Il colabrodo migratorio

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 “Nous avons des valeurs”, ha dichiarato poco tempo fa il presidente francese Macron, rimbrottando così le autorità italiane per il loro rifiuto di far attraccare l’Aquarius carica di migranti. Questa frase esemplifica in modo egregio la miscela di ipocrisia, di deformazione della realtà, di omissis e di miopia che hanno contribuito a rendere quella dei migranti una pericolosa ipoteca per il futuro dell’Europa, complici governanti, petulanti mass media e i pseudo moralisti alias ignoranti di turno.

     Il Presidente francese, infatti, sembra avere curiosamente dimenticato che l’attuale ingovernabilità della Libia e il suo essere diventata il colabrodo migratorio dell’Africa furono innescati proprio dal suo precedente collega, Nicolas Sarkozy, che volle a tutti i costi la caduta del regime di Gheddafi, decisione dettata – a parole - dal nobile scopo di ridare finalmente democrazia e libertà alle popolazioni locali. In realtà, è ben noto come le vere  motivazioni dell’operazione non erano affatto così innocenti e avevano piuttosto a che vedere con i giacimenti di petrolio della Libia (fra i più grandi del mondo), col timore di veder diminuire l’influenza francese nella regione e con la speranza di risollevare l’affievolita popolarità politica del Presidente.

      Il catastrofico e paradossale risultato delle defenestrazione (o piuttosto massacro) del Colonnello fu una perfetta copia di quello iracheno: in entrambi i casi, agli evidenti difetti e misfatti di due regimi dittatoriali, che avevano peraltro assicurato una stabilità regionale (a parte l’annoso conflitto iracheno-iraniano comunque istigato dagli USA), si sostituì una vociferata democrazia corrosa da faide intestine e bendata a lutto da morti, disastri e sciagure infinitamente superiori a quanto era accaduto nei due precedenti regimi. Questo, per quanto riguarda la situazione interna dei due Stati. In quanto agli effetti oltre confine, in entrambi i casi la destabilizzazione regionale, è stata devastante, e ancora oggi incontrollabile. Se poi si aggiungono a tutto ciò lo scoppio del bubbone ISIS, che guarda caso non si era manifestato all’epoca dei due dittatori  (nonostante le sconfitte in Iraq e in Siria, i suoi lontani riverberi sono arrivati al Mali, alla Nigeria del nord, alla Libia e al Sinai), i demenziali attacchi terroristici compiuti in giro per il mondo da imberbi fanatizzati, le faide interne in Libia, Iraq e Siria e la conseguente accresciuta insicurezza mondiale nei movimenti di persone, apparirà più chiaro il grado d’instabilità e devastazione provocato dalle due suddette pseudo-spedizioni liberatorie, in realtà, criminali oltre che stupide. Come dire che alcuni individui e le loro affaristiche consorterie hanno sconvolto intere regioni e, cosa, inspiegabile, rimangono impuniti.

      Assieme alle pretestuose operazioni libico-irachene è poi impossibile non menzionare anche quelle siriane. L’immane fuga dei Siriani dal loro Paese – i rifugiati - è solo in minima parte dovuta alle “crudeltà” di Bashir Assad ma soprattutto alle ciniche manovre e ai perversi incroci di due contemporanee guerre per interposta persona (quella fra Arabia Saudita e Iran da una parte, e quella fra USA e Russia dall’altra, a cui si aggiungono le isterie anti-curde della Turchia, oggi esacerbate da un autoritarismo bigotto che avrebbe fatto inorridire lo stesso Kemal Ataturk. Anche questo è ben noto. Il resto, incluse le agitazioni di non ben definite ma bene armate opposizioni e le melodrammatiche cronache di giornalisti prezzolati, è solo il tipico fragore che esacerba il lamento delle vittime senza peraltro sollevare il velo che nasconde la verità.

      E’ esilarante notare come tutti sembrano dimenticare le relazioni di causa-effetto fra gli eventi sopra menzionati e le odierne immigrazioni (alias invasioni) di massa a cui è sottoposta l’Europa da vari anni a questa parte. Il perché è solo in parte evidente: i moralisti, gli ipocriti e i pigri di turno non hanno voglia o capacità di risalire alle radici degli avvenimenti, i mass media non hanno la convenienza o il tempo di scavare e risalire alle radici – la trasmissione delle notizie è strutturalmente frammentaria, frettolosa e misurata con l’orologio -  mentre Stati e governanti si guardano bene dal mettere sul serio il dito su qualcosa che in buona parte essi stessi hanno provocato, stimolato o comunque non prevenuto. Risultato significativo: folle imani si dirigono verso l’Europa, mentre USA, Cina, Russia, Arabia saudita, Iran e gli stessi Stati del Magreb rimangono immuni. Ma gli Stati europei continuano a trastullarsi con le loro beghe, con contorsioni moralistiche o nazionaliste…      

       In questi comportamenti un posto d’onore va certo assegnato all’incredibile leggerezza con cui gli ex-governi italiani hanno sguazzato nel più demenziale laissez faire, permettendo e per così dire aizzando le spedizioni marine di disgraziati,  peraltro lucrose. Al suddetto laissez faire italico si è perversamente sovrapposta l’irresponsabile politica delle “porte aperte” della Cancelliera tedesca, che ha fatto entrare in Germania senza alcun criterio e buon senso qualche milione di individui analfabeti e del tutto impreparati all’humus storico-psicologico del paese. Non contenta di ciò, la stessa Cancelliera ha anche potuto pronunciare la farneticante affermazione “l’Islàm appartiene alla Germania”, che merita anch’essa un posto d’onore, ma in quello dei detti esecrabili. Come la maggior parte degli uomini politici avvezzi alla suadente droga del potere, per quanto in questi giorni sempre più vacillante, la Signora Merkel continua ad arrampicarsi sugli specchi, allo stesso modo di un’altra signora innamorata del potere, il Primo Ministro inglese, Teresa May, che non si dimette nonostante il caos che il suo governo è riuscito a creare con la brexitiana obstinatio.

