I rischi di deflagrazione del confronto Usa-Iran

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Nel 2003 c’è stata la crociata contro l’Iraq, allora governato da Saddam Hussein. Lui e il suo regime lo meritavano, ma le conseguenze sono state un disastro. Per giustificare la guerra in Iraq si sono inventate, mentendo, armi terribili di cui l’Iraq del feroce dittatore sarebbe stato in possesso e che era necessario distruggere. Lo dissero, mentendo — e ammettendo più tardi, troppo tardi, di aver mentito — personaggi illustri quali Colin Powell, segretario di Stato americano, e Tony Blair, primo ministro inglese. (...) È quella guerra ad averci più tardi regalato l'Isis, così come ora occorre fronteggiare la polveriera libica creata pure da benintenzionati interventi militari, ovviamente democratici e umanitari. Il commento di Claudio Magris sul Corriere della Sera.

I pericoli per l'Occidente di un'escalation militare in Iran

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I due Occidenti

Parlare di regole quando si parla di guerra, come se ci fosse un decalogo per la morte e per il sangue, può sembrare marginale, forse improprio, probabilmente inutile: un mestiere da posteri.

E tuttavia è dalla questione delle regole che nascono il sangue e la morte, anche se nel mondo in cui viviamo sembra ormai che abbiamo accettato di delegare tutto alla forza, ai fatti compiuti, alla prassi che divora ogni teoria e mette fuori gioco, alla fine, la politica. La stessa figura di Donald Trump pare costruita apposta per rappresentare un mondo senza regole, dall’inizio alla fine: e cioè dalla decisione di lanciare l’attacco mortale contro il generale Soleimani senza avvertire il Congresso, pur sapendo di scatenare una crisi mondiale, fino all’avvertimento all’Iran che annuncia ritorsioni: la risposta dell’America sarà «sproporzionata». Ma in realtà la questione non è così semplice: vediamo perché.

Prima di tutto sarebbe un errore dimenticare che i conti tra l’America e il terrorismo jihadista sono ancora aperti, esattamente dall’abbattimento delle due Torri l’11 settembre del 2001. Sono passati anni, ma quella data consegna all’America per sempre la coscienza della sua vulnerabilità, sul suo territorio, proprio mentre la fine della Guerra fredda sembrava aver chiuso il secolo con l’affermazione della democrazia come valore universale, e gli Stati Uniti come superpotenza egemone. Invece, il secolo si è rovesciato quel giorno, inizio di un nuovo disordine mondiale, con l’America come bersaglio e la democrazia come nemico, espressione di una civiltà da distruggere: ciò che noi chiamiamo Occidente, riunendo storia, tradizione e valori a sostanziare un destino comune tra Europa e Stati Uniti. Una parte di questa comunità — noi, Europa — ha risposto all’attacco con la compassione del "siamo tutti americani" piuttosto che con la condivisione del "siamo tutti occidentali", come se l’11 settembre riguardasse solo gli Stati Uniti. Un grave errore, che lo stesso terrorismo si è incaricato di correggere quando ha portato i suoi attacchi nel cuore delle città europee. Ma il problema politico di quell’errore resta ancora aperto davanti a noi.

Da quel giorno è nato il problema del rapporto tra la sicurezza e la democrazia. È chiaro che le democrazie hanno il diritto di difendersi, anche con azioni preventive, persino con il ricorso estremo e contro natura alla guerra, per salvaguardare se stesse e i loro cittadini. Ma nello stesso tempo, le democrazie hanno un vincolo, autoimposto e dettato dalla loro qualità: è il dovere di difendersi restando se stesse, senza diventare simili alle false rappresentazioni propagandate dai terroristi. Questo significa che la democrazia deve rispettare le obbligazioni che lei stessa ha imposto ai suoi legittimi sovrani, condizionando l’uso della forza alla forza del diritto. Un’azione di guerra fuori dalla legge della democrazia non è accettabile, diventa un’azione illegittima e dannosa. In teoria — un’ottima teoria — il diritto e la legalità internazionale passano attraverso l’Onu e la sua responsabilità nel valutare le prove, i pericoli, la proporzione tra le minacce all’ordine mondiale e la reazione, e infine gli effetti, l’efficacia e l’opportunità di un’azione. Ma in pratica la natura stessa della sfida terroristica rischia di vanificare questo meccanismo di garanzia e di governo delle crisi mondiali.

La partita mortale tra l’Occidente e il terrorismo islamista è infatti completamente diversa da una guerra tradizionale:non ha un terreno proprio di scontro (salvo l’area del sedicente Califfato), perché è per scelta ubiqua, trasformando qualsiasi espressione della quotidianità occidentale in bersaglio. Non ha un fronte, perché è per definizione asimmetrica, lanciando un "lupo solitario" contro la folla indistinta di una città in festa. Non ha una tattica militare perché è per ideologia religiosa un martirio annunciato, dunque senza via di fuga, quindi fuori dalla razionalità del nostro mondo. In più, potenze come l’Iran e plenipotenziari come Soleimani agiscono e colpiscono "per procura", muovendo pedine locali, armandole, coprendole, indirizzandole. In un conflitto di questo tipo è più difficile avere prove certe, da rivelare in pubblico, delle operazioni terroristiche che si preparano in Medio Oriente,fondando su questa operazione di verità e di trasparenza la legalità di un’azione di salvaguardia della sicurezza, e costruendo su questa legittimità un consenso che protegga la democrazia nei suoi atti estremi. Proprio da questa difficoltà dovrebbe nascere il dovere di informare i parlamenti, nelle forme riservate che sono previste. Invece è come se l’emergenza terroristica sciogliesse ogni regola, e noi da ogni vincolo. Bisogna agire, prima che agiscano loro: e la formula ha una sua indubbia forza di persuasione, proprio mentre nasconde l’insidia di un arbitrio da parte del potere, che potrebbe scegliere la prova di forza ingigantendo pericoli che non la giustificano per ragioni di convenienza politica, senza che sia possibile un confronto, una discussione, anche soltanto una condivisione silente tra le forze di maggioranza e di opposizione, come gesto di responsabilità davanti alla nazione.

A questa particolarità del terrorismo che dobbiamo fronteggiare, e che come si vede decide l’alfabeto e la grammatica dello scontro, si aggiunge la specificità del sovranismo, cifra dell’epoca.

L’unilateralismo strategico di Trump non è infatti soltanto la decisione di rendere la Casa Bianca libera dai condizionamenti degli organismi internazionali, delle alleanze e delle intese, per sprigionare tutta intera e intatta la forza della nazione. L’America first pone gli interessi del Paese sopra ogni cosa, travolgendo il perimetro della costruzione occidentale, in cuil’America inscriveva il valore della libertà, ma l’Europa portava la cultura del diritto, col risultato di una concezione unitaria e di una proiezione condivisa della moderna democrazia. Oggi,come denuncia Andrea Bonanni, quel quadro è in crisi, perché gli Occidenti sono due, cioè una negazione in termini.

