La Libia dimenticata, causa Coronavirus

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“La promessa di Haftar ai russi di basi aeree e navali metterà la Libia in una posizione simile alla Siria”, ha spiegato durante l’incontro Mehmet Öğütçü, ex diplomatico turco e presidente della Global Resources Partnership: “Questo è il motivo per cui la Nato e l’Ue stanno cercando di intervenire a favore di Tripoli per impedirlo, a causa della minaccia intrinseca di una Russia di ottenere una nuova Crimea in Libia”. Il commento di Emmanuele Rossi su Formiche.

Libia, gli interessi di Putin in contrasto con quelli Usa

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Un altro errore sulla Libia

Il cirenaico Haftar spara a volontà, il tripolino Serraj sospende la sua partecipazione al negoziato militare di Ginevra, e così le residue speranze di stabilizzare la Libia affogano in un mare di parole che vede l’Italia tra i più loquaci protagonisti. Aveva cominciato, nella corsa ai proclami ad uso interno, la tanto attesa conferenza di Berlino che pur di non fallire subito ha prodotto a cuor leggero un lungo elenco di traguardi irraggiungibili. Riuscendo in tal modo a fallire dal giorno dopo, quando si è visto che la tregua d’armi non reggeva, che le forniture di armi provenienti dai padrini dei due schieramenti continuavano imperterrite, che Turchia con Serraj e Russia con Haftar accentuavano la loro presenza sul terreno invece di ridurla, che gli Usa guardavano dall’altra parte e che l’Europa rimaneva divisa e inefficace malgrado i suoi indiscutibili interessi in Libia. Poi, fatto più unico che raro, è stata l’Onu ad alzare la voce osservando che l’embargo sulle armi «somigliava ormai a una barzelletta». Il giorno dopo, lunedì scorso, si riuniva il Consiglio dei ministri degli Esteri europei. Non poteva più far finta di niente, e incassare l’accusa di far ridere. Doveva decidere «qualcosa», e così è stato. Ma questa volta accanto alla consueta retorica diplomatica c’è stato il coinvolgimento di forze militari, con una approssimazione che non fa ben sperare. Anche perché subito dopo Haftar ha lanciato i suoi missili sul porto di Tripoli, e Serraj ha abbandonato i negoziati militari che dovevano consolidare la tregua.

Per capire meglio occorre fare un passo indietro, al nostro governo gialloverde nel quale Matteo Salvini era l’uomo forte. Fu quel governo italiano, e fu Salvini con la sua politica dei «porti chiusi», ad azzoppare la missione navale Sophia che doveva pattugliare il Mediterraneo nell’ambito della lotta ai trafficanti di carne umana. Sophia, si disse, moltiplicava il numero di migranti aumentando le loro probabilità di salvezza, dunque andava stroncata. Così fu. Ma l’idea circolava ancora in Europa, con Germania, Francia e Spagna favorevoli, Austria e Ungheria contrari per paura di nuovi rifugiati (che peraltro in Ungheria non entrano), e il nostro ministro degli esteri Di Maio, senza darlo troppo a vedere, d’accordo con Vienna e con Budapest. Non per copiare la dottrina Salvini, bensì stavolta per evitare che Salvini potesse impallinare il governo giallorosso con accuse di cedimento sul tema sempre sensibile dei flussi migratori.

Ecco allora che con il varo di una nuova operazione aeronavale «interamente diversa da Sophia» l’Europa ha formalmente sovrapposto il tema migranti e il tema Libia, al punto che se venisse constatato un «effetto richiamo» per i trafficanti anche nella nuova zona di operazioni, le navi verrebbero subito spostate o rinviate nei loro porti. Il che stabilisce, fino a prova contraria, una chiara priorità: per i Paesi europei e per l’Italia in particolare, visto che a differenza di Austria e di Ungheria noi il mare lo abbiamo intorno, il contenimento dei migranti conta molto più di quello delle forniture d’armi ai protagonisti della guerra civile libica. 

E non basta, perché Di Maio, oltre all’operazione aeronavale, ha vagamente ipotizzato anche una componente terrestre «se le autorità libiche la autorizzeranno». Ma quali autorità libiche visto che sono almeno due, per vegliare su quali confini, con quale viatico Onu, con quali regole di ingaggio? Forse il ministro alludeva a un indiretto rafforzamento delle operazioni franco-americane nel Sahel, oppure siamo ancora alle parole incaute? Nell’attesa si deve rilevare che l’alto rappresentante per la politica estera Ue, lo spagnolo Borrell, si è precipitato a frenare. 

Anche il solo aspetto aeronavale del nuovo progetto, peraltro, è ricco di interrogativi ai quali stanno già lavorando gli esperti nella speranza di far partire l’operazione a fine marzo. Se le navi della missione coglieranno sul fatto navi militari turche dirette a Tripoli, cosa faranno concretamente considerando che ci si troverà tra soci della Nato? Haftar, molto più facilmente di Serraj e della Tripolitania, può ricevere le sue forniture belliche via terra attraverso il confine egiziano: non si rischia di bloccare la Turchia e il Qatar e di dare invece poco fastidio agli Emirati, alla Giordania, all’Arabia Saudita, alla Russia che servono la Cirenaica? L’operazione, spostata a Oriente, sarà comunque ricattabile dai trafficanti di esseri umani, basterà aumentare il numero dei barconi in quell’area e le navi toglieranno il disturbo. 