       Assieme a queste irresponsabili ipoteche vi è un altro danno forse ancora più imperdonabile. Grazie e a causa di tali ostinate e avventate politiche, che hanno preso la forma di imposizioni comunitarie (quote e simili), si sono create spaccature e colpevolizzati di Stati (vedi Polonia e Ungheria o Austria), regalando inoltre su un piatto d’argento argomenti mistificati a irriducibili demagoghi come Nigel Farage o Boris Johnson, i quali continuano a seminare zizzanie che a suo tempo gli Inglesi pagheranno care. Nell’epoca delle continue formazioni di strutture societarie sempre più gigantesche - ultime delle quali la fusione di AT/T con Time-Warner e quella di ThyssenKrupp con Tata Steel, ma si preannuncia anche quella della Disney con Comcast o con la Fox - la petulanza degli isolazionismi, delle indipendenze da parte di province lillipuziane o anche di ex-nazioni imperiali è semplicemente patetica e pericolosamente miope.

       Ciò, per sottolineare come le derive delle politiche migratorie sono di gran lunga più estese e deleterie di quanto non appaia.

       Nel Giulio Cesare di Shakespeare, Antonio pronuncia una frase memorabile: “Il male che gli uomini fanno sopravvive loro, mentre il bene è spesso sepolto con le loro ossa.“ Poche nozioni sono state più vere e costituiscono una lente più oggettiva per osservare gli eventi. Quale che sia il futuro governativo della Signora Merkel, gli effetti delle sue pervicacie migratorie sono purtroppo destinati a sopravvivere alla sua uscita dalla scena. Il male è stato fatto a dei livelli così abnormi e assurdi da rendere ovviamente complicate anche le soluzioni di ritorno alla normalità, normalità che non può che corrispondere al rispedire al loro paese d’origine una buona parte dei migranti, perlomeno tutti quelli che non possiedono le abilità, gli atteggiamenti e le conoscenze per una armonica integrazione. Come si poteva e si può pensare infatti che individui improvvisamente usciti da situazioni sociali e mondi totalmente diversi, molto spesso analfabeti e fra l’altro cresciuti in culture tribali o rigidamente musulmane, possano essere armonicamente e proficuamente integrati in un tessuto sociale così complesso e articolato come quello europeo? Solo degli imbecilli in mala fede possono crederlo. D’altra parte, anche soluzioni drastiche del tipo sopra menzionato, apparentemente ciniche ma basate sul buon senso, sono sabotate  dalle confusioni mentali, dai papagalleschi slogans dei diritti umani, dall’ignoranza e dalla pavidità, che continuano a estorcere il loro ingannevole tributo e a avvelenare la situazione.       

      La frase di Antonio è del resto applicabile non solo alla Cancelliera tedesca ma anche a quei governanti italiani che hanno lasciato che il flusso dei migranti assumesse proporzioni incontrollabili. Come stupirsi, se i disgraziati, incoraggiati dall’ignavia e pigrizia di politici e burocrati irresponsabili,  si sono gettati la voce e hanno moltiplicato i loro tentativi?

      Nel frattempo, i mass media, sempre alla ricerca di temi a effetto, hanno continuato a consolidare il melodramma, guardandosi bene dallo scavare in profondità e toccare le radici del problema o dall’indagare su certi poco chiari protagonisti. Per esempio, qual’è il ruolo delle cosiddette navi fantasma Ong che raccolgono e depositano i migranti come se esse fossero un’entità sovra-nazionale? Da chi sono pilotate? Da chi sono finanziate? Sotto quali organi disciplinari si trovano? Mistero.. E comunque surreale esempio di pericolosa anarchia internazionale…Se effettivamente tali navi sono sospinte da motivazioni umanitarie, dovrebbero essere i loro finanziatori  a farsi cura essi stessi dei migranti. In realtà, il comportamento di questi navigli, più ambigui dei pirani somali, sembra seguire il furbesco adagio “Armiamoci e partite”, in questo caso, raccolgo e scarico.

       Insomma, a parte la continua e ossessiva proiezione di barconi carichi di donne gravide, di bambini e di volti stralunati, alcuni banali ma sostanziali fattori sono lasciati nell’ombra. Intanto, come mai le marine militari mediterranee, l’Interpol e gli stessi Stati africani interessati non hanno organizzato vere e proprie caccie all’uomo, e cioè, ai moderni negrieri organizzatori del traffico? In certi casi, governi e servizi si mostrano spietati ed efficienti. Come mai in questo caso sembrano arrancare?

