La democrazia sta cambiando volto, anche i partiti

 Le grandi democrazie non funzionano senza leader. I leader producono beni collettivi. Naturalmente, nessuna grande democrazia è priva di meccanismi per controllare quei leader, sia a livello delle istituzioni che all’interno dei partiti. Tant’è che esse hanno governi e partiti “con” il leader, e non già “del” leader (una distinzione che sembra sfuggire anche a non pochi politologi). Non occorre avere due camere che abbiano gli stessi poteri per tenere sotto controllo il potere esecutivo. Anzi. Così come è errato assumere che spetti al potere legislativo vigilare sul potere esecutivo. Nei parlamentarismi maturi, il governo è tenuto sotto controllo dall’opposizione. Il Parlamento è il luogo dove governo e opposizione si scontrano in nome dei rispettivi elettorati e non delle proprie oligarchie. Attraverso quel confronto gli elettori possono maturare le loro opinioni. Le democrazie moderne sono democrazie elettorali di massa. Non già quei regimi di ottimati che suscitano la nostalgia dei difensori del parlamentarismo assemblearista. Un editoriale di Sergio Fabbrini su Il Sole 24 Ore.

I timori per l'uomo solo al comando

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Tempesta sui mercati finanziari, le responsabilità dei politici

I mercati finanziari di tutto il mondo sono da anni sotto pressione. E sembrano ravvisarsi gigantesche ed evidenti responsabilità degli esponenti politici un po’ di tutti i Paesi, più significatamente di quelli europei. Vediamo di capire. Nel 2007 ha avuto inizio la crisi finanziaria del pianeta. Due numeri. In Italia, il titolo Unicredit al fixing del 21 aprile quotava 7,469 euro. Nel bel mezzo del ciclone, dopo lo scoppio dello scandalo Lehman Brothers, questo titolo è giunto a perdere oltre il 91% del suo valore nominale. Cioè a dire, l’istituto di credito (per inciso la più internazionalizzata delle banche italiane)  oggi guidato dal buon Federico Ghizzoni e fino al 2010 da Alessandro Profumo (oggi Monte dei Paschi di Siena che non ha vita tranquilla…), a breve avrebbe dovuto portare i libri in tribunale. Il che non è avvenuto. Così è accaduto in questi ultimi anni per tante altre società, finanziarie e non, che hanno subito violenti scossoni nelle valutazioni di borsa. Naturalmente molti piccoli azionisti ci hanno rimesso le penne. Ma non i grandi azionisti, i quali hanno visto crescere il proprio patrimonio. Addirittura uno dei più grandi contribuenti del nostro Bel Paese nel periodo più buio della crisi, mentre oltre metà del popolo italiano piangeva lacrime amare, questo signore vedeva lievitare sensibilmente la sua dichiarazione dei redditi da 23.057.881 (del 2009) a 48.180.792  euro (del 2010)! La crisi non ha colpito tutti. Una parte degli italiani e, presumo, anche di tutti gli altri Paesi ha brillantemente superato le asperità di un crack che ha messo al tappeto la gran parte dei lavoratori dipendenti, dei pensionati e anche di tanti liberi professionisti, per non parlare delle generazioni più giovani, di quelli che il lavoro non lo hanno mai conosciuto. La sensazione che si ha è che i leader politici che non sanno o non vogliono affrontare i nodi della crisi che si è abbattuta sull’universo mondo con i loro comportamenti sbagliati, con le loro affermazioni disinvolte riescono sistematicamente ad influenzare l’andamento dei corsi borsistici. Si pensi a quel che sta accadendo in queste settimane a proposito del sostegno sì sostegno no alla Grecia di Alexis Tsipras, il chiaro vincitore delle ultime elezioni politiche. Il cancelliere tedesco promette una linea di credito ad Atene, le borse esplodono. Il ministro delle finanze di Berlino o il governatore della Bundesbank si impuntano sul rispetto delle ferree regole stabilite e concordate con Antonis Samaras e la Troika e  i mercati finanziari reagiscono immediatamente affossando i listini azionari. D’altronde, basta pensare al fatto che alla Grecia sono stati concessi negli ultimi anni aiuti per 240 miliardi di euro e la situazione economica di Atene anziché risollevarsi è precipitata sempre più. Sicuramente anche in Grecia ci sarà una parte, pur piccola, dell’imprenditoria e della finanza che se la ride, perché i loro redditi non solo non sono stati intaccati dalla crisi, ma hanno portat all’estero i propri capitali. Quello che è successo anche nel nostro Paese. Renzi queste cose le sa, fa finta che sia sufficiente uno spruzzar di entusiasmo, di voglia di guardare avanti, per ribaltare la triste situazione di buona parte dell’Italia giace. Bastassero l’approvazione del jobs act, le riforme elettorali, del Senato e del sistema delle provincie (a tutt’oggi non attuate) perché le cose cambino, stiamo freschi. Dell’evasione fiscale nessuno più parla, della lotta alla corruzione neanche, della indispensabile riforma dell’istituto della prescrizione che favorisce l’impunità on interessa al Pd, evidentemente. Intanto l’Italia arretra, la Grecia soffoca, la Spagna andrà ad elezioni fra qualche tempo, la Libia è nel caos, l’Ucraina è squassata dalla guerra civile (Putin non ne sa nulla?), gli sbarchi di migliaia di clandestini tolgono il sonno ad Angelino Alfano ed a Matteo Salvini,  l’Onu dorme  e l’Unione Europea sta a guardare. Non è un bel vedere, questo, e i presupposti per un’inversione della situazione, economica e sociale è ancora di là da venire.

Marco Ilapi

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I due, tre forni del premier

L'incontro tra Berlusconi e Salvini aiuta il premier.Matte Renzi può avere dei margini crescenti di manovra che può sfruttare. Ormai, la riforma elettorale è al punto di arrivo, quella del Senato potrebbe cambiare; ma in entrambi i casi è il presidente del Consiglio ad avere il timone. E può usarlo magari per venire incontro alla minoranza del Pd; o per attrarre nella propria orbita gli scontenti di FI o del Movimento 5 Stelle in Parlamento: voti che sarebbero ben accetti, in particolare al Senato, nonostante l’ombra di manovre trasformistiche. Un editoriale di Massimo Franco sul Corriere della Sera.

Forza Italia alla mercè di Matteo Salvini

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