Eurobond con cura

Ora che la Bce ha fatto la sua parte, tocca ai governi. Oltre alla scelta degli strumenti migliori per sostenere l’economia e il sistema sanitario, la sfida per la politica fiscale è trovare il giusto equilibrio, tra due rischi contrapposti: essere troppo timidi e non fare abbastanza, versus compromettere la solvibilità degli stati nel lungo periodo. La sfida è particolarmente difficile per il nostro paese, data la dimensione del debito. Gli interventi annunciati dalla Bce evitano che il costo del debito diventi troppo alto, ma non risolvono i problemi di sostenibilità nel medio periodo. E la sostenibilità non può essere trascurata se, come è molto probabile, il nostro debito sarà presto vicino al 150 per cento del reddito nazionale.

Molti pensano che l’emissione di Eurobond per finanziare le spese eccezionali legate all’epidemia sarebbe un passo risolutivo. Non c’è dubbio che titoli emessi dalla zona euro, ad esempio dal Mes o da altra istituzione europea, e sostenuti dalla capacità fiscale congiunta di tutti i paesi dell’Eurozona, avrebbero importanti vantaggi. I singoli paesi sarebbero meno riluttanti a spendere, perché consapevoli di potersi finanziare senza difficoltà; il costo del nuovo debito sarebbe eguale per tutti i paesi, a vantaggio dei paesi più indebitati; nascerebbe un nuovo strumento finanziario privo di rischio; i paesi dell’Eurozona sarebbero spinti verso una maggiore integrazione politica. 

Tuttavia l’emissione di Eurobond avrebbe anche un inconveniente non trascurabile per il nostro paese. Inevitabilmente, questo strumento finanziario sarebbe senior (cioè a rimborso privilegiato), rispetto ai titoli di stato nazionali, che quindi diventerebbero ancora più rischiosi. Cioè, non solo gli Eurobond non risolverebbero il problema della sostenibilità del nostro debito, ma potrebbero anche aggravarlo. Per affrontare in modo davvero risolutivo l’emergenza economica, il passo da compiere è un po’ più lungo. Gli Eurobond dovrebbero essere irredimibili, avere un tasso di interesse molto basso, ed essere acquistati dalla Bce. Naturalmente dovrebbe trattarsi di un’emissione speciale, e i governi potrebbero usarla esclusivamente per finanziare spese sanitarie e altri provvedimenti specificamente legati all’attuale emergenza economica. Una misura di questo tipo sarebbe quasi come la manna dal cielo. Gli stati potrebbero finanziare l’espansione fiscale senza mettere a repentaglio la solvibilità dei conti pubblici: ad esempio, un’emissione pari al 10 per cento del reddito nazionale con un tasso allo 0,5 per cento avrebbe un costo annuo per interessi di solo lo 0,05 per cento del reddito, una percentuale trascurabile. Essendo irredimibili, i titoli non contribuirebbero neanche ad aumentare il rischio di crisi di liquidità sul debito nazionale al momento del rinnovo. La creazione di moneta corrispondente all’acquisto dei titoli da parte della Bce non creerebbe inflazione in questo momento di grave recessione. Né verrebbe pregiudicata la credibilità della Bce nel controllo dell’inflazione in futuro, perché la Bce sarebbe sempre libera di rivendere i titoli sul mercato quando avesse l’esigenza di ridurre la liquidità. L’emissione di titoli irredimibili a basso tasso di interesse è stata suggerita anche da Mario Monti in un recente articolo sul Corriere della Sera, con riferimento però solo all’Italia. Tuttavia un’emissione nazionale non avrebbe il sostegno della Bce, che invece è cruciale per assicurarsi che i tassi di interesse siano davvero bassi a fronte di un importo rilevante. E l’importo dovrebbe davvero essere intorno al 10-15 per cento del reddito nazionale, perché questo potrebbe essere l’ordine di grandezza del sostegno fiscale necessario. E’ pura fantascienza (o fanta-economia)? Può darsi. E’ probabile che l’opinione pubblica del nord Europa non sia pronta a un svolta così radicale nell’assetto finanziario dell’Eurozona. 

Un sondaggio fatto in Germania a novembre 2019 dall’Istituto Allensbach riscontrava che, a giudizio del 72 per cento degli intervistati, il maggior pericolo per la coesione dell’Unione europea era, indovinate cosa? Non l’immigrazione, né la diseguaglianza, bensì l’eccessivo debito pubblico in alcuni paesi. Tuttavia, l’ipotesi di un’emissione speciale di Eurobond è entrata nelle discussioni politiche europee, anche grazie all’impulso di Italia e Francia, e non si può escludere che a un certo punto essa diventi realizzabile. Se così fosse, è fondamentale insistere che siano titoli irredimibili e acquistati all’emissione dalla Bce. Altrimenti potrebbero poi non essere così risolutivi come oggi appaiono a molti.

Guido Tabellini – Il Foglio – 20 marzo 2020

Guido Tabellini - Il Foglio - 20 marzo 2020

Leggi tutto...

I conti (sbagliati?) di Conte

Gira una certa aria di felicità a sinistra, in questo fine anno. Complici le sardine e Giuseppe Conte. Delle buone ragioni e delle speranze che le prime hanno generato non c’è molto da aggiungere alle tante lodi. Misterioso rimane invece, almeno ai miei occhi, il fatto che Giuseppe Conte sia diventato un fattore ispirazionale per le forze democratiche. In punta di forchetta istituzionale il ruolo che ricopre è del tutto legittimo: i premier nel nostro sistema vengono nominati, non eletti direttamente. Ma in termini di sostanza politica, dopo quasi un decennio di polemica feroce (da parte delle opposizioni, ma poi ampiamente condivisa dalla sinistra) sulla lunga serie di premier scelti dal Colle o rimpastati con accordi interni ai partiti, senza ritorno alle urne, come si sia poi arrivati a un Conte che non ha mai partecipato a nessuna elezione, e non ha mai nemmeno visto da lontano una qualche forma di  vita politica, rimane per me incomprensibile. Il commento di Lucia Annunziata su Huffington Post.

Dal Conte 1 al Conte 2, la guerra per Palazzo Chigi

Leggi tutto...

Ora il Paese merita un’alleanza forte

Ci sarà stato anche «tanto entusiasmo», come aveva giurato Conte all’alba di questo 2019. Ma una cosa è ormai certa: «l’anno bellissimo» vaticinato dal premier non l’abbiamo vissuto.

È iniziato con i sogni sovranisti del governo gialloverde, miseramente spiaggiati sulla battigia del Papeete. Finisce con i singulti riformisti del governo giallorosso, faticosamente abborracciati sui banchi della Camera. E pare già un mezzo miracolo, che un governo nato in corsa e nato male mangi il panettone senza aver fatto danni al Paese. Un governo tra due forze fiaccate e inacidite, che si sono messe insieme per evitare il voto anticipato e il probabile trionfo dell’ultradestra salviniana.

Un governo con molte attenuanti ma senza padre e senza madre: tutt’al più genitori adottivi, prima nemici per la pelle poi congiunti per necessità. Onestamente non ci si poteva aspettare troppo, dalla strana famiglia M5S-Pd-Leu: improvvisata e subito destabilizzata dagli scappati di casa di Italia Viva.

I parenti-serpenti chiudono l’anno come possono. Dovevano osare di più. Ma intanto era importante tagliare almeno i traguardi minimi della fase. Da una parte la manovra taglia-e-cuci, blindata a tappe forzate nel votificio di Montecitorio: pesano le micro-tasse, ma non si parla più di Flat Tax e condoni fiscali, mentre arriva qualche soldo in più in busta paga e più risorse per famiglia e sanità. Dall’altra parte il rituale decreto milleproroghe, approvato "salvo intese" dopo sei ore di battaglia nel fortino di Palazzo Chigi. In queste formule astruse si racchiudono i problemi antichi del non-governo della cosa pubblica, e il metodo escogitato per eluderli. Le "proroghe", innanzitutto: il rinvio ad altra data di ogni decisione, lo scarico delle responsabilità e dei costi su chi verrà dopo. Metà delle misure della legge di stabilità (dal taglio del cuneo fiscale alla Plastic Tax) diventeranno esecutive tra luglio e ottobre del prossimo anno; e le clausole di salvaguardia, orgogliosamente disinnescate sull’Iva per il 2020, sono già state inopinatamente rialzate a 40 miliardi di qui al 2023.