Anche a volerci fermare qui la nuova missione, che non ha ancora un nome e nemmeno un comandante mentre quello di Sophia era italiano, sembra disegnata per radicalizzare ulteriormente la partita per il predominio nel mondo sunnita (pro e contro i Fratelli musulmani) che i Paesi islamici con l’aggiunta della Russia combattono in Libia, sulla pelle dei libici e anche dei migranti. Con ampi margini di ambiguità: quelli che abbiamo brevemente citato, ma anche il doppio gioco di Mosca che con Lavrov in visita a Roma invoca l’onu e nulla dice dei suoi mercenari alle porte di Tripoli, che litiga con la Turchia in Siria ma ci va d’accordo in Libia. E anche l’america di Trump che nulla dice del blocco petrolifero imposto da Haftar dopo averlo indicato come linea rossa insuperabile (forse lo spettacolo di un’europa nei guai non dispiace al presidente in campagna elettorale?). E anche tutti quanti vanno ripetendo che in Libia «non esiste una soluzione militare». Sarà anche vero, ma alla fine pure gli europei hanno dovuto tirar fuori l’effetto dissuasivo di navi bene armate. Con il rischio che gli altri siano disposti a sparare e noi no.

Franco Venturini - Corriere della Sera - 21 febbraio 2020

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Libia, un patto da stracciare

L’immagine è di quelle che fanno la Storia: due navi da guerra di Erdogan allineate di fronte al lungomare di Tripoli, in bella mostra davanti a tutta la città e all’opinione pubblica mondiale. Era dal 2 ottobre 1911 che gli ammiragli turchi sognavano questo momento, da quando una squadra navale italiana si schierò nelle acque della capitale cominciando la conquista della Libia. Fu l’inizio della fine del decadente impero ottomano, destinato a dissolversi nel giro di pochi anni. E ieri il nuovo Sultano ha dato un segno tangibile della volontà di ricostruirlo. Il messaggio è chiaro: a Tripoli ora comando io.

Quelle navi dovrebbero servire da monito anche al governo italiano, che ha perso ogni capacità di incidere nella partita libica. Ormai la nostra voce conta poco o nulla negli assetti di potere locali, anzi: i signori della guerra di Tripolitania e Cirenaica sanno di poterci minacciare facendo leva sulla questione dei migranti. Nei loro colloqui con Roma è un argomento chiave: paventano la possibilità di riaprire le partenze, inondando la Sicilia e l’Europa con un flusso di disperati. Un ricatto mai esplicitato, ma sempre presente nei loro discorsi.

Proprio per questo il premier Giuseppe Conte e la sua maggioranza non devono prorogare l’accordo con Tripoli sui migranti. Quel patto scellerato va fermato subito, con una decisione netta: altrimenti tra quattro giorni si rinnoverà automaticamente.

Lo scorso novembre il governo aveva promesso che il Memorandum sarebbe stato modificato con una serie di vincoli per tutelare i migranti. Ma è velleitario chiedere garanzie sul trattamento delle persone nei campi, perché non siamo assolutamente in grado di dettare condizioni.

Possiamo solo pagare le autorità locali, arricchendo funzionari e capi tribali, gli stessi che spesso in passato hanno organizzato il traffico; chiudendo gli occhi sulla realtà in cui uomini, donne e bambini sono costretti a sopravvivere. Sappiamo tutti che in Libia si combatte e si bombarda, che molti di questi reclusi senza colpa sono obbligati a prendere le armi o compiere lavori forzati sulla linea del fronte: vengono usati come carne da cannone.

Sappiamo che sono detenuti in condizioni disumane, senza che ong e Nazioni Unite possano assisterli. Eppure il governo ha l’ipocrisia di affrontare l’argomento come se si discutesse di un paese normale.

Che i leader del Movimento 5Stelle continuino a sostenere il patto con la Libia è cosa nota. La tempistica scelta dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio per redigere la sua lista di richieste a Tripoli è paradossale: ha atteso tre mesi prima di completare il documento, che quindi sarà inoltrato a poche ore dal rinnovo automatico del trattato.

Una solenne beffa a tutti gli italiani.

Sorprende invece che il Pd resti in silenzio e accetti passivamente questo accordo. Certo, fu il governo Gentiloni a vararlo nel febbraio 2017, ma allora la Libia era completamente diversa e c’era quantomeno la speranza di farne il punto di partenza per una diversa gestione dei flussi migratori. Ora no. Adesso la proroga significa solo condannare decine di migliaia di persone alla prigionia sotto le bombe; ostaggi e strumento delle manovre dei capifazione libici. O dello stesso Erdogan, che ha saputo già sfruttare abilmente l’esodo dei profughi siriani per ottenere massicci finanziamenti dall’Europa e potrebbe fare lo stesso a Tripoli. Non a caso martedì una delle navi turche ha intercettato un gommone di disperati, riconsegnandoli tutti alle motevedette libiche: un’operazione filmata e propagandata dalla marina di Ankara.

Se il Pd vuole tenere fede alla diversità nei diritti che ha contribuito alla vittoria in Emilia Romagna, se vuole rendere credibile la prospettiva di un partito aperto alla società civile e a movimenti come quello delle Sardine, allora cominci con un passo concreto.

E cancelli subito il trattato.

Gianluca Di Feo – la Repubblica – 30 gennaio 2020

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