I veleni che minano la Nato

Se Emmanuel Macron sperava di evidenziare le carenze della Nato proclamandone la «morte cerebrale», la festa di compleanno dell’alleanza che si apre oggi a Londra gli procurerà un amaro risveglio. Spaventati dall’eccesso dialettico del capo dell’Eliseo, tutti gli alleati, a cominciare dalla Germania, si sentiranno tenuti a celebrare in riva al Tamigi l’ottimo stato di salute del settantenne Patto Atlantico, con il risultato di spingere ancora una volta sotto il tappeto proprio quelle manchevolezze che Macron voleva sottolineare. Persino Donald Trump, che continua ad avercela con gli europei perché «fanno pagare agli Usa il prezzo della loro sicurezza», avrebbe deciso di abbassare i toni e di non ripetere la traumatica esibizione del luglio 2018. Trombe e bandiere al vento, allora? Se così sarà, Macron avrà di che mordersi le labbra per il boomerang diplomatico innescato dalla sua fuga in avanti. Perché in realtà la Nato, settant’anni dopo quell’aprile del 1949 ancora segnato dalla Seconda guerra mondiale, oggi attraversa davvero la sua prima crisi d’identità immersa com’è in un disordine globale che non risparmia i rapporti transatlantici e minaccia il concetto stesso di Occidente. I dissensi tra l’America e la grande maggioranza degli Stati europei si sono moltiplicati negli ultimi tre anni, dopo l’arrivo di Trump alla Casa Bianca: difesa dell’ambiente, dazi e regole commerciali, disarmo nucleare, Medio Oriente e Iran, sbocchi della Brexit, multilateralismo sono soltanto gli esempi più rilevanti.

A Washington la presidenza Trump ha portato sugli scudi l’ideologia della America First, poco compatibile con una grande alleanza che si vuole tra pari almeno in teoria. In Europa le conseguenze ancora vive della crisi economica del 2008-2009, le ricadute di una globalizzazione non governata che nei Paesi sviluppati ha favorito il declino delle classi medie, e l’instabilità politica innescata da populismi e sovranismi, hanno aperto una fase «di transizione» che non si sa dove debba portare. Non basta. Questa Europa esangue, a dispetto della Nato, nel mondo nuovo si sente insicura. Teme di rimanere schiacciata dalla competizione tecnologica e commerciale tra gli Usa e la Cina, paventa la vicina potenza militare della Russia, vede una somiglianza di intenti tra

Putin e Trump desiderosi entrambi di avere a che fare con singoli Stati europei non più legati tra loro, e così progetta una difesa europea che talvolta manca di realismo ma la cui urgenza tiene banco almeno nella parte occidentale dell’unione. Ai metodi irrituali e alle sfide di Trump, insomma, la sponda europea risponde con paure e confusione.

Proprio per questo il primo passo per rilanciare la Nato, al di là dei compleanni e degli umori di Trump o di Macron, passa da una presa di coscienza chiarificatrice su ognuna delle due sponde atlantiche. La difesa europea è necessaria, merita stanziamenti straordinari e deve puntare alle cooperazioni rafforzate tra chi è interessato. Ma non potrà, nel futuro prevedibile, sostituirsi all’ombrello nucleare Usa. Si tratta piuttosto di creare un «pilastro europeo» nella Nato, capace di agire autonomamente quando necessario. Parallelamente gli europei devono aumentare le spese per la Nato nel suo insieme (l’Italia è in cattiva posizione con il suo 1,2 per cento del Pil a fronte del 2 per cento promesso da tutti entro il 2024, ma Trump, di solito, preferisce prendere di petto la Germania poco più brava di noi). Sull’altro fronte l’America deve riconoscere, perché anche questo ha un prezzo, che dall’Europa le viene una profondità strategica cui non può rinunciare se vuole continuare ad essere grande potenza. La Nato fa bene a scegliere una linea di contenimento della Cina e delle sue ambizioni geopolitiche, ma questa linea deve risultare accettabile per tutta l’alleanza, senza diktat. E opportuno, in aggiunta ai progressi in tema di sicurezza cibernetica, sarà l’annuncio che lo spazio diventa terreno di confronto. Ma non è accettabile (e su questo Macron ha perfettamente ragione) che gli Usa ritirino il loro contingente dal confine turco-siriano e che la Turchia scateni un’offensiva anti-curda in Siria senza che gli altri alleati atlantici vengano avvertiti o consultati adeguatamente.

