Orate pro pictora

  • Pubblicato in Cultura

Pregate per la pittrice, o più correttamente in latino Orate pro pictora, è la frase con cui si firma l’artista del Cinquecento Plautilla Nelli nel dipinto ad olio dell’Ultima Cena che ora è ritornata sulle pareti di Santa Maria Novella a Firenze, dopo un restauro durato quattro anni. Una dichiarazione estremamente moderna perché Plautilla Nelli era una monaca ma soprattutto perché in quel periodo storico non era consueto indicare l’autore di un’opera. Quell’Ultima Cena che nel movimento degli apostoli intorno a Cristo rivela gli attimi di tensione proprio nel momento in cui Gesù allude al tradimento di uno di loro, Giuda Iscariota, traduce la lettura di questo avvenimento nel pensiero e nell’arte di Plautilla e delle sue consorelle. Un’interpretazione che è testimonianza della vivacità dei conventi, dove spesso giungevano a farsi monache ragazze di ricca famiglia che le vicende patrimoniali dei loro congiunti destinavano a questi luoghi appartati e che diventavano grazie alla loro azione e presenza centri di cultura. Giovani colte e preparate che come nel caso di Plautilla trasformavano i chiostri in luoghi dediti all’arte, alla letteratura, alla filosofia e alle scienze. Ricordiamo ad esempio la badessa del Monte Sainte-Odile in Alzazia, Herrat di Landsberg che promosse alla fine del dodicesimo secolo la prima enciclopedia illustrata della storia o nel quattordicesimo secolo Giovanna Petroni, direttrice nel convento di Santa Maria a Siena di uno scriptorium dedito alla produzione di libri miniati. Plautilla Nelli che fu elogiata nelle Vite del 1568 da Giorgio Vasari, storico dell’arte per antonomasia del nostro Cinquecento, torna in questa antica chiesa che l’ospitava, già da due secoli, quando con le soppressioni napoleoniche l’originario monastero di Santa Caterina da Siena in Cafaggio, dove si trovava il dipinto, venne soppresso e i beni in esso contenuti furono dispersi. Questa collocazione rende Visible come si legge nel titolo del catalogo edito per quest’occasione da Florentine Press, l’artista fiorentina togliendo come nel quadro, dopo il restauro, quella patina nebbiosa e untuosa e quelle ridipinture che avevano cancellato le fisionomie dei soggetti e restituisce così un volto anche a Plautilla. Per le monache e per le donne in generale era veramente impegnativo nel passato dipingere quadri di storia o di argomento sacro poiché non potevano studiare anatomia e non potevano entrare nelle botteghe d’artista che allora sostituivano le Accademie. Il restauro che è stato promosso dall’Associazione no-profit statunitense Advancing Women Artists (AWA) si è realizzato in collaborazione con la Soprintendenza di Firenze e la comunità dei Frati Domenicani di Santa Maria Novella. La fondatrice di AWA, Jane Fortune, scomparsa solo un anno fa, si chiedeva perché non ci siano o siano poche le donne artiste nei musei e nei libri d’arte. Potremmo chiederci tutti: dove sono finite tutte quelle pittrici di cui raccontava l’esistenza Christine de Pisan, donna di grande cultura, nel 1405 nel suo libro Citè des dames (Città delle dame). L’associazione statunitense ha come finalità quella di riportare alla luce e di far conoscere il ricco patrimonio di creatività femminile che è fiorito in Toscana e dal 2009, anno della sua fondazione, ha restaurato sessantacinque opere di artiste di un arco di tempo che copre cinque secoli. Interesse condiviso anche dall’amministrazione del Comune di Firenze che ha insignito della massima onorificenza: il Fiorino d’oro, Jane Fortune, per l’impegno profuso in questa missione. Un’azione profonda e capillare che si è arricchita anche di brillanti iniziative per raccogliere fondi per i restauri come quella Adopte-an-Apostle che figurano nell’Ultima Cena di Plautilla. Il primo ad essere adottato fu San Giovanni, il personaggio reso con maggior dolcezza e circondato dall’abbraccio di Cristo. Gli altri donatori scelsero gli apostoli con il nome dei loro familiari o amici. L’impresa più difficile riguardava l’adozione di Giuda Iscariota. La soluzione fu ottenuta grazie al principio che non importa quanto discutibile sia l’atto commesso, l’autore ha sempre diritto ad un processo e su questo presupposto dieci donatori della Gray’s Inn, una delle storiche associazioni per avvocati britannici di Londra, si sono uniti per finanziare il restauro di Giuda Iscariota, convinti anche dall’avvocato inglese Nicolas Davidson che con ironia, potremmo dire tipicamente inglese, ha dichiarato che gli avvocati come i tassisti sono obbligati a prendere il primo cliente in fila. La tela dell’Ultima Cena costruita da tre pannelli uniti insieme da cuciture ha un’ampiezza di cm 192 x 671 x 6 e i restauri hanno rilevato la caratteristica pennellata di Plautilla, densa di colore, dove i chiaroscuri non sono resi da velature sovrapposte ma da colore a corpo: una pennellata vigorosa. La sua pittura è ispirata ad una essenzialità narrativa che frate Savonarola aveva raccomandato nel suo libro: De simplicitate Christianae vitae, dove dichiarava che i concetti più profondi si celano spesso sotto apparenze umili e dimesse. L’Ultima Cena di Plautilla Nelli è un invito a pensare alla Comunione come a un modo per mettere in relazione i fedeli e Cristo. Il suo dipinto ad olio racconta anche delle fornaci di Firenze a lei coeve e della qualità dei vetri prodotti come bottiglie, calici e bicchieri ma allo stesso tempo mostra su quella tavola elegante l’esistenza nella città fiorentina di esempi della migliore porcellana cinese. Plautilla Nelli dopo la monografica dedicatagli agli Uffizi dove erano visibili quindici delle venti opere, tra oli e disegni a lei attribuiti, torna ad essere una presenza significativa a Santa Maria Novella. Secondo la stima di Jane Fortune ci sono in Toscana ancora 1500 opere di donne artiste esposte o in deposito nei magazzini. Un impegno dunque che continua per Advancing Women Artists che ha curato anche il restauro delle opere di Plautilla Nelli esposte in mostra nel 2017.

Patrizia Lazzarin, 21 ottobre 2019

""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""""
Leggi tutto...

Quel foglio con la caduta di Icaro

  • Pubblicato in Cultura

Mantova, capitale della cultura, celebra l'artista Giulio Romano in un evento di respiro internazionale.

Il foglio con la Caduta di Icaro, disegnato a penna ed inchiostro  da Giulio Romano per il soffitto della  Camera dei Cavalli, nell’appartamento di Troia di Palazzo Ducale, proveniente dal Musèe de Louvre di Parigi,  racconta storie del mito,  di lotte impari   fra il genio divino e  quello umano  e   ha il merito, piccolo e grande tassello della rassegna, di esplicare  la fantasia creativa del più rinomato e capace allievo di Raffaello: Giulio Pippi, detto Romano. Il disegno con una cornice assai pregiata dipinta dal famoso storico dell'arte del Cinquecento,  Giorgio Vasari,  è visibile, poco distante da uno specchio,  posto sotto l’affresco dell’infelice Icaro, in un appassionato gioco di rimandi figurativi, nella mostra che si inaugura al pubblico  il  sei ottobre nell’antica Reggia dei Gonzaga, una delle più grandi d’Europa per il numero delle sale e che  appare in tutta la sua maestosità, in una giornata di sole nel suo innalzarsi  sulle acque del lago. Il suo titolo Con nuova e stravagante maniera, dalla definizione  dello scrittore delle Vite degli artisti, Giorgio Vasari, condensa i significati  e soprattutto le modalità espressive della pittura del dopo Raffaello. Sulle  ceneri dell’artista urbinate la capacità creativa del suo  discepolo Giulio Romano cercherà la linfa vitale con cui sviluppare tante nuove idee mediante un recupero dell’antico ancora più pregnante. L'esposizione nata in sinergia e con l’intelligente collaborazione  del  Louvre di Parigi, che per la prima volta presta settantadue opere del genio manierista,   permette così di ricostruire il percorso di un artista che giunto da Roma alla Corte dei Gonzaga, già rivela la consapevolezza del suo valore   sia nei timori del duca che si preoccupa  che alcuni progetti  di Giulio siano stati rubati   sia nelle parole di  Vasari  che lo elogia nella sue Vite e acquista  il disegno che vediamo ora in mostra nella sala dei Cavalli a Palazzo Ducale. Quella sua capacità di disegnare, d’inventare lasciando ai  colleghi il colore delle immagini era una necessità continua per Giulio Romano come si può comprendere anche visitando Palazzo Te a Mantova dove si snoda l’altro percorso espositivo a lui dedicato:  Giulio Romano: Arte e desiderio. Le opere che possiamo ammirare a Palazzo Gonzaga sono propedeutiche, esplicative delle invenzioni che vediamo distendersi sulle pareti  e sui soffitti di Palazzo Te e di Palazzo Ducale. Racconti dell’epopea omerica, di storia romana, tratti dalla poesia antica e dalla fantasia del mito riempiono le stanze   e permettono di mettere a confronto l’idea, il disegno con l’opera pittorica o architettonica conclusa. Un’occasione straordinaria come si intuisce dalle parole del direttore del complesso Museale Palazzo Ducale di Mantova, Peter Assmann, che dall’inizio del suo incarico sognava di concretizzare una mostra sul pittore, architetto e uomo di cultura Giulio Romano. Il progetto elaborato dal comitato scientifico, di cui fa parte assieme a Laura Angelucci, Paolo Bertelli, Renato Berzaghi, Paolo Carpeggiani, Sylvia Ferino-Pagden, Augusto Morari, Roberta Serra e Luisa Onesta Tamassia diventa   un’opportunità anche per rafforzare l’immagine di Mantova come città d’arte in Europa e nel mondo. Nei fogli in mostra, Jean- Luc Martinez, direttore e presidente