I siluri (via spread) pronti ad arrivare sull’Italia

C’è una variabile da tenere in conto: le banche francesi, molto attive e molto interessate al mercato del credito del nostro Paese, hanno in pancia circa 285 miliardi di titoli di Stato italiani. Cosa accadrebbe se, seguendo l’esempio stesso di alcune nostre compagnie assicurative, dovessero casualmente decidere di scaricarne anche solo il 3-5% sul mercato, di colpo? Un effetto 2011. Al cubo, però. Perfetto per mandare fuori controllo il nostro spread e tramutarci automaticamente da percettore privilegiato di fondi Ue e grande malato d’Europa, quindi destinato alla terapia intensiva del commissariamento. Il commento di Mauro Bottarelli su il Sussidiario.

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La lotta segreta delle due Europe

Ora più che mai, non c’è una sola Europa. Ce ne sono due. Diverse, lontane per mentalità, sospettose l’una dell’altra. Costrette a competere ma a convivere. È una duplice Europa che ha ancora su entrambi i fronti qualche figura capace di guardare agli equilibri generali oltre l’interesse particolare e di agire di conseguenza. Ne ha fra rappresentanti italiani, francesi o spagnoli da una parte, così come ne ha sul fronte opposto fra i burocrati o fra i politici tedeschi o olandesi. Ma il contrasto di idee e narrazioni diverse in questi giorni ha una durezza con pochi precedenti, mentre l’intera architettura europea finisce sotto la pressione immensa dell’epidemia.

Lo si è visto subito all’interno della Commissione dove alcuni politici designati dal centro-destra e nella sfera d’influenza tedesca — il vicepresidente Valdis Dombrovskis, il commissario austriaco Johannes Hahn — hanno rifiutato fino all’ultimo di sospendere le regole di bilancio europee, anche di fronte a una catastrofe sanitaria che sta travolgendo l’economia mondiale. Alla fine, quando era chiaro che il rischio di non cambiare nulla era troppo alto, persino la presidente tedesca Ursula von der Leyen ha smesso di dare copertura ai più rigoristi. Ma la stessa linea di frattura è corsa fino alle stanze del governo a Berlino: a calamità europea ormai evidente, anche contro l’avviso del ministro delle Finanze Olaf Scholz, Angela Merkel ha frenato all’idea di sospendere i vincoli europei sul deficit. Solo all’inizio di questa settimana — riferiscono varie persone informate — la cancelliera ha finito per cedere.

La stessa faglia si è poi aperta subito dopo nel Consiglio europeo, il vertice dei capi di Stato e di governo dell’unione. Di fronte ai colleghi in teleconferenza, Merkel tre giorni fa è rimasta illeggibile: nel cuore di una recessione gravissima, nel suo intervento non ha dedicato una sola parola all’economia. Nel frattempo i leader di Italia e Francia, Giuseppe Conte e Emmanuel Macron, proponevano di lanciare un «corona bond» europeo: un titolo garantito dal bilancio di Bruxelles i cui proventi potessero finanziare la spesa sanitaria. Anche Christine Lagarde si è messa alle spalle gli errori dei giorni scorsi e ha proposto un «eurobond» (parole sue, secondo gli astanti). La presidente francese della Banca centrale europea capisce che questa sarebbe la svolta capace di dare la credibilità istituzionale — la base di un bilancio comune — senza la quale il futuro dell’euro resterà sempre in dubbio.

Altri leader però hanno parlato una lingua diversa, per valori e visione politica. Mentre le colonne di camion dell’esercito trasportavano i morti nelle strade della Lombardia, il premier olandese Mark Rutte invitava l’Italia a chiedere un salvataggio al Fondo salva Stati (Esm): significa impegnarsi ad alcune riforme, ma soprattutto accettare che siano dirette dall’esterno e magari condizionate a un default pilotato del governo. Nella scelta dei tempi e dei toni, quella di Rutte è suonata come una richiesta di sottomissione a chi risponde a priorità e elettori diversi. Certo oggi a Bruxelles si lavora all’ipotesi che l’Esm offra programmi «precauzionali» leggeri, senza altra condizione se non di finanziare la sanità. Ma anche quelli prevedono prima di tutto una «analisi di sostenibilità del debito» del Paese in crisi: ciò permetterebbe a Olanda, Finlandia o alla stessa Germania — se vogliono — di bloccare l’accesso dell’Italia ai fondi dell’Esm se prima non accetta di sforbiciare il valore dei titoli di Stato o ne rinvia i rimborsi.

