Un leader per l’America

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Il presidente Trump e il suo sfidante Biden si contendono il ruolo di “presidente di guerra”, il leader che può condurre l’America fuori dalla crisi distruttiva del coronavirus, e al Congresso repubblicani e democratici litigano senza ritegno su un pacchetto di misure economiche di salvataggio da duemila milioni di dollari. Il pacchetto è in discussione al Senato, ma ieri al momento in cui questo giornale andava in stampa le votazioni hanno fallito di nuovo – come tre giorni fa – tra accuse furiose. I repubblicani accusano i dems di bloccare una misura che salverà il paese, i dems vogliono più garanzie per i lavoratori e più controllo su un fondo da 500 miliardi di dollari destinato alle industrie, “non votiamo alla cieca”. Nelle sei settimane da quando è cominciata la crisi da coronavirus in America la Borsa ha perso come non succedeva dal 2008 e milioni di americani sono rimasti senza lavoro e costretti a casa per le quarantene che si stanno estendendo da stato a stato. Biden e Trump hanno entrambi difetti gravi per poter aspirare davvero al ruolo di leader nell’emergenza. Biden non è presidente e non è nemmeno ancora il candidato ufficiale del Partito democratico, quindi non può esercitare alcuna leadership. Anzi, l’arrivo della pandemia ha mandato a casa tutta la sua campagna elettorale e lo ha fatto virtualmente sparire dalle notizie. Le primarie sono state interrotte, all’ultimo turno in Illinois l’affluenza degli elettori è stata molto bassa e altri sette stati le hanno rimandate. Biden non può più fare comizi, non può girare fra la gente, non può fare quello che i candidati presidenti fanno di solito ed è uno svantaggio per uno come lui che gioca meglio di persona ed è molto poco digitale. Il primo tentativo di fare un comizio online è andato male per problemi tecnici qualche settimana fa. In questi giorni è nella casa di Wilmington, nel Delaware, dove gli uomini della sua campagna hanno trasformato una stanza in uno studio da dove Biden intende trasmettere in streaming messaggi quotidiani. Il primo ieri è andato male: a un certo punto perde il filo del discorso, s’interrompe e fa cenno con la mano di alzare qualcosa perché è troppo basso. Crede che la mano sia fuori campo, ma si vede. I trumpiani, che non vedevano l’ora di dargli del demente senile, hanno cominciato a ululare di soddisfazione sui social media. La campagna di Biden aveva fatto una buona cosa registrando un video di Ron Klain, il coordinatore dell’Amministrazione Obama durante l’epidemia di ebola, che spiega in modo professionale cos’è il Covid-19 e perché Trump ha commesso molti errori – e il video ha fatto già quattro milioni di spettatori su YouTube. Il live streaming di Biden da quello che si è visto non è la soluzione per reinventarsi una campagna elettorale grippata dal coronavirus. Intanto Trump e il governatore democratico dello stato di New York, Andrew Cuomo, fanno ciascuno una conferenza stampa al giorno davanti a un paese che comincia, in ritardo, a essere ansioso – e le loro conferenze sono senz’altro più convincenti di uno streaming live dal Delaware. Trump ha tirato fuori davanti ai giornalisti la definizione di “presidente di guerra” perché gli deve sembrare un buon modo per reimpostare la sua campagna elettorale ora che ha perso gli argomenti sui quali contava molto: lo splendido stato di salute e dell’occupazione e i record in Borsa sono spariti, travolti dalla pandemia; e la chance di trovarsi davanti un avversario socialista come Sanders è sparita pure quella. Trump ha adottato un nuovo tono. “Avete un leader che combatterà sempre per voi e non mi fermerò fino a quando non vinceremo. E la vittoria ci sarà. Nessun americano è da solo se siamo uniti”. I sondaggi lo premiano, come succede a ogni leader durante una crisi, e un dieci per cento in più di americani approva come sta gestendo la situazione rispetto a una settimana fa. Ma il presidente fino a pochi giorni fa ha minimizzato l’allarme pandemia come una cosa che non sarebbe davvero successa. Il 26 febbraio, meno di un mese fa, disse che “i casi da noi sono soltanto 15 e in pochi giorni scenderanno a zero” e poi fece dichiarazioni dal podio e su Twitter come “è tutto sotto controllo” e concetti simili. La Casa Bianca di fatto o non ha capito oppure ha tentato fino all’ultimo di non dare risalto alla questione e questa sconnessione dalla realtà ha fatto reagire il paese in ritardo.

Daniele Raineri – Il Foglio – 24 marzo 2020

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Presidenziali Usa, Biden sfida Trump

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Primarie del partito democratico negli Sati Uniti: i “moderati” sono i progressisti. I “progressisti” sono i conservatori. Sembra che ormai siano in tanti ad averlo capito. Il Partito Democratico degli Stati Uniti di oggi è il partito progressista. Di conseguenza le masse democratiche hanno votato con numeri sorprendenti per i “moderati”. Il successo di Joe Biden nel Super Tuesday è una vittoria per il progressismo. Ma il linguaggio politico americano, con le sue concezioni su chi sia “moderato” e chi sia “progressista”, lo rende difficile da vedere. Il commento di Paul Berman su Linkiesta.

