Hong Kong in fiamme, Pechino reagisce alla sua maniera

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Il disastro Honk Kong (ndr): allo scenario di guerriglia urbana si aggiunge lo schiaffo subito dall’amministrazione di Hong Kong: l’Alta Corte ha giudicato “incostituzionale” il divieto di indossare maschere per coprire il volto nei raduni pubblici, emesso dall’amministrazione il 5 ottobre scorso facendo ricorso a una legge di emergenza di epoca coloniale. Il tribunale ha accolto il ricorso presentato da 25 parlamentari pan-democratici contro il governo guidato da Carrie Lam. “Una rara vittoria legale per i manifestanti di Hong Kong”, ha twittato l’attivista pro-democrazia Joshua Wong. “Assediando il Politecnico e colpendo con proiettili di gomma e lacrimogeni coloro che cercavano di fuggire, le forze di polizia di Hong Kong hanno ancora di più esasperato la tensione, anziché cercare di allentarla”, denuncia il direttore di Amnesty International Hong Kong Man-Lei Tam ha diffuso questo commento: “Invece di fornire assistenza ai manifestanti feriti intrappolati all’interno del Politecnico, gli agenti hanno arrestato i medici che cercavano di trasferirli fuori”. “La natura sempre più violenta delle proteste è allarmante ma dobbiamo ricordare che la principale causa è la mano dura usata nei mesi scorsi dalle forze di polizia nei confronti di manifestazioni ampiamente pacifiche. Ora è fondamentale che si eviti una tragedia”, sottolinea il direttore di AI Hong Kong. Il reportage di Umberto De Giovannageli su Huffington Post.

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La Cina non mollerà Hong Kong

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Hong Kong non ha alcuna voglia di diventare Cina. E poco c’entrano le ragioni specifiche per cui, di volta in volta, fiumi di giovani si riversano nelle strade sfidando la polizia, i gas lacrimogeni, la galera e il sempre incombente intervento delle forze armate della Cina continentale. Nel 2014 i manifestanti chiedevano il suffragio universale, pur sapendo che la Dichiarazione congiunta sino-inglese, firmata nel 1984 per regolare il ritorno della colonia alla Cina poi avvenuto nel 1997, stabilisce che il Governatore dev’essere nominato dal Governo centrale di Pechino, il quale ha anche il diritto di mettere il veto alle nomine decise dal Governatore stesso. Il commento di Fulvio Scaglione su Linkiesta.

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