       Bene, a parte questo aspetto di tipo operativo-logistico, ne esiste tuttavia uno ben più significativo e per così dire strutturale. I barconi non provengono dalle nuvole ma da un luogo ben definito: l’Africa. Quello dei barconi, prima che essere un problema di migranti, è un problema africano.  E’ incredibile come anche il recente summit di Bruxelles con i suoi pallativi da dèmi vierges abbia mostrato come in fondo si continua a evitare di prendere il toro con le corna. E il toro è costituito da un banale ma lampante fenomeno: forse indirettamente e in modo strisciante ma comunque di fatto l’Africa sta esportando il frutto dei suoi problemi demografici, sociali ed economici. A distanza di circa sessant’anni dall’indipendenza e venuti quindi meno  i relativi alibi sulla povertà o maltrattamentI colonialI, a parte alcune rare eccezioni, l’Africa, incluse quindi le ex-colonie francesi dimenticate dal Presidente Macron, continua ad essere la protagonista attiva di tutta una serie di fatti poco nobili (il termine è chiaramente un eufemismo)  da cui in fondo sono partoriti i barconi. Fra di essi si possono citare i  terribili genocidi – il virus ha imperversato anche nell’ex-Indocina francese - una dilagante corruzione, l’inesauribile numero di dittatori senza scrupoli arricchiti e impuniti, la generale insicurezza di molte zone (vedi per esempio il Mali e la Nigeria del nord, senza dimenticare l’Etiopia o la Somalia), a cui si aggiunge una povertà individuale media pro-capite scandalosa in un continente fra i più ricchi di materie prime della terra. Proprio le odierne  fughe verso il Mediterraneo suggeriscono che il supposto progresso  democratico e sociale sbandierato dalla decolonizzazione è stato pagato a un prezzo altissimo o, meno eufemisticamente, è latitante.

     Insomma, tutti si affannano e comunque ne approfittano per scagliarsi su chi (vedi Polonia, e Ungheria e recentemente anche Austria) non si unisce al coro degli ipocriti ma solleva reticolati o chiude moschee, ma le vere origini degli esodi sono accuratamente tralasciate…. Anche qui, in particolare per rifugiati e migranti musulmani, nuovamente ipocrisia e ignoranza evitano di prendere in considerazione alcuni fattori macroscopici.

       Uno di essi è la reale capacità o disponibilità all’integrazione dei Musulmani, trapiantati e non. Non c’è bisogno di tirare in ballo il terrorismo. Basta dare un’occhiata in giro per le varie città d’Europa e osservare i comportamenti striscianti  se non anche le dichiarazioni coscienti, e vedremo che costoro semplicemente spostano in Europa i loro valori, usi e costumi, inclusi quello  triste e patetico del velo per le donne o la totale sudditanza di queste ultime ai maschi della famiglia, per rendersi conto che quella dell’integrazione è una favola.

     Se poi volessimo estendere il discorso a integrazioni o sensibilità di tipo specificamente culturale, noteremmo che lo iato è ancora più stridente. Mentre per esempio miriadi di musicisti giapponesi contemporanei producono concerti e sinfonie stimolati dalla tradizione musicale occidentale, sarebbe difficile trovare qualcosa di analogo nel mondo musulmano, salvo rarissime eccezioni. Ancora, mentre il cinema americano e europeo continua a trovare motivi d’ispirazione nell’antichità greco-romana o magari anche egiziana pre-cristiana, un Paese come l’Egitto, con un ricco passato faraonico e greco, non risulta nutra gli stessi interessi, salvo che per il recente passato ormai islamico.

       Del resto, proprio chi invoca i diritti umani e della diversità e insomma auspica vaghe integrazioni si contraddice in modo plateale. In realtà, dal loro punto di vista, gli immigrati musulmani o anche quelli africani hanno tutto il diritto di respingere la nozione d’integrazione come di un qualcosa impositivo e coercitivo. C’è solo un dettaglio: ognuno ha diritto di mangiare e dormire come vuole nel suo luogo d’origine, ma se è a tutti gli effetti ospite in un altro luogo, se ha chiesto rifugio, il buon senso vorrebbe che costui si adatti alle regole dell’anfitrione. E qui sta il vero problema, che le folle dei suffraggetti e suffragette non intendono. Se già è assurdo pensare che nel giro di qualche mese o anno degli adulti di società e comunità ancora in parte tribali possano assorbire umori e costumanze che affondano nei secoli e nei millenni,  ancora più irrealistico è trascurare certe differenze strutturali, in particolare quelle che concernono la cultura islamica. L’Islam non è una religione come il Cristianesimo, ormai relegabile o riducibile alla sfera privata e psicologica. Esso è ancora una religione totalizzante, in cui è praticamente impossibile distinguere fra religioso e civile, fra religioso e politico.