del Musèe de Louvre indica un’opportunità per conoscere  la trama di relazioni intessute da   Giulio con i  suoi più stretti collaboratori,  a cui affidava le sue “idee” e disegni: Fermo Ghisoni, Rinaldo Mantovani e soprattutto Giovan Battista Bertani che dopo la sua morte  assumerà la direzione dei lavori del Palazzo. Altre collezioni museali italiane e straniere hanno prestato assieme  ai disegni anche dipinti e arazzi come il Victoria &Albert  Museum di Londra e l’Albertina di Vienna. Lungo le sale  dell’antica reggia possiamo ricostruire nella loro fase di progettazione tutte le attività e i cantieri  seguiti dall’artista sia nel territorio mantovano sia in altre regioni, nei palazzi  e nelle chiese o nei disegni per arazzi come i Trionfi di Scipione per il re di Francia, Francesco I, portati oltralpe dal suo allievo Primaticcio. Un tracciato a serpentina  di luoghi e momenti clou   che iniziano dalla sua collaborazione romana con Raffaello nelle Stanze del Vaticano, nella villa del banchiere Agostino Chigi o nella loggia di Villa Madama, commissionata dal papa Giulio II, fino a comprendere l’intero arco  ventennale della sua permanenza a Mantova. Le invenzioni di Giulio Romano si esplicano in  campi diversissimi, anche in quello dell’arredamento  come può essere uno degli oggetti  realizzato per la mostra sull’antico  progetto del pittore. Nell’appartamento   della Rustica vediamo tanti disegni di architetture destinate  alla costruzione  di Palazzo Te dove spiccano nella loro luminosità,  fra la forza espressiva data dal bugnato e dalla solidità delle colonne doriche, la bellezza di  luoghi chiusi che si relazionano in maniera armonica con l’ambiente. Un arazzo  in lana e seta con Giochi di putti svela il nascere progressivo  in epoca rinascimentale di un interesse  per un amore più libero, sciolto dai vincoli dell’idealizzazione  di stampo petrarchesco  che  lascia maggior spazio alle forme d’espressione.  Questo pezzo  è di eccezionale valore storico, come si legge nella scheda dell’opera di Claudia Bonora Previdi, nel catalogo  edito da Skira, perché è il primo soggetto di questo genere voluto da Federico II Gonzaga e disegnato dall’artista Giulio Romano. Una Venere fra mille Amorini intenti a giocare, pescare e cogliere frutti dai rami mentre un Satiro seminascosto la sta spiando. Alcuni acquerelli colorati, uniti insieme, visibili in mostra mostrano la bellezza di puttini che catturano una lepre: sono opera di Giulio Romano che poi vediamo  riprodotta al centro dell’arazzo.  Le sfumature di colore rendono la consistenza della materia: il rosa delle carni, il piumaggio delle ali e il pelo dell’animale. Ancora una volta un’occasione per vedere il processo creativo dall’inizio alla sua realizzazione: dall’arazzo all’acquarello del particolare, dal disegno-progetto d’insieme all’arazzo. A Palazzo Te la mostra Arte e Desiderio, promossa dalla Fondazione Te e Comune di Mantova, in collaborazione con la casa editrice Electa ha come protagonista l’erotismo nell’arte e propone ai nostri occhi modi nuovi di pensare al corpo e alla sessualità nel Rinascimento. La statua di Venere acefala,  emblema dell’amore, appartenuta allo stesso Giulio Romano grande collezionista di opere antiche,  ci introduce nella prima sala alla celebrazione della bellezza femminile e al desiderio che essa  suscita. L’esplorazione del mondo statuario e scultoreo classico favoriva negli artisti la scoperta di nuove forme, di soggetti ed atteggiamenti inusuali che si riflettevano  sul modo comune  di pensare  provocando anche decise reazioni. La