Poeti della marea, come su un tavolato…

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L’ascolto della musica suonata da un’arpa celtica può restituire alla memoria il movimento ritmico della Natura ed evocare il suono che nasce  dal  dondolio  delle maree che, nel loro ritorno, levigano le rocce e fanno riemergere metaforicamente, su antichi tavolati, la Storia narrata dai poeti. Le vicende e le emozioni descritte appartengono alle voci di lontani cantori, i bardi gallesi, e  i loro versi  ci riportano integro lo stupore  di uomini vissuti dal VI al X secolo, nel loro cammino fra le acque e su terre, mentre colgono  e fanno proprio il respiro del Cosmo. La magia, quasi una favola, scivola sui versi dei componimenti che la maestria di Francesco Benozzo, professore di filologia e di linguistica romanza all’Università di Bologna, autore di oltre 700 pubblicazioni e direttore di tre riviste scientifiche internazionali, ci dona nel libro “I poeti della marea. Canti bardici gallesi dal VI al X secolo”, pubblicato  dalla casa editrice Forum. I primi versi dei componimenti ci immergono dentro il gioco della metamorfosi e della trasformazione, come in “Fui un salmone blu, fui un cane, fui un cervo, … oppure nei colori e  nei  profumi della Natura e dell’essere umano: “Belli i frutti nel tempo dei raccolti”, o se vogliamo, nella Luce che diventa Visione e nel Sublime, come in  “Una rocca splendente sospesa sul mare” e nel “L’incandescente sorge”. Il testo è accompagnato da un CD, dove l’autore interpreta suonando l’arpa bardica alcuni dei canti da lui tradotti, cercando come egli stesso afferma nella prefazione, “di far riemergere l’atmosfera di fondo, il paesaggio sonoro che questi componimenti creano e in cui vivono”. L’arpa è stata ricostruita dal maestro d’arte Michele Sangineto, sulla base di un modello visibile in miniature del X secolo che mostrano questo strumento nella sua antica foggia gallese. L’autore del libro ci presenta la prima traduzione italiana dei testi tramandati dai primi bardi: essi sono tre dei Quattro antichi Libri del paese di Galles: il Libro di Taliesin, il libro rosso di Hergest e il Libro nero di Camarthen. “Una poesia della Natura”, dove,  come scrive nel Promemoria, Gianni Scalia, amico dell’autore,   emerge chiara la relazione divinatoria e mantica dell’uomo con gli elementi del cosmo. I canti  sono ricerche sul segreto  dell’Essere  che sembrano diventare già saperi da raccontare, dove la ripetizione di vocaboli è  il leit motiv che riporta suoni  e significati dentro lo scorrere del tempo. I bardi della tradizione celtica , come spiega il professor Benozzo, candidato dal 2015, al premio Nobel per la Letteratura,  erano uomini del mare e delle scogliere, cantori diversi dai “poetae” latini e dai compositori arabi pre-islamici delle “qaṣīda, più simili ai professionisti della parola dell’area finno-ugrica e circumpolare”. Egli prova a immaginarli come  persone sempre in viaggio che lottavano per trasmettere valori fondamentali, esponendosi al brutto e cattivo tempo, in cammino sulle foci degli estuari e nei piccoli villaggi dell’entroterra, con le alghe spesso a fare un tutt’uno con le caviglie. Per secoli rimasti sconosciuti agli altri popoli, seppero salvare la loro lingua.  La loro scoperta da parte dell’autore avvenne alla fine degli anni 90’, a metà del decennio da lui vissuto in Galles per studiare le lingue celtiche. Fu allora che pensò di tradurli e furono pubblicati nella Rivista “ In forma di parole” di Gianni Scalia. Successivamente l’incontro con Antonella Riem Natale che cura la collana “ALL” della casa editrice Forum, che propone scritture sia creative, sia di critica letteraria e di linguistica che attraversano i confini interdisciplinari e mirano a creare un laboratorio sperimentale, artistico e poetico di carattere multidisciplinare, ha creato l’occasione   di pubblicarli  nuovamente, mantenendo la leggibilità  quasi simile al formato dell’antico testo e favorendo così anche la diffusione dei loro contenuti, fra un numero maggiore di studiosi e lettori innamorati della Poesia. I bardi, il cui fascino viene ricreato quasi solo al nominarli, avevano il compito originario, fin dall’epoca pre-romana, di tramandare le genealogie dinastiche della casta militare autoctona della Britannia, ma in seguito alle trasformazioni sociali e culturali, iniziarono a muoversi di villaggio in villaggio confrontandosi direttamente con la potenza e la bellezza degli scenari  che incontravano. Capaci di recitare a memoria migliaia di versi che parlavano di  vicende storiche realmente accadute, sarà poi il paesaggio naturale ed umano  a permeare i loro versi. L’ascolto del cosmo non è simbolico, ma un ponte verso la sua comprensione. Esso sembra riaffiorare dall’ anima del cantore, ma al tempo stesso è la proiezione verso cui il suo spirito si allarga e tende. Dal Talyessin per quasi un “assaggio” della loro ispirazione lirica,  cito alcuni versi che compaiono all’inizio del Canto VIII. “Io fui in molte forme prima di quella attuale: fui una spada sottile ben visibile a tutti, fui una goccia nell’aria, fui una stella opaca, fui una parola tra le lettere, fui un libro primordiale, fui la luce delle torce per un anno e mezzo. Fui un ponte che unisce … Fui una rotta, fui un’aquila … fui una goccia nell’acquazzone, fui un’arma nella mano …”  Poi  trascrivo un breve carme dal Libro rosso di  Hergest, il nono: “È bianco il gabbiano, è smisurata l’onda; è maculata la gemma del frassino; è grigia la brina, è audace il cuore. È verde la terra, è senza vergogna il vile; è nella mischia il condottiero; è spesso accusata la donna cattiva”.  La ricerca del Bardo era dentro la Vita per sentirne il respiro, dentro la sua Forza per cercarne i valori che non muoiono. Essa diventa messaggio di pace anche per noi mostrandocene la preziosità nelle parole nitide. Potremmo pensare ad una Rinascita, quella dell’uomo contemporaneo.

