. Secondo una dichiarazione fatta da George W. Bush in quello stesso anno in Tanzania, tale riconoscimento avrebbe contribuito a “riportare la pace nei Balcani”.  Rimane il fatto che molti dei Serbi residenti nel Kossovo non la pensano così.

       Il presidente americano stava evidentemente dimenticando che 162 marines sbarcarono nel 1893 nella baia di Honolulu, teoricamente per proteggere la vita dei residenti americani ma in realtà gli interessi economici di personaggi come Lorrin Thurston e della Dole Food Company, quest’ultima ancora oggi la seconda più grande distributrice di banane al mondo dopo Chiquita. Il risultato dello sbarco fu che nel 1898 le Hawaii furono annesse agli Usa, motu proprio. Il presidente Obama, che pure è nato nelle Hawaii, sembra dunque dimenticare che la Crimea non è stata invece annessa motu proprio alla Russia, come avvenne per le Hawaii. Quella delle Hawaii non fu del resto l’unica annessione forzosa operata dagli USA in quel periodo. Sempre nel 1898 essi avevano invaso anche Puerto Rico, dove sarebbero poi rimasti fino a oggi e, provvisoriamente, anche Cuba, l’ingerenza nei confronti della quale continuerà ad essere assai pesante fino ad almeno il 1934. Sempre sul finire del 1898, infine, gli USA “acquistarono” dalla Spagna le Filippine per 20 milioni di dollari, senza naturalmente chiedere l’opinione degli abitanti, che ebbero il torto di ribellarsi. Questo conflitto, durato quasi 14 anni, non solo costerà la vita di oltre un milione di civili Filippini, ma sarà condotto con inaudita violenza dall’esercito americano. Significativamente, il numero 1021 della rivista Life del 1902 mostra un disegno dove dei soldati americani stanno infliggendo a un prigioniero la cosiddetta e diffusa “tortura dell’acqua”, basata sul forzato ingerimento di enormi quantità di acqua. Torture di questo tipo, incendi di villaggi, chiese ed esecuzioni sommarie di prigionieri scandalizzarono già a quei tempi l’opinione pubblica americana e mondiale. (Cfr. P. Kramer, The water cure, The New Yorker, Febbraio 2008.)

        Abbiamo citato i suddetti episodi per sottolineare le comode oscillazioni di atteggiamenti che possono verificarsi rispetto alla legittimità o meno delle annessioni e delle secessioni. Nel nostro caso specifico, due situazioni sostanzialmente identiche vengano dunque affrontate con pesi e criteri diversi: la secessione dalla Serbia di un Kossovo privo di consolidate e specifiche tradizioni nazionali e geografiche “favorì la pace”, quella dall’Ucraina della Crimea, un tempo patria dei Cimmeri e degli Sciti e poi dei Tartari dell’Orda d’Oro – quindi, con un lungo e riconoscibile carattere territoriale e nazionale - è invece arbitraria e illegale. In base a quale criterio?

        E se poi quasi un milione di Ucraini orientali si rifugia in Russia, ciò non desta preoccupazioni analoghe a quelle per i rifugiati siriani e non viene interpretato come un sintomo che una parte della popolazione non si identifica con l’attuale regime ucraino e tutto sommato si sente russa di spirito oltre che di lingua. Ritorniamo ancora una volta alla volatilità dei principi in basi ai quali la resistenza politica è qualificabile in termini di patriottismo o di ribellione illegittima. Poiché non esiste quasi episodio politico militare degli ultimi decenni – a parte l’Africa, in genere ignorata dalla strategia americana – dove non compaiano queste oscillazioni e volubilità di atteggiamenti, ci si può chiedere se, accanto a un chiaro disegno imperiale non operino anche degli elementi per così dire psicologici che sono diventati una seconda natura nelle élites americane, praticamente dalla fondazione degli USA. Il termine élite torna oggi più che mai a proposito e gli eventi mostrano quanto fosse fondata la radiografia a suo tempo fatta da Wright Mills riguardo a chi effettivamente governa gli USA: secondo lui, come noto, una triplice élite politico-militare-economica. I rapidi accenni che seguono cercano di mostrare come l’attuale politica estera americana, o meglio, la sua copertura ideologica, sia figlia di una lunga storia. ….

        Nel 1776 i coloni inglesi si ribellarono all’Inghilterra e dopo alterne vicende, acquisirono la loro indipendenza come nazione. Questo tipo di nascita (dei ribelli contro un impero) e la sua aura emotiva continueranno a permeare in termini contradditori ma mai sopiti il DNA degli Stati Uniti fino ad oggi. Ironicamente, 85 anni più tardi, durante la guerra di secessione, ben 620.000 uomini moriranno nei reciproci scontri proprio perché gli stati del nord (l’Unione) non permettono la secessione di quelli del sud (la Confederazione). Questi due eventi opposti, così contradditori e probabilmente mai del tutto digeriti, non hanno cessato di ossessionare l’immaginario americano. I loro riverberi hanno continuato ad influenzare non solo la cultura americana ma anche la sua politica estera.

