Proteggere il mestiere della politica dalla repubblica delle procure: è ora di svegliarsi

Il punto in fondo è sempre quello: chi ha il coraggio di ribellarsi di fronte alla progressiva, quotidiana e pericolosa criminalizzazione del mestiere della politica? Due giorni fa, lo avete visto, la procura di Firenze ha disposto delle indagini a carico di uno dei principali finanziatori di Matteo Renzi, l’avvocato Alberto Bianchi, e del suo amico Marco Carrai, entrambi indagati per traffico di influenze e finanziamento illecito ai partiti. Al centro delle accuse c’è il ruolo della famosa Fondazione Open, il motore della Leopolda renziana, che venne creata nel 2012 proprio dall’avvocato Alberto Bianchi (e non solo) per finanziare l’attività politica dell’allora sindaco di Firenze. Il tempo ci dirà, come abbiamo già scritto ieri, se la fondazione renziana può essere considerata una specie di partito occulto finanziato con modalità truffaldine o se invece le attività della fondazione possano essere considerate come semplici attività di sostegno politico (secondo i pubblici ministeri la fondazione avrebbe agito da “articolazione di partito politico” ma in un paese come l’Italia, peraltro sprovvisto da anni di una legge che disciplini i partiti politici, è evidente che decidere cosa sia un partito e cosa non lo sia è un atto che ha a che fare più con la soggettività che con l’oggettività e il perimetro dovrebbe essere definito non dal potere giudiziario ma da quello legislativo). Ci sarebbero buone ragioni per sospettare che l’indagine contro la fondazione renziana abbia solide radici nel grumo dell’antirenzismo maturato negli ultimi anni in Italia (è certamente solo una coincidenza che uno dei pm che indaga sulla fondazione renziana non è solo il pm che ha arrestato i genitori di Renzi, ma è anche uno dei pm che il giro renziano ha contribuito, triangolando con alcuni membri del Csm, a tenere distante dalla guida della procura di Roma) ma ciò che merita di essere studiato rispetto all’incredibile storia dell’indagine sulla Fondazione Open riguarda un tema cruciale per la salute della nostra democrazia: il rischio progressivo di criminalizzare il mestiere della politica e di accettare in modo supino la trasformazione dell’Italia in Repubblica fondata più sulle procure che sul lavoro. 

Di fronte al caso Open si potrebbe essere tentati dal dire che in fondo si stava meglio quando si stava peggio e che il problema del finanziamento alla politica cesserebbe di essere un problema se solo la politica avesse il coraggio di reintrodurre quel finanziamento pubblico diretto eliminato per legge tra il 2013 e il 2014 dal governo guidato da Enrico Letta. Il punto vero da prendere in esame non riguarda però solo il tema del finanziamento diretto ai partiti bensì una patologia molto più grave che ha a che fare con una serie di problemi per così dire strutturali che si trovano al centro di un fenomeno che merita di essere illuminato senza ipocrisia: la demonizzazione di ogni strumento, diretto e indiretto, utile a finanziare il mestiere della politica. Il teorema che guida l’indagine condotta dai pm di Firenze sulla Fondazione Open sembra essere stato costruito per trasformare la storia di Open in un perfetto caso di scuola utile a ricordare che ciò che oggi la procura di Firenze ha scelto di mettere sotto esame non riguarda solo la storia di una fondazione ma riguarda la storia di tutte le fondazioni italiane che in qualche modo cercano di finanziare con fondi privati il mestiere della politica. Utilizzare una fondazione per raccogliere finanziamenti da usare nell’attività politica invece che finanziare direttamente un partito, come ha giustamente ricordato ieri il Post di Luca Sofri in una perfetta sintesi dell’indagine, è una tecnica legale utilizzata da quasi tutti i partiti e da gran parte dei principali attori politici italiani.

Ma essendoci in Italia una legislazione che non specifica nel dettaglio cosa ogni fondazione possa fare con quel denaro (e non essendo, come abbiamo già detto, disciplinato per legge il confine dell’attività di un partito come prescritto invece dall’articolo 49 della Costituzione) capita non di rado che vi sia un qualche magistrato che chieda ai gestori di quelle fondazioni di fare chiarezza sulla base di sospetti non sempre supportati dai fatti. 