storia dei Modi, di cui si riproduce nella mostra una copia, lo spiega. I disegni di pose erotiche realizzati da Giulio Romano, commentati da Pietro Aretino in maniera licenziosa  e infine stampati da Marcantonio Raimondi causarono l’arresto di quest’ultimo. L’insofferenza per un amore platonico e al contrario l’inclinazione verso una bellezza che si traduce in desiderio carnale è anche il fil rouge di questa mostra su Giulio Romano che esplora le diverse inclinazioni del sentire amoroso. Il progetto scientifico curato da Guido Rebecchini, Barbara Furlotti e Linda Wolk-Simon si concentra sul tema della rappresentazione del desiderio che si esplica nel Palazzo Te in più parti, dalla Camera di Ovidio a quella di Amore e Psiche e che culmina nelle sale finali con la visione di quadri straordinari. Quadri che chiudono un’epoca e che precedono  i nuovi dettami della Controriforma del Concilio di Trento di lì a pochi anni. Si “scopre” il corpo femminile sia nel quadro della Fornarina di Raffaellino del Colle sia nella Cortigiana di Giulio Romano. Le due tele appaiate sulla parete fanno emergere una diversa interpretazione del nudo, che nel pittore della corte dei Gonzaga non ha timore di mostrare la naturalezza, quasi invitante, con cui si presenta allo sguardo dello spettatore la donna vestita di trasparenze e gioielli. In maniera diversa nella sanguigna con Venere e Adone destinata alla Stufetta del Cardinale Bernardo Dovizi da Bibbiena nel Palazzo Apostolico, Giulio Romano racconta un eros intriso di passione e bellezza. Dopo la censura dei Modi e il sacco di Roma nel 1527 gli artisti attingono dal mito e in particolare dalle Metamorfosi di Ovidio, per esprimere la potenza della passione amorosa. Michelangelo, di cui si riproduce in mostra una copia del suo disegno di una Leda con Giove trasformato in cigno, accanto all’eros mostra  nella scelta della figura del dio  anche un simbolo del potere apprezzato dalla committenza aristocratica. I nostri occhi si sgranano sulla materia del quadro che sembra sempre più splendente, ne I due amanti di Giulio Romano, opera emblematica del mondo d’intendere  l’ars amandi del pittore, dove giovinezza e piacere erotico dei due amanti  sembrano staccarsi per forte contrasto dalla donna anziana che si nasconde dietro la porta. La tela che proviene dall’Ermitage di San Pietroburgo torna a Mantova dopo trent’anni per questa mostra, dopo essere stata cinque secoli fa l’occasione  per Giulio Romano di farsi apprezzare dal Duca di Mantova. Più vicino ad una sensibilità raffaellesca è invece l’arazzo posto accanto ai Due amanti, Visione di Aglauro nella camera matrimoniale di Erse, del Metropolitan Museum of New York che nella delicatezza delle trame racconta la storia d’amore di Erse  con Mercurio, con un’imagerie e una sensibilità adatta a giovani fanciulle dove  Cupidi e angeli  sembrano confondersi. Le grandi aspirazioni dei Gonzaga e le loro importanti relazioni con l’imperatore Carlo V, si traducono  nella tela con la Danae di Correggio, ultima opera visibile in mostra  e uno dei quattro dipinti regalati al monarca che dominava su un regno su cui  si diceva non tramontasse mai il sole. Qui  la bellezza del corpo femminile si esprime nella straordinaria delicatezza delle forme.  Il  sindaco  di Mantova Mattia Palazzi ha ricordato il conferimento della Medaglia  del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, all’iniziativa  di portata internazionale che si concluderà il 6 gennaio 2020 e che ha avuto fra i tanti sostenitori come sponsor principale  la Banca Intesa Sanpaolo.

