La politica estera che non c'è (più)

Perché il rango internazionale dell’Italia ha subito il tracollo drammatico di cui è testimone così evidente in queste settimane la crisi in Libia? Perché la nostra politica estera è sempre di più la politica estera di un Paese di seconda fila, al cui presidente del Consiglio negli incontri internazionali viene riservato non a caso proprio un posto del genere? Che cosa è successo che ci sta consegnando sempre di più ad una situazione di sostanziale irrilevanza?

Vi sono naturalmente cause generalissime che riguardano tutto il quadro italiano. In particolare queste tre: a) la crescente dose d’impreparazione e d’incultura della classe politica, perlopiù ignorantissima di storia e di geografia e anche perciò incapace di mettere a fuoco i nostri veri interessi nazionali; b) l’immagine perennemente debole politicamente, e quindi di non grande affidamento, di ogni governo italiano; c) e infine un’opinione pubblica disabituata da sempre a pensare la realtà vera dei rapporti internazionali, quindi oscillante di continuo tra faziosità ideologiche e fanciulleschi utopismi a sfondo buonista.

Dopo la fine della Guerra fredda e il conseguente venir meno dell’importanza che la Penisola aveva avuto per mezzo secolo in quanto frontiera dell’occidente con il blocco sovietico (da cui l’obbligatorio legame di stretta alleanza con gli Stati Uniti), non siamo stati capaci d’immaginarci alcun ruolo, alcuna priorità, alcuna linea d’azione nostri.

Dovremo puntare a stringere un rapporto significativo con gli Usa più stretto e concertato di quello attuale

In particolare non abbiamo capito che il progressivo concentrarsi del potere dell’Unione Europea nelle mani di Germania e Francia ci stava inevitabilmente sbarrando la strada verso i due teatri tradizionali della nostra politica estera. Cioè verso i Balcani — dove infatti ben presto l’influenza economico-politica e culturale tedesca si sarebbe dimostrata imbattibile — e verso l’africa — dove fin dai tempi dell’eni di Mattei la Francia era impegnata a contenderci lo spazio e a insidiare quello che avevamo già ottenuto (per esempio in Libia). E però, invece di cercare di contrastare questa deriva diciamo così oggettivamente antitaliana dell’unione a trazione franco-tedesca (in realtà con Berlino vera padrona e Parigi sua vassalla) — magari cercando di costituire un fronte mediterraneo con Spagna e Grecia eventualmente appoggiato da una Gran Bretagna memore dei suoi trascorsi in quel mare — abbiamo fatto di tutto — in omaggio al nostro cieco supereuropeismo e anche perché gravati dalle condizioni paralizzanti dei conti pubblici — per restare agganciati comunque al duo Parigi-berlino. Con il bel risultato che oggi vediamo in Libia e altrove.

In realtà, la deriva egemonica franco-tedesca nella Ue avrebbe dovuto indurci, se avessimo voluto conservare un ruolo nelle nostre tradizionali aree d’influenza almeno in Medio Oriente e in Africa (divenuta vieppiù cruciale a causa del fenomeno migratorio), a pensare per la nostra politica estera scelte innovative e coraggiose. Se non altro a pensarle, a metterle allo studio, e semmai a farne trapelare qualcosa nei modi opportuni per vedere se così fosse eventualmente possibile spingere i nostri concorrenti europei a qualche passo indietro.

Quali scelte?