E poi il "Salvo Intese": la formula magica in uso da Monti in poi, per consentire a maggioranze divise di far finta di marciare unite.

"Salvo Intese" il Conte uno ha licenziato 19 decreti, il Conte bis ne ha sfornati 3.

Va così non da oggi: da anni. Ma stavolta sanno anche loro che così non può continuare. Tra i fumosi vertici notturni e le maratone estenuanti in Consiglio dei ministri. La fratricida "guerra per banche" (i sommersi di Etruria contro i salvati di Bari) e le lotte tribali sui conflitti di interessi (dalle fondazioni ad personam tipo Open alle riforme ad aziendam stile Casaleggio Srl). Renzi che tuona contro norme «da Paese sudamericano» (dimenticando che i suoi le hanno accettate in Cdm) e Di Maio che inveisce contro «chi piccona il governo da dentro» (scordandosi che i primi a farlo sono i pentastellati nostalgici del Capitano). Conte che insegue il salvifico «cronoprogramma» (non vedendo che ai cittadini che chiedono pane non devi dare brioche) e Zingaretti che ripete «se cade il governo c’è solo il voto» (non capendo che alla lunga certe profezie si autoavverano).

A occhio e croce, neanche l’anno che sta arrivando sarà bellissimo. Se non cambiamo passo, cresceremo dello 0,6%. Se non cambiamo strategia, il debito pubblico sfonderà il tetto dei 2.500 miliardi, continueremo a pagare un costo sugli interessi esorbitante e a scontare uno spread doppio rispetto a Spagna e Portogallo. L’Italia, nonostante i suoi guai, merita di più. È vero che in superficie resta forte una corrente di stress esistenziale e di rancore sociale. Ma dal Paese profondo sta venendo a galla un deposito di democrazia e di civismo che non si è mai esaurito. Lo certificano le 92 piazze spontanee riempite in un mese dal semplice tam tam digitale di quattro ragazzi bolognesi: giovani inaspettati, che a dispetto dei troppi consigli al veleno delle vecchie élite hanno solo voglia di partecipare e di raccontare un’altra storia rispetto all’odiocrazia fascio-leghista. Lo testimoniano i 32 «eroi di ogni giorno» premiati da Mattarella al Quirinale. Gente normale, che spende la propria vita a occuparsi di quella degli altri. «Furore di vivere», lo chiama il Censis con troppa enfasi. «Ritorno del futuro», lo chiama con più finezza Ilvo Diamanti.

Sta al governo giallorosso, nell’anno che sta arrivando, intercettare e dare risposte finalmente credibili a questa Italia che non si rassegna al declino e al destino. Cinque Stelle e Pd si diano una missione: trasformino la coalizione in alleanza, e il contratto in politica. Alla ripresa, complice il voto in Emilia-Romagna, si capirà subito se ce la fanno o se invece si apre la crisi, sapendo bene cosa c’è dentro l’urna delle elezioni anticipate e cosa c’è sotto il finto vestito moderato di Salvini.

«È st’acqua qua», per dirla in bersanese. Un’acqua in cui nuota di tutto: a destra squali affamati e delfini falliti, a sinistra cetacei sfiatati e tonni inscatolati, al centro diafani plancton che si credono piranha. Ora guizzano anche le sardine, che non vogliono farsi catturare nella rete del "partito" né farsi friggere sulla graticola dei talk show. Invocano un altro mare in cui nuotare. Di Maio e Zingaretti lo cerchino insieme a loro, invece di naufragare da soli nella solita pozza di fiele. Così, magari, avremo un 2020 "decente". Noi ci accontenteremmo anche di questo.

Massimo Giannini – la Repubblica – 24 dicembre 2019

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS