Le nomine e i metodi antichi

Già nella metafora del lockdown appare chiaro che il Covid-19 è un formidabile attacco all’economia e alla società aperta e ne sanno qualcosa gli abitanti di New York e di Madrid. Non è quindi casuale che quest’offensiva in Italia si sia appuntata sulla Lombardia, la regione più versata agli scambi internazionali di persone e di merci, il territorio nel quale, ad esempio, è marcata la presenza delle aziende tedesche e sono più fitti i legami con il mondo cinese. Prudenza e decenza avrebbero dovuto imporre che i prescelti della volta scorsa restassero, in proroga, ai posti di comando fino al momento in cui tutto tornerà tranquillo. Tre, quattro mesi, il tempo di non offrire agli italiani il poco edificante spettacolo di un mercanteggiamento di cariche mentre sono ancora alti il numero dei contagi e quello dei morti. Giusto per dare l’idea che nessuno ai posti di comando del sistema Italia in questi giorni ha avuto altra preoccupazione che la messa in sicurezza del sistema stesso. Come si è fatto del resto saggiamente e senza tentennamenti rinviando a data da definire referendum ed elezioni. Invece la fase due, la stagione della ripartenza, inizia con le designazioni di partito per gli enti pubblici: presidenti, amministratori delegati, consiglieri di amministrazione. Dopodiché, visto che, come rimedio alla crisi, qualcuno propone un buon numero di nazionalizzazioni, possiamo fin d’ora immaginare che la prossima volta i nominati saranno il doppio di quelli di oggi. Forse il triplo. Offrendo un ottimo rifugio ai parlamentari «tagliati» dopo la definitiva approvazione della riforma per via referendaria. Va subito detto che nella spartizione si sono impegnati tutti, proprio tutti, i partiti della maggioranza. E anche l’opposizione ha a suo modo partecipato. Nessuno del resto aveva promesso di fare voto di astinenza. Nessuno? Qualcuno, a dire il vero... All’epoca del successo elettorale che due anni fa lo portò a conquistare un terzo dei parlamentari, il M5S aveva preso l’impegno di rifiutare la designazione per incarichi pubblici di manager lottizzati dai partiti. Tanto meno quelli che avevano conti aperti con la giustizia. Poi però — per motivi sui quali neanche uno di loro ha ritenuto di dover offrire pubblici chiarimenti — il Movimento ha ritenuto opportuno cambiare idea. Come per altri versi fu con la Tav. Come sarà, probabilmente, adesso che verrà al pettine il nodo del Mes. Ai tempi della Torino-lione, quantomeno, il partito di Beppe Grillo trovò un modo, a dire il vero un po’ goffo, per ribadire in Parlamento la propria contrarietà. In occasione delle nomine, invece, ha scelto di ammainare le proprie bandiere senza sentirsi in dovere di dare spiegazioni. Anzi. Stavolta — come già quando si discusse dei vertici della Rai — Vito Crimi, Riccardo Fraccaro, Stefano Buffagni hanno ritenuto conveniente accomodarsi ostentatamente al tavolo delle decisioni. L’unica differenza è che, quando si decise per l’ente radiotelevisivo di Stato, i Cinque Stelle riuscirono almeno ad ottenere qualche importante incarico ai posti di comando. Adesso invece dovranno con ogni probabilità accontentarsi di alcune presidenze destinate quasi esclusivamente a far felici i familiari dei prescelti. Nel compiere questa operazione, i leader del M5S hanno però dimenticato di avvertire Alessandro Di Battista e una trentina di parlamentari (tra i quali Barbara Lezzi, Massimo Bugani, Nicola Morra, Giulia Grillo, Ignazio Corrao) che, a fatto compiuto, protestano — oltreché per la conferma all’eni di Claudio Descalzi imputato in alcuni processi — per l’assenza complessiva di «discontinuità nel merito e nel metodo delle scelte», assenza di discontinuità che a loro avviso provocherebbe il «perdurare di un potere sempre nelle stesse mani». Discorso che, si sentono in dovere di precisare, «vale per tutte le nomine in discussione». Tutte? Proprio tutte? Tra le designazioni di nomi di presidenti, amministratori delegati, membri di consiglio di amministrazione, ce ne sono un bel po’ che verranno fatte su suggerimento dei pentastellati. Secondo il «Fatto Quotidiano», giornale che non può essere definito ostile al movimento grillino, Descalzi non sarebbe mai stato neanche «in bilico» e i vertici Cinque Stelle si sarebbero esibiti in una «pantomima» sulla sua riconferma così da ottenere, «a titolo di risarcimento per aver ingoiato quel nome», un «bel po’ di presidenze con funzioni poco più che decorative». Tra le quali quella della stessa Eni, assegnata a Lucia Calvosa proveniente dai cda di Mps, Tim e da quello di Seif, la società che edita il «Fatto». Per trovare i candidati — racconta il quotidiano — «si è deciso di pescare nell’unica fucina di manager considerati degni di fiducia, le municipalizzate romane». Tra i «pescati» Stefano Donnarumma, scoperto nel 2017 da Virginia Raggi, «indagato e poi archiviato nell’inchiesta sullo stadio della Roma», che da Acea dovrebbe spostarsi in Terna. Adesso, annuncia il giornale di Marco Travaglio, tra i Cinque Stelle «è partito il giochino a scaricare le colpe e poi a cancellare le impronte» dell’intera operazione di ricambio ai vertici delle partecipate. Soltanto «dopo», però. Dopo che saranno completati i consigli di amministrazione dove – sempre secondo il «Fatto» – sono destinati a trovare posto tale Carmine America, un compagno di scuola di Luigi Di Maio (già reclutato alla Farnesina), ed Elisabetta Trenta, costretta tempo fa a lasciare, oltre al ministero della Difesa, un’abitazione a canone d’affitto assai conveniente alla quale si era molto affezionata. A Di Maio viene riconosciuta l’abilità di essersi saputo «eclissare tatticamente su Eni per non rimanere impigliato nelle polemiche» così da poter poi «scaricare le colpe» su altri. La stessa tattica sarebbe stata adottata dal viceministro Stefano Buffagni che pure si è assunto l’incombenza di indicare la Calvosa. A immediato ridosso di tale indicazione, Buffagni si è prontamente «defilato» dall’ingarbugliato affaire Eni di cui il sottosegretario Fraccaro «è diventato, suo malgrado, protagonista». Cronache che riportano alla memoria quelle di altri tempi. Non tra i più fausti. Da questo super game, in ogni caso, escono trionfatori i partiti che hanno architettato il rinnovo delle cariche: Pd e Italia Viva di Matteo Renzi (che pure non si è sentito appagato in tutti i propri desideri e di ciò si lamenta). È un ulteriore segnale dello spostamento del baricentro di governo a vantaggio del partito di Nicola Zingaretti. E di rafforzamento di Giuseppe Conte, riuscito nella non facile impresa di imbrigliare i Cinque Stelle coinvolgendoli in trattative che li rendono per così dire più malleabili in vista del delicato appuntamento del Mes. A proposito del quale c’è da aggiungere che si spera a nessuno, in Olanda e in Germania, venga in mente di approfondire la conoscenza del modo assai poco trasparente con cui qui in Italia ancor oggi si procede alle nomine pubbliche. Ne verrebbero aggravati i ben noti, antipatici pregiudizi nei nostri confronti.