Patrizia Lazzarin, 1 luglio 2022

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Dentro l’Arabia Saudita con una viaggiatrice curiosa

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In questi giorni,  in cui  le grandi  e piccole città si sono riempite di turisti, complici le belle giornate e l’estate in arrivo, ho voluto intervistare una giovane scrittrice: Ulrike Raiser  che  riserva gran parte del suo tempo libero alla scoperta del mondo e che ha girato in lungo e in largo i cinque continenti, come testimonia  Deviazioni, la sua ultima pubblicazione con l’editore Alpine Studio. In essa  accomuna, noi tutti, a dei fortunati Ulisse a cui è lecito viaggiare con piacere e libertà, a differenza dello sfortunato Enea che si vede obbligato a peregrinare nel mondo perché la sua città va a ferro e fuoco.  Fino a ieri, per due anni, tuttavia il nostro universo ha modificato le sue coordinate e per la graffiante pandemia abbiamo dovuto ridisegnare i nostri spazi.

Chiedo dunque a Ulrike che, grazie alla sua esperienza ci fornisce tantissimi suggerimenti ed  insegnamenti: Una meta avventurosa dentro la pandemia: l'Arabia Saudita. Da dove nasce questo progetto  meno consueto, curioso e nell'atmosfera di  “fibrillazione" provocata dal Covid-19? La scelta di andare in Arabia Saudita è stata un po' obbligata, nel senso che purtroppo, a causa delle disposizioni governative, a noi italiani a dicembre 2021 erano precluse molte mete. Quando io ed il mio compagno abbiamo  iniziato a pensare a dove andare in viaggio e a guardare la lista dei paesi permessi, ci siamo accorti che erano pochissimi quelli extraeuropei che ancora non avevamo visitato (e avevamo proprio voglia di tornare a viaggiare nel mondo, valicando quindi i confini dell'Europa). Tra questi c'era appunto l'Arabia Saudita che comunque ci incuriosiva, per cui abbiamo deciso per quella meta. In realtà in viaggio originario comprendeva anche la Giordania (in cui entrambi siamo già stati, ma che avremmo rivisto volentieri); purtroppo, però, il 15 dicembre, a meno di 10 giorni dalla nostra partenza, il Governo ha emanato una nuova ordinanza  inserendo la Giordania nella lista dei paesi vietati agli italiani, per cui abbiamo dovuto rimodellare velocemente il percorso limitandoci all'Arabia.

Ti sono rimaste nel cuore delle esperienze un “po’uniche”...Un'esperienza particolare e divertente che ho fatto è stata quella dell'acquisto di un'abaya. In Arabia Saudita le donne possono vestirsi come vogliono: non c'è nemmeno l'obbligo di indossare il velo. L'unica regola è quella di coprire braccia, o per lo meno  non lasciare le spalle scoperte, e le  gambe, e di evitare scollature esagerate. Nelle città sante,  invece, si devono indossare l'abaya e il velo. Io sono stata a Medina. La Mecca è vietata ai non musulmani, mentre di Medina si possono visitare alcune parti, anche se pochissime, per cui sono andata in un centro commerciale a comprare un abaya. Pensavo ingenuamente che sarebbe stato un acquisto facile e veloce, ma mi sbagliavo perché contrariamente a quanto si possa credere, gli abaya non sono tutti uguali, anzi...mi sono trovata spiazzata in mezzo a centinaia di abiti di stile e tessuti differenti! Fortunatamente nel centro commerciale c'era un commesso che parlava un po' di inglese e che ha quindi potuto aiutarmi a scegliere il modello giusto per me. Essendo uomo, però, non ha potuto aiutarmi a mettere il velo: un uomo non può toccare una donna sconosciuta e quindi ha chiesto a sua volta aiuto ad una collega che a gesti mi ha mostrato come fare. Avevo già viaggiato parecchie volte in paesi arabi e avevo sempre pensato che le donne fossero molto limitate a livello di shopping, ma mi sbagliavo decisamente!

C’è qualcosa che ti ha spaventato?

Non mi ha spaventato assolutamente nulla! L'unica mia paura, in questi ultimi anni, è stata quella di non riuscire a partire, o perché cambiano le disposizioni ministeriali o a causa di un tampone positivo, ma  per il resto se anche in viaggio ci fossero delle difficoltà o dei problemi, li si affrontano e basta. Viaggiare rende consapevoli del fatto che bisogna essere elastici e pronti a modificare l’itinerario ed esperienze eventualmente già programmate. In Arabia le nostre difficoltà sono state legate soprattutto  al fatto che il paese non è ancora molto organizzato a livello turistico, per cui in alcuni posti mancano le indicazioni stradali (quindi alcune mete sono difficilmente raggiungibili senza guida) e, soprattutto, molti autisti sono improvvisati, non conoscono l'inglese e le strade e guidano in maniera poco sicura...però bisogna farseli andare bene lo stesso! 

Un'altra difficoltà è stata quella del dover tenere conto degli spostamenti della famiglia reale per costruire l’ itinerario perché dove passano i reali (e parlo di gruppi di persone molto numerosi) le strade vengono chiuse e la zona di passaggio viene militarizzata.

Le donne da te incontrate:  puoi raccontarci qualcosa sulla loro vita e a cosa si appassionano ...

Le donne arabe sono molto incuriosite dalle donne occidentali, anche se molte di loro sono schive e, soprattutto, non sanno l'inglese, per cui non è sempre facile comunicare. Credo però che noi occidentali abbiamo moltissimi pregiudizi sulla condizione femminile nei paesi arabi; non mancano certo delle criticità, però la situazione è ben diversa da quello che spesso pensiamo. Non è quindi difficile incontrare donne che in molte città e cittadine si stanno emancipando, che sono indipendenti anche a livello economico e gestiscono, ad esempio, dei locali o dei negozi. In questo caso sanno parlare inglese e sono molto disponibili a chiacchierare. Nei villaggi ovviamente sono ancora più legate alla tradizione, anche se a livello legale sono state abolite molte leggi che implicavano alcuni obblighi, a cominciare da quelli riguardanti l'abbigliamento. Nei prossimi anni si assisterà sicuramente ad una grande rivoluzione dei costumi! In generale sono donne come noi, con gli stessi interessi e sogni, ancora in buona parte legate all'importanza di avere una famiglia e dei figli. Una cosa che noto sempre nei paesi arabi è però la loro grande attenzione nei confronti della bellezza. Al di là del fatto che molte di loro hanno un viso e degli occhi davvero bellissimi, ci tengono tutte ad essere sempre ben truccate, con le sopracciglia perfette, i capelli belli e in ordine; inoltre scelgono sempre con cura l'intimo che indossano sotto l'abaya. E lo fanno in primis per loro stesse, per sentirsi belle. 

La bellezza dei luoghi come si intuisce anche dalle foto … L'Arabia Saudita è davvero bellissima e anche molto varia perché si passa dal deserto alle acque cristalline del Mar Rosso e alle città futuristiche. Amando molto la natura, mi hanno appassionato tantissimo le formazioni rocciose desertiche, ad esempio gli archi di roccia o le rocce a forma di viso di donna e di nave, ed anche i resti delle città nabatee e le necropoli. Mentre tutti conoscono le meraviglie di Petra, ben pochi sanno che anche l'Arabia nasconde dei gioiellini simili, perché faceva parte del regno nabateo tanto quanto la Giordania. Sono rimasta molto affascinata anche dalla decadenza di alcune città, come Jeddah, che è sito Unesco e quindi sarà presto oggetto di una grande opera di restauro. Il centro storico è oggi fatiscente, ma a me è piaciuto proprio per l'incredibile fascino che emana.

Un racconto per tappe ...

Il viaggio che ho fatto in Arabia Saudita si può dividere in visita alle:

- città di  Jeddah, Medina, Tabuk, Hail, Buraydah e Riyadh;

- antichi villaggi: Al Ula, Ushaiger, Shaqra;

- deserto;

- luoghi naturali: Al Waba Crater, Mar Rosso, Wadi Tayyb Al Ism, sorgenti di Mosè, Hisma Valley, Hinne Valley;

- resti nabatei, necropoli e petroglifi: Mada'in Saleh, Dadan, Jebel Ikmah, Jubbah.

Altri luoghi visitati da te in Medio Oriente...

Prima di andare in Arabia Saudita ero già stata in Turchia, in Egitto, in Oman, in Iran, in Giordania e recentemente sono stata negli Emirati Arabi Uniti. Spero di poter visitare presto anche Israele, i territori palestinesi e il Libano. Un mio grandissimo dispiacere è quello di non essere mai stata nello Yemen, paese splendido, secondo quanto mi riferisce  chi ha avuto la fortuna di andarci, come il mio compagno, e con una cultura molto affascinante. Purtroppo l'uomo non è mai stanco della guerra e, pur essendo capace di costruire meraviglie, è anche molto bravo a portare morte, paura e distruzione...

Il tuo primo viaggio "importante"  ... Quando nasce questa vitale esigenza  ...

Il viaggio che mi ha cambiato è stato sicuramente quello fatto a Londra con la mia migliore amica. Finito il liceo, un'estate siamo partite per Londra e ci siamo innamorate della città. L'anno seguente ci sono tornata con un biglietto di sola andata e ci sono rimasta quasi tre mesi. In cinque giorni ho trovato una stanza in affitto e un lavoro come cuoca in un ristorante. Sono stati dei mesi strepitosi che per la prima volta nella vita mi hanno fatto assaporare la forza dell'indipendenza. Quell'esperienza mi ha trasmesso un grande senso di libertà e mi ha dato fiducia nelle mie capacità. Esso è stato in definitiva una grande iniezione di autostima: senza alcuna capacità, timidissima e con un inglese orrendo ho trovato un buon lavoro ben pagato e me la sono cavata alla grande. Forse per la prima volta nella vita mi sono detta con convinzione "ce la posso fare"! L'essere uscita dalla comfort zone mi ha fatto davvero bene.

Insegnamento e viaggi: un binomio,  come potremmo legarli ...Viaggiare mi ha sicuramente resa un'insegnante migliore, più paziente, tollerante ed empatica. Inoltre tra le materie che insegno c'è anche la geografia e chiaramente, da quando viaggio, il mio modo di trasmettere questa disciplina è decisamente cambiato. Condividere i racconti dei miei viaggi con gli alunni è davvero arricchente per me e per loro che spero  in futuro, possano diventare dei viaggiatori. Insegnare, inoltre, permette di avere  più tempo per viaggiare, anche se in momenti obbligati dell'anno.