Proprio qui, con la Turchia che vuole l’approvazione della Nato per le sue gesta in Siria, e che in teoria potrebbe domani dichiararsi aggredita da Damasco, spunta dalla generale ortodossia il più grave dei problemi che insidiano il futuro dell’alleanza: l’inconfessata crisi di fiducia sull’applicazione dell’articolo 5 del Patto Atlantico, che prevede una reazione armata di tutti se un solo alleato viene aggredito. Nel ’39 la Nato non esisteva, ma le democrazie occidentali decisero di «morire per Danzica». Oggi esiste l’articolo 5 che anche Trump ha confermato dopo qualche resistenza. Ma saremmo pronti, l’America sarebbe davvero pronta a morire per Tallinn, o per Vilnius, o per Riga, o per Varsavia, scatenando una guerra generalizzata contro la Russia (per stare al copione sul quale la Nato si esercita)? Gli odierni Parlamenti, le opinioni pubbliche, i governi occidentali, seguirebbero l’ormai lontano esempio di Danzica?

Non è un caso che Paesi come la Polonia abbiano voluto e ottenuto la presenza di forze Nato, in particolare americane, sul loro territorio: in caso di attacco russo gli Usa sarebbero costretti a difendere i propri boys, che con la loro presenza creano così un effetto deterrente. Nessuno lo ammetterà, ma proprio le insistenze polacche dimostrano come oggi il cruciale articolo 5 non sia molto credibile.

Il veleno che minaccia la Nato è tutto qui: è il dubbio. Ma il dubbio può tormentare anche un potenziale aggressore consigliandogli prudenza. È per questo che l’alleanza in presunta «morte cerebrale» va sì migliorata, ma resta indispensabile. Per gli americani e per noi europei, in attesa del nostro «pilastro».

Franco Venturini – Corriere della Sera – 3 dicembre 2019

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Al capezzale dell'Europa

  • Pubblicato in Esteri

Epoca di malattie nazionali… Un tempo la qualifica di “malato” veniva data al moribondo Impero Ottomano. Oggi, di malati ve ne sono parecchi. Capita anche nelle famiglie più illustri. Per certi versi,  la Gran Bretagna attuale è una delle sofferenti…

    Nonostante il suo orgoglioso passato imperiale, l’odierno establishment britannico annaspa sempre più nelle masochistiche sabbie mobili del Brexit. La sensazione è che in realtà nessuno sappia in realtà come e cosa fare e perché. Uno dei risultati del protrarsi dei negoziati arenati ai confini irlandesi, a parte le faide interne di gabinetto e il grazioso duello con la Camera dei Lords, che imperterrita continua a ricamare emendamenti sulla questione doganale, è il crescente clima d’incertezza che circola negli ambienti imprenditoriali. Le attuali previsioni di un rallentamento nei consumi e negli investimenti per tutta la metà del 2108 confermano il malessere. Tutto suggerisce come il miraggio del Brexit sia l’ultimo sussulto di tardive nostalgie imperiali sopravvissute sotto la bandiera sempre più anacronistica del Commonwealth. Le incertezze sul Brexit – adesso anche fra i sostenitori si minaccia un secondo referendum – non hanno comunque impedito al governo inglese di partecipare all’operazione punitiva nei confronti di Damasco, cosa che conferma che lanciare missili è sempre più facile che ragionare in modo equilibrato.

      Se quindi le insofferenze isolazionistiche di Londra rivelano i loro talloni d’Achille, non sembra tuttavia che le preoccupazioni unitarie di Bruxelles stiano andando oltre gli aspetti biecamente finanziario-doganali e della libera circolazione dei rispettivi cittadini. E’ davvero questo il vero problema?

