Gli Usa di Trump costretti a fare i conti con secoli di razzismo

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Leggiamo di John Kelly, generale dei marine arruolato ai tempi del Vietnam, durissimo ministro della Sicurezza di Trump, rigido contro l'emigrazione, il figlio Robert caduto da tenente dei marine in Afghanistan nel 2010, uomo tutto d'un pezzo che il presidente sceglie infatti come capo di Gabinetto, il consigliere principale, che rompe, dopo una vita sull'attenti, i ranghi, schierandosi con il commilitone Mattis contro l'ex leader. Intanto i Marines proibiscono, dopo la morte di Floyd, l'uso della bandiera confederata, Stars and Bars, vessillo del Sud razzista e secessionista, simbolo caro a tanti negli Usa e che il primo emendamento alla Costituzione protegge come libertà di parola, benché per i neri sia, giustamente, odiosa icona della schiavitù. (...) Mi è ritornato in mente, leggendo su Stars and Stripes, il foglio delle forze armate, della scelta raziocinante del corpo dei Marine, un giorno bollente dell'estate 2003, in Iraq, mentre la guerriglia jihadista prendeva piede. Ero alla base militare Usa di Tikrit, il paese di Saddam Hussein, regno dei guerriglieri. Usai la latrina da campo, cilindri di plastica color kaki dove il sole faceva bollire persone ed escrementi. Sul muro interno, sopra il water, una formale scritta colorata ammoniva: "Se lasciate graffiti sessisti o razzisti in questo bagno sarete processati dalla Corte Marziale". (...) Questi sono gli Stati Uniti, e questo è difficile capire per gli europei. Sterminata nazione incapace ancora di organizzare una polizia che non discrimini tra cittadini bianchi e cittadini neri, ma capace di eleggere presidente uno smilzo laureato ad Harvard, figlio di una ragazza madre bianca e un assente padre africano. Il commento di Gianni Riotta su Huffington Post.

Gli Stati Uniti hanno, da sempre, il il virus del razzismo

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