Il tuo ultimo libro “Deviazioni” e prima “Sola in Alaska” ... “Ispirazioni” di ognuna di queste storie. "Sola in Alaska" è un libro che nasce durante il mio viaggio tra Canada ed Alaska: un viaggio che ha sicuramente cambiato il mio animo di viaggiatrice e che si è molto focalizzato sul mio rapporto con la natura. Lì ho davvero potuto immergermi in una natura immensa, in buona parte ancora incontaminata e che mi ha permesso di realizzare quello che era un mio grandissimo sogno: incontrare un orso. "Deviazioni", invece, è molto diverso, è un insieme di storie provenienti da diverse parti del mondo e non si riferisce, quindi, ad un unico viaggio, ma a spostamenti nei vari continenti. La Storia spesso si concentra solo su fatti eclatanti e persone famose, ma il mondo è pieno di storie più piccole e certo non meno importanti. Allo stesso tempo è anche pieno di storie dimenticate o ignorate. Dopo averle conosciute ho ritenuto doveroso raccontarle. Questo, secondo la mia opinione, è il grande dovere morale del viaggiatore: far conoscere il mondo in cui viaggia a 360 gradi, in tutte le sue sfaccettature, belle e brutte, positive e negative, leggere e pesanti. Questo è ciò che lo differenzia da un turista: il viaggiatore ha dei doveri nei confronti del mondo che esplora e anche nei confronti di chi, per un motivo o per l'altro, non può muoversi. 

In “Deviazioni”, che non ho letto, a differenza di “Sola in Alaska”, c'è forse anche un insegnamento o se vogliamo dei suggerimenti ...

Esatto, è proprio così. Il messaggio principale di "Deviazioni" riguarda il rispetto e l'accoglienza ed oggi ce n'è sempre più bisogno. Il nostro è un mondo che spesso tende alla chiusura per mancanza di conoscenza o per paura, e al rifiuto del diverso e di ciò che è sconosciuto. Il mio libro cerca di portare nella direzione opposta, perché ritengo che di questi tempi sia necessario aprirsi, accogliere, allargare le braccia invece che serrarle. E' davvero importante cambiare la propria “forma mentis” e dare spazio anche all'ignoto, senza pregiudizi. Ecco perché in "Deviazioni" ricordo e riprendo due grandi eroi della letteratura epica: Ulisse ed Enea. Entrambi sono stati viaggiatori, uno per scelta e uno per necessità. Ulisse è stato mosso dalla curiosità e dalla sete di conoscenza, Enea invece ha perduto tutto a causa di una guerra ed è diventato un profugo perché non ha avuto altra scelta. Entrambi, però, nel loro peregrinare hanno trovato ospitalità, aiuto e persone disposte a dare loro supporto psicologico e materiale e, proprio grazie a ciò, sono riusciti a tornare  o a trovare una nuova casa. Sono eroi antichi, ma la loro storia è ancora molto moderna. 

Tengo moltissimo a questo messaggio: viaggiare mi ha reso consapevole di molti pregiudizi che avevo; eliminarli mi ha reso più libera e capace di ascoltare gli altri.

Patrizia Lazzarin, 21 giugno 2022

 

        
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Augusto Daolio, il respiro della natura