       Nessuna demonizzazione: la sopra menzionata differenza è solo un dato di fatto, che però ha conseguenze a livello di aspettative, comportamenti e usi quotidiani. Chi non riconosce questo inoppugnabile dato di fatto o lo minimizza si nasconde dietro il dito. Allo stesso modo si nasconde dietro il dito chi omette di denunziare una situazione ben nota: c’è forse qualche Paese della UE che ha avuto il buon gusto e il coraggio di richiedere di poter costruire un analogo numero di chiese nei vari Paesi islamici di provenienza degli immigrati musulmani?  Questo è un esempio sostanziale di reciprocità dei diritti, e anche questi sono diritti umani, eppure, quanti degli scalmanati difensori dei diritti dei migranti musulmani menziona indignato i soprusi e le angherie a cui sono sottoposti Cristiani e non Cristiani in tanti Paesi islamici? Non solo in Egitto i zelanti Sunniti assaltano i Copti, ma nello Yemen gli stessi Sciiti (musulmani) sono falcidiati dai Sunniti sauditi. Le accuse di xenofobia e di demonizzazione dell’Islàm rivolte a tutti quelli che non si allineano a torpide acquiescenze (figlie della pigrizia mentale e cugine della pavidità) sono da questo punto di vista esilaranti. Veramente, chi è senza peccato, scagli la prima pietra.

      Ma ritorniamo al problema dei barconi…L’Africa… 

      Ora, parlando di Africa, due fattori sono essenziali. Uno è quello delle ricchezze naturali, e l’altro quello demografico. Nella loro compresenza risiede il vero problema.

Alcuni dati statistici, del resto alla portata di tutti e anch’essi ben noti, la dicono lunga.      

      Intanto, nel 2017 la popolazione africana era pari a circa un miliardo e duecento cinquanta milioni di individui. Il totale dei migranti, che nel 2000 era pari a circa 25 milioni, passò a 36,3 milioni, con un aumento del 68%. Una buona parte di costoro sono rifluiti in Europa. (Fonte: Nazioni Unite).

      Sempre in base a una stima delle Nazioni Unite, nel 2050 la maggior parte degli Stati dell’Africa sub-sahariana avranno raddoppiato la loro popolazione, mentre quella degli stati europei rimarrà sostanzialmente invariata o, come nel caso della Russia, Belarus, Estonia, Croazia, Repubblica Ceca, Germania, etc., essa sarà addirittura fortemente diminuita rispetto a oggi. La suddetta proiezione deve peraltro essere interpretata alla luce dei dati attuali sui rispettivi tassi di fertilità, che sono ben diversi a seconda dei gruppi etnici. In altre parole, anche quando le popolazioni degli specifici Stati aranno diminuite in termini assoluti, i gruppi etnici con alti tassi di fertilità come quelli africani continueranno a crescere in termini più che proporzionali.  

      Quello del tasso di fertilità, e cioè del numero medio di figli che una donna può avere nella sua vita, tema peraltro trascurato nelle inconcludenti sessioni comunitarie, dovrebbe invece essere all’ordine del giorno proprio riguardo ai migranti africani. Sappiamo che il tasso di fertilità in Europa nel 2105 era pari a 1,58  (Dati UE). Se tuttavia prendiamo in considerazione quello dell’Africa Sub-sahariana nel 2016, scopriremo che esso era pari a 4,8.  Ma si tratta di una media benevolente. In realtà, in Costa d’Avorio esso era pari a 4,9, nel Burundi a 5,7, in Angola, a 5,7, in Mali a 6,1, in Somalia a 6,3 e in Niger a 7,2! (Fonte: Banca mondiale). In altre parole, nel giro di una generazione, la presenza di comunità africane in Europa sarà raddoppiata, mentre la popolazione locale di vari Stati sarà invece diminuita.

      Questo è solo l’aspetto statistico. Il relativo scenario sociale delle suddette proiezioni è abbastanza prevedibile. Come accade da che mondo è mondo, l’esplosione demografica delle comunità etniche importate sarà accompagnata anche da un aumento delle loro rivendicazioni, non in conformità al tessuto locale ma in-opposizione a esso. Per addolcire lo scenario, si dirà che in fondo anche in altri tempi, per esempio, anche al tempo dell’Impero Romano, vi furono delle ondate migratorie. Ciò è vero, ma con un’incalcolabile differenza: i vari Celti, Goti, Germani, etc., non erano portatori di nessuna religione o cultura estesa e totalizzante. Essi assimilarono la civiltà romana e ancora di più il cristianesimo nelle sue varie forme. Chi può onestamente affermare che questo è il futuro e/o l’obbiettivo delle comunità musulmane e africane che oggi si riversano come formiche in Europa? Nessuno. Fra l’altro, almeno da questo punto di vista, soprattutto i musulmani più zelanti sono curiosamente simili agli altrettanto zelanti fautori del Brexit: anche costoro rivendicano la loro diversità ma senza rinunciare a certi vantaggi di tipo tariffario o normativo offerti dalla parte con cui non ci si vuole integrare.

      Se prendiamo ora in esame alcuni dati peraltro ben noti sulla ricchezza del continente africano, essi sono altrettanto eloquenti ma enigmatici. Per esempio, l’Africa produce il 5% dell’alluminio mondiale, il 17% dell’uranio, il 75% del platino, il 6% del rame, il 45% dei diamanti. Nazioni poverissime come il Burundi , la Namibia, lo Zambia e la Sierra Leone sono ricchissime di alcuni fra i minerali più rari e preziosi del pianeta, come il cobalto, il platino, il vanadio, il tungsteno, il cromo, il cadmio e il molibdeno. In Africa è situato il 99% del cromo (essenziale per le leghe metalliche), l’85% del platino (essenziale per l’industria automobilistica, il 70% del tantalo (utilizzato nella chirurgia, elettronica, etc.), il 68% del cobalto (industria chimica, etc.), il 54% del’oro. (Fonte: Africa Economic analysis)