È evidente che in un quadro internazionale difficile e in cui l’impiego della forza ha guadagnato prepotentemente la ribalta l’Italia da sola ha una stazza troppo leggera per ambire a un ruolo significativo: anche solo per difendere i propri interessi. Ha bisogno di un partner forte, quanto più possibile forte. Ora, non potendo questo partner essere l’unione europea per le ragioni dette sopra — perché l’unione europea vuol dire Francia e Germania, le quali si prefiggono innanzi tutto di tutelare i loro interessi e non i nostri — la scelta si restringe di fatto agli Stati Uniti. È vero che muoversi in questa direzione aprirebbe per l’Italia scenari inediti e in certa misura con più di un’incognita, ma è meglio allora non fare nulla, mi chiedo, accettare la nostra emarginazione e sperare magari in un miracolo che faccia cambiare il corso delle cose? È anche vero che oggi come oggi nel teatro geografico che più c’interessa la posizione degli Stati Uniti appare ondivaga, oscillante tra tentazioni di disimpegno e affondi improvvisi. Sta di fatto però che nella politica americana alcuni punti fermi sono comunque ravvisabili: l’inevitabile rivalità-contrasto strutturale con l’espansionismo russo, un consolidato buon rapporto con il fronte islamico tradizionalista e anti-iraniano, una permanente, forte intesa di fondo con Israele, Paese che rappresenta sì un alleato importante e potente degli Usa e in tutta la grande area mediterranea medio-orientale è anche il solo fidato, ma è un alleato che per ben noti motivi Washington è obbligata a tenere diciamo così in ombra, sempre in qualche modo dietro le quinte.

La «presentabilità» e l’accredito di cui l’Italia invece bene o male ancora gode nell’insieme del mondo arabo, la sua posizione geografica di assoluto valore strategico unitamente al suo forte legame con la Santa Sede, e da ultimo la sua qualità di terzo Paese dell’unione europea e quindi di potenziale importante sponda con Bruxelles, appaiono altrettante premesse utili per consentire di stringere un rapporto significativo con gli Stati Uniti più stretto e concertato di quello attuale. Un rapporto che molto probabilmente sarebbe in grado di dare alla nostra politica estera quelle possibilità di movimento nonché quell’orientamento di fondo che da tempo le mancano. E con ciò un ruolo finalmente definito e proficuo.

Una tale scelta non equivarrebbe però — è facile obiettare — ai soliti «giri di valzer»? non ci esporrebbe cioè all’accusa tante altre volte mossaci di praticare politiche per conto nostro, diverse e in un certo senso alle spalle dei nostri alleati europei? Ora mi pare che su questo punto sarebbe il caso una buona volta di chiarirsi le idee. Sono state forse scelte prese consultando qualcuno quelle (pur gravide di conseguenze) che la Francia viene facendo da anni nella crisi sirio-mediorientale o nell’africa occidentale? E chi mai ha consultato Berlino quando ad esempio ha deciso di costruire il gasdotto Nord Stream che in pratica rafforza enormemente la dipendenza energetica sua e dell’intera Europa occidentale dalla Russia di Putin?

La verità è che esiste una cosa che si chiama interesse nazionale, e finché non ci sono patti liberamente sottoscritti che esplicitamente impegnino a certi comportamenti, è inevitabile — in certo senso anche giusto — che ogni Paese si senta libero d’interpretare il suddetto interesse nel modo in cui meglio crede. Come di fatto in realtà accade: perché mai allora l’italia solamente dovrebbe fare eccezione?

Ernesto Galli Della Loggia – Corriere della Sera – 23 gennaio 2020

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Conferenza sulla Libia a Berlino, sarà vera pax?

Oggi sappiamo che non abbiamo potuto risolvere tutti i problemi»: come sempre è il realismo di Angela Merkel, in contrasto con il trionfalismo degli altri partecipanti al vertice sulla Libia, a dare la misura di chi veramente ha vinto al tavolo di Berlino, e di chi invece vuol solo far credere di aver vinto.

La Germania, e con la Germania l’Europa, porta a casa un risultato su cui pochi erano disposti a scommettere prima di ieri. Con un inedito approccio alla crisi libica, la Cancelliera ha puntato a mettere d’accordo i burattinai della guerra, in primo luogo Egitto, Turchia e Russia, sull’impegno a cessare le interferenze. La convinzione è che, se i burattinai si fermeranno davvero, anche i burattini, cioè Haftar e Al Serraj, alla fine dovranno trovare un accordo. E infatti i due litiganti libici, che non partecipavano direttamente alla Conferenza anche se erano entrambi a Berlino, hanno accettato di nominare i propri rappresentanti nel comitato militare che già tra pochi giorni cercherà di separare i contendenti per tramutare il cessate il fuoco in una tregua vera e propria.

Funzionerà? Difficile dirlo. La prudenza di Merkel è più che giustificata. La fine della guerra può risultare fatale sia per Haftar, che potrebbe perdere parte del terreno conquistato militarmente e il controllo dei pozzi di petrolio, sia per Al Serraj, che potrebbe essere sostituito alla guida del governo libico da una personalità che abbia il gradimento anche del generale e della Cirenaica.

Pure i burattinai hanno molto da perdere. Erdogan ha incassato un successo di immagine spedendo a Tripoli le milizie islamiche siriane, ma una eventuale uscita di scena del suo protetto Al Serraj potrebbe far decadere gli accordi stabiliti tra Ankara e Tripoli per spartirsi le risorse petrolifere del Mediterraneo orientale a scapito di Egitto, Cipro e Grecia.

L’Egitto, per ragioni uguali e contrarie, deve sbarazzarsi di Al Serraj. Ma Al Sisi, salito al potere al Cairo per stroncare i Fratelli Musulmani, ha bisogno di proseguire la sua crociata contro un Islam politico oltre i confini egiziani, e in questo è appoggiato dagli Emirati: difficile che lasci davvero cadere il suo fantoccio Haftar.

L’unico convitato di pietra che a Berlino comunque esce vittorioso è Vladimir Putin. Appoggiando Haftar con i suoi mercenari ma evitando di comparire ufficialmente, si è guadagnato un ruolo politico in Nordafrica e sulla sponda sud del Mediterraneo che l’Unione Sovietica aveva perso.

E senza la sua mediazione, senza le sue pressioni su Erdogan, la conferenza di Berlino sarebbe stata impossibile. Se la tregua terrà, potrà intestarsela.

Se fallisse, l’insuccesso sarebbe dell’Europa e lui potrebbe continuare la guerra per procura che aveva iniziato.

Grazie a Merkel, l’Europa riconquista un ruolo diplomatico che i contrasti tra Francia e Italia, inizialmente schierate l’una con Haftar e l’altra con Al Serraj, le avevano fatto perdere. Sia Parigi sia Roma, di fronte al precipitare della situazione, hanno dovuto ridurre considerevolmente il loro appoggio alle parti in conflitto cercando inutilmente di recuperare una neutralità che invece la Germania ha saputo mantenere e far valere in fase negoziale.

Ora Conte si dà un gran daffare per proclamare che l’Italia è pronta a partecipare a una forza di interposizione sul terreno. Ma a questa ipotesi, per ora, nessuno tranne lui ha ancora fatto cenno.

Andrea Bonanni – la Repubblica – 20 gennaio 2020

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Cosa ci chiede la Libia

Per mantenere la pace servono molte cose, soprattutto una: la pace. Discettare di missione di pace Onu a forte partecipazione italiana in Libia è quindi periodo ipotetico del terzo tipo. Ovvero dell’irrealtà. La realtà è perfettamente opposta. Infatti: non c’è Libia; non c’è pace; l’Onu è sbiadita franchigia impiegata dalle potenze quando non volendosi esporre si accordano su come servirsene; e il presidente del Consiglio correttamente ci informa che «non manderemo uno solo dei nostri ragazzi se non in condizioni di sicurezza e con un percorso politico molto chiaro». Dunque a lume di logica non manderemo nessuno.