Patrizia Lazzarin, 6 ottobre 2019

Leggi tutto...

Giapponismo. Venti d’Oriente nell’arte europea

  • Pubblicato in Cultura

Fino al 26 gennaio 2020, a Rovigo, a Palazzo Roverella, va di scena la mostra Giapponismo. La matita e tempera su carta dal tono trasparente grigio azzurro, simile ai colori di un cielo nuvoloso visto dall’oblò di un aereo e che possiamo ammirare all’ingresso della mostra che reca con sé il mistero e il fascino dell’Oriente. L’opera è del pittore Antonio Fontanesi e rappresenta l’Ingresso di un tempio giapponese. L’artista era stato chiamato ad insegnare assieme allo scultore Vincenzo Ragusa e all’architetto Giovanni Cappelletti all’Istituto d’Arte di Tokyo dopo la fine del periodo Edo, un’epoca durata dal 1603 al 1868, durante la quale il Giappone aveva limitato i suoi rapporti con l’esterno: nell’unico porto aperto di Nagasaki potevano entrare solo navi cinesi ed olandesi. La nuova epoca Meiji diversamente mostra interesse al mondo europeo: alla sua cultura e alle sue scoperte in campo scientifico. La rassegna: Giapponismo. Venti d’Oriente nell’arte europea. 1860-1915 che rimarrà aperta al pubblico fino al 26 gennaio 2020, nel gioco delle reciproche influenze fra paesi europei e Giappone, illustra la bellezza della contaminazione di stilemi orientali nelle opere pittoriche, nella ceramica, nella porcellana, nella scultura, nelle stampe e nell’arredamento del nostro continente. Il momento clou è contemporaneo allo sviluppo del Modernismo e del gusto Liberty, nella tendenza ad una maggior volontà di semplificazione delle forme che si alleggeriscono ed acquisiscono morbidezza. Le grandi esposizioni internazionali come la  r del 1862, quelle di Parigi nel 1867 e nel 1878, poi quelle in Europa Centrale a Monaco, Berlino, Vienna e Praga e per completare la mappatura dei luoghi, quelle in Italia, a Torino nel 1902 e a Roma nel 1911 sono il punto di partenza ma soprattutto d’osservazione del progetto espositivo di Palazzo Roverella. L’iniziativa promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo in sinergia con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi ha la curatela, assieme al catalogo edito da SilvanaEditoriale, del dott. Francesco Parisi. Attraverso le grandi Fiere internazionali, ma anche grazie a figure come Siegfried Bing, proprietario della galleria Art Noveau, il quale aveva organizzato all’Istituto Nazionale delle Belle Arti di Parigi L’Exposition de la gravure Japonaise e aveva promosso la pubblicazione trilingue (in inglese, francese e tedesco) della rivista Le Japon Artistique, si diffonde il fascinosottile per l’arte giapponese che ritroveremo nella pittura di Vincent van Gogh, Paul Gauguin, nei pittori Nabis, negli artisti di area mitteleuropea come Gustav Klimt o ancora nell’arte del manifesto o fra i pittori italiani, soprattutto quelli residenti a Parigi. Kimoni, porcellane e ventagli giapponesi cominciarono ad essere acquistati dagli artisti e poi inseriti nei loro quadri. Il primo fu il pittore americano James Whistler che risiedeva a Parigi dal 1855 e poi i più famosi Claude Monet, Edouard Manet e Pierre-Auguste Renoir. Gli echi orientali nei quadri di Monet sono tanti: da quelli con figura come nella Japonaise, che ritrae la moglie, ai paesaggi come nella veduta marina La terrasse à Saint-Adresse del 1867, vicina alle stampe di Katsushika Hokusai o Il ponte giapponese sul laghetto delle ninfee del 1899che si ispira alla pittura di Utagawa Hiroshige. Si citano due dei maggiori artisti giapponesi vissuti a cavallo tra la seconda metà del Settecento e la prima metà dell’Ottocento. Il Giapponismo in quell’epoca alimenta anche una serie di pubblicazioni come ad esempio La maison d’un artiste di Edmond De Gouncourt. Si hanno letture di questa corrente differenti in letteratura come in arte: nell’Impressionismo, nel Simbolismo o nel Decadentismo. Alcune volte è evidente come nel Giardino dei susini di Van Gogh altre volte più celato. Il giapponismo lo possiamo rintracciare nei tagli obliqui delle composizioni come nella Donna che pulisce la tinozza o Donna che si pettina, visibile in mostra di Edgar Degas e nelle linee o nei colori dell’impressionista americana Mary Cassatt. Un influsso straordinario ebbero sicuramente le stampe ukiyoe sui manifesti del francese Henri de Toulose-Lautrec. Fra il gruppo degli artisti Nabis, avanguardia post-impressionista di fine Ottocento, in mostra sono visibili opere di Pierre Bonnard e Paul Ranson che furono battezzati dai loro colleghi le nabi japonard e le nabi plus japonard … Gli appellativi spiegano quanto fossero attratti dalla cultura giapponese. Le silhouettes di Bonnard si muovono infatti su spazi vuoti dove la profondità viene resa dalle minori dimensioni delle figure mentre per Ranson quella cultura diventa una fonte inesauribile per spunti d’arabeschi e suggerimento per distese di colore à plat. Si respira un’atmosfera reale d’Oriente nel Paesaggio con il monte Fuji in lontananza, che è anche il più grande vulcano del Giappone, nel dipinto di Emil Orlik, pittore praghese che andò in Giappone due volte per apprendere le tecniche tradizionali della xilografia ukiyoe, la quale permette di ritrarre persone che contemplano paesaggi sublimi e/o apparizioni celesti. In area italiana sono suggestive le opere Pioppi nell’acqua e Betulle in riva al fiume di Giuseppe de Nittis che nelle sfumature del fogliame, dell’acqua e dei rami sembra conoscere la tecnica antica del tarashikomi che prevede la stesura di uno strato di pittura su un altro non ancora asciutto e mentre sgocciola, produce particolari effetti di colore. Nelle ultime sale dell’esposizione i manifesti a colori E.&A. Mele del 1907 di Marcello Dudovich e Corriere della Sera del 1898 di Vespasiano Bignami, entrambi di grande effetto, esprimono una diversa consapevolezza e recezione della cultura orientale. Cultura che possiamo apprezzare mediante il diretto confronto grazie alle presenza in mostra di opere di autori giapponesi assai famosi come Utamaro e Hiroshige a cui sono state dedicate importanti rassegne in Italia e artisti spesso a noi meno conosciuti, ma sicuramente interessanti anche per lo scambio di idee e di stilemi che ha favorito la loro conoscenza nei secoli passati.

Patrizia Lazzarin, 30 settembre 2019

 

"""""""""""""""
Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS