Il governo britannico nel caos

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      Theresa May e la devastante testardaggine di un Primo Ministro. E’ perlomeno paradossale che uno Stato col nome di Regno Unito persegua con incredibile e cieca caparbietà un progetto di "separazione"come il Brexit, i cui ultimi sempre più disordinati e ormai incontrollabili capitoli stanno mettendo a nudo non solo le profonde lacerazioni del governo ma anche alcuni problemi identitari di fondo. Ma procediamo con ordine.

     Le ormai caotiche sedute di Westminster – ultima quella dove il leader dell’opposizione è stato accusato di aver mormorato “stupid woman” nei confronti di Theresa May - mostrano un Primo Ministro che con stupefacente e pericolosa cocciutaggine continua a difendere il Brexit e ad escludere un secondo referendum, aggrappandosi alla presunta obbligazione morale di “rispettare” (sic) i risultati del referendum di due anni fa, in cui, parole sue, “gli elettori sapevano quello che volevano” (sic). In realtà, pochi pretesti negli annali della recente vita politica europea sono stati più scandalosamente falsi e fraudolenti di questo e il suo utilizzo getta una luce poco lusinghiera sull’onestà e sull’intelligenza di tutti coloro che se ne fanno uno scudo. Quello (il referendum del 2016) che senza mezzi termini è stato definito “a pup”(una patacca) da un consumato politico come Lord Heseltine viene ostinatamente presentato come un attendibile esercizio di democrazia…Evidentemente, non ci sono limiti alla faccia tosta, ma sfoggiarla anche in Parlamento ne aumenta le macchie.

     Di fatto, quel referendum che il Primo Ministro britannico continua a richiamare come una litania nelle sue dichiarazioni costituì una delle operazioni più goffe e avventuriere delle politica britannica degli ultimi settant’anni: chi lo indisse e lo promosse trascurò con voluta e irresponsabile nonchalance le implicazioni legali, procedurali, burocratiche ed economiche che sarebbero uscite dall’otre dei venti. Analoga ignoranza o indifferenza nei riguardi dei meccanismi comunitari e delle conseguenze mostrarono a loro volta i sostenitori dell’uscita, innescando così un gigantesco imbroglio, una palude in cui da due anni a questa parte si agita un intero Paese. Non sono mancate nel frattempo voci più sensate e realiste da entrambi gli schieramenti politici – vedi anche gli ammonimenti di John Major e di Tony Blair - che in varie occasioni hanno cercato di sfatare i miraggi di fantomatiche alleanze commerciali alternative alla UE, mettendo in guardia il governo  dai pericoli dell’isolazionismo. Analoghi richiami alla ragione e avvertimenti sono stati lanciati poi anche da istituzioni pubbliche e private, e  quindi super partes, che hanno espresso la loro profonda preoccupazione per lo scenario di crescente incertezza che grava sul futuro dell’economia britannica a causa del Brexit.

      Nessuno di questi altrimenti ragionevoli ammonimenti e richiami sembra aver avuto effetto e la folta banda degli spavaldi difensori “dell’indipendenza e dell’onore” britannici, fra cui spiccano ingloriosamente personaggi come Jacob Rees Mogg e Nigel Farage, continua a vociare e ad emettere dichiarazioni bellicose, attività tipica dei demagoghi o dei bulli da strapazzo. A dispetto di costoro e delle velleitarie rassicurazioni del Primo Ministro, la sterlina ha comunque imboccato da tempo un sentiero in continua discesa…La fiaba crollerà del tutto quando i cittadini britannici si ritroveranno soli e prigionieri della loro isola, con milioni di immigrati comunitari che assicurano i servizi di tutti i generi. Che ne sarà di loro? E che ne sarà dei voli, dei passaporti, dei trasporti, delle comunicazioni, delle transazioni commerciali, dei servizi finanziari, tutte aree fino ad oggi ormai fisiologicamente integrate con l’Europa da ben 40 anni? L’esperienza mostra che le irrazionali caparbietà individuali e nazionali costano care e i loro spiacevoli effetti non si esauriscono nel giro di pochi anni.

     Parallelamente al suddetto incaponimento da manuale o dietro di esso, agiscono ulteriori fattori non meno significativi e che con la UE hanno ben poco a che fare. Lo spettro di elezioni anticipate spunta a ogni seduta del Parlamento e gli irrigidimenti o la richiesta di concessioni sul Brexit sembrano in realtà dettati dall’obiettivo del governo, e quindi dei Tories, di rimanere al potere e dei Laburisti di riprenderselo. Anche le affermazioni del Primo Ministro che un eventuale secondo referendum aumenterebbe la divisione del Paese, nascondono in realtà il timore che un eventuale esasperato remain potrebbe far sgonfiare come un pallone le isterie del Brexit e trascinare nella sua caduta anche lei stessa e il governo.

     Molti elementi suggeriscono che dietro quest'annosa tragicommedia, dietro le manovre politiche e le trionfalistiche promesse di un migliore futuro “da soli” si agiti un fantasma a quanto pare mai debellato, e cioè, un problema identitario. Anacronisticamente, dopo aver combattuto una seconda guerra mondiale in difesa delle nazioni europee aggredite da Hitler, in un momento storico dove il frazionamento è ancora più pericoloso che mai, quando le spinte egemoniche russe rivaleggiano con quelle americane, con una Cina che ha ormai il dominio economico dell’Asia e si appresta ad averlo anche dell’Africa, con un Impero ormai in soffitta e il Commonwealth nel museo degli intenti, con un territorio nazionale costituito da entità potenzialmente eccentriche e anarchiche, dalla Scozia all’Irlanda del nord, la Gran Bretagna o comunque molti suoi cittadini non riescono a sentirsi parte di un’Europa alla cui civiltà essi hanno gloriosamente contribuito. Molti non hanno ancora metabolizzato il cambiamento. Troppi continuano a vivere in un mondo irreale, proiettato verso oceani dove non esistono più colonie britanniche, dimenticando che di fronte a Dover sta in realtà la continuità morale e anche geografica della Gran Bretagna. Del resto, non molte migliaia di anni fa il canale della Manica era solo una pianura attraversabile a piedi…

     Questo è il vero e tragico problema del Brexit, la faglia psichica alimentata e inquinata dai demagoghi e dagli avventurieri di turno. Prima gli elettori britannici si liberano di costoro e prima le scogliere di Dover ridiventeranno uno dei tanti bastioni europei.

Antonello Catani, 20 dicembre 2018

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Parola di Re

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Il dispositivo dell’art. 546 del Codice di Procedura Penale Italiano saggiamente prevede che una sentenza deve contenere, inter alia, oltre a un’enunciazione dei fatti che l’hanno provocata, anche le prove concernenti questi ultimi. Detto in altre parole, la teoria vorrebbe che le sentenze, soprattutto se sono di carattere punitivo, devono essere suffragate da prove, salvo essere illegittime ed arbitrarie.

      I recenti avvenimenti in Siria suggeriscono come esistano evidentemente delle capricciose eccezioni ai suddetti principi giuridici, eccezioni che richiamano irresistibilmente il ben noto aneddoto riguardo all’ex-Re egiziano Faruk. Dice la leggenda che, durante una partita di poker, anziché mostrare le carte al suo avversario, che aveva dichiarato un poker di Fanti, Faruk abbia sostenuto di avere un poker d'Assi, ma senza mostrarlo, limitandosi a dire: “parola di Re.”

      Nel nostro caso, “la parola di re” sono le dichiarazioni americane che gli attacchi chimici sono partiti dalla base militare di Shayrat. I bombardamenti di tale base costituiscono quindi la pena di una  sentenza emessa tuttavia senza prove.   

      Dove sono?

      In attesa che esse vengano prodotte – se mai lo saranno – almeno in fase preliminare, il buon senso rende poco plausibile che i Siriani, assieme ai loro alleati russi e iraniani, oltre che criminali, siano stati tutti così platealmente stupidi da regalare su un piatto d’oro all’opinione pubblica mondiale e all’opposizione il pretesto per essere condannati e puniti. Caso mai, altri mandanti, quali che siano, appaiono di gran lunga più credibili. Molti commentatori hanno giustamente paragonato la situazione a quella precedente l’invasione dell’Iraq, quando l’establishment di Washington proclamava a squarciagola che Saddam Husein possedeva e si apprestava a usare armi di distruzione di massa. Tutti sanno che tali armi non sono mai state trovate o meglio non esistevano. In compenso, l’Iraq ha sofferto colossali distruzioni e centinaia di migliaia di morti, mentre tutta la regione è stata inoltre destabilizzata. Da lì è spuntato anche il fungo del sedicente IS, con le sue decapitazioni, la barbarie e la distruzione di venerabili monumenti.

       L’annosa crociata anti-Assad ricorda quella contro il defunto colonello Gheddafi, il quale era certamente un despota e non un santo. Un piccolo dettaglio: la sua defenestrazione (o meglio massacro), sobillata anche lì da una fantomatica opposizione, ha avuto come conseguenza l’inaugurazione del regno del terrore e del caos attualmente vigenti in Libia. Nonostante il rigido e oppressivo controllo poliziesco, chi ha ha avuto occasione di operare in quel Paese durante il regime del Colonnello, riusciva peraltro a dormire sonni tranquilli in casa o nel suo albergo, senza temere di saltare in aria. Oggi, questa terra di nessuno, contesa da una pluri-opposizione, pateticamente osannata a suo tempo da T. Blair e N. Sarkozy, non consente tali lussi. E' matematicamente sicuro che un'eventuale caduta (defenestrazione letale) di Assad creerebbe le premesse di una situazione analoga anche in Siria. Questo a Mosca lo hanno capito. A Washington, invece, le collusioni economico-militari con i Potentati della Penisola Araba che sostengono la cosiddetta opposizione (non a caso sunnita) pare di no.

       Perchè tali atmosfere incancrenite e avvelenate? Da chi? Nessuna persona di buon senso può credere che tutto sia banalmente causato dalla follia di qualche despota, che nel caso di Assad sarebbe addirittura peggiore di A. Hitler, secondo quanto ha seraficamente assicurato l’addetto stampa della Casa Bianca, Sean Spicer. Anche se quasi subito dopo egli si è scusato  della grossolana gaffe, il suo iniziale paragone mostra quanto sia facile ricorrere all’illusionismo verbale per demonizzare un avversario. Insomma, vari elementi mostrano come ciò che da tempo si svolge nel Vicino Oriente corrisponde a una sorta di sordo e strisciante  conflitto per procura e fuori sede, conflitto i cui protagonisti non sono tutti allo stesso modo visibili. Naturalmente, quelli più appariscenti sembrano essere gli USA e la Russia. La veemenza e la paranoia paiono tuttavia essere più di casa a Washington e a Londra che non a Mosca.

      I fatti (tra cui la surreale permanenza della NATO) mostrano come la ormai lontana dissoluzione dell’ex-Unione Sovietica e la scomparsa del giustamente ostracizzato Comunismo non sembrano aver placato le isterie anti-russe, per secoli albioniche e ora anche americane, che adesso trovano, oltre all’Ucraina, rinnovati stimoli e opportunità anche nel Vicino Oriente. Vale qui la pena di osservare che, mentre quelle americane hanno almeno la logica della pretesa della gendarmeria planetaria, quelle della Gran Bretagna, che non ha più un impero da difendere dall'orso russo, risultano del tutto incongrue. Venendo ora alla Siria, si sa che Assad ha la caratteristica di appartenere a una minoranza alawita (shiita) che governa il Paese – da qui il sostegno iraniano - suscitando quindi l’insofferenza (di una parte) della popolazione sunnita. Rimane comunque il fatto che nelle elezioni presidenziali del 2014 lo stesso risultò democraticamente eletto con una maggioranza dell’88%, nonostante il boicotaggio e le intimidazioni anche a mano armata dell’opposizione. Da notare che fra chi si congratulò con Assad vi furono anche l’algerino Buteflika e Mahmud Abbas della Palestina.