      Può darsi che quando di recente Nigel Farage ha brutalmente dileggiato le politiche del Parlamento Europeo a Bruxelles egli stesse semplicemente difendendo sé stesso e il Brexit, ma anche chi non ammira la sua teatrale retorica non può fare a meno di pensare che la UE sia in preda a pericolosi malesseri, minata da squilibri strutturali e da frettolose accessioni, insidiata dal gigantismo burocratico e, soprattutto, avvelenata da due virus che tendono a debilitarne sempre più la salute, l’identità e l’autonomia dei vari Stati membri. Il perché ciò accada è un fenomeno complesso e non facilmente analizzabile in poche righe,  ma se ne possono almeno indicare alcuni fattori decisivi, che fra l’altro non sono un mistero per nessuno

     La nascita della UE coincide all’incirca con quella della NATO, costituita per difendere l’Europa dall’Unione Sovietica, o almeno così si pretendeva. Grazie a un suadente (o subdolo) gioco di carte, sotto alcuni aspetti, le due istituzioni hanno fatalmente finito per coincidere, in modo tale che l’ingresso nella prima ha costituito anche il primo passo per l’ingresso nella seconda (ad eccezione, come noto, della Svezia, Irlanda, Austria, Cipro, Malta e Austria). Ma tutte le nazioni demograficamente o industrialmente “pesanti” fanno parte di entrambe le istituzioni. I riverberi della “pesantezza” in tema di contributi militari e di personale alla NATO sono auto-esplicativi. Il perché ancora oggi uno stuolo di prezzolati pappagalli della penna e accoliti governativi parlino di “Alleanza Atlantica” costituisce un mistero oltre che uno sfacciato  anacronismo. Esso si unisce alle anacronistiche velleità britanniche sopra citate. E qui sta uno dei virus sopra menzionati.

     E’ noto che la fine della seconda guerra mondiale, verbalmente combattuta per difendere la “democrazia” ma di fatto gli imperi coloniali inglese, francese e olandese, spaventati dall’espansionismo tedesco, ebbe come ironico risultato la fine di tali imperi e l’avvento di quello americano. L’osannato Churchill fu in realtà l’affossatore dell’Impero Britannico. Non solo, ma furono proprio lui e Roosevelt a regalare al sornione Stalin l’Europa orientale a Yalta, inclusa quella Polonia per difendere la quale la Gran Bretagna dichiarò che sarebbe entrata in guerra (questa favola è ancora moneta corrente nei manuali di storia ufficiali ma, come tutte le coperte troppo corte, non riesce a eliminare il surreale cinismo con cui dopo la guerra la Polonia fu lasciata in mano all’orso russo). La storiografia successiva ha regolarmente (e in buona parte a ragione) demonizzato Hitler e i suoi bravi di regime – ma la figura di Stalin, che liquidò senza scrupoli molti più milioni di individui di Hitler, non ha mai assunto gli stessi tratti satanici nell’immaginario popolare e meno ancora nel catalogo dei censori accademici. Può darsi che la ragione sia stata la vergogna dl dover ammettere che l’alleato (Stalin) disinvoltamente utilizzato nella lotta contro la Germania nazista  fosse anche lui un tiranno della peggior specie. Non è semplice far digerire cose simili all’ingenuità dell’uomo comune.

     Nonostante queste surreali deformazioni e manipolazioni storiche, il finire della guerra assistette anche al sorgere della guerra fredda, alla nascita delle due istituzioni sopra menzionate e, un po’ più in là, anche alla progressiva emancipazione delle ex-colonie.

      Era tuttavia ancora un mondo monetariamente poco liquido. Circolava meno ricchezza, i Paesi arabi produttori di petrolio stavano appena uscendo dall’economia del dattero e del cammello, non si erano ancora diffusi gli oppi confusionali dei gruppi di pressione su qualsiasi tipo di evento umano, vegetale e animale, mentre anche il flusso verso l’Europa dall’Africa, Medio Oriente e Asia Orientale era ancora modesto. Non bisogna inoltre trascurare altri fattori: viaggiare costava di più, i gommoni erano una rarità, le coste del Mediterraneo erano ancora gestite da regimi stabili e, cosa fondamentale nonché paradossale, salvo alcune eccezioni, Africa e  Medio Oriente non erano ancora in preda alle turbolenze dei decenni successivi. Ovvero, non erano ancora state oggetto di interventi esterni di democratizzazione (punitiva) e non avevano ancora iniziato a esportare i loro problemi sociali.

     In altre parole, la crescente destabilizzazione del Nord Africa, di quella sub-sahariana e di tutto il Vicino Oriente va di pari passo con la decolonizzazione, con i successivi interventi e politiche sostanzialmente americane nelle varie regioni e con la progressiva affluenza dei vari Paesi produttori di idrocarburi di tutto l’arco geografico, Algeria e Nigeria incluse. Come mai non esistevano dei terroristi prima che il petrolio arricchisse gli Stati del Golfo? Un altro fenomeno che ha accompagnato l'arricchimento da tavolino - sono gli altri a "lavorare" - dei Paesi arabi ricchi di petrolio è lo sfoggio di amicizia e di timidezza espressiva mostrati da un'Europa ansiosa di fare lucrosi affari con i neo ricchi. Da quel momento in poi qualsiasi realistico apprezzamento e giudizio su certe componenti intolleranti del mondo islamico è stato bandito dalla cultura ufficiale. L'adulazione è una tendenza antica, come i sette peccati capitali. 

     Il Piano Marshall dell’immediato dopoguerra, spacciato come esempio di benevolenza, era in realtà più prosaicamente dettato da due ragioni ben poco umanitarie. La prima era che ricostruire l’apparato economico dell’Europa significava anche metterla in grado di acquistare merci e servizi dagli USA, sostenendo quindi un’economia americana ormai abituata a produrre le mastodontiche quantità del periodo bellico. Complemento della prima ragione era che in tal modo, col crescere di un relativo benessere (o con le sue illusioni) si potevano anche sottrarre più efficacemente gli Europei alle grinfie del dilagante comunismo. I ragionamenti non facevano una grinza e il termine “ricostruzione” assunse da allora in poi una sorta di valore magico-feticistico. Più l’Europa si è ricostruita, e più ha dilagato, assieme al numero dei disoccupati, l’epidemia dei tubi digerenti ovvero di tutti quelli il cui naso non va oltre ciò che si può mettere nello stomaco o accanto all’orecchio (l’indispensabile telefonino con cui intere folle di individui circolano parlando da soli).

     Il mondo così ricostruito era tuttavia anche intimamente appiattito e afflitto da colossali ignoranze e presunzioni oltre che frodi mentali. E’ questo lo scenario in cui sono cresciuti e hanno proliferato gli antenati  genetici dell’attuale buonismo da strapazzo, della criminale mitezza penale, dei cosiddetti ”matrimoni”(!) omosessuali, delle ricreazioni collettive concertanti o palleggianti – la formula panem et circenses è infallibile - nonché, soprattutto nel sud dell’Europa, della degenerazione della politica nelle faide, nelle fazioni e nei bisticci e nelle mafie, e quindi con una sorprendente affinità con le suburre del Basso Impero.  La situazione può anche essere descritta semplicemente come decadenza di idee e valori ed è risaputo che soprattutto negli stati confusionali  si ottunde la percezione dei limiti, si perde il senso dell’equilibrio e delle grandezze.

     L’estensione di tale situazione e il come la sua vera natura sia pateticamente rimossa traspare, per esempio, da un articolo (Corriere della Sera, 30.12.2017) di un noto editorialista italiano (Ernesto Galli della Loggia) che, verosimilmente con buone intenzioni ma anche con miopia, parlava di un “declino delle istituzioni”. In realtà, ciò che si trova in declino è prima di tutto lo stesso tessuto sociale, l’integrità della materia grigia in circolazione, gli umori, la coscienza collettiva, la capacità di giudizio, il buon senso. Questo è in declino, molti anni luce prima delle istituzioni, che appunto sono forgiate, pilotate e anche dirottate da persone, e non dallo Spirito Santo.

