Il messaggio dei mercati

Se non bastasse il resto, è il mercato che sta dicendo che il tempo adesso stringe davvero. Il rendimento dei titoli di Stato italiani è tornato a salire di più di sessanta punti negli ultimi venti giorni, sulle scadenze a dieci anni. Da una soglia minima dell’1,22%, raggiunta il 26 marzo quando la Banca centrale europea sfoderò il suo piano da 750 miliardi contro la pandemia, all’1,88% di ieri. È un peggioramento più che doppio rispetto a quello della Spagna dove i titoli di Stato a dieci anni rendono meno della metà rispetto a quelli di Roma. Eppure i due Paesi sono investiti con la stessa violenza dalla pandemia, sono soggetti alle stesse decisioni europee e subiranno recessioni di intensità simile, mentre il deficit pubblico di Madrid può essere persino più alto. La differenza dunque dev’essere nella politica. Entrambi i governi sono coalizioni complesse e fragili, ma solo in Italia è partito un dibattito sul fondo salvataggi Mes che – visto dal mercato e dalle altre capitali – ha un solo effetto: ricordare che la politica italiana può sempre finire ostaggio dei sovranisti e della loro rappresentazione della realtà. In Spagna invece è possibile che il governo attivi il nuovo strumento del Mes disegnato per le spese legate a Covid-19, senza però tirare fuori un solo euro. L’intento è di assicurarsi un po’ di più sul mercato a costo zero. Per l’Italia, la stessa scelta dipende da cosa accadrà fra sette giorni. È allora che i leader nazionali dell’unione europea dovrebbero decidere se e come avviare un “Recovery Fund”, un fondo per la ripresa da affiancare alle misure più limitate decise fino ad ora. Il governo di Giuseppe Conte può permettersi di attivare la linea di credito del Mes solo se sarà in grado di presentare un accordo europeo sul “Recovery Fund” come un successo. In caso contrario chiedere il sostegno del Mes - la proposta di Germania e Olanda dall’inizio – apparirebbe come una capitolazione tale da far cadere Conte. La stabilità politica e finanziaria dell’Italia è dunque inestricabilmente legata al risultato del vertice europeo di giovedì prossimo. Da lì sembra ormai acquisito, anche a Berlino, che un qualche “Recovery Plan” vada lanciato. Anche l’idea che possa valere almeno mille miliardi è ormai diffusa fra le capitali, anche se resta da capire distribuiti in quanti anni. Esistono poi idee per avvicinare la posizione di Roma, che chiede debito comune europeo, a quella di tedeschi o olandesi, che non vogliono farsi carico dei problemi dell’italia. Una delle ipotesi prevede che ogni governo risponda per percentuali pari alla propria quota di prodotto lordo nell’economia dell’area euro di titoli di debito emessi in comune nell’area euro, anche se magari quel Paese riceve risorse in proporzione più ampia. È anche possibile che le compensazioni del dare e avere si facciano su lunghi periodi, con alcuni governi caricati di minori obblighi nei primi anni dopo la crisi. Di sicuro ci sarà un progetto, di sicuro non sarà un classico eurobond. Manca però un tassello senza il quale il confronto fra capitali non entra nel vivo: come far partire quel “Recovery Fund”, come alimentarlo di risorse e quando. Agganciarlo al bilancio Ue, come preferiscono Berlino e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, rischia di rimandare tutto al 2021 inoltrato: troppo tardi. Servirebbe una soluzione-ponte per raccogliere sul mercato finanziamenti già da quest’estate tramite la Commissione, la Banca europea degli investimenti o lo stesso Mes. Nessuna di queste strade è però priva di ostacoli. E all’ultimo ciascuna può rivelarsi il diavolo politico che, nei negoziati europei, si annida sempre nei dettagli legali.

Federico Fubini – Corriere della Sera – 16 aprile 2020

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Il promemoria per Bruxelles

  • Pubblicato in Esteri

Gli italiani chiusi in casa da settimane, o che ancora combattono in ospedale, non meritavano questo: che i giorni più lunghi della Repubblica, invece dei loro, diventassero quelli che ci separano dal Consiglio europeo del 23 aprile, quando si dovrebbe stabilire come e quanto faranno i nostri soci della Ue a favore dei Paesi più duramente colpiti dal coronavirus. Saranno i giorni più lunghi del nostro Dopoguerra perché dall’appuntamento del 23 dipendono i futuri rapporti tra l’Italia e l’Europa, come dire il destino di entrambe. E lo saranno anche perché, con i mutamenti economici e geopolitici che una rottura potrebbe innescare, oltre alla nostra ripresa sarà in gioco la nostra democrazia, insidiata, ben più che dagli aiuti cinesi o russi, da chi in casa nostra passa con grande agilità dall’amore per Putin a quello per Trump, da chi vorrebbe «pieni poteri» e si allea volentieri con le ali estreme di populisti e sovranisti europei, compresi quelli olandesi che di questi tempi alimentano il «rigore» anti-italiano. Giuseppe Conte sbaglia quando dice che l’opposizione di Salvini e quella della Meloni (Berlusconi e Tajani hanno seguito una linea molto più moderata dopo la riunione dell’eurogruppo) indebolirà la posizione italiana al vertice del 23. Semmai, le dure polemiche del dopo-eurogruppo sono servite da promemoria per gli altri governi della Ue, Germania in testa, e la posizione negoziale italiana potrà semmai avvantaggiarsene. Ma questo non basterà se il premier non correggerà gli altri errori, per ora di forma, che egli stesso è andato delineando. Al centro della contesa, come ormai ben sappiamo, sono i tanto sospirati Eurobond. L’emissione cioè di debito comune garantito dall’Europa e destinato al finanziamento massiccio (si calcola che servano 1.500 miliardi di euro) degli investimenti che dovranno combattere la scontata recessione economica del dopo-virus. Ma non si può dimenticare oggi che in passato il termine Eurobond, sempre sollecitato dall’Italia, veniva visto da parecchi altri membri dell’unione come una sorta di cavallo di Troia, una italica furbizia per far pagare anche agli altri il nostro pesantissimo debito pubblico, la nostra inefficacia nella lotta all’evasione, insomma la nostra finanza allegra se paragonata a quella regolata e severa dei protestanti del Nord. Basterebbe questo (anche perché certi sospetti altrui non erano del tutto infondati) per evitare riferimenti continui e diretti agli «Eurobond», o anche ai Coronabond. E dovrebbe bastare questo per non annunciare, come invece ha fatto Conte, che se nelle carte del 23 non ci saranno gli Eurobond l’Italia non firmerà. O persino, come lo stesso Conte ha detto in altre occasioni, che se l’Europa non acconsentirà l’Italia «farà da sola». Come non si sa, ma quel che conta in questa vigilia negoziale è che le promesse di Giuseppe Conte suonano nelle Capitali che dobbiamo convincere come una via di mezzo tra la minaccia e la provocazione. E l’italia non è, salvo a sopravvalutare pericolosamente il nostro potere contrattuale, nella posizione di trattare con la pistola sul tavolo. Il capo del governo italiano farebbe bene, piuttosto, a puntare sugli «strumenti innovativi» già evocati dall’eurogruppo su proposta della Francia senza qualificarli in partenza, e farà bene (e di questo siamo certi) a battersi con la massima determinazione per ottenere che l’Europa capisca anche in termini finanziari il bisogno non di solidarietà verso di noi ma di lucidità verso il proprio futuro scosso dal coronavirus. Forse da questa fermezza potrà nascere un breve rinvio a un altro vertice, ma soprattutto dovrà risultare chiaro, e la parola Eurobond non lo chiarisce, che non stiamo chiedendo aiuti per pagare i nostri debiti passati, che gli stanziamenti sostanziosi e rapidi serviranno (a tutti) esclusivamente per lottare contro quanto resta dell’epidemia e le sue conseguenze recessive immediate. Come del resto è accaduto nel Mes, dove una fetta di prestiti è priva di clausole condizionali future purché venga utilizzata soltanto contro il virus e le sue ricadute. Se l’Italia andasse al vertice con un approccio radicale e aggressivo sulla spinta delle polemiche interne, le probabilità per Conte di dover riconoscere una sconfitta aumenterebbero. Il suo sarebbe del «salvinismo inconsapevole», perché comporterebbe conseguenze già oggi intuibili. Frau Merkel, messa con le spalle al muro, non potrebbe cedere e non potrebbe esercitare la sua influenza su Olanda e Austria. Macron non potrebbe andare alla rottura con la Germania per restare nostro alleato, come è stato sin qui. L’Italia si scoprirebbe isolata dai «grandi», premessa questa della sconfitta. E nella nostra politica interna i meriti accumulati sin qui da Conte nella guerra al virus lascerebbero il posto a orizzonti incerti. È stato il Financial Times, qualche giorno addietro, a dedicarci un’intera pagina per constatare come da noi non solo l’opinione pubblica ma anche politici di vario orientamento siano diventati freddi, se non ostili, nei confronti dell’Europa. E a chiedersi se l’unione stia perdendo l’Italia, una specie di Brexit strisciante. Il rischio esiste, e non soltanto per colpa delle divisioni e degli egoismi europei. Quanti cittadini elettori sanno che la Bce nel mese di marzo ha comprato 12 miliardi di debito italiano, e che entro la fine dell’anno ci garantirà una copertura di 220 miliardi? E la sospensione del patto di Stabilità, le nuove elargizioni della Banca europea degli investimenti (Bei), il nuovo fondo contro la disoccupazione, quanti se li ricordano o li citano invece di polemizzare a colpi di propaganda? Conte il 23 vada sì a combattere, ma senza cancellare dalla sua strategia il Paese reale che ha alle spalle.

Franco Venturini  - Corriere della Sera – 14 aprile 2020

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Il dilemma di Palazzo Chigi, ascoltare Vito Crimi o il Pd?

(Abbiamo bisogno) dei soldi europei che servono al nostro paese, e non solo al nostro, per non chiudere i battenti per sempre; e al pericolo che ci sta facendo correre. Durante la conferenza stampa di ieri, al minuto 19 e 41 secondi, il presidente del Consiglio ha detto che l’accordo raggiunto l’altroieri all’Eurogruppo, salutato con grande entusiasmo dal ministro del Tesoro Roberto Gualtieri e dal commissario europeo Paolo Gentiloni, se rimarrà così com’è non lo firmerà quando gli sarà sottoposto al Consiglio europeo della seconda metà di aprile. Conte vuole gli eurobond, i coronabond o il recovery fund, a seconda di come li si voglia chiamare, un impegno mutualistico europeo che l’accordo dell’Eurogruppo ha reso possibile grazie all’impegno politico dell’Italia e della Francia in particolare, ma ancora di là da venire. L'editoriale del direttore de Linkiesta Christian Rocca.

Conte a Bruxelles: "O gli Eurobond o la morte (dell'Italia)!

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