       Nella lista va poi ovviamente incluso il petrolio, dove nuovamente Paesi come la Nigeria, l’Angola o Il Congo detengono cospicue riserve. Se poi si supera la fascia del Sahel verso nord, troviamo che la Libia possiede, come già osservato, fra le più grandi riserve mondiali di petrolio del mondo e l’Egitto la maggior capacità di raffinazione del continente africano. Questo paradiso di materie prime fu abbondantemente sfruttato nel periodo coloniale e continua ad esserlo ancora oggi, in alcuni casi con gli stessi protagonisti (Gran Bretagna e Francia) ma anche con nuovi venuti. E’ infatti notoria l’instancabile e capillare penetrazione commerciale e industriale della Cina, che importa dall’Africa il 25% del suo petrolio.

       Nei due elementi sopra citati risiede il vero problema rappresentato dai migranti. Un continente ricchissimo sta esportando le sue disparità e inefficienze sociali, il risultato delle sue cattive e corrotte gestioni  (se non vogliamo trovare sempre l’alibi dello straniero sfruttatore), mentre né esso né i Samaritani europei di tutte le fedi e denominazioni si preoccupano di arginare, anche con sistemi drastici, il catastrofico aumento della popolazione africana. Nonostante le sue immense ricchezze, solo la letterale imposizione del controllo delle nascite può consentire all’Africa di non essere travolta dalla sovrappopolazione, che del resto i migranti recano a braccetto con sé. La politica di un solo figlio, inaugurata dalla Cina nel 1980 e rilassata nel 2013 fino a un massimo di due in certi casi, costituisce l’esempio più persuasivo di sforzi analoghi. Anziché chiacchere e solo farmaci anti-aids, per il benessere delle future generazioni di questo pianeta insidiato dagli imbecilli e dai lestofanti, i Samaritani europei dovrebbero farsi portavoce di questi problemi con i vari stati africani che sospingono i loro problemi umani oltre confine. Prima ancora dei farmaci e della farina, l’Africa ha urgente bisogno di aiuti medici e di sovvenzioni miranti a capillari sterilizzazioni di popolazioni in cambio di investimenti e progetti di sviluppo economico. Altro che Ong, quote e l’improduttivo tergiversare in cui si cullano stuoli di funzionari comunitari.

       Fra le soluzioni raccomandabili, oltre all’auspicabile celere uscita di scena dei tanti fautori delle infiltrazioni migratorie o dei rovinosi isolazionismi; oltre alla cessazione dei continui ingressi e alla rispedizione al luogo d’origine di milioni di indebiti e sciagurati maltrattati dal loro stesso Paese, un altro urgente rimedio sarebbe quello di mandare in pensione anticipata tutti i funzionari comunitari e governativi (anch’essi miriadi come i migranti) che hanno spudoratamente malservito gli interessi delle Istituzioni che li pagano (profumatamente).   

Antonello Catani, Atene, 4 luglio 2018

      

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Parola di Re

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Il dispositivo dell’art. 546 del Codice di Procedura Penale Italiano saggiamente prevede che una sentenza deve contenere, inter alia, oltre a un’enunciazione dei fatti che l’hanno provocata, anche le prove concernenti questi ultimi. Detto in altre parole, la teoria vorrebbe che le sentenze, soprattutto se sono di carattere punitivo, devono essere suffragate da prove, salvo essere illegittime ed arbitrarie.

      I recenti avvenimenti in Siria suggeriscono come esistano evidentemente delle capricciose eccezioni ai suddetti principi giuridici, eccezioni che richiamano irresistibilmente il ben noto aneddoto riguardo all’ex-Re egiziano Faruk. Dice la leggenda che, durante una partita di poker, anziché mostrare le carte al suo avversario, che aveva dichiarato un poker di Fanti, Faruk abbia sostenuto di avere un poker d'Assi, ma senza mostrarlo, limitandosi a dire: “parola di Re.”

      Nel nostro caso, “la parola di re” sono le dichiarazioni americane che gli attacchi chimici sono partiti dalla base militare di Shayrat. I bombardamenti di tale base costituiscono quindi la pena di una  sentenza emessa tuttavia senza prove.   

      Dove sono?

      In attesa che esse vengano prodotte – se mai lo saranno – almeno in fase preliminare, il buon senso rende poco plausibile che i Siriani, assieme ai loro alleati russi e iraniani, oltre che criminali, siano stati tutti così platealmente stupidi da regalare su un piatto d’oro all’opinione pubblica mondiale e all’opposizione il pretesto per essere condannati e puniti. Caso mai, altri mandanti, quali che siano, appaiono di gran lunga più credibili. Molti commentatori hanno giustamente paragonato la situazione a quella precedente l’invasione dell’Iraq, quando l’establishment di Washington proclamava a squarciagola che Saddam Husein possedeva e si apprestava a usare armi di distruzione di massa. Tutti sanno che tali armi non sono mai state trovate o meglio non esistevano. In compenso, l’Iraq ha sofferto colossali distruzioni e centinaia di migliaia di morti, mentre tutta la regione è stata inoltre destabilizzata. Da lì è spuntato anche il fungo del sedicente IS, con le sue decapitazioni, la barbarie e la distruzione di venerabili monumenti.

       L’annosa crociata anti-Assad ricorda quella contro il defunto colonello Gheddafi, il quale era certamente un despota e non un santo. Un piccolo dettaglio: la sua defenestrazione (o meglio massacro), sobillata anche lì da una fantomatica opposizione, ha avuto come conseguenza l’inaugurazione del regno del terrore e del caos attualmente vigenti in Libia. Nonostante il rigido e oppressivo controllo poliziesco, chi ha ha avuto occasione di operare in quel Paese durante il regime del Colonnello, riusciva peraltro a dormire sonni tranquilli in casa o nel suo albergo, senza temere di saltare in aria. Oggi, questa terra di nessuno, contesa da una pluri-opposizione, pateticamente osannata a suo tempo da T. Blair e N. Sarkozy, non consente tali lussi. E' matematicamente sicuro che un'eventuale caduta (defenestrazione letale) di Assad creerebbe le premesse di una situazione analoga anche in Siria. Questo a Mosca lo hanno capito. A Washington, invece, le collusioni economico-militari con i Potentati della Penisola Araba che sostengono la cosiddetta opposizione (non a caso sunnita) pare di no.

       Perchè tali atmosfere incancrenite e avvelenate? Da chi? Nessuna persona di buon senso può credere che tutto sia banalmente causato dalla follia di qualche despota, che nel caso di Assad sarebbe addirittura peggiore di A. Hitler, secondo quanto ha seraficamente assicurato l’addetto stampa della Casa Bianca, Sean Spicer. Anche se quasi subito dopo egli si è scusato  della grossolana gaffe, il suo iniziale paragone mostra quanto sia facile ricorrere all’illusionismo verbale per demonizzare un avversario. Insomma, vari elementi mostrano come ciò che da tempo si svolge nel Vicino Oriente corrisponde a una sorta di sordo e strisciante  conflitto per procura e fuori sede, conflitto i cui protagonisti non sono tutti allo stesso modo visibili. Naturalmente, quelli più appariscenti sembrano essere gli USA e la Russia. La veemenza e la paranoia paiono tuttavia essere più di casa a Washington e a Londra che non a Mosca.

      I fatti (tra cui la surreale permanenza della NATO) mostrano come la ormai lontana dissoluzione dell’ex-Unione Sovietica e la scomparsa del giustamente ostracizzato Comunismo non sembrano aver placato le isterie anti-russe, per secoli albioniche e ora anche americane, che adesso trovano, oltre all’Ucraina, rinnovati stimoli e opportunità anche nel Vicino Oriente. Vale qui la pena di osservare che, mentre quelle americane hanno almeno la logica della pretesa della gendarmeria planetaria, quelle della Gran Bretagna, che non ha più un impero da difendere dall'orso russo, risultano del tutto incongrue. Venendo ora alla Siria, si sa che Assad ha la caratteristica di appartenere a una minoranza alawita (shiita) che governa il Paese – da qui il sostegno iraniano - suscitando quindi l’insofferenza (di una parte) della popolazione sunnita. Rimane comunque il fatto che nelle elezioni presidenziali del 2014 lo stesso risultò democraticamente eletto con una maggioranza dell’88%, nonostante il boicotaggio e le intimidazioni anche a mano armata dell’opposizione. Da notare che fra chi si congratulò con Assad vi furono anche l’algerino Buteflika e Mahmud Abbas della Palestina.

        Mentre Assad, a torto o a ragione, è demonizzato, in molti sembrano comunque far finta di dimenticare che Gran Bretagna e USA considerano come loro stretti partners, sia commerciali che militari, i regimi della Penisola Araba, che ben difficilmente possono essere definiti liberali e democratici. La contraddizione è lampante e costituisce una significativa esemplificazione del ben noto fenomeno dei due pesi e delle due misure. Essa potrebbe quasi passare per esilarante, se non fosse impudente. E comunque aumenta, se si tiene conto che la Siria è forse lo Stato più secolare di tutto il Vicino Oriente e del Nord Africa. E tutto il mondo (occidentale) non invoca appunto proprio la tolleranza religiosa? Gli attentati di questi giorni alle chiese copte in Egitto confermano, se mai ce ne fosse bisogno, che il virus dell’intolleranza è al contrario instancabile in varie fasce e regioni del mondo islamico. La presenza dunque a Lucca anche di rappresentanti di vari potentati della Penisola Araba e della Turchia, tutti rigidamente sunniti e in odore di simpatie fondamentaliste è quanto di meno neutro si potesse immaginare in un convegno il cui scopo doveva essere quello di disinnescare le micce, anziché fomentarle. 

       Non meno esilarante è dunque l’atteggiamento ostile nei confronti della Russia da parte del neo Ministro degli Esteri inglese, Boris Johnson. La cancellazione della visita di quest’ultimo a Mosca dopo una telefonata col Segretario di Stato americano e la richiesta di nuove sanzioni nei confronti della Russia, peraltro non condivise da tutti i presenti a Lucca, è una dimostrazione dei presaghi avvertimenti di John Major durante una sua recente conferenza a Chatham House a proposito del Brexit. Pacatamente, egli poneva il dito sulle eccessive illusioni alimentate al riguardo, avvertendo inoltre che il nuovo ruolo di una Gran Bretagna ormai senza impero e oltretutto isolata non potrà certo essere quello di leader ma di follower. Non si vede inoltre per quale motivo nazioni come per esempio il Canada, l'India o gli USA dovrebbero stipulare con la Gran Bretagna del Brexit accordi commerciali più vantaggiosi di quelli stipulati con la UE. Il citato comportamento di Boris Johnson pare costituire solo il primo esempio di una lunga serie di conferme delle lungimiranti e sensate predizioni di John Major.