La conseguenza di ciò è sotto gli occhi di tutti: con una mano alla politica si tolgono i finanziamenti pubblici e con l’altra si criminalizzano i finanziamenti privati. E il risultato inevitabile di questo combinato disposto non può che essere quello di svuotare progressivamente il mestiere della politica rendendolo sempre più respingente, sempre più pericoloso, sempre più rischioso, sempre più dannoso, sempre più esposto a indagini di ogni tipo, sempre più vulnerabile di fronte ai meccanismi infernali della gogna mediatica e sempre meno adatto a chiunque nella vita abbia qualcosa da perdere (e più il potere legislativo viene indebolito e più saranno le possibilità che questo possa bilanciare il potere giudiziario: è facile no?). La stagione dell’egemonia anticasta non ha portato solo a legittimare ogni tipo di intervento giudiziario contro la casta della politica ma ha portato in diverse occasioni il legislatore a compiere gesti di puro e incomprensibile autolesionismo che hanno permesso di dare ai magistrati maggiore discrezionalità d’azione e maggiori strumenti potenzialmente utili a trasformare teoremi personali in indagini senza prove. E’ stato il governo dei competenti, tra il 2011 e il 2012, ai tempi di Mario Monti e di Paola Severino, a regalare al paese una tipologia di reato fumosa come quella del traffico di influenze, un abominio giuridico che ha creato un reato così generico e così soggettivo tale da aver consegnato ancora più discrezionalità all’azione penale della magistratura. E’ stato il così detto governo degli anticasta tra il 2013 e il 2014 (a guida Pd) ad aver eliminato il finanziamento diretto ai partiti. E’ stato proprio il governo Renzi nel 2015 a introdurre un’altra fumosa tipologia di reato di cui è accusato l’avvocato del renzismo l’autoriclicaggio. E ad aver dato un notevole e ulteriore contributo alla demonizzazione del mestiere della politica è stato anche il governo guidato dalla maggioranza M5s e Lega che ha avuto la buona idea, lo scorso 18 dicembre, di approvare una legge conosciuta con il nome di “spazza corrotti”, che equiparando ai partiti politici tutti gli enti del Terzo settore che abbiano all’interno persone che hanno svolto una qualsivoglia forma di attività politica negli ultimi dieci anni (e prevedendo per questi enti obblighi di trasparenza non previsti per altri enti formati da persone già appartenenti a un qualsiasi ambito della Pubblica amministrazione) ha di fatto trasformato il mestiere della politica in un potenziale veicolo di malaffare. In politica, come direbbe con gioia oggi Piercamillo Davigo, non esistono innocenti, esistono solo colpevoli non ancora scoperti che grazie all’affermazione progressiva della cultura del sospetto possono essere tranquillamente trasformati in colpevoli fino a prova contraria sulla base non di una prova schiacciante ma di un semplice teorema. E Renzi o non Renzi oggi il punto resta sempre quello: chi ha il coraggio di ribellarsi di fronte alla progressiva, quotidiana e pericolosa criminalizzazione del mestiere della politica? Basta un fischio, grazie. 

Giuliano Ferrara - Il Foglio - 28 novembre 2019

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L'insano e contagioso desiderio di cambiare la Costituzione

Hanno cominciato giocando con i numeri: finiranno, prima o poi, per dare i numeri. E' la sindrome del riformatore, che ha già dannato Berlusconi e Renzi. L'ambizione di scrivere daccapo le regole del gioco, di meritare un posto fra i padri della patria, consegnando ai posteri una Costituzione tutta nuova. Il primo ci provò nel 2005, inoculando 55 articoli nel vecchio corpo della nostra Carta. Il secondo ci provò nel 2016, con un'iniezione di 47 articoli. Poi l'uno e l'atro affogarono sotto una marea di "no", espressi dagli italiani nei successivi referendum.

Ora la nuova maggioranza sta per ricadere ella stessa tentazione. Senza diro, anzi facendo mostra del c e infatti la riforma sta per decollare dai banchi del Senato: tombola! ontrario. Senza un progetto napoleonico, piuttosto con una pioggerella di piccoli interventi, di microriforme che parrebbero slegate l'una dall'altra, una virgola di qua, una comma di là. Ma è la somma che fa il totale, diceva il buon Totò. Se scrivo una legge costituzionale di 30 articoli, o se ne scriv 30 d'un articolo ciascuno, avrò raggiunto lo stesso risultato. Probabilmente pessimo, come insegna l'esperienza.  nella XVIII legislatura: il taglio dei parlamentari. Da 945 a 600, 345 in meno. Ma è un numero anche l'età per deporre la sceda nel'urna elettorale: 18 anni alla Camera, 25 al Senato. Enrico Letta ha proposto d'estendere il diritto di voto ai sedicenni, Beppe Grillo vorrebbe privarne gli ottantenni. Nel dubbio, s'avanza una legge di revisione costituzionale per consentire il voto in Senato ai diciotenni: nel luglio scorso prima approvazione a Montecitorio (tutti d'accordo, con appena 5 contrari e 7 asenuti), da ottobre se ne occupa Palazzo Madama. E perché non abbassare pure l'età per diventare senatori? Adesso servono 40 anni suonati, potrebbero bastarne 25. D'accordo anche su questo numero, e infatti la riforma sta per decollare dai banchi del Senato: tombola!

Ma il gioco, in realtà, non é affatto concluso. Perché il taglio de parlamentari di tira dietro altre riforme "di cornice", già concordate dalla maggioranza giallorossa durante il battesimo del governo Conte 2. In primo luogo una modificaall'articolo 83 della Costituzione, abbassando da 3 a 2 i delegati regionali che concorrono ad eleggere il Capo dello Stato, altrimenti le Regioni peserebbero troppo, con un terzo dei parlamentari in meno rispetto al passato. In secondo luogo, una modifica all'articoo 57, rendendo pluriregionale - anziché regionale -  la base elettiva del Senato. Anche in questo caso, lo scopo è di evitare distorsion, giacché nele Regioni più piccole le minoranze non riuscirebbero ad esprimere alcun senatore.

Dopo di che s'aggiungono le riforme più formose. Il referendum prpositivo, per esempio:già licenziato in prima battuta dalla Camera a febbraio, è una bandiera del Movimento 5 Stelle. O la sfiducia costruttiva, cara al partito democratico: se ne discuterà a dicembre. Senza dire della giustizia, dove bolle in pentola l'idea di separare le carriere di giudici e pm, nonché di sorteggiare i membri del Csm: altre due revisioni costituzional, e non di poco conto. Coe la riforma del Titolo V (che elenca le competenze regionali), annunciata dai 5 Stelle a settembre, durante la convention di Napoli. O come l'idea d'includere l'ambiente nella Costituzione, avanzata da Conte a New York, in settembre. Anche se la Carta cita già l'ambiente, nell'articolo 117 e nell'articolo 9. Sarebbe meglio leggerla, prima di smontarla come un Logo.

Insomma, c'è il rischio di fare indigestione. Va bene che l'appetito vien mangiando, ma in questo caso converrebbe mettersi un po' a dieta. A contare i progetti di revisione costituzionale fin qui depositati in Parlamento, s'arriva a un numero a tre cifre: 173. Fra questi, s'incontrano interventi poderosi, dal presidenzialismo al superamento del bicameralismo paritario. Ma anche proposte più naif, come il riconoscimento delle radici giudaico-cristiane o una specifica garanzia costituzionale per gli avvocati. E queste eccentriche proposte vengono, in molti casi, dai parlamentari della nuova maggioranza. So è aperto, dunque, il vaso di Pandora. E a dinfenderci no basterà un ombrello.

Michele Ainis - L'Espresso n.45 - 3 novebre 2019

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Mettiamo una tassa sulle riforme elettorali

Quando quest’anno in Israele hanno votato già due volte (in aprile e in settembre). E magari fra un paio di mesi voteranno ancora, dato che nessuna coalizione ha i numeri per controllare la Knesset, il loro Parlamento. Invece in Spagna si voterà a novembre: le seconde elezioni in 7 mesi e le quarte in  4 anni, dopo una diaspora continua fra i partiti di sinistra. Loro usano così: quando la politica non riesce ad offrire soluzioni, cambiano in corsa il Parlamento. Noi italiani, viceversa, cambiamo la legge elettorale. Sicché ne prospettiamo l’ennesima riforma, pur avendola modificata già sei volte (nel 1948, nel 1953, nel 1993, nel 2005, nel 2016, nel 2017) durante l’età repubblicana. A differenza della Francia, che mantiene la stessa legge elettorale dal 1958. Della Germania, la cui normativa risale al 1956. Senza dire degli inglesi, che nel Seicento brevettarono il loro sistema uninominale a un turno (first past the post), e da allora in poi non l’hanno mai cambiato. In questa forma, di nevrosi si riflette un tratto del nostro costume nazionale. Siamo la patria del diritto, con il record planetario di avvocati (242 mila) in rapporto alla popolazione, con 50 mila leggi statali e regionali sul groppone, con 3,6 milioni di processi civili pendenti nei nostri tribunali.  Dunque ogni problema ha una sua regola, anche se di solito è proprio la regola il problema. Da qui riforme napoleoniche che della Costituzione (Berlusconi nel 2005, Renzi nel 2016), all’insegna d’un motto sempreverde: governabilità.  Come se  l’incapacità d’esprimere un’azione di governo fosse colpa delle norme, non delle persone. Da qui, inoltre, il cantiere perennemente all’opera sulla riforma elettorale. Non che la scelta di questo o quel sistema diventi un abito buono per tutte le stagioni. Le leggi dipendono dai tempi, dai cicli della storia. Però dovrebbero ospitare un nucleo unificante, nel quale si rispecchia l’unità di ciascun popolo, delle sue tradizioni, della sua cultura. O perfino del clima, come diceva Montesquieu. Sennonché, alle nostre latitudini, la legge elettorale rimbalza tra i due poli (maggioritario e proporzionale) come una pallina da ping pong, senza che nessuno riesca mai a fermarla. Così, durante la metà dell’Ottocento l’Italia divenne Stato attraverso un maggioritario uninominale a doppio turno. Sostituito nel 1882 da un proporzionale, poi nel 1891 di nuovo dal maggioritario, poi nel 1919 di nuovo dal proporzionale, poi nel 1923 dal supermaggioritario che elesse l’Assemblea costituente, e via via, fino al maggioritario che ci ha condotto ai lidi della seconda Repubblica. E ora? Abbiamo un maggiorproporzionale, mettiamola così. Si  hiama Rosatellum, povero figlio: due terzi dei parlamentari eletti con un proporzionale, un terzo con i collegi uninominali. Sommando perciò ai difetti del primo sistema (la frantumazione del quadro politico) quelli del secondo (scarsa rappresentatività). Che adesso i nostri statisti vorrebbero correggere, per la terza volta in 4 anni. Ma non per ricondurlo alla coerenza, non per l’esprit del géométrie vagheggiato da Pascal. Né perché sia alle viste un cambio di stagione, una curva della storia che reclama nuove istituzioni. No, l’ultima trovata è figlia di calcoli politici, di tornaconti di partito. Come del resto la penultima, o anche la terz’ultima, quando Berlusconi sposò il Porcellum per tirare uno sgambetto a Prodi, che invece nel 200 vinse le elezioni. Se avesse conservato il Mattarellum, avrebbe vinto lui. L’eccessi furberia prta male, ma i politici italiani non hanno mai imparato la lezione. Così, a sinistra progettano un proporzionale puro per sterilizzare l’ascesa di Salvini, oltre che per garantire un posto al sole al partitino di Renzi. Mentre Salvini, di converso, pretende un maggioritario puro, indicendo il sesto referendum elettorale degli ultimi trent’anni (li abbiamo celebrati nel 1991, nel 1993, nel 1995, nel 1999, nel 2000, nel 2009). C’è allora un’unica richiesta da spedire ai signori del Palazzo: fate come vi pare, ma inserite nella nuova legge una codicillo, una clausola di salvaguardia. Chi in futuro vorrà cambiarla ancora, deve versare una tassa al nostro erario. Stai a vedere che finalmente risaniamo il bilancio dello Stato.

Michele Ainis – L‘Espresso n. 40 – 29  settembre 2019

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