Immigrazione fuori controllo, i rischi per Conte

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L’Europa? Certo, anche all’Europa dobbiamo rivolgerci. Magari ricordando ad Angela Merkel, che non poco ci ha appoggiati in tema di Recovery fund, i tempi in cui il suo governo era favorevole a una revisione dei regolamenti di Dublino che tanto ci penalizzano. Niente illusioni, però. Dagli accordi per sostenere le economie più colpite dal virus l’Europa è uscita con nuovi orizzonti ma anche con accentuate debolezze derivanti dalla netta divisione tra franco-tedeschi e meridionali, «frugali» e Gruppo di Visegrad. Il commento di Franco Venturini sul Corriere della Sera.

Sulla gestione del problema migranti può cadere il Conte 2

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Il promemoria per Bruxelles

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Gli italiani chiusi in casa da settimane, o che ancora combattono in ospedale, non meritavano questo: che i giorni più lunghi della Repubblica, invece dei loro, diventassero quelli che ci separano dal Consiglio europeo del 23 aprile, quando si dovrebbe stabilire come e quanto faranno i nostri soci della Ue a favore dei Paesi più duramente colpiti dal coronavirus. Saranno i giorni più lunghi del nostro Dopoguerra perché dall’appuntamento del 23 dipendono i futuri rapporti tra l’Italia e l’Europa, come dire il destino di entrambe. E lo saranno anche perché, con i mutamenti economici e geopolitici che una rottura potrebbe innescare, oltre alla nostra ripresa sarà in gioco la nostra democrazia, insidiata, ben più che dagli aiuti cinesi o russi, da chi in casa nostra passa con grande agilità dall’amore per Putin a quello per Trump, da chi vorrebbe «pieni poteri» e