         Nella saga cinematografica di Star Wars la Repubblica si batte contro l’Impero, guidato nell’ombra dal perfido Palpatine. Naturalmente, i ribelli sono per definizione buoni, mentre l’imperatore e il suo sinistro braccio destro Darth Vader sono spinti dal lato oscuro e maligno della forza. In Rambo III (1988) Stallone aiuta (sic) i Mujahidìn afghani, i predecessori dei Talibani di oggi, a combattere gli invasori russi. Vi è poi la frequenza e ricorrenza dei films ambientati nell’Impero Romano, fatto che per una nazione in fondo geograficamente così distante è già di per sé significativo e che tradisce motivazioni che sarebbe superficiale ridurre solo a mode cinematografiche. Secondo uno schema che non ha praticamente conosciuto deviazioni o modifiche, l’Impero Romano è visto come una struttura arrogante, intollerante e negatrice delle libertà individuali e delle aspirazioni nazionali delle varie popolazioni poste sotto il suo dominio. Gli esempi sarebbero illimitati. Basti per tutti la famosa scena di Ben Hur, quando costui, figlio di una Palestina sottomessa ai Romani, dichiara con veemenza all’amico di un tempo, Messalla, che “Rome is an affront of God”. Analoga nozione, ma con gli Stati Uniti al posto di Roma, è presumibilmente quella che molti fondamentalisti musulmani nutrono e inculcano nelle teste dei loro remissivi alunni pronti per il martirio.

         L’ambientazione romana di tanti films è solo un’abile strumentalizzazione delle necessità di evasione dell’americano medio? Non vi è dubbio che essa presupponga un fascino, ma esistono anche pochi dubbi riguardo al fatto che quel fascino è bifronte. Tutto suggerisce che, sia pure in termini addomesticati, popolari e semplificati, nel retrobottega mentale dell’americano medio l’Impero Romano faccia in qualche modo scattare una sorta d’inconsapevole parallelo con le origini degli Stati Uniti, nati come ribellione nei confronti dell’Impero Britannico. Se ciò è vero, le giustificazioni ideologiche utilizzate da Washington non farebbero una grinza, se si trattasse sempre di proteggere una minoranza e di garantirne l’autonomia dei piccoli Stati.  Ma le grinze ci sono, e sono anche vistose. Basti pensare all’inesistente autonomia dei derelitti piccoli o anche grandi Stati del sud-America e, per ritornare al nostro tema apparentemente dimenticato, all’esilarante pantomima che vorrebbe a tutti i costi dipingere il movimento separatista ucraino come un movimento di ribelli e gangsters.

          Di solito, le dinamiche geo-politiche e le strategie nazionali sono analizzate, ricorrendo a parametri militari ed economici. Essi molto verosimilmente valgono anche nel caso dell’attuale progetto di totale accerchiamento europeo della Russia, che sfrutta abilmente l’insofferenza dei ribelli nei confronti di Kiev e una loro detestabile – secondo il coro – più sincera e appassionata propensione per la Russia.

         Il problema che grava oggi sui governanti europei è quanto tali strategie aggressive anti-russe del loro “alleato” siano basate sul buon senso e banalmente utili, quanto siano percorribili senza provocare imprevedibili reazioni e quanto costoro si rendano conto che le sedicenti giustificazioni ideologiche degli Stati Uniti a questo proposito, diligentemente adottate dalla UE, sono un interessante ma pur sempre patologico esempio di schizofrenia.  Così, questo inutile dramma e spreco di vite umane e risorse continua, senza che nessuno accetti la realistica ipotesi di una più o meno totale autonomia delle province orientali o eventualmente di una loro riunione con la Russia.

        Nel frattempo, altri fattori e agenti stanno sempre più maturando e si stanno dilatando geograficamente, come mostrano le recenti decapitazioni di copti egiziani nel Sinai e le incursioni aeree egiziane in Libia. Mentre Usa e Unione Europea perseguono i loro ostinati progetti anti-Russia, il bubbone e il caos del fondamentalismo islamico si propagano a macchia d’olio e molti ancora si illudono che si tratti di questioni che in fondo non li riguardano da vicino e che lo strapotere militare occidentale può tenere a bada. I fatti mostrano che non è esattamente così.

Antonello Catani

           

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