Paolo Mieli – Corriere della Sera – 20 aprile 2020

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Illusioni e realtà

Nel mondo siamo ormai al milione di contagi. Un milione e già sappiamo che non ci fermeremo qui. Metà della popolazione dell’orbe terracqueo è chiusa dentro casa. L’italia ha il record di morti (13.915). Insidiata dalla Spagna che ha superato quota diecimila. A Bologna è spirato il primo detenuto, ricoverato in ospedale. In Cina si sono registrati scontri sul ponte del fiume Azzurro con agenti dello Jiangxi decisi ad impedire il transito a viaggiatori provenienti dallo Hubei in cui è stata appena dichiarata la fine del blocco. Contemporaneamente è stata messa in isolamento una contea dello Henan confinante con lo stesso Hubei. A Hong Kong scatta la seconda quarantena dopo che il virus è riapparso anche a causa (sostengono fonti ufficiali) del mancato rispetto delle distanze di sicurezza nei ristoranti. In mezzo a queste notizie, scelte tra le migliaia che da oltre un mese ci raggiungono giorno dopo giorno, colpiscono in modo particolare quella del decesso dell’uomo ricoverato in stato di detenzione e quella della seconda quarantena di Hong Kong. Le prigioni italiane sono stipate di detenuti che sarebbe prudente fare uscire in un numero consistente lasciando in cella quelli pericolosi. È evidente già da qualche tempo che sarebbe forse opportuno alleggerire il nostro sistema carcerario prima di essere costretti a farlo nella concitazione e nel caos di un’emergenza. La quarantena di ritorno imposta a Hong Kong dovrebbe indurci a riflettere sui rischi connessi al ritorno alla normalità. Ormai è chiaro che il virus non verrà sconfitto in tempi rapidi. Che con il Covid-19 dovremo trovare una forma di convivenza e che questa convivenza richiederà un rallentamento delle nostre attività assieme al mantenimento di molte precauzioni. L’idea che di qui all’estate tutto tornerà più o meno come prima può servire a non farci perdere una dose di ottimismo, ma è ad ogni evidenza irrealistica. Bene ha fatto perciò il presidente del Consiglio a esortare gli italiani a tener duro fino a dopo Pasqua, lasciando intendere che poi molto probabilmente, a metà aprile, saremo costretti ad allungare il lockdown fino ai primi di maggio. Nei trenta giorni che ci separano da quella data sarebbe saggio studiare in dettaglio nuovi modi per rimettere in moto la macchina produttiva. Nella consapevolezza però che, come insegna l’esperienza Inps, la realizzazione dei progetti — di cui si discute, non senza qualche faciloneria, in tv (o sui giornali) — non è garantita. Tutti siamo ormai capaci di suggerire mappature di massa, metodi coreani, sostituzione di adulti con giovani, di uomini con donne, salvo poi scoprire che l’italia, a oltre due mesi dalla dichiarazione dello stato di emergenza, è ancora alle prese con il caos delle mascherine.

È dunque utile progettare fin d’ora e dettagliatamente quel che dovremo fare quando usciremo dall’emergenza, ma è ingannevole prospettare che sia sufficiente volerci tirar fuori dall’attuale stato di cose per poterlo fare. Come se poi il non riuscirci fosse riconducibile alla pigrizia di governanti opportunisti, indecisi o eccessivamente prudenti. Riaprire per essere poi costretti, dopo qualche settimana o mese, a richiudere, oltreché dannoso, darebbe l’immagine di una classe dirigente inaffidabile. Anche nella sua componente scientifica. Quanto al recente passato, è evidente che è stata proclamata troppo tardi la chiusura totale: molti non avevano calcolato quel che sarebbe potuto accadere e che poi è accaduto. Un errore grave ma quasi trascurabile se messo a confronto con quello degli altri Paesi europei e occidentali (a cominciare dagli Stati Uniti) i quali, pur avendo davanti agli occhi quel che stava succedendo in Italia, hanno continuato a minimizzare lasciando che il contagio si diffondesse e provocasse più morti del necessario. Molti di più. Troppi. Ciò detto, lasciamo la polemica contro le istituzioni europee a chi ne fa una questione di identità e non sentirà ragione, neanche a dispetto di molte evidenze. Prima tra tutte: la Gran Bretagna, che ha lasciato la Ue, è lì a mostrarci come questa decisione non abbia influito, al momento della verità, sul modo di affrontare il contagio. Nessuna opportunità è venuta al Regno Unito dall’esser fuori dall’Europa. Ciò che dimostra come non sia questo il tema da mettere oggi all’ordine del giorno. Ma anche coloro che sono decisi a restare, più o meno saldamente, in Europa dovrebbero avere un modo più composto nel trattare con i Paesi dell’area settentrionale del continente, Germania in primis. Le ragioni sono per lo più dalla parte di Francia, Italia e Spagna, ma è davvero sconsiderato mettere in campo l’idea che Berlino avrebbe nei nostri confronti dei «doveri di solidarietà» e dovrebbe esserci grata perché negli anni Cinquanta non imponemmo al Paese che era stato di Hitler la riparazione dei danni di guerra. La nostra richiesta di solidarietà agli altri Paesi europei dovrebbe andare al passo con il senso di responsabilità nei loro confronti Questo discorso potevano farlo i greci — peraltro inutilmente, a scopo evidentemente propagandistico — nel 2015. Perché i greci settantacinque anni prima erano stati aggrediti (dall’italia di Mussolini, tra l’altro). Ma non se lo può permettere l’italia che nel 1940 affiancò la Germania hitleriana nell’aggressione all’europa. E, più in generale, non si può ogni volta che si hanno pur giustificate rimostranze nei confronti della Germania accusarla di essere rimasta o tornata ai tempi del Terzo Reich. Non si può perché questo non è vero. La solidarietà che giustificatamente chiediamo ai tedeschi (e agli olandesi) dobbiamo saperla ricambiare con un atteggiamento più rispettoso nei confronti del dibattito interno di quei Paesi, peraltro più articolato del nostro. La richiesta di solidarietà dovrebbe poi andare al passo con il senso di responsabilità. Talché quando chiediamo di poter disporre delle risorse necessarie ad affrontare l’attuale crisi, dovremmo preoccuparci di dimostrare — in primo luogo a noi stessi — che i soldi ottenuti li spenderemo in modo avveduto. Se poi quegli euro serviranno per consentire di sopravvivere anche ai cosiddetti «lavoratori in nero» — come è doveroso che sia; sottolineiamo: doveroso — dovremmo altresì ricordare che l’impegno a venire a capo del gigantesco problema dell’evasione fiscale non può essere lasciato alle ore in cui si forma un governo quando si vuol portare qualche generica copertura alle voci di spesa. E dovremmo preoccuparci fin d’ora che quelle somme non finiscano neanche in parte nelle mani della malavita. La richiesta di solidarietà non può essere disgiunta dal senso di responsabilità. Neanche in circostanze straordinariamente drammatiche come quella attuale.