È come se dall’incontro di queste circostanze nascesse oggi un nuovo concetto di sovranità,che somma l’emergenza e la convenienza,con il Capo sciolto da ogni obbligo del passato, da qualsiasi rispetto per le vecchie regole, da tutti i vincoli che nascono dal sistema democratico del bilanciamento dei poteri per contemperare il comando con il controllo. La vera novità della fase è che questa "liberazione" del potere da doveri che abbiamo sempre considerato democratici — dunque necessari — incontra un forte favore nell’opinione pubblica, perché corrisponde a un sentimento del tempo. Insicuro, poco rappresentato, diffidente, il cittadino più debole,spaventato da fenomeni sovranazionali senza controllo, misura la fragilità della copertura che la politica gli garantisce, si sente esposto, e dà la colpa alle procedure democratiche — le regole, appunto — che percepisce come obbligazioni di cui non rintraccia più la ragione, lacci di cui non riconosce la legittimità. È in questo grumo di insoddisfazione e di semplificazione che nasce la suggestione dell’"uomo forte", l’invocazione non casuale dei"pieni poteri". Quando tutto si semplifica e ogni cosa si riduce all’atto che giustifica se stesso per il solo fatto che si compie, non salta solo la politica, ma la diplomazia, la tattica militare (con le truppe in Iraq che devono riposizionarsi per prudenza), il calcolo strategico, la regola parlamentare, la costruzione di un’intesa nazionale su obiettivi condivisi per ragioni comuni. Le complessità svaniscono e ciò che resta si concentra e si trasfigura nel Capo e nella sua politica trasformata in missione: pronta per essere riassunta e notificata al Parlamento e al Paese con un tweet.

Ezio Mauro – la Repubblica – 8 gennaio 2020

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Assassinio di Qasem Soleimani: perché adesso?

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      In una recente intervista a proposito dell’assassinio del generale Qasem Soleimani, numero due del regime iraniano, la candidata presidenziale americana Elizabeth Warren ha  dichiarato alla CNN: “perché adesso?”. Alla domanda del presentatore se per caso non vi sia una relazione fra la tempistica dell’azione e lo stato di impeachment del presidente, la signora Warren ha evitato di rispondere e si è limitata a  rimarcare come un’operazione simile avvicina gli USA a una guerra che nessuno desidera. Che l’operazione rappresenti un cosiddetto “dragging the dog”, e cioè, una diversione è comunque opinione diffusa fra svariati osservatori americani.

      I fatti suggeriscono come, al di là delle ragioni militari, la reale motivazione dell’accaduto sia di natura del tutto personale e costituita dal concertato tentativo del presidente di stornare l’attenzione dai guai in cui egli e in pratica tutta la sua amministrazione si ritrovano.    

      Non si tratta di fantasie. Molti dei suoi stretti collaboratori sono in galera e molti altri si sono dimessi. Non solo egli è stato sottoposto a impeachment dal congresso, ma anche collaboratori (eufemismo) come Pompeo, il Chief of staff Mulvaney e il nuovo avvocato factotum Giuliani (successore dell’ormai galeotto Michael Cohen) sono implicati nell’operazione di  ricatto dell’Ucraina - congelamento di fondi per aiuti militari - allo scopo di gettare fango su Joe Biden, ex- vice presidente sotto Obama e adesso candidato alle elezioni del 2020. Come se non bastasse, Trump è inoltre indiziato di vari reati di natura fiscale dalla procura di New York, ragione che lo ha spinto a spostare la sua residenza a Miami.

      Che Soleimani fosse l’abile architetto di una lunga serie di operazioni militari extra-territoriali e clandestine non era un segreto per nessuno, ma non sono stati proprio gli USA maestri in questo tipo di operazioni, esemplare quella della Baia dei Porci? Sta di fatto che né Bush né Obama adottarono la decisione di eliminare fisicamente il generale in modi così plateali, senza uno stato di guerra e in una nazione diversa dall’Iran. L’analogia con l’omicidio di Kashoggi per mano saudita in Turchia  è folgorante.

      Le spavalde e per così dire “bronzee” affermazioni di Mike Pompeo che Soleimani doveva essere fermato perché stava organizzando mortali operazioni a danno di cittadini americani assomiglia stranamente alle dichiarazioni dell’ex- Segretario di Stato Colin Powell all’ONU nel 2003, quando egli spergiurò che il regime di Hussein si preparava a usare armi di distruzione di massa a danno degli USA e dei suoi alleati. In realtà, le supposte armi di distruzione di massa non vennero mai trovate perché non erano mai esistite. Powell aveva spudoratamente mentito. Il risultato fu una guerra micidiale, centinaia di migliaia di morti, il rafforzarsi o il sorgere di deliranti movimenti islamici - vedi Daesh – e un Iraq tuttora disastrato e barcollante. Chi ci guadagnò fu invece la tentacolare Halliburton con un miliardario contratto di servizi all’esercito. Come noto, il vice presidente Dick Cheney era stato fino a non molto tempo prima amministratore delegato di tale società.