È in questo clima che mercoledì le due Europe sono entrate nelle ore decisive. La giornata parte male: il governatore di Vienna Robert Holzmann fa di tutto per confermare e rafforzare la gaffe di Lagarde, che pochi giorni prima si era lavata le mani del compito di contrastare chi punta sullo sfascio dell’euro. L’austriaco, in un’intervista, arriva a definire questa crisi drammatica come «una purificazione». Non sorprende che la mattinata mercoledì diventi difficilissima per i titoli di Stato italiani, fino agli interventi di mercato della Banca d’Italia per conto della Bce: via Nazionale non deve neanche impiegare molta forza di fuoco, perché il crollo della fiducia ha fatto collassare i volumi di mercato sul debito di Roma ad appena 300 milioni sull’intera giornata (meno di un decimo del solito).

Ma ormai nella Bce qualcosa si sta muovendo, perché Lagarde ha capito che deve cancellare la sua gaffe e sta lavorando fianco a fianco con Fabio Panetta, il collega italiano del direttivo. Da Francoforte arriva una dura presa di distanza dalle parole dell’austriaco Holzmann e parte l’accelerazione del piano che era in preparazione da giorni: si convoca un Consiglio direttivo per generare una forza finanziaria schiacciante che tamponi la crisi. Francesi e italiani da un lato, tedeschi e olandesi dall’altro come fronti avanzati dello scontro che torna a consumarsi in una giornata di tensione alle stelle. Il ministro dell’economia, Roberto Gualtieri, chiama il suo collega tedesco Scholz per dirgli che l’euro è in pericolo se non si permetterà alla Bce di fare il suo dovere. Gualtieri chiama anche Lagarde.

Alla fine la francese decide di fare il passo che non aveva osato compiere la settimana prima: mette in minoranza i banchieri centrali di Germania e Olanda, Jens Weidmann e Klaas Knot, e la Bce decide di salvare il sistema senza di loro. Come succedeva ai tempi di Mario Draghi. L’euro e l’economia europea per adesso non vanno in pezzi. Ma le due visioni d’Europa, scontrandosi, ci sono andate vicine.

Federico Fubini - Corriere della Srea - 20 marzo 2020

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I silenzi europei

Poiché ormai in gioco c’è anche l’euro, certe volte vanno ascoltati i silenzi tanto quanto le parole. Dopo l’incidente di Christine Lagarde, quel disfarsi di qualunque responsabilità di sostenere i Paesi colpiti da Covid-19, in molti hanno corretto la presidente della Banca centrale europea. Lo hanno fatto il capoeconomista della Bce stessa e i governatori delle banche centrali di Parigi e di Madrid. Lo hanno fatto il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e poco dopo, intervistato sul Corriere da Daniele Manca, l’italiano nell’esecutivo della Bce Fabio Panetta. Velatamente lo ha lasciato capire persino un uomo intransigente come il presidente della Banca d’olanda. E sul piano morale e politico, sono intervenuti i presidenti di Italia e Francia. Altri hanno taciuto. Per esempio i tedeschi Jens Weidmann e Isabel Schnabel, presidente della Bundesbank e componente dell’esecutivo della Bce, non hanno detto una sola parola per rettificare. È normale. Weidmann è sempre stato contro l’idea che la Bce faccia «qualunque cosa serva» — le parole di Mario Draghi — per impedire che un Paese dell’euro arrivi al punto di rottura: aveva cambiato idea giusto l’anno scorso mentre cercava di farsi nominare presidente della Bce. Schnabel invece teorizza da anni il default preventivo dei governi europei che hanno bisogno di aiuto.  Quei silenzi rivelano la partita politica che si sta giocando sotto la tragedia dell’epidemia. In certi ambienti europei serpeggia l’idea che questo è il momento in cui l’Italia finisce in un angolo e dovrà accettare quel che ha sempre rifiutato: un salvataggio del Fondo monetario internazionale o delle istituzioni europee. Dovrà accettarne anche le condizioni, naturalmente. Vista da Berlino, ma non solo, c’è una finestra che si apre per impostare dall’esterno le scelte che sblocchino in futuro l’economia italiana e riducano — magari un po’ forzosamente — il suo vasto debito pubblico. 

L’Italia ha bisogno di riforme profonde, è evidente, ma questi sono ragionamenti del mondo di ieri. Gli smottamenti profondi dei mercati in queste ore dicono che Covid19 sta portando con sé una recessione globale. Lentamente la pandemia sta paralizzando una dopo l’altra le economie più vaste e interconnesse del mondo e la loro stasi a sua volta falcidia gli utili delle imprese, innescando a catena crolli di mercati finanziari sempre più fragili e carichi di debito. Ma proprio il collasso dei prezzi di azioni, obbligazioni, oro e quasi qualunque altro valore scambiabile rende la recessione ancora più pericolosa, avviando un altro giro della spirale. Solo una reazione coordinata, decisa e fortissima dei governi e delle banche centrali delle grandi economie del pianeta a questo punto può spezzarla. 

L’Italia è solo uno dei fronti aperti, fra i primi ad aprirsi e forse presto fra i primi a chiudersi sul piano sanitario. Lo stesso ridursi delle libertà personali — una strada sulla quale altri Paesi adesso ci stanno seguendo — dice che siamo in una guerra. Era meglio affrontarla senza il peso di tanti inutili bonus elettorali, senza «quota 100», con un debito in calo e con un’economia più libera e più dinamica. Abbiamo sprecato troppe occasioni di farci trovare meno impreparati, ma ora dobbiamo lottare con le armi che abbiamo nella situazione data. Sono settimane di produzione ferma, mentre crollano interi settori e il governo fa la scelta giusta: si sobbarca buona parte delle perdite delle imprese e dei cittadini. Dei 30 miliardi di imposte che dovrebbero affluire ogni mese, entrerà molto meno (anche se tante grandi aziende possono permettersi di continuare a far fronte agli obblighi fiscali). Le emissioni nette di nuovo debito pubblico sono destinate almeno a raddoppiare. E se è difficile oggi misurare che recessione sarà, è già inevitabile che si riveli profonda e che il debito dello Stato cresca in fretta rispetto a un’economia che diventa più piccola. Servirebbe una copertura della Bce sull’Italia e tutti gli altri Paesi che lottano contro questa calamità, eppure quel che ha fatto la banca centrale per ora non basta: un aumento di 120 miliardi di acquisto di titoli di Stato nell’area euro non copre neanche una frazione dell’aumento del debito a cui dovranno ricorrere molti Paesi per permettere alle loro popolazioni di resistere senza che le imprese falliscano, milioni di persone perdano il lavoro, il tessuto sociale si sfibri. Soprattutto, la «gaffe» di Lagarde ha distrutto la fiducia degli investitori quanto alla sua capacità di tenere la situazione sotto controllo. La banca centrale può ricostruirla solo aumentando di molto la dimensione e la portata dei suoi interventi, ma è facile intuire perché finora non l’abbia fatto: i banchieri centrali espressi dal Paese più grande non vogliono. 

Nel frattempo, proprio mentre resiste a ogni piano europeo, la Germania va avanti da sola. Alza un muro di cinta attorno a tutte le imprese tedesche garantendole con centinaia di miliardi di denaro pubblico e un altro muro alle frontiere — deciso all’improvviso e da sola — contro tutti i Paesi confinanti. Ognun per sé, proprio come fece nel 2008-2009 con le banche gettando le basi della crisi dell’euro. Così, senza il leader naturale, l’idea di Europa dà una prova di debolezza tale che tutti l’attaccano: Trump ci taglia tutti fuori e ci dà la colpa del contagio; l’organizzazione mondiale della sanità, che si era astenuta fin qui per non urtare Pechino, dichiara Covid-19 una pandemia «con epicentro in Europa». Soprattutto, il rifiuto tedesco di far operare l’euro come una vera moneta comune getta le basi di una nuova crisi nell’area. In queste condizioni un salvataggio dell’Italia con condizioni dettate dall’esterno sarebbe moralmente tossico e politicamente destabilizzante. L’opinione pubblica lo vivrebbe come un atto ostile e potrebbe eleggere alla prima occasione un governo nazionalista, antieuropeo e disposto a uscire dalla moneta unica. Così il futuro dell’euro è in gioco. Lo è in queste settimane. Covid-19 è la prova della verità di un progetto che deve funzionare davvero adesso, oppure forse mai più.

Federico Fubini - Corriere della Sera - 17 marzo 2020

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