 Paolo Mieli – Corriere della Sera – 3 aprile 2020

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Non molliamo troppo presto

Prepariamoci. La storia delle epidemie insegna che il momento critico è quello in cui i decessi iniziano a diminuire, l’autorità pubblica si compiace per lo scampato pericolo, la tensione si allenta e molte persone pensano che sia giunta l’ora di tornare alla vita precedente. Ogni volta, dalla «peste» di Atene nel V secolo a.c. a quella «antonina» del 165 d.c . alla «morte nera» del Trecento, all’epidemia del 1630 descritta da Alessandro Manzoni, fino alla «spagnola» che accompagnò la fine della Prima Guerra Mondiale causando un numero di morti superiore a quello del conflitto, sempre, dicevamo, la prima fase del contagio si è conclusa con una tregua di qualche settimana al termine della quale è seguita una seconda ondata virale, talvolta più aggressiva della precedente. È in quel momento, quello della diminuzione dei morti e della successiva «tregua», che si vede se c’è una classe dirigente all’altezza della situazione o se invece, come spesso è accaduto nei secoli passati, al timone ci sono capi in cerca di popolarità i quali, per assecondare la voglia generale di rilassamento, concedono l’agognata libertà. Una libertà di muoversi che, a ogni evidenza, può consentire ripresa e nuova diffusione di un virus di cui, tra l’altro, si sa ancora pochissimo. In fondo, nonostante i progressi della scienza, per combattere il Covid-19 stiamo applicando, certo in modo più sistematico, lo stesso criterio a cui intuitivamente si era fatto ricorso negli ultimi tremila anni: quello di isolare il più possibile singoli e nuclei familiari gli uni dagli altri. La novità è che oggi possiamo disporre di farmaci e altri ne individueremo (per i vaccini ci vorrà almeno un anno o anche qualcosa di più) che ci consentono di limitare le morti. In passato furono nell’ordine della metà della popolazione investita dal morbo, oggi in quello tra il 2 e il 4 per cento. Ma se si interrompesse l’autoisolamento prima del tempo verrebbe vanificato lo sforzo delle ultime due settimane e l’ammontare dei decessi sarebbe comunque impressionante. L’esperienza storica ci dovrebbe dunque indurre adesso a non allentare la presa, a restare a casa ben oltre la conclusione della prima ondata di diffusione del contagio. Del resto, è quello che saggiamente sta facendo la Cina prolungando l’isolamento di Wuhan. La memoria del passato dovrebbe imporci altresì, di non affrontare fin d’ora il tema delle responsabilità politiche per qualche trasandatezza iniziale nel modo in cui è stata affrontata l’epidemia. Per quel genere di bilancio, che andrà fatto nei modi meno autoindulgenti, il tempo verrà più in là, quando potremo giudicare i comportamenti della prim’ora in spirito di obiettività e soprattutto avendo l’opportunità di metterli a paragone con quelli di capi di Stato, di governo e ministri degli altri Paesi trovatisi nelle nostre stesse condizioni. Non è questo il momento delle ripicche e i leader dell’opposizione farebbero bene a rinviare di qualche mese il tempo in cui avranno l’occasione e troveranno il modo di esporre i loro rilievi. Né appaiono queste le settimane più adatte per impostare quello che molti hanno già battezzato il «nuovo dopoguerra». Prese le misure fondamentali per mettere in salvo la nostra economia per tutcontro to il resto è troppo presto: ancora non sappiamo in quali condizioni arriveremo (noi e tutti gli altri Paesi contagiati) al suddetto «dopoguerra» e da dove saremo costretti a ripartire. Quel che è certo — e anche qui vale l’insegnamento del passato — è che sempre (sottolineo: sempre) il periodo successivo a un tal genere di catastrofi, guerre comprese, ha consentito alla nostra civiltà salti fino al giorno prima neanche immaginabili. Quel che invece possiamo e dobbiamo fare fin d’ora è fermarci a riflettere sulle colpe accumulate nel nostro rapporto con la scienza. Ci capita in questi giorni di ascoltare appelli a «fare presto» nella corsa ai vaccini, esortazioni che vengono da forze politiche — di governo e di opposizione — che fino a ieri hanno flirtato con il cosiddetto «popolo no vax». Niente da dire? Nessuna autocritica? Siamo in un certo senso obbligati pressoché quotidianamente a cercare lumi da una scienziata di prim’ordine, Ilaria Capua, forzata ad andarsene dall’italia dopo una campagna giudiziaria e giornalistica che l’ha indotta dapprima a lasciare il seggio parlamentare e poi a trasferirsi negli Stati Uniti senza che, una volta assolta, nessuno (o, comunque, troppo pochi) si sia mai sentito in dovere di chiederle scusa. Niente da dire, neanche oggi? Siamo reduci da anni e anni di una campagna (coronata da successo) per porre limiti alla sperimentazione sulle cellule staminali a dispetto del fatto che tali cellule, come non si stanca di ribadire la scienziata svedese Malin Parmar una riconosciuta autorità in questo campo, sono scarti della fecondazione in vitro, non sono mai state nel ventre di una donna ma sempre all’interno del frigorifero di un laboratorio. Potremmo tornare sull’argomento?

Adesso, infine, tutti ci sentiamo impegnati nella gara il tempo per trovare un rimedio immunizzante dal Covid-19, competizione in cui è coinvolta anche la Irbm di Pomezia che già si distinse nel mettere a punto il vaccino anti Ebola. Lavorando in collaborazione con l’istituto Jenner dell’università di Oxford, la Irbm annuncia che già a maggio verrà avviata la sperimentazione sui topi e, dopo l’estate, si passerà all’uomo. I topi, sì. Se poi si osserva questo genere di esperimenti in altri laboratori di tutto il mondo, si nota come vengano utilizzati anche altri animali. A questo punto c’è la senatrice a vita, Elena Cattaneo, che, inascoltata, ci ricorda come da sei anni ai nostri ricercatori si cerca in ogni modo di impedire per legge l’impiego di animali negli studi su «sostanze d’abuso e xenotrapianti». Ci esorta, Elena Cattaneo, a non essere ipocriti e a tener presente che senza sperimentazione sui topi oggi non avremmo insulina orale, statine, farmaci contro la depressione; senza conigli e bovini, nessun vaccino contro il cancro della cervice uterina; senza scimmie, niente stimolazione cerebrale profonda per il Parkinson, niente neuroprostetica per consentire a pazienti con lesioni spinali o sclerosi laterale amiotrofica di muovere arti altrimenti paralizzati, né vaccino contro epatite B, poliomielite o Ebola; senza conigli e maiali non ci sarebbero risonanza magnetica, pacemaker o dialisi renale. È presto per parlare del dopo. Ma possiamo approfittare del tempo che ci resta di qui alla fine dell’emergenza per acquisire consapevolezza della necessità di investire nella formazione e nella ricerca scientifica. Consentendo a quest’ultima il massimo della libertà così da non doverci sentire eccessivamente in colpa la prossima volta per essere stati colti di sorpresa. Come è accaduto adesso.

Paolo Mieli - Corriere della Sera – 26 marzo 2020

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