       Insomma, l’invasione dell’Iraq fu giustificata con una menzogna e tutto suggerisce come anche i supposti imminenti progetti delittuosi di Soleimani lo siano. Caso mai, proprio il clamoroso e verosimilmente inutile assassinio di Soleimani provocherà sanguinose ritorsioni iraniane, se non altro per salvare la faccia. Nessuno degli osservatori politici ha dubbi in proposito.

      Mentre è evidente la mancanza di una coerente strategia, l’operazione costituisce semmai un corollario dell’astiosa politica di Donald Trump – è la tipica gelosia dei parvenus affetti da narcisismo congenito - nel cercare di distruggere qualsiasi cosa Obama avesse patrocinato durante le sue presidenze, dal servizio sanitario generalizzato all’accordo nucleare con l’Iran. Contrariamente alle previsioni dei Soloni di turno, essa sta invece rafforzando il regime  (in crisi per le sanzioni economiche) cosa manifesta nel gigantesco afflusso di popolo per i funerali. Inoltre, un altro effetto è la recente risoluzione del Parlamento iracheno di espellere le forze americane dal Paese. E siamo solo all’inizio.

       Del resto, che i rischi siano superiori ai benefici immediati è stato sottolineato da vari personaggi non di parte e la cui conoscenza di cose iraniane e di Golfo Persico è fuori discussione. Tali sono state infatti le osservazioni di personaggi come Susan Rice, ex- ambasciatrice americana all’ONU, di James Stavridis, già comandante supremo alleato in Europa o di Michel Morell, ex- vicedirettore della Cia, mentre altri come il colonnello in congedo e commentatore politico Ralph Peters o il tre volte vincitore del Pulitzer, Thomas Friedman, hanno dichiarato che il vero pericolo per la democrazia e per gli USA abita alla Casa Bianca.

      Mentre nessuno sa dove, come e quando l’Iran attuerà la sua vendetta, quali saranno le possibili contro-ritorsioni americane  - la minaccia di distruzione di siti culturali iraniani è l’ultima cervellotica sparata del presidente - e gli imprevedibili sviluppi di una tensione regionale che potrebbe allargarsi, la situazione surreale è che un presidente sotto impeachment, ovvero messo in dubbio, gioca a rafforzare il suo ruolo di “Comandante in capo”, sperando così di stringere attorno a lui gli Americani. La tecnica era ben nota a personaggi come Mussolini, Hitler e Stalin.

     Così, sempre più assediato, con un senato dove già affiorano incrinature – senatrici repubblicane come Lisa Murkowsky e Susan Collins hanno dichiarato che il processo deve includere i testimoni richiesti dal Congresso, fra cui Mike Pompeo e l’ex- Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, entrambi virtualmente imbarazzanti e incriminanti per il presidente – con l’ex-alleata di ferro FOX che adesso prende sempre più le distanze, la spericolata liquidazione di un generale è diventata la carta con cui tentare di capovolgere la situazione, o meglio, imbrogliare le carte..

       Salvo che per i prudenti e per i miopi, troppi elementi di fatto indicano come quella sopra descritta, e non un'altra più sofisticata motivazione, sia alla radice di una decisione che rischia di replicare un altro disastro a spese della regione, mentre Donald Trump gioca a golf nella sua lussuosa residenza di Mar-a-Lago in Florida.

Antonello Catani, 7 gennaio 2020

 

 

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