Fibrillazioni a Palazzo Chigi, Conte rischia? Forse no

Palazzo Chigi e il Pd possono tentare prima o poi di spaccare il gruppo parlamentare di Iv. La sensazione è che il vero scontro non sia tra Zingaretti e Renzi, nonostante la scissione. Il conflitto, che si declina nel futuro come competizione elettorale, sembra riguardare Iv e Conte: sia in vista di una serie di nomine, sia per un futuro nel quale il Pd potrebbe allearsi col premier, vedendolo a capo di una lista di centrosinistra. Conte entrerebbe nello spazio che Iv sta cercando di riempire, senza finora il riscontro dei sondaggi. Il commento di Massimo Franco sul Corriere della Sera.

Lo scontro Conte-Renzi per le nomine dei boiardi di Stato

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Trappola maghrebina per Conte

C'è qualche dirompente novità che viene dalle acque della Libia e tocca da vicino i nostri interessi nazionali. La prima ha a che vedere con il numero dei migranti che le attraversano per sbarcare in Italia: il numero di questo mese è più del doppio rispetto a dicembre e più di 8 volte rispetto al gennaio del 2019. Il motivo è che le motovedette libiche, agli ordini del premier Fayez al-Sarraj, hanno bruscamente ridotto gli interventi.
Il motivo formale è la «chiusura dei centri di detenzione» a Tripoli ma il fatto che ciò avvenga all'indomani della Conferenza di Berlino solleva interrogativi sulle reali intenzioni del governo libico. E poi c'è l'episodio di mercoledì quando la fregata militare turca «Gaziantep», inquadrata nell'operazione Nato «Sea Guardian», è intervenuta nel Mediterraneo Centrale per salvare circa trenta migranti che stavano per annegare, ha chiamato una motovedetta libica e glieli ha consegnati in tempi rapidi senza troppi preliminari.
Si tratta di un fatto che conferma la presenza di navi militari turche davanti a Tripoli, rivela che i comandi di Ankara hanno un canale diretto per dare ordini alla guardia costiera di al-Sarraj e descrive come la Turchia non condivida la posizione europea contraria a rimandare in Libia in un porto «non sicuro» migranti che potrebbero subire conseguenze dirette per la scelta di fuggire da un Paese in guerra. Ovvero, dall'indomani della Conferenza di Berlino nelle acque libiche davanti all'Italia sono maturati due fatti inattesi: al-Sarraj fa partire verso Nord più migranti e la Turchia ha assunto - con almeno due navi da guerra - una posizione di rilevanza strategica.
A tutto ciò dobbiamo aggiungere le novità sul terreno militare in Libia perché l'esercito turco pattuglia Tripoli con militari in divisa, ha messo i propri ufficiali in tutte le sale operative di al-Sarraj e protegge con sistemi anti-aerei avanzati tanto Tripoli, inclusi porto ed aeroporto, che Misurata, incluso l'aeroporto. In attesa di mercantili carichi di ingenti forniture di carri armati, blindati, pezzi di artiglieria e munizioni, scortati da navi militari turche. Erdogan punta a trasformare la Tripolitania in una propria enclave per controllare le fonti energetiche - gas e petrolio - e diffondere in Nordafrica il modello politico dei Fratelli Musulmani.
Sono tali e tante mosse di Erdogan che hanno suscitato nelle ultime 48 ore le vivaci proteste dell'Eliseo sul «mancato rispetto delle rassicurazioni date alla Conferenza di Berlino di non inviare forze in Libia». A cui Ankara ha risposto per le rime, obiettando che la «maggiore minaccia all'integrità territoriale della Libia viene dalla Francia di Macron» a causa delle «forniture di armi all'esercito del generale Khalifa Haftar», che punta a conquistare Tripoli. In realtà Haftar sta rallentando l'avanzata perché i mercenari russi della «Wagner» sembrano svanititi nel nulla, lasciando supporre l'esistenza di un patto fra Erdogan e Putin per dividersi la Libia, consentendo a Mosca di avere basi aeree e navali in Cirenaica.
Ce n'è abbastanza per dedurre che Erdogan si è oramai insediato in Tripolitania e inizia a creare nuovi equilibri - sul terreno e nel Mediterraneo - consentendo al proprio alleato al-Sarraj una maggiore libertà di manovra, anche nella gestione dei migranti.
Il fatto che tutto ciò sia maturato in appena 12 giorni dalla fine dei lavori di Berlino lascia intendere a quali livelli sia giunto l'indebolimento del ruolo non solo dell'Europa ma soprattutto dell'Italia. Per il premier Conte significa trovarsi in una situazione di emergenza strategica: servono mosse rapide ed efficaci per evitare di assistere impotenti alla formazione di un protettorato turco in Tripolitania destinato a mettere nelle mani di Erdogan i rubinetti dei flussi di migranti, delle risorse energetiche e dei rischi di terrorismo che hanno conseguenze immediate sul nostro Paese. Per non parlare della Cirenaica dove l'Eni, a causa del blocco dei pozzi di Haftar, già ha ridotto l'export di 30 mila barili al giorno e fra 72 ore potrebbe trovarsi a dover gestire la totale interruzione.
Questa è la fotografia della situazione in Libia alla mezzanotte appena trascorsa, un Paese per noi cruciale dove non siamo mai stati così vulnerabili da quando, il 1 settembre 1970, il colonnello Gheddafi cacciò i nostri connazionali.

Maurizio Molinari - La Stampa - 31 gennaio 2020

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Conferenza sulla Libia a Berlino, sarà vera pax?

Oggi sappiamo che non abbiamo potuto risolvere tutti i problemi»: come sempre è il realismo di Angela Merkel, in contrasto con il trionfalismo degli altri partecipanti al vertice sulla Libia, a dare la misura di chi veramente ha vinto al tavolo di Berlino, e di chi invece vuol solo far credere di aver vinto.

La Germania, e con la Germania l’Europa, porta a casa un risultato su cui pochi erano disposti a scommettere prima di ieri. Con un inedito approccio alla crisi libica, la Cancelliera ha puntato a mettere d’accordo i burattinai della guerra, in primo luogo Egitto, Turchia e Russia, sull’impegno a cessare le interferenze. La convinzione è che, se i burattinai si fermeranno davvero, anche i burattini, cioè Haftar e Al Serraj, alla fine dovranno trovare un accordo. E infatti i due litiganti libici, che non partecipavano direttamente alla Conferenza anche se erano entrambi a Berlino, hanno accettato di nominare i propri rappresentanti nel comitato militare che già tra pochi giorni cercherà di separare i contendenti per tramutare il cessate il fuoco in una tregua vera e propria.

Funzionerà? Difficile dirlo. La prudenza di Merkel è più che giustificata. La fine della guerra può risultare fatale sia per Haftar, che potrebbe perdere parte del terreno conquistato militarmente e il controllo dei pozzi di petrolio, sia per Al Serraj, che potrebbe essere sostituito alla guida del governo libico da una personalità che abbia il gradimento anche del generale e della Cirenaica.

Pure i burattinai hanno molto da perdere. Erdogan ha incassato un successo di immagine spedendo a Tripoli le milizie islamiche siriane, ma una eventuale uscita di scena del suo protetto Al Serraj potrebbe far decadere gli accordi stabiliti tra Ankara e Tripoli per spartirsi le risorse petrolifere del Mediterraneo orientale a scapito di Egitto, Cipro e Grecia.

L’Egitto, per ragioni uguali e contrarie, deve sbarazzarsi di Al Serraj. Ma Al Sisi, salito al potere al Cairo per stroncare i Fratelli Musulmani, ha bisogno di proseguire la sua crociata contro un Islam politico oltre i confini egiziani, e in questo è appoggiato dagli Emirati: difficile che lasci davvero cadere il suo fantoccio Haftar.

L’unico convitato di pietra che a Berlino comunque esce vittorioso è Vladimir Putin. Appoggiando Haftar con i suoi mercenari ma evitando di comparire ufficialmente, si è guadagnato un ruolo politico in Nordafrica e sulla sponda sud del Mediterraneo che l’Unione Sovietica aveva perso.

E senza la sua mediazione, senza le sue pressioni su Erdogan, la conferenza di Berlino sarebbe stata impossibile. Se la tregua terrà, potrà intestarsela.

Se fallisse, l’insuccesso sarebbe dell’Europa e lui potrebbe continuare la guerra per procura che aveva iniziato.

Grazie a Merkel, l’Europa riconquista un ruolo diplomatico che i contrasti tra Francia e Italia, inizialmente schierate l’una con Haftar e l’altra con Al Serraj, le avevano fatto perdere. Sia Parigi sia Roma, di fronte al precipitare della situazione, hanno dovuto ridurre considerevolmente il loro appoggio alle parti in conflitto cercando inutilmente di recuperare una neutralità che invece la Germania ha saputo mantenere e far valere in fase negoziale.

Ora Conte si dà un gran daffare per proclamare che l’Italia è pronta a partecipare a una forza di interposizione sul terreno. Ma a questa ipotesi, per ora, nessuno tranne lui ha ancora fatto cenno.

Andrea Bonanni – la Repubblica – 20 gennaio 2020

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