Usa, primarie dem, i veri progressisti sono i moderati di Biden

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"Sanità, istruzione e lotta alle armi. Salverò il Paese da Trump"

Non c'è dubbio che Joe Biden si stia rivolgendo a noi europei, quando puntando il dito denuncia con forza: «Trump ha demolito le nostre alleanze, io mi impegno a ricostruirle».
È il pomeriggio dopo la resurrezione del Super Tuesday. Biden partecipa ad un evento per la raccolta di fondi elettorali con il sindaco di Los Angeles Garcetti, e poi riunisce un gruppo di giornalisti all'hotel «W» di Hilgard Avenue per indicare come pensa di battere Sanders e Trump: «Sono grato per il sostegno ricevuto in tutto il Paese. Quelli che nella vita sono caduti, sono stati dati per finiti, sanno che questa è la loro campagna». Così spiega la filosofia della sua candidatura: «Vogliamo riunificare gli americani, al di là di razza, sesso, disabilità, etnia, e il risultato di martedì dimostra che ci stiamo riuscendo. Ci rivolgiamo a tutti, democratici, indipendenti e repubblicani. Lo dico sul serio, perché questo è il modo in cui si vince, ed è la ragione per cui mi sono candidato». Subito dopo lancia una frecciata al rivale Sanders: «Noi stiamo costruendo un movimento, composto da persone che non sognano la rivoluzione, ma vogliono battere Trump e costruire il futuro migliore che sappiamo essere possibile per l'America».
L'exploit del Super Tuesday
I flussi elettorali di martedì hanno ribaltato il tavolo: «Questa idea che non siamo un movimento... Andate a guardare i risultati, chi è andato a votare. Noi ora stiamo guidando la campagna, portando alle urne persone che non partecipavano. L'affluenza è stata altissima. Significa che la nostra agenda positiva, progressista, ma realizzabile, è maggioritaria nel Paese: garantire che l'assistenza sanitaria sia abbordabile e accessibile per tutti; che ogni bambino riceva l'istruzione per avere successo; battere i produttori di armi per la sicurezza; assicurare che il sistema pensionistico della social security sopravviva e protegga i coniugi rimasti vedovi; riformare l'immigrazione; affrontare la minaccia esistenziale del riscaldamento globale, avviando un processo di trasformazione con cui possiamo creare 10 milioni di buoni posti di lavoro che pagano 45 o 50 dollari all'ora più i benefit».
La continuità
Biden sottolinea la continuità con Obama: «Sono orgoglioso di aver servito come suo vice otto anni, e di ciò che abbiamo realizzato, come la riforma sanitaria, il salvataggio dell'industria dell'auto e dell'economia nazionale. La gente dimentica che quando siamo andati alla Casa Bianca gli Usa erano sull'orlo del fallimento, e in guerra su diversi fronti. Avevamo appena cominciato a cambiare le cose, ricostruire la classe media, risolvere i cambiamenti climatici: dobbiamo completare l'opera». Per riuscirci, è necessario centrare tre obiettivi politici: «La Casa Bianca non basta. Affinché la nostra visione diventi realtà, dobbiamo confermare Pelosi come Speaker della Camera e riprendere il Senato». Perciò manda un messaggio Sanders: «Non dobbiamo permettere che nelle prossime settimane le primarie diventino una campagna di attacchi negativi, perché aiuterebbe solo Trump. Dobbiamo tenere l'occhio sulla palla. L'obiettivo è sconfiggere Donald per salvare l'anima del Paese». Biden ci crede: «La gente capisce. Trump rappresenta una minaccia esistenziale per il ruolo degli Usa nel mondo. Ha già compromesso la nostra reputazione, con la sua strategia elettorale di diffondere odio e divisione tra gli americani. Il mondo intero lo ha visto insultare i nostri alleati, e abbracciare demagoghi e dittatori. Ha indebolito tutte le alleanze, su cui avevamo costruito la nostra forza, ma io mi impegno a ricostruirle. Se diamo a questa persona altri quattro anni alla Casa Bianca, cambierà radicalmente il carattere della nostra nazione. Non possiamo permetterlo. Perciò fin dal principio ho detto che questa è una battaglia per salvare l'anima del Paese».
Prima, però, bisogna vincere le primarie: «Stiamo già lavorando sul voto di martedì prossimo in Michigan, Mississippi, Missouri, Idaho, Washington, North Dakota. Porteremo la lotta in tutta l'America per unirci, ricostruire la classe media e dare alla gente un'opportunità che è stata negata da Trump. Il prossimo presidente deve avere la capacità di guidare dall'istante del giuramento, per curare una nazione divisa e un mondo nel caos. Io so come farlo e ho spiegato con chiarezza gli obiettivi. Possiamo guidare il 21° secolo come non abbiamo mai fatto prima, se capiamo che sulla scheda c'è il carattere della nostra nazione, prima che il nome dei candidati». Una collega gli fa notare che Sanders lo accusa di essere uno strumento dell'establishment. Allora Biden si ferma, torna indietro, e risponde con fermezza: «L'establishment sono i milioni di lavoratori che mi hanno votato. Io corro per loro, per realizzare i nostri sogni». 

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