Ma la storia non è logica. Il rischio che a forza di parlarne si finisca per fare ciò che si dichiara di non volere è apprezzabile. Anzi, l’abbiamo già fatto. Mentre escludiamo di inviare militari in teatro, trascuriamo che li abbiamo già mandati. Oltre trecento uomini, tra cui soldati di élite paracadutisti della Folgore - impegnati nella protezione di se stessi. Qualsiasi ragionamento sull’impiego della forza parte dalle condizioni di teatro, avendo determinato lo scopo geopolitico dell’intervento, quindi le risorse materiali e immateriali necessarie a raggiungerlo. La guerra serve per fare la pace. Altrimenti è follia criminale. In Italia tutto ciò non è ovvio. Consideriamo guerra e politica attività opposte. Peccato si sia quasi soli a pensarlo, salvo Costarica, Andorra, Liechtenstein e analoghi micro-Stati. Di più: quando facciamo la guerra evitiamo di dirlo a noi stessi, in ossequio a una selettiva interpretazione del dettato costituzionale. In queste condizioni, andare a sbattere contro dati di realtà che abbiamo inteso rimuovere, spesso in ottima fede, è inevitabile. Ciò rende particolarmente apprezzabile il caveat di Conte. Sempre che ne seguano comportamenti conseguenti. Tra cui la consapevolezza che al tavolo della pace, dove non siedono solo galantuomini, hai titolo per pesare solo se puoi poggiarvi una pistola (talvolta non metaforicamente). Regola estranea alla nostra tradizione diplomatica, per cui l’essenziale è esserci. Tutto il resto viene dopo, se viene. Risultato: rendiamo più visibile la nostra scarsa influenza. Però offriamo un attimo di buonumore a chi ci siede accanto. Nel caso in questione, le rimozioni gravi sono due. La prima riguarda la Libia. Sarà che l’abbiamo inventata noi – in specie Italo Balbo, poi abbattuto dal fuoco amico (?) nel cielo di Tobruk – sicché ci riesce amaro ammetterne la scomparsa. Eppure sulla quarta sponda non c’è Stato. Né vale la classica tripartizione in Cirenaica, Fezzan, Tripolitania, tracciata con geometrie coloniali. Di quello spazio grande sei volte l’Italia con un decimo della nostra popolazione restano coriandoli. Terre e risorse contese fra centinaia di milizie, più o meno afferenti a sponsor di peso – Russia, Turchia, Francia, petromonarchie arabe rivali eccetera. Noi abbiamo sposato la causa del più debole – il signor al-Serraj, capo di se stesso.

Operazione umanitaria? Cambiare idea per provare a stare anche con Haftar non giova alla nostra credibilità.

In politica, tanto più in guerra, è meglio non finire fra due sedie. Fra due fuochi. L’altra negazione della realtà riguarda il fatto che questa guerra - come quasi tutte quelle in corso, forse più di tutte – non risponde ai canoni dell’accademia.

Non c’è fronte. Né linee di separazione. I focolai bellici dilagano, si spengono per riaccendersi con andamento carsico, nel caos che solo i combattimenti fra irregolari e/o regolari mascherati sanno generare.

Le guerre d’oggi iniziano, difficilmente finiscono. La buona notizia è che per ciò stesso tendono a non assumere dimensioni incontrollabili. La cattiva è che non riesci a spegnerne i fuochi, ben curati dai piromani, ovvero dai molti che di guerra vivono e di pace morirebbero. La certezza è che se finisci nel fuoco incrociato, animato dal tentativo di sedarlo, sei bersaglio di tutti. “Amici” compresi.

Non resta che sperare di vedere presto installarsi sulla quarta sponda un robusto contingente italiano inquadrato in concorde e autorevole missione internazionale. Vorrà dire che il postulato di Conte – “condizioni di sicurezza” e “percorso politico molto chiaro” - sarà stato realizzato. Pace fatta, Libia rifatta, Onu rinata. Magari già domenica a Berlino.

Lucio Caracciolo – 15 gennaio 2020 – la Repubblica

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