I Tartari e Giotto - parte seconda

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Il Domenicano Ricoldo da Montecroce, inviato a Bagdad in quel tempo occupata dai Mongoli, era ordinato in Santa Maria Novella mentre Giotto vi stava lavorando.  Inoltre, anche la famiglia Bardi che commissionò a Giotto l’omonima Cappella in Santa Croce, commerciava lungo la Via della Seta. La famiglia Bardi introdusse in Firenze molti oggetti orientali tra i quali monete e paiza.  Fu probabilmente tra questi oggetti che Giotto trasse ispirazione per gli affreschi.  Un esempio è fornito dal Crocefisso su cui le grafie sono iscritte attorno a tutto il perimetro.  Interessante ricordare che il famoso Balduccio Pegolotti, autore di diverse mappe asiatiche e grande viaggiatore era al soldo della famiglia Bardi.  Pegolotti è autore di un manuale mercantile: “La Pratica della Mercatura “ - una sorta di Lonely Planet ante litteram - nel quale descrive gli itinerari commerciali attraverso l’impero mongolo e illustra le tecniche commerciali con gli orientali.  Preciso e puntuale indica i funduk dove trovare i cammelli migliori, gli alberghi infestati dalle pulci, i postriboli con corretta misura tra “ qualità e prezzo “, i nomi dei locali giudicati affidabili come guide, ecc ... Molto probabilmente Giotto potè usufruire con facilità dell’ esperienza di Pegolotti.  Nella Cappella de’ Bardi si trovano grafie nel “ San Francesco davanti al Sultano “.   Le grafie sono presenti sugli orli delle vesti di un religioso islamico che fugge la prova del fuoco.  La Cappella de’ Bardi è affrescata da Giotto sul tema delle opere dei Francescani in Mongolia e Cina, allora chiamate Catai. La Cappella degli Scrovegni a Padova : è qui che troviamo la più ricca presenza di caratteri pags-pa.  Nella “ Resurrezione “, Giotto utilizza caratteri somatici mongolici per descrivere i nemici Pagani della cristianità, secondo l’accezione negativa.  Troviamo anche quella positiva quando Giotto utilizza grafie pseudo-mongoliche per decorare le vesti del Cristo e della Vergine, inserite qui come simbolo dell universalità del Cristianesimo.    Va notata la sottigliezza dell’utilizzo da parte di Giotto di un trucco: egli ruotò le grafie di novanta gradi, rendendole illeggibili e incomprensibili a chiunque, non fidandosi di decorare le immagini di due dei soggetti principi della religione cristiana con ideogrammi di cui non era certo di conoscere il significato. Fino al 1300 nel rappresentare scene avvenute in Oriente, ovvero la maggior parte delle scene dipinte all’epoca, i pittori non si erano preoccupati di collocare i personaggi del Vangelo nel vero contesto in cui si era svolta la scena, ignorandone per lo più i costumi e i paesaggi.  Fu Giotto ai primi del ‘300 ad introdurre nei suoi affreschi la rappresentazione realistica e veritiera dei costumi orientali.  Vedi i tipi mongoli nell’ “ Adorazione dei Magi “ ad Assisi che assistono alla scena con in testa i tipici cappelli di feltro bianco con foggia Buriat e i cammelli bactriani alle loro,spalle.  Per la prima, volta dal Basso Medioevo, la pittura rappresenta personaggi dipinti in maniera realistica e lontana dalla tradizione fantastica dei mostri e mirabilia.  Appaiono veri e propri ritratti di stranieri dalle caratteristiche fisiche inconsuete per gli Europei, le cui origini sono fissate ben più a est del mondo islamico.  Queste presenze costituiscono testimonianza fornita dalla pittura che i due mondi si stavano avvicinando. Alla base della iconografia del “ tipo mongolo” c’è sicuramente la drammatica esperienza vissuta dall’Europa nel 1241, anno in cui l’Orda giunse a Neustadt, periferia di Vienna e a Spalato.  Altrettanto importante fu la presenza degli ambasciatori e degli schiavi giunti a Genova e Venezia.       Marco Ciglieri, 29 dicembre 2019  
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I Tartari e Giotto - parte prima

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Tracce di  “occhi a mandorla “ sono riscontrabili negli affreschi, nelle tavole  e pale d’altare, nelle pinacoteche e nelle chiese di Firenze - Roma - Venezia - Padova - Assisi e naturalmente Siena.  Altre tracce si trovano nelle mappe geografiche, nelle stoffe e nelle sete provenienti da corredi tombali o sacri medievali.  I resoconti di viaggio dei vari missionari, anche se spesso iperbolici e molto di parte, contribuirono non poco a creare quella dimensione tra il fantastico e il misterioso che influenzò l’atteggiamento e le conoscenze dell’epoca di Giotto rispetto all’Oriente.  Se pensiamo che Giovanni da Pian del Carpine giunse in Catai via terra,  partendo da Lione, oppure che i Polo circumnavigarono l’Asia meridionale fino a Canton, ci si rende conto che nel 1300 avvenne una scoperta dell’Asia paragonabile a quella di tal Colombo due secoli dopo.   Credo sia corretto notare che, durante il Medioevo, l’orizzonte geografico per gli europei coincideva con quello spirituale della cristianità. Il concetto teologico che ispirava la cartografia del 1200 indicava l’Oriente come sede del Paradiso Terrestre e Gerusalemme, sede del Santo Sepolcro, fissava anche il confine del mondo conosciuto.  È impressionante constatare più che l’imprecisione, la totale fantasia in merito di cosmografia al di fuori del Mediterraneo. Per poter acquisire una corretta chiave di lettura, a mio parere, circa l’opinione che nel Medioevo si aveva dell’Oriente, si tenga presente che esso veniva identificato come la fonte di tutti i beni e i mali del mondo, sì sede del Paradiso Terrestre, ma anche portatore di epidemie, eresie e creatore di mostri.

Prima che Dante nascesse, molti grandi capolavori della letteratura cinese erano già stati scritti e divulgati per mezzo della stampa in tutto il Celeste Impero.  Oggetti e stoffe provenienti dal Catai , tramite il mondo arabo, con i loro decori e motivi iconografici, venivano ripresi e riprodotti senza preoccuparsi del loro significato.  Ad una prima fase di avvicinamento tra i due mondi, in cui prevalse l’elemento fantastico basato su visioni apocalittiche, fece seguito una seconda fase in cui giunsero notizie dirette che fecero mutare il punto di vista degli occidentali; si fini di veder nell’ Oriente mongolico un modello da seguire.  Un esempio noto a tutti è quello dato da Can Grande (Ihk Khaan in mongolo ) della Scala, signore trecentesco di Verona. Si ricordano i suoi paludamenti funebri ispirati alle sete provenienti da Karhoriin.  Quando un artista medievale inseriva una grafia orientale in un dipinto, intendeva trasformarla in simbolo, la grafia mongola era usata spesso per esprimere una connotazione negativa. Altre volte costituiva semplicemente un indizio esotico, una allusione al fatto che la scena avesse luogo nell’Oriente.  Altre volte era usata in contesti che implicavano esoterismo, magia, e ancora, inserita negli orli delle vesti di personaggi importanti, alludeva alla preziosità et rarità delle sete, enfatizzando così l’importanza di chi le indossava.

L’interesse alle grafie orientali nell’arte italiana è abbastanza recente e nasce grazie ai restauri moderni che hanno evidenziato particolari che il tempo e la polvere avevano nascosto.  È stato il giapponese Hidemichi - un orientale che cerca tracce di Oriente nella cultura italica - ad ispirarmi alla ricerca di tracce di Italia nelle steppe mongole.  A lui vanno i primi  e più significativi studi  sull’utilizzo di grafie mongoliche da parte di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova.  Oltre a Padova, Giotto lavora a Firenze,  città che aveva rapporti stretti con l’impero Mongolo; basti pensare ai suoi committenti che erano l’Ordine Francescano oppure la Famiglia Bardi che derivò le sue immense fortune dai commerci di stoffe con il regno di Kubilaj.

Le grafie in questione prendono il nome dal lama tibetano che, su ordine dell’imperatore che fondò la dinastia Yuan, le creò alla fine del XIII secolo: le grafie PHAGS-PA.  La scrittura ufficiale dell’impero mongolo finì su monete, documenti, epigrafi e... soprattutto sui PAIZA, i lasciapassare che permisero ai mercanti di Genova, Venezia e Siena di attraversare le steppe asiatiche, tutelati dal sigillo di  Kubilaj.

Il paiza era costituito da una placca di vari materiali, metalli come argento oppure oro, anche avorio o legni preziosi; la forma ricorda un cellulare avveniristico, con la telecamera al posto del foro per il laccio, quasi sempre rosso o giallo.   Su di esso erano presenti verticalmente tre grafie: a sinistra il phags-pa, al centro l’arabo e a destra  il tibetano oppure il cinese.

  La leggenda narra che se il possessore di uno di questi lasciapassare lo avesse mostrato a un qualunque suddito dell’ eterogeneo et infinito Impero avrebbe ricevuto aiuto in base alla preziosità del metallo che lo costituiva.  Anche un analfabeta poteva così facilmente intuire la misura e la levatura di chi gli stava mostrando il paiza.   In cambio del servizio costui avrebbe ricevuto dai funzionari imperiali tre volte tanto il valore delle merci o dei cavalli che aveva prestato.

Nella Cappella de’Bardi a Firenze, nella Chiesa Superiore di Assisi,  ma soprattutto nella  Cappella Scrovegni a Padova, Giotto ci fornisce la prova di aver avuto tra le mani un lasciapassare mongolo, un Paiza, appunto. 

Marco Ciglieri, 16 dicembre 2019

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Dentro la pancia della Balena

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Il “racconto” di Moby Dick è  la lavagna magnetica dove si leggono il  patrimonio di idee di un artista originale che  ha scelto come medium per esprimersi la cancellazione.  Sembra un paradosso il leit motiv  da cui nasce l’arte di Emilio Isgrò, pittore, poeta, ma anche romanziere, drammaturgo e regista in mostra alla Fondazione Cini con un’antologica delle sue opere che vanno dagli anni Sessanta  ad oggi e che rimarrà aperta  fino al 24 novembre. Libri, volumi, codici, carte geografiche, chiazze di colore rosso, giallo, verde, mappamondi con poche parole perché il resto è stato tutto cancellato o coperto. Secoli di saperi rivisitati con mente e arte  nuova. Perché?  Da dove  inizia, forse dentro la pancia della balena, metafora di altri spazi, e dove ci conduce questo viaggio? Grazie al progetto del critico d’arte Germano Celant, che ha curato anche il catalogo,  le sale dell’Ala Napoleonica della Fondazione Cini a Venezia  sono state dotate per la mostra di Emilio Isgrò,  di alte pareti diagonali e trasversali dove sono state appese le opere dell’artista. Ognuna di esse provoca un vorticare dei nostri neuroni diventando  punto di partenza per una nuova avventura della mente.  Osserviamo una delle  creazioni che incontriamo all’inizio della prima sala, Weltanschauung: una monumentale carta geografica dove non si leggono più i nomi di  città, regioni e nazioni. Sicuramente mentre rimaniamo stupiti ci  poniamo  degli interrogativi. Nell’enciclopedia della Treccani, che è anche la casa editrice che cura il catalogo della mostra, leggiamo una definizione del termine Weltanschauung: concezione della vita, modo in cui singoli individui o gruppi sociali considerano l’esistenza e i fini del mondo, e la posizione dell’uomo in esso. Proviamo a riflettere: a quale idea del mondo si avvicina questa carta geografica? Tranne le didascalie  non troviamo, se escludiamo l’ingresso della mostra,  pannelli illustrativi  delle opere e allora dobbiamo sforzarsi  a ricostruire i significati di oggetti e di libri noti a cui  sono state cancellate la maggior parte delle parole che li identificano. Le opere di Emilio Isgrò diventano un punto di partenza per un pensiero diverso …, per una rivisitazione del nostro sapere e per una concezione non dogmatica ma critica di quanto conosciamo da tempo. E’ una sfida a pensare di più, a rifuggire gli automatismi psichici e certamente per noi individui, in prossimità del  2020, impegnati a lavorare su piattaforme digitali buona parte della nostra giornata è un suggerimento per riconsiderare il concetto stesso di Umanità. Isgrò,  nato a Barcellona di Sicilia, è uno dei nomi più noti a livello internazionale. Il suo linguaggio estremamente curioso ha segnato le tappe della seconde Avanguardie degli anni Sessanta. Accanto alle numerose partecipazioni alle Biennali di Venezia dagli anni Settanta agli anni Novanta, si può citare il primo premio  ottenuto nel 1977 alla Biennale di San Paolo. Le sue sono creazioni che  già nei loro titoli diventano un manifesto di poetica e/o di critica a volte ironica della nostra contemporaneità. Isgro nel 2011 costruisce per l’Università Luigi Bocconi l’opera Cancellazione del debito pubblico, un consiglio pregnante per le nuove matricole e laureandi in Economia in un istituto universitario che è stato il primo in Italia ad offrire la possibilità di laurearsi in questo indirizzo.  Il Cristo Cancellatore del 1969 appartiene insieme ad altre opere alla collezione permanente del Centre George Pompidou di Parigi. E ancora il nome di un’altra sua creazione artistica famosa Fondamenta per un’arte civile alla Triennale di Milano nel 2017, in cui la parola Fondamenta ci riporta anche a Venezia che vive da due millenni in un magico equilibrio fra acqua e terra e indica armonia che vuole essere anche suggerimento delicato  di una pace sociale per lo sviluppo delle arti. Ecco poi quei nomi sulle chiazze di colore rosso: Rosa Luxemburg, Fidel Castro, Che Guevara, Engel, Marx,  ognuno di essi impegnati  in azioni su quel colore, tranne forse Che Guevara che sembra subire l’azione di cadere. Luoghi ma soprattutto persone che hanno segnato intere epoche. Pensiamo al mito di Che Guevara, l’eroe boliviano che è entrato nell’immaginario occidentale. Un Occidente e in particolare l’Italia  che  negli anni Sessanta e Settanta si prodigano  nel creare  un ponte di solidarietà  verso le popolazioni dell’America Latina. E poi  le negazioni: Non sono Giotto, Non sono San Giorgio che uccide il drago, quel drago che si legge a malapena perché in parte nascosto dalla righe che lo cancellano. Alla fine del percorso espositivo compare una grande vela che sembra veleggiare verso nuovi lidi che non sono quelli romantici dell’isola di Citera del pittore francese Antoine Watteau,  ma sono ricchi di una nuova luce di conoscenza. Poche parole in greco sembrano fornire la soluzione dell’enigma di questa tela intitolata DNA. In essa è scritto  il primo verso del poema di Omero: l’Odissea che è anche un invito all’oracolo dentro di noi   e dice: parlami Musa dell’uomo.  I vocaboli  di Isgrò di idiomi differenti: greco, inglese ... Le parole sono chiavi. Forse nella loro etimologia, nella storia della loro origine un’opportunità per interrogarci sul significato delle tradizioni del mondo in cui viviamo. Da segnalare nell’elaborazione del progetto scientifico e per la collaborazione l’Archivio Emilio Isgrò.

Patrizia Lazzarin, 15 settembre 2019         

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