Il Covid non porterà al socialismo

  • Pubblicato in Esteri

Le primarie del Labour sono iniziate in un mondo e sono finite in un altro”, scrive l’Economist a proposito dell’impatto del coronavirus: “I candidati e i sostenitori hanno discusso in rete anziché affollarsi nei pub”. Molti osservatori credono che l’epidemia possa essere un vantaggio per il Labour, dato che il clima politico delle ultime settimane tende a essere più favorevole alla sinistra. La tesi sostiene che la decisione del governo di investire nell’economia e nazionalizzare alcune industrie chiave mostra il ruolo cruciale dello stato nella gestione dell’emergenza. Il virus sposta i confini di ciò che è politicamente accettabile. Come fanno i Tory a deridere ‘i soldi che crescono sugli alberi’ quando loro stessi hanno appena scoperto una foresta? Corbyn sostiene che la risposta del governo al Covid-19 dimostra che lui aveva ragione a sostenere una maggiore spesa pubblica. Questa tesi viene condivisa anche al di fuori del Partito laburista, tanto che molti ministri conservatori si sono lamentati di avere vinto le elezioni per ritrovarsi a implementare le promesse del Labour. Tuttavia, l’idea che il Covid-19 possa dare vita a un paradiso socialista non è molto credibile. Certo, alcuni eventi epocali come questa pandemia possono stravolgere le appartenenze politiche, specie se sono deboli. E questa crisi si sta rivelando una buona notizia per la sinistra: alcune delle istituzioni a cui è legata, come la Bbc o l’Nhs, oggi vengono ammirate più del solito. Ma l’attuale espansione dell’intervento pubblico non rappresenta una conversione filosofica alla rivoluzione. Piuttosto, è una risposta pragmatica a una serie di problemi rari: politiche di stampo keynesiano per fare ripartire l’economia, interventi per salvare le industrie dal collasso e un salario minimo per i lavoratori che hanno perso il lavoro. Questa espansione farà crescere il debito pubblico, e verrà finanziata con un aumento delle tasse. Tuttavia, i paragoni con il modello economico adottato dal Labour nel 1945 appaiono prematuri. Gli scienziati sono fiduciosi di trovare una cura al virus nel breve termine, forse entro un anno. Quando finalmente arriverà quel giorno gli elettori non vorranno nient’altro che un ‘ritorno alla normalità’, come è avvenuto negli anni Venti del secolo scorso dopo la Prima guerra mondiale e l’influenza spagnola. I cittadini si ricorderanno del coronavirus non come un’epoca di rinnovamento ideologico ma come una crisi temporanea che ha reso possibile una strana fusione tra un’ammirabile collettivismo e delle restrizioni alle libertà personali. Se Keir Starmer vorrà avere successo come leader laburista dovrà porsi come un politico pragmatico e post-ideologico. Dovrà fare delle domande pratiche al governo riguardo alla produzione di ventilatori e tamponi o all’aiuto economico ai più vulnerabili. Dietro le quinte dovrà prepararsi alla fine dell’emergenza eliminando i seguaci più radicali di Corbyn. Se punterà le sue carte sul socialismo, sprecherà il suo capitale politico”.

The Economist - Il Foglio -  4 aprile 2020

Leggi tutto...

La Gran Bretagna vuole davvero uscire dalla Ue

  • Pubblicato in Esteri

In Gran Bretagna sembra che abbiano capito ben poco di quel che sta succedendo nel Vecchio Continente. E' incredibile che il partito di Nigel Farage, che ha voluto intraprendere la strada tortuosa della Brexit abbia, nei sondaggi, il doppio dei voti che prenderebbero i Tories da Theresa May, cinque punti in più rispetto al Labour di Jeremy Corbyn. Fa impressione, e non solo perché il bipartitismo inglese era una delle poche certezze che la politica ci aveva lasciato. Ma anche perché confidavamo che il rapido eclisse di Farage dopo il referendum sulla Brexit e il tonfo dell’Ukip alle successive elezioni fossero la prova di un popolo redento dall’errore, inconsapevole del proprio incauto voto, desideroso di tornare all’ovile di Bruxelles.

Brexit si, Brexit no, Ue nel panico

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS