Il punto debole (e le vere intenzioni) di Vladimir Putin

Quando Putin annunciò la sua intenzione di riscrivere la Costituzione russa, a metà gennaio, l’interpretazione degli osservatori fu unanime: lo Zar intendeva mantenere il potere anche dopo la scadenza del 2024, probabilmente nei panni di capo di un Consiglio presidenziale dotato di nuovi poteri. Analisi indubbiamente corretta. Ma ora, passato un po’ di tempo ed entrato in carica il nuovo primo ministro Mikhail Mishustin, si scopre che il piano di Vladimir Putin ha un grande punto debole: l’andamento dell’economia russa nei prossimi quattro anni, a fronte di impegni internazionali sempre più gravosi e costosi. La Siria viene ormai considerata a Mosca un regalo avvelenato di Donald Trump, in Ucraina malgrado qualche progresso la pace è ancora lontana e sostenere il Donbass è un vero salasso, la presenza in Libia al fianco del cirenaico Haftar rientra in un progetto africano e mediterraneo del Cremlino ma divora risorse, le sanzioni occidentali sono sempre in vigore e ora gli effetti del coronavirus promettono di far scendere il prezzo del petrolio. Questo mentre buona parte della società russa è già tornata a impoverirsi, e il consenso popolare nei confronti di Putin è notevolmente sceso. Esiste il pericolo, deve aver ragionato Putin, che tra quattro anni io non sia più in grado di attuare il mio disegno costituzionale perché l’andamento negativo dell’economia mi avrà privato del necessario consenso, popolare ma anche delle alte sfere che oggi mi sono ancora fedeli. Dunque, caro primo ministro Mishustin, questo è il tuo compito: invece di risparmiare o di raccogliere tasse come facevi prima, spendi, alimenta la crescita, migliora le condizioni di vita della gente, e che sia chiaro che questo ordine viene da me. Pare che il tesoretto a disposizione del Premier sia di circa 130 miliardi di dollari. In tempo per il 2024

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Italia incerta sul dossier libico (ne paga le conseguenze)

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Propensa da sempre a oscillare tra velleitarismi autolesionisti e dolorose battute d’arresto come quella infertaci ieri dal non più «nostro» Fayez al-Sarraj, la politica estera italiana è chiamata a fare sulla Libia quel che raramente le è riuscito dopo la fine della Guerra fredda, che con la sua disciplina di blocco proteggeva gli esitanti. Il commento di Franco Venturini sul Corriere della Sera.

Il rebus del Belpaese, la Libia (che se la dividono turchi e russi)

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Gli Usa contro l'Iran, i rischi di guerra aumentano

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Attenzione, i contagi potrebbero diventare epidemia. E nel frattempo tutti gli occhi restano fissi su Teheran, su quale risposta, in aggiunta alla «libertà nucleare», che l’Iran vorrà dare alla morte di Soleimani. Sarà una risposta da guerra totale, oppure una serie di gesti ostili, necessari sul fronte interno ma non irrimediabili nel braccio di ferro con il Grande Satana? Trump aspetta, e intanto prova a disegnare una strategia. Il commento, avvertito, di Franco Venturini sul Corriere della Sera.

L'Iran, grazie a Trump, protagonista sulla scena mediorientale

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