Un grande bagno di verità

Molti sono pronti ad applaudire ciò che si presenta come novità di successo (ora è la volta delle "Sardine") ma solo con l'intento di conservare il vecchio.

Da anni l’Italia è in attesa di qualcosa di nuovo. Sono anni che aspettiamo qualcuno — un uomo, una donna, un’idea, un partito, un movimento, un governo — in grado di interrompere la girandola del nulla che è diventata la nostra vita politica e di resuscitare lo Stato in via di decomposizione nel quale ci tocca vivere. Qualcuno che sia capace di decidere, di cambiare, di controllare, di sanzionare. Non con il manganello e l’olio di ricino, naturalmente: bensì con gli strumenti di una democrazia governante, che non ci siamo mai curati di apprestare, o che abbiamo lasciato andare in malora, o di cui ci siamo stupidamente spogliati.

L’attesa dura almeno dal 2011, dal naufragio del berlusconismo e dalla contemporanea messa fuori gioco dell’opposizione decretata dal presidente Napolitano non sciogliendo le Camere e negando dunque al Pd la possibilità di succedere elettoralmente al Cavaliere. Data da allora la ricerca di un Messia o in alternativa di un Movimento, di una Rottura sociale che ne facesse le veci. E così ci fu dapprima l’investimento fiducioso sul professor Monti, per sei mesi virtualmente padrone del Parlamento e del Paese. Poi, logoratosi Monti nell’implacabile routine del buropoliticismo italiano, ecco sorgere, impetuosi e anch’essi circondati da mille speranze, Beppe Grillo e i 5Stelle con il «Vaffa» e tutto il resto. Folle, piazze piene, promessa di fare tabula rasa e di aprire tutto come «una scatoletta di tonno», e infine strepitoso successo elettorale nel 2013 bissato e migliorato cinque anni più tardi. Ma subito dopo, alla prova dei fatti, ecco il rapido consumarsi di ogni illusione nella dabbenaggine e nel dilettantismo. Ma ecco, quasi in contemporanea, un’ altra ondata di speranza e di entusiasmo per Matteo Renzi, antesignano di Mattia Santori in rappresentanza della categoria «bel giovane che sa il fatto suo e non le manda a dire». Ancora una volta promesse di cambiamenti radicali, avanti con il merito e l’antiformalismo, con la rottamazione di ogni passato, basta con la gerontocrazia. E di nuovo a riempirsi non più le piazze ma i gazebo. Ma di nuovo però, com’è come non è, vuoi per i limiti del personaggio vuoi per qualcos’altro, anche stavolta è sopraggiunto immancabile il disinnamoramento generale. Sotto un altro, allora: le «Sardine», appunto. Anche per loro, come sempre, interesse alle stelle e media mobilitati. E anche per loro come già per Renzi e per i 5Stelle un mix di consenso da destra e da sinistra; anche nel caso loro, infine, come in quello dei grillini, il rifiuto virtuoso di essere un «partito», il rigetto esibito della politica lasciata sdegnosamente agli «altri». Dirà il futuro se stavolta con le «Sardine» le cose andranno in modo diverso dalle volte precedenti. Personalmente ne dubito. Per due ragioni. La prima è che il consenso che accompagna puntualmente da anni la comparsa sulla scena italiana di personaggi o movimenti che si presentano come la novità salvifica del Paese, tale consenso, dicevo, ha in realtà molto di costruito, di ingannevolmente artificiale. Esso si spiega sì con l’attesa di un’opinione pubblica (specie di sinistra) sempre più preoccupata ed esasperata per la pochezza dei propri rappresentanti, ma di sicuro ha moltissimo a che fare con l’attenzione sempre parossistica e politicamente simpatetica che a tale comparsa riserva la stragrande maggioranza dei media. Sicché, non appena cessa l’effetto della novità, non appena finisce di andare in onda la milleduecentesima intervista televisiva, non appena comincia a sostituirsi a tutto ciò la grigia realtà quotidiana che dà la vera misura dei protagonisti, allora gli entusiasmi inevitabilmente si smorzano e rapidamente subentrano la delusione e il crollo . La seconda ragione che induce allo scetticismo è ben più importante e riguarda per l’appunto la delusione appena detta. In effetti, al di là delle apparenze tutte le novità comparse negli ultimi anni non sono riuscite per nulla a segnare quella frattura con il passato necessaria per dare il segnale di un’autentica svolta e magari per iniziare a realizzarla. Perché, che cosa è mancato? E’ mancata innanzi tutto la verità. L’Italia ha bisogno che chi vuole governarla le dica la verità, le illustri la situazione in cui ci troviamo per quella che è. Cioè di un Paese che da ogni punto di vista sta perdendo colpi avviandosi se continua così a un declino storico. La quasi totalità dei nostri problemi — in certo senso anche molti dei problemi economici — si riducono sostanzialmente a due, tra loro strettamente intrecciati. Da un lato abbiamo uno Stato paralizzato da un delirio di norme e regolamenti, incapace di fare, spesso inesistente, dall’altro un sistema dei poteri pubblici (parlamento, governo, magistrature) mal concepito dalla nostra Costituzione, non in grado di decidere, sommamente inefficace. E’ qui che bisognerebbe agire avendo qualche idea. Cominciare a rifare lo Stato, rifare le sue amministrazioni, i suoi uffici; dargli poteri effettivi di intervento, di controllo e di sanzione. E non esitare a dotarlo, dove occorre — per esempio contro il cancro della criminalità organizzata che si sta mangiando l’italia — anche di poteri straordinari. E insieme cambiare le regole che presiedono al funzionamento del parlamento, del governo, della giustizia. Ma l’obbligo della verità di cui dicevo non finisce qui. Dovremmo anche riconoscere alcuni errori, a cominciare da quelli gravissimi commessi in tre ambiti chiave, anche questi tra loro intrecciati: la sanità, la scuola, l’ordinamento regionale. Errori commessi a stragrande maggioranza e a nobili fini di riforma, ma che hanno dato risultati talora pessimi, spesso contraddittori, quasi sempre dai costi rovinosi. La"verità dunque, il coraggio di dire la verità parlando al Paese: questo è mancato e ho paura che mancherà anche al nuovo movimento che da ultimo sta raccogliendo gli applausi delle piazze. Perché dire la verità implica fare i nomi , indicare con chiarezza gli interessi grandi ma anche minimi, i gruppi, le corporazioni, le burocrazie, le pratiche di massa e l’abitudine diffusa all’ illegalità, che traggono un quotidiano vantaggio dalla paralisi dello Stato prosperando sul declino del Paese. E poi alle parole far seguire i fatti. Il coraggio della verità manca soprattutto perché in fin dei conti la verità non piace per nulla anche a tanti dei sostenitori del nuovo. Ai molti, ai moltissimi, che sono pronti ad applaudire ciò che si presenta come una novità di successo ma solo con l’intento di montarci sopra per conservare ciò che è vecchio, ovvero che si affretterebbero a scendere non appena dovessero accorgersi che si fa sul serio. La verità, insomma, vuol dire il rischio dell’impopolarità: la quale — lo tengano a mente i nemici di Salvini — anche lessicalmente oltre che politicamente è il contrario vero del populismo. L’Italia è presa in questa alternativa diabolica: per salvarsi ha bisogno di un grande bagno di verità, ma anche il nuovo che da anni compare sulla sua scena preferisce non avventurarsi su questa strada perché teme di rompersi l’osso del collo. Come dargli torto? Molto meglio cullarsi nelle buone intenzioni, manifestare in santa pace contro i nemici del governo, ed ogni sera essere coccolati nei talk show televisivi.

Ernesto Galli Della Loggia, Corriere della Sera, 23 dicembre 2019

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Riforma degli appalti. Contrordine compagni si torna alla burocrazia

Sorpresa: d’ora in poi chi verrà incaricato di progettare un’opera pubblica avrà l’obbligo di prendere in considerazione anche l’ "opzione zero". Cioè quella di non realizzarla. Ecco una delle meravigliose perle che ci regalerà il "Regolamento di esecuzione, attuazione e integrazione" del codice degli appalti approvato tre anni e mezzo fa dal governo di Matteo Renzi, e che il governo di Giuseppe Conte due si appresta ora a partorire.

Un nuovo delirio della burocrazia che si stende su 273 articoli, 53 in più rispetto al codice di cui sopra, che ne conta appena (si fa per dire) 220. E rende chiaro, una volta per tutte, perché in questo Paese non c’è commissario o decreto "sbloccacantieri" che tenga, e ogni promessa di semplificazione finisca per arenarsi in un immenso pantano di articoli, commi, lettere e timbri. Con il risultato di ottenere una splendida paralisi.

Spuntano così, nel monumentale regolamento che porta a 493 le norme necessarie a gestire i contratti pubblici, prescrizioni stupefacenti che fanno slalom fra sigle stravaganti. Alcune, come l’ "opzione zero", che dev’essere prevista nel DocFAP (il Documento di Fattibilità delle Alternative Progettuali) da non confondere con il DIP (Documento di Indirizzo alla Progettazione), sono chiaramente lo specchio dell’ostilità per le opere pubbliche dell’attuale partito di maggioranza relativa (parlamentare, s’intende). Basta dire che il regolamento rende obbligatoria anche la famosa analisi costi benefici, quella che ha scatenato un putiferio politico sulla Torino- Lione innescando la crisi del governo Conte uno. Procedura che, naturalmente, andrà "effettuata secondo la disciplina applicabile a ogni tipologia d’intervento". E già immaginiamo stuoli di geometri alle prese con il rompicapo dell’analisi costi-benefici per la rotonda tra via Roma e via Garibaldi, mentre tecnici comunali con i cervelli che friggono per un sovrappasso pedonale sulla Tiburtina scartabellano nei manuali (ancora da scrivere) sulle "discipline applicabili alle tipologie d’intervento".

Altre disposizioni contenute nella voluminosa bozza di 204 pagine del regolamento sono invece il marchio inconfondibile dell’ottusità dilagante nella pubblica amministrazione. Qualche esempio? I progettisti, insieme ai disegni, devono produrre perfino "l’elenco delle normative di riferimento": cioè sono loro a dover dire all’amministrazione in base a quali leggi, regolamenti e circolari fanno quel che fanno. Leggi, regolamenti e circolari che le stessa amministrazioni hanno scritto e tengono nei cassetti. In più sono sempre i progettisti a dover fornire le "indicazioni per la prosecuzione dell’iter progettuale". Con i funzionari pubblici che intanto, presumiamo, si girano i pollici.

E il bando per un concorso di progettazione deve specificare, udite udite, se la "decisione della commissione giudicatrice" è "vincolante o meno". Abbiamo capito bene? Si fa una gara pubblica per scegliere un progetto ma poi il rispetto del verdetto della giuria può essere facoltativo? Proprio così. Per la serie: abbiamo scherzato.

Come per i collaudi. L’articolo 171 del regolamento prevede al comma 2 che il collaudatore di un’opera pubblica debba essere laureato in ingegneria o architettura? Il minimo sindacale, ovvio. Chi altrimenti può certificare se un ponte sta in piedi? Ma il comma 4 dice che se il collaudatore è un dipendente pubblico può essere anche soltanto diplomato, oppure laureato in legge o economia. Una furbata che serve evidentemente a mantenere in vita l’attuale sistema dei collaudi, di cui beneficiano molti funzionari dello Stato. Dice tutto la storia del Mose, opera ancora non completata ma per cui sono stati già distribuiti in passato 130 incarichi di collaudo, compresi quelli all’epoca assegnati a dirigenti apicali dell’Anas e a ben 36 alti funzionari del ministero vigilante delle Infrastrutture. Molti dei quali lautamente retribuiti dalla ditta vigilata per collaudare soltanto le carte. Per inciso, fra quei 130 incarichi ce n’era anche uno assegnato a un diplomato geometra. Niente di nuovo sotto il sole, con tutto il rispetto per i geometri. Purtroppo si potrebbe andare avanti, tanto vasto è il campionario. Ma più delle assurdità di cui i 273 articoli del regolamento sono pieni zeppi, pesa la filosofia che c’è dietro. Questa è una controriforma degli appalti che riporta indietro l’orologio all’epoca dei governo Berlusconi, demolendo l’impostazione data appena tre anni fa. Allora un ruolo centrale era affidato all’autorità anticorruzione di Raffaele Cantone, che aveva il compito di stabilire le linee guida per l’applicazione del codice degli appalti. Nessun regolamento monstre come quelli fatti ai tempi del Cavaliere, per non privare di responsabilità l’amministrazione. C’era però chi storceva il naso.Le burocrazie evidentemente non gradivano, preferendo invece essere sollevate da qualunque responsabilità. E cosa di meglio per ottenere questo risultato che un regolamento dettagliatissimo per ribaltarle all’esterno dei loro uffici, per esempio sui progettisti? In più si è visto subito che nel governo Conte uno l’Anticorruzione non era molto popolare. Tanto più dopo le critiche (più che fondate…) di Cantone a certi provvedimenti come l’ancora fantomatico "sbloccacantieri". Il bello è che l’Anticorruzione continua a essere altrettanto impopolare con il Conte due, dove c’è il partito che fece nascere quell’autorità. Dopo l’uscita anticipata di Cantone l’incarico di presidente è ancora vacante, e i poteri del consigliere anziano che lo sostituisce non sono mai stati precisati. A riprova del fatto, comunque la si possa pensare sull’Anac, che la stagione d’oro di quell’authority è ormai finita.

Va detto che pure la riforma fatta dal governo Renzi, con il codice degli appalti che aveva sostituito il precedente codice berlusconiano, zoppicava assai. E questo a voler essere generosi: è sufficiente ricordare gli strafalcioni che erano nel primo testo pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Ma il paradosso è che ora a smontare quella riformicchia, ritornando alle logiche di quindici anni fa, è lo stesso partito che l’aveva fatta. Cioè il Pd. Il quale si è assunto con Paola De Micheli la responsabilità delle Infrastrutture. E adesso dovrà bollinare un regolamento dov’è riconoscibile, oltre a quello delle burocrazie impenitenti, anche il marchio di Danilo Toninelli. Proprio colui che il Pd aveva eletto a emblema dell’incompetenza…

Sergio Rizzo – la Repubblica – 11 dicembre 2019

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Conte 2 sull'orlo di una crisi di nervi

L’immagine che la compagine di governo sta dando è desolante: divisi su tutto. In queste condizioni la sessione di bilancio arranca, accumulando ritardi clamorosi. Con ogni probabilità per la prima volta nella storia della Repubblica la Camera dovrà accettare a scatola chiusa quanto questa settimana verrà votato al Senato. Un testo ancora in fase di limatura, ma che a Montecitorio arriverà blindato e che passerà a colpi di fiducia a ridosso del Natale. Se così non fosse, si concretizzerebbe lo spettro dell’esercizio provvisorio. Ma se un simile strozzamento del dibattito parlamentare fosse stato attuato da un governo di centrodestra, già si parlerebbe di colpo di Stato, o poco meno. Il commento di Anselmo Del Duca su Il Sussidiario.

A Palazzo Chigi si litiga sempre di più. Conte rischia

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