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Il volto meno noto del cantante dei Nomadi. Ci sono persone e cose che nonostante il trascorrere dei decenni, o forse anche dei secoli, rimangono unite nella nostra mente, ad un sentimento di poesia e di pregnante vitalità, pur appartenendo ad una diversa generazione o differente momento storico. Solo a nominarle si sente vibrare nell'aria l'aspirazione alla giustizia e alla libertà, propria di ogni essere umano che non piega il capo davanti alle ingiustizie che possono intralciare il suo cammino come le barricate innalzate da parti o fatti ostili. Si apre a Ferrara una mostra dedicata al fondatore e voce dei Nomadi, Augusto Daolio, nato a Novellara alla fine degli anni Quaranta del Novecento e scomparso prematuramente nel 1992. Nell'elegante Palazzina Marfisa d'Este, fino all'undici settembre, avremmo modo di scoprire un'altra espressione d'arte, dove il cantante e musicista aveva saputo sintetizzare il suo mondo poetico, fatto di sogni di diverso spessore e qualità. Fu pittore e disegnatore di radice surrealista ed ebbe come maestro il compaesano Vivaldo Poli (1914-1982), uno dei maggiori artisti reggiani del dopoguerra che dopo aver aderito al Movimento Arte Concreta, aveva esposto alle Biennali di Venezia del 1948 e del 1950, alla Quadriennale di Roma e alla Mostra di Artisti Contemporanei a Berna nel 1951. Daolio ha saputo dare voce alla fantasia e al mondo che si nasconde dentro di noi ed assume le forme più straordinarie, quasi esso sia frutto di un assai estroso inventore di universi, forse alieni, sicuramente lontani. Voci altre o in parte simili a quelle che noi abbiamo ascoltato nelle sue canzoni che cercano la comprensione e la lettura delle potenti verità nascoste nel significato della vita. Ricordiamo alcuni brani musicali e cantiamoli sottovoce o anche a voce alta, se preferiamo, ritrovandone la passione, per riprendere le fila di quel suo indimenticato affabulare. Io vagabondo ... Io un giorno crescerò e nel cielo della vita volerò. Ma un bimbo che ne sa sempre azzurra non può essere l'età...Poi, una notte di settembre mi svegliai, il vento sulla pelle, sul mio corpo il chiarore delle stelle; chissà dov'era casa mia e quel bambino che giocava in un cortile... Io, vagabondo che son io,vagabondo che non sono altro soldi in tasca non ne ho,ma lassù mi è rimasto Dio ... Che questa mia generazione è preparata a un mondo nuovo e a una speranza appena nata, ad un futuro che ha già in mano, ad una rivolta senza armi perché noi tutti ormai sappiamo che se Dio muore è per tre giorni e poi risorge. In ciò che noi crediamo Dio è risorto, In ciò che noi vogliamo Dio è risorto. Nel mondo che faremo Dio è risorto, Dio è risorto ... Per fare un uomo ci vogliono vent'anni, per fare un bimbo un'ora d'amore, per una vita migliaia di ore, per il dolore è abbastanza un minuto. La rassegna è curata da Pietro Di Natale ed è organizzata dal Comune di Ferrara-Servizio Musei d'Arte e dalla Fondazione Ferrara Arte in collaborazione con l'Associazione "Augusto per la vita", con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna. Nell'esposizione ritroviamo un mondo pieno di stupore, come lui lo sentiva: «Ho sempre ascoltato molto, guardato, osservato, e mi sono sempre lasciato sedurre dalla natura, sentendomi parte di essa. Fisicamente, voglio dire. Ho provato stordimenti e capacità visionarie. Mi sono abbandonato agli odori della terra, dell'erba, della corteccia degli alberi. La mia piccola natura sente tutto lo sconvolgimento di un temporale di primavera». Le parole del regista Pupi Avati che nell'occasione della mostra lo cita sulla scia del ricordo di un ritratto dell'artista regalatogli dalla moglie Rosi, rappresentano una testimonianza dell'incontro spirituale di due anime un po' speciali. "Sono convinto infatti che la tua dismisura poetica, la tua capacità di vedere oltre l'insoddisfacente realtà, debba restare un mistero, un enigma che intride di sé quel tuo mondo, dalla musica alla pittura. Quando qualcuno mi disse che tu e Rosi, nelle notti d'estate, in un casolare di campagna, proiettavate un mio film, vissi un momento di grande riconoscenza nella consapevolezza che quello stesso film, in quel contesto così particolare, fra un fienile e un cielo stellato, avesse finalmente trovato quella destinazione che cercava da tempo. Avesse trovato un senso. Fosse finalmente al sicuro. Tu ed io non ci siamo mai incontrati e tuttavia so che ci vorremo sempre bene per quel po' di bellezza che abbiamo cercato di restituire ai tanti che ce l'hanno donata". Le parole di Vittorio Sgarbi, presidente della Fondazione Ferrara Arte, indirettamente raccontano le emozioni che Daolio ha regalato a molti e che sicuramente ancora ci stupirà nella selezione dei cinquantasei lavori, tra oli e chine colorate, esposti in mostra e realizzati fra il 1973 e il 1992. "La vita mi ha dato la fortuna di conoscere Rosanna Fantuzzi, che di Augusto fu la compagna, e di assistere, da sindaco, al concerto di Zucchero che – il 19 luglio 2021, in piazza Trento e Trieste a Ferrara – ne ha ricordato l'affetto e il genio, riproponendo alcuni suoi brani storici. Momenti indimenticabili». Vero. Dunque il tempo e le generazioni non cambiano l'emozione e il messaggio di questo epico gruppo, e io non devo testimoniare come chi li ha conosciuti, con partecipazione e riconoscenza, ma da Presidente di una Fondazione che ha deciso di far vedere i sogni e le invenzioni di Augusto, documentati in catalogo a ritroso, dal 1992, l'anno in cui se n'è andato, al 1973, quando comincia a sognare".

Patrizia Lazzarin, 18 giugno 2022

 

 

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