     L’impudente e impunito proliferare degli strumenti di rimbecillimento collettivo, elegantemente chiamati mass-media ma di fatto droghe di massa, il cui vero scopo non sono i relativi demenziali e giornalieri intrattenimenti spazzatura ma la vendita di pubblicità; la pretestuosa equiparazione delle opinioni degli imbecilli con quelle degli intelligenti, con la scusa che esiste il diritto di opinione e quindi il diritto di voto anche per chi manca delle più elementari nozioni di storia, geografia e del funzionamento dello Stato (guarda caso, la patente non viene concessa a chi non conosce i regolamenti stradali); la persistenza e tentacolare crescita del crimine organizzato con le sue varie mafie; la patetica indifferenza dei grandi gruppi finanziari, intenti a giocare con le loro lucrose acquisizioni e cessioni e incuranti del degrado social-mentale che li circonda; la delittuosa miopia con cui gli apparati di Stato hanno consentito e consentono i giornalieri afflussi di folle di immigranti in genere islamici col pretesto di pseudo-ragioni umanitarie; la crescita geometrica delle moschee in Europa mentre le chiese cristiane diminuiscono, sono assaltate o semplicemente sono proibite in molti Paesi islamici; la vergognosa e demenziale erogazione di fondi e assistenza al primo immigrato di turno, negati invece al cittadino del luogo; l’apatica rassegnazione di fronte al pervicace e spesso protervo accattonaggio che deturpa tante città storiche e non storiche (si vedano intere cittadine anche svedesi (!) popolate quasi solo da immigranti; il coro petulante ed esaltato di quelli che confondono la leggerezza con la bontà: QUESTI sono i termini del declino, di cui quello delle istituzioni è solo una perversa conseguenza. E qui si annida il secondo dei due virus di cui parlavamo.

    In una prospettiva più ampia, dunque, il vero declino dell’Europa, la sua malattia sono prima di tutto quelli dei suoi governanti e amministratori, piuttosto che delle istituzioni. Lo stolto buonismo che ha permesso l’ingresso in Europa di milioni di inassimilabili – tipica, l’espressione di una musulmana tedesca: “ noi non vogliamo integrarci” – sta lacerando tradizioni e coesioni degne di scopi e futuri migliori. Solo un’arrogante irresponsabilità e l’ottusità mentale possono pretendere di richiamare all’ordine personaggi coraggiosi come l’ungherese Orbán o il polacco Morawiecki (dove sono gli altri coraggiosi?), colpevoli di rifiutare le quote di immigranti assegnate (con quale logica e diritto?) ai loro Paesi.  Nigel Farage sarà un demagogo, ma assegnare quote di immigrati musulmani a Stati come l’Ungheria o la Polonia, che per secoli funsero da baluardo nei confronti delle invasioni ottomane, minacciarli addirittura di multe costituisce un gesto d’inqualificabile  sfrontatezza oltre che di totale stupidità.

     La stultifera navis,  la “nave dei folli”, è alla deriva dal Baltico al Mediterraneo….

     Per colmo di ironia, la nave - si fa per dire - oltre che continuare ad appesantirsi di carichi disastrati  ma fecondi col rischio di affondare, continua anche pavidamente a seguire rotte prescrittele o impostele da oltre oceano.

     Anche questa poco onorevole remissività è un sintomo del declino, prima ancora che delle istituzioni europee,  dell’indipendenza mentale e morale dei vari governanti di turno e di tutti coloro che li votano e che avvallano, direttamente o indirettamente, le odierne catastrofiche politiche.

      In quanto a ciò che avviene al di là dell’Atlantico, vale la pena di osservare come in questo caso la navis è una portaerei le cui strategie e rotte sono anch’esse nebulose ma non meno pericolose. Gli Europei possono consolarsi: anche a Washington circola una singolare docilità nei confronti dello stile decisionale di Donald Trump, il quale conta fra i suoi senior advisors , come è stato rispettosamente recitato durante la cerimonia d’inaugurazione della neo ambasciata americana a Gerusalemme – incognita esplosiva - anche la figlia e il genero. Quali mai profonde esperienze in materia di politica estera, storia, geografia e lingue avranno costoro?

     Il nepotismo non era un vezzo solo degli antichi imperatori romani.

Antonello Catani

 

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