        Mentre Assad, a torto o a ragione, è demonizzato, in molti sembrano comunque far finta di dimenticare che Gran Bretagna e USA considerano come loro stretti partners, sia commerciali che militari, i regimi della Penisola Araba, che ben difficilmente possono essere definiti liberali e democratici. La contraddizione è lampante e costituisce una significativa esemplificazione del ben noto fenomeno dei due pesi e delle due misure. Essa potrebbe quasi passare per esilarante, se non fosse impudente. E comunque aumenta, se si tiene conto che la Siria è forse lo Stato più secolare di tutto il Vicino Oriente e del Nord Africa. E tutto il mondo (occidentale) non invoca appunto proprio la tolleranza religiosa? Gli attentati di questi giorni alle chiese copte in Egitto confermano, se mai ce ne fosse bisogno, che il virus dell’intolleranza è al contrario instancabile in varie fasce e regioni del mondo islamico. La presenza dunque a Lucca anche di rappresentanti di vari potentati della Penisola Araba e della Turchia, tutti rigidamente sunniti e in odore di simpatie fondamentaliste è quanto di meno neutro si potesse immaginare in un convegno il cui scopo doveva essere quello di disinnescare le micce, anziché fomentarle. 

       Non meno esilarante è dunque l’atteggiamento ostile nei confronti della Russia da parte del neo Ministro degli Esteri inglese, Boris Johnson. La cancellazione della visita di quest’ultimo a Mosca dopo una telefonata col Segretario di Stato americano e la richiesta di nuove sanzioni nei confronti della Russia, peraltro non condivise da tutti i presenti a Lucca, è una dimostrazione dei presaghi avvertimenti di John Major durante una sua recente conferenza a Chatham House a proposito del Brexit. Pacatamente, egli poneva il dito sulle eccessive illusioni alimentate al riguardo, avvertendo inoltre che il nuovo ruolo di una Gran Bretagna ormai senza impero e oltretutto isolata non potrà certo essere quello di leader ma di follower. Non si vede inoltre per quale motivo nazioni come per esempio il Canada, l'India o gli USA dovrebbero stipulare con la Gran Bretagna del Brexit accordi commerciali più vantaggiosi di quelli stipulati con la UE. Il citato comportamento di Boris Johnson pare costituire solo il primo esempio di una lunga serie di conferme delle lungimiranti e sensate predizioni di John Major.

      Mentre i colloqui a Mosca fra il Segretario di Stato americano e il suo omologo russo hanno confermato l'insistenza di Mosca nel richiedere prove tangibili della colpevolezza siriana e comunque la volontà di continuare a sostenere il presidente siriano alcune cose risultano sempre più evidenti, se non altro perché già costituiscono un precedente poco confutabile.

      Primo. Fra le dichiarazioni elettorali del neo presidente americano e le sue effettive azioni esiste un abisso. “America first” pare stia diventando “Russia first”.  

     Secondo. I dubbi pre-elettorali (assai realistici) espressi a suo tempo da quest'ultimo sulla reale identità dell’opposizione siriana sono scomparsi e addirittura si è passati a un bombardamento senza preavviso ai Siriani, anche se i Russi, prudentemente, sono stati al contrario avvertiti. Finchè non verranno prodotte prove concrete e inoppugnabili che l’attacco chimico è stato opera delle forze governative, è legittimo rimanere increduli oltre che indignati, a meno che, con mefistofelica astuzia (?), il bombardamento in questione non volesse essere un indiretto avvertimento in un’altra parte del mondo, e cioè, alla Corea del Nord. Supposto che una simile ipotesi sia fondata, c’è da domandarsi quale possa essere stata la tacita reazione del presidente cinese proprio quei giorni in visita in Florida. In ogni caso, visto che stiamo parlando di opposizioni a un regime, nessuno pare ricordare che la Libia fu liberata dal detestato Gheddafi – eufemisticamente, né un santo né un genio – per regalarla a un’ipotetica più nobile opposizione. Il caos totale vigente in Libia è un eloquente identikit della natura di tale famigerata opposizione.

     Terzo. Al nuovo (o meglio, rinnovato) interventismo americano, curiosamente gestito da un’élite dove abbondano uomini d’affari ma senza passato o esperienze politiche e che ricorda fra l’altro la politica familiare dei Papi rinascimentali, fa surrealmente da contrasto un’opposta e irresponsabile spinta isolazionistica in Europa. Non solo la Gran Bretagna invoca indipendenza – “ci governiamo da noi”, si sente a Westminster e lo stesso dice anche un Michael Caine, che parla di freedom -  ma anche la signora Marine Le Pen, candidata alla presidenza francese, afferma che ormai la UE è superata, cosa che tradotta significa che la Francia può e dovrebbe uscirne. Vi è infine la premier scozzese, Nicola Sturgeon, che si è anche lei recata negli USA a fare opera di promozione nell’ottica di una futura Scozia indipendente. A favore di quest’ultima, tuttavia, bisogna sottolineare come costei non soffra delle stesse smanie di sganciamento a tutti i costi e che anzi farà di tutto per rimanere in braccio ai “Continentali”, ovvero gli Europei del Continente.

       Chi guadagna in tale situazione? L’America è provvidenzialmente circondata dall’Oceano e non ha certo problemi col Canada. Anche la bellicosa e cattiva Corea del Nord è lontana. Gli Europei, al contrario, non hanno simili vantaggi e sono vittime, oltre che di malintesi sensi di compassione per le invasioni migratorie, del riflusso della povertà, miseria, fanatismi e losche faccende che inesorabilmente salpano dal disastrato bacino sud del Mediterraneo verso il nord. In questa situazione per tanti versi caotica e affannosa non si dovrebbe comunque mai dimenticare la politica spregiudicata e teoricamente furba con cui per decenni l’Europa ha vezzeggiato, ammansito e corteggiato regimi il cui grado di tolleranza è platealmente inesistente. Scandalo senza rimedio è il vertiginoso aumento delle moschee e centri culturali islamici in tutta Europa mentre è proibito costruire chiese o vengono bruciate quelle esistenti nel mondo musulmano.

       I bracci di ferro diretti o indiretti per accaparrarsi o riaffermare presunte zone d’influenza nell’attuale scenario del Vicino Oriente commettono il grossolano errore di sottovalutare il fatto che l’incremento dell’entropìa, e cioè, del disordine sociale e politico e delle incertezze economiche stimolato da tali bracci di ferro e dagli accoliti di turno rischia di condurre inevitabilmente a situazioni molto meno controllabili di quanto certi furbi o ottimisti non immaginano. Quando ciò accade, anche le distanze geografiche cessano di costituire infrangibili garanzie. Anche da un punto di vista meramente economico, per esempio, i crolli di Wall Street e più recentemente dei sub-primes americani, che si sono ripercossi come dei tsunami in tutto il mondo, suggeriscono che le élites al potere dovrebbero iniziare a occuparsi di cose più serie e lungimiranti, come per esempio il drammatico e vertiginoso aumento della popolazione di certe regioni del pianeta e la crescente scarsità dell’acqua potabile. I fatti attuali mostrano come in realtà ciò non accada. Dommage.

Antonello Catani

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