      Mentre i colloqui a Mosca fra il Segretario di Stato americano e il suo omologo russo hanno confermato l'insistenza di Mosca nel richiedere prove tangibili della colpevolezza siriana e comunque la volontà di continuare a sostenere il presidente siriano alcune cose risultano sempre più evidenti, se non altro perché già costituiscono un precedente poco confutabile.

      Primo. Fra le dichiarazioni elettorali del neo presidente americano e le sue effettive azioni esiste un abisso. “America first” pare stia diventando “Russia first”.  

     Secondo. I dubbi pre-elettorali (assai realistici) espressi a suo tempo da quest'ultimo sulla reale identità dell’opposizione siriana sono scomparsi e addirittura si è passati a un bombardamento senza preavviso ai Siriani, anche se i Russi, prudentemente, sono stati al contrario avvertiti. Finchè non verranno prodotte prove concrete e inoppugnabili che l’attacco chimico è stato opera delle forze governative, è legittimo rimanere increduli oltre che indignati, a meno che, con mefistofelica astuzia (?), il bombardamento in questione non volesse essere un indiretto avvertimento in un’altra parte del mondo, e cioè, alla Corea del Nord. Supposto che una simile ipotesi sia fondata, c’è da domandarsi quale possa essere stata la tacita reazione del presidente cinese proprio quei giorni in visita in Florida. In ogni caso, visto che stiamo parlando di opposizioni a un regime, nessuno pare ricordare che la Libia fu liberata dal detestato Gheddafi – eufemisticamente, né un santo né un genio – per regalarla a un’ipotetica più nobile opposizione. Il caos totale vigente in Libia è un eloquente identikit della natura di tale famigerata opposizione.

     Terzo. Al nuovo (o meglio, rinnovato) interventismo americano, curiosamente gestito da un’élite dove abbondano uomini d’affari ma senza passato o esperienze politiche e che ricorda fra l’altro la politica familiare dei Papi rinascimentali, fa surrealmente da contrasto un’opposta e irresponsabile spinta isolazionistica in Europa. Non solo la Gran Bretagna invoca indipendenza – “ci governiamo da noi”, si sente a Westminster e lo stesso dice anche un Michael Caine, che parla di freedom -  ma anche la signora Marine Le Pen, candidata alla presidenza francese, afferma che ormai la UE è superata, cosa che tradotta significa che la Francia può e dovrebbe uscirne. Vi è infine la premier scozzese, Nicola Sturgeon, che si è anche lei recata negli USA a fare opera di promozione nell’ottica di una futura Scozia indipendente. A favore di quest’ultima, tuttavia, bisogna sottolineare come costei non soffra delle stesse smanie di sganciamento a tutti i costi e che anzi farà di tutto per rimanere in braccio ai “Continentali”, ovvero gli Europei del Continente.

       Chi guadagna in tale situazione? L’America è provvidenzialmente circondata dall’Oceano e non ha certo problemi col Canada. Anche la bellicosa e cattiva Corea del Nord è lontana. Gli Europei, al contrario, non hanno simili vantaggi e sono vittime, oltre che di malintesi sensi di compassione per le invasioni migratorie, del riflusso della povertà, miseria, fanatismi e losche faccende che inesorabilmente salpano dal disastrato bacino sud del Mediterraneo verso il nord. In questa situazione per tanti versi caotica e affannosa non si dovrebbe comunque mai dimenticare la politica spregiudicata e teoricamente furba con cui per decenni l’Europa ha vezzeggiato, ammansito e corteggiato regimi il cui grado di tolleranza è platealmente inesistente. Scandalo senza rimedio è il vertiginoso aumento delle moschee e centri culturali islamici in tutta Europa mentre è proibito costruire chiese o vengono bruciate quelle esistenti nel mondo musulmano.

       I bracci di ferro diretti o indiretti per accaparrarsi o riaffermare presunte zone d’influenza nell’attuale scenario del Vicino Oriente commettono il grossolano errore di sottovalutare il fatto che l’incremento dell’entropìa, e cioè, del disordine sociale e politico e delle incertezze economiche stimolato da tali bracci di ferro e dagli accoliti di turno rischia di condurre inevitabilmente a situazioni molto meno controllabili di quanto certi furbi o ottimisti non immaginano. Quando ciò accade, anche le distanze geografiche cessano di costituire infrangibili garanzie. Anche da un punto di vista meramente economico, per esempio, i crolli di Wall Street e più recentemente dei sub-primes americani, che si sono ripercossi come dei tsunami in tutto il mondo, suggeriscono che le élites al potere dovrebbero iniziare a occuparsi di cose più serie e lungimiranti, come per esempio il drammatico e vertiginoso aumento della popolazione di certe regioni del pianeta e la crescente scarsità dell’acqua potabile. I fatti attuali mostrano come in realtà ciò non accada. Dommage.

Antonello Catani

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E se non fosse poi così cattivo e maldestro?

  • Pubblicato in Esteri

   

Poco tempo fa, in un’intervista al The Guardian, il candidato americano alla presidenza, Donald Trump, ha fatto alcune osservazioni di sconcertante e imprevedibile buon senso, che contraddicono la sua immagine di personaggio maldestro e istrionico. A proposito della Siria, egli ha detto che Washington sostiene dei “ribelli” che non sa neanche chi sono e che potrebbero essere peggiori di Assad. Non avrebbe potuto dire nulla di più veritiero e realistico. Tutti sembrano aver dimenticato che anche in Libia vi erano dei cosiddetti “ribelli” e adesso si scopre che la maggior parte di costoro, di non chiara ascendenza e di ancora più dubbia tolleranza, sono infinitamente peggiori del Colonnello Gheddafi.

       Egli ha inoltre sostenuto, usando un cortese eufemismo, che l’intervento americano in Iràq “non è stato utile” e che il risultato è “il disastro attuale”. Di fatto, il disastro ha una catastrofica e dilagante estensione, visto che va dall’Iràq fino almeno alla Libia, senza dimenticare varie zone dell’Africa sub-sahariana e orientale. Visto che regolarmente tutte queste aree sono di confessione islamica e con inclinazioni fondamentaliste e che si tratta di Paesi al limite della sopravvivenza fisica, pecchiamo di fantasia nel rimarcare come l’unico elemento capace di spiegare l’attivismo dei vari ribelli e terroristi di turno sia un flusso ininterrotto di denaro, che odora ovviamente di petrolio?

      Per un candidato accusato d’improvvisazioni istrioniche, di dilettantismo, di demagogia verbale, etc., le suddette opinioni e quindi i dubbi sulla ragionevolezza dell’attuale politica americana di sostegno all’opposizione siriana costituiscono un inatteso ma onorevole esempio di lucidità, saggezza e onestà, che sembrano essersi altrimenti perse per strada ai due lati dell’Atlantico. Date le mancate analoghe dichiarazioni in merito da parte della candidata democratica Hillary Clinton, dobbiamo supporre che, in caso di elezione, l’eventuale futura politica estera di quest’ultima sarebbe una malinconica ripetizione degli sciagurati errori – ma anche questo è un eufemismo - commessi in Medio oriente dalle amministrazioni americane precedenti con la connivenza di una Gran Bretagna pronta a versare olio nel fuoco. Essa lo ha fatto con la Crimea e lo sta facendo in maniera altrettanto ossessiva con la Siria, tramite il giornaliero supporto della BBC, che dovrebbe cessare di fare politica estera ed essere più neutra, salvo che l’accanimento nei confronti della secessione in Crimea non sia una sorta di cosciente esorcismo contro gli spettri di secessioni casalinghe (Scozia, Irlanda del Nord, Galles).

        Le quotidiane scene di bambini piangenti nelle strade di Aleppo bombardata o i visi stravolti dei profughi che scappano, martellanti nel loro sensazionalismo melodrammatico, omettono di menzionare che tutto questo è il risultato appunto dei sostegni dati in questi anni ai fantomatici e misteriosi “ribelli”, di cui parla Mr. Donald Trump. Omettono inoltre di menzionare che prima dell’arricchimento dei vari intolleranti e certo ben poco democratici Stati islamici della Penisola Araba, e della scandalosa collusione strategico-militare con costoro da parte di USA e Gran Bretagna, di terrorismo, di ribelli e di profughi, almeno siriani, non si sentiva parlare. In quanto a quelli palestinesi, una cosa si può affermare senza tema di errori: non risulta che nessuno Stato islamico ricco, in nome della tanto conclamata fratellanza islamica, si sia mai offerto di ospitarli.

Un’altra annotazione a favore di Mr. Trump, o comunque della sua schiettezza, riguarda i suoi propositi di controllare il flusso dell’immigrazione islamica, intenti del tutto ragionevoli, visto che il terrorismo fondamentalista  si presenta regolarmente con un volto islamico, e non buddista, shintoista, lamaista o cristiano. 

      Quando egli sostiene che bisogna ricostruire l’America, sta implicitamente ammettendo che questa nazione - grande, per chi avesse dei dubbi - soffre però di vari mali, che andrebbero curati.  Per quanto egli non le citi espressamente, le tensioni razziali, evidentemente mai sopite, e le ricorrenti eruzioni di violenza gratuita di massa, assai rare in Europa, sono certamente uno di questi mali.

       Infine, certe sue affermazioni che hanno suscitato scandalo nell’establishment americano, e cioè, che Vladimir Putin è un leader forte e autorevole nel suo Paese, sembrano suggerire che probabilmente, in caso di sua elezione, non avremmo nuovamente il penoso spettacolo di due grandi leaders che a stento si parlano.

Almeno per tali posizioni e affermazioni bisogna ringraziare Donald Trump al quale, essendo egli americano e anzi rivendicando “un’America nuovamente forte”, non può certo essere mossa la nota ma pigra accusa di essere anti-americano. 

       Quale che sia il risultato delle elezioni presidenziali americane, la speranza più fervida è che il futuro della politica estera di Washington non riservi un deludente dèja vu. 

Antonello Catani

Atene, 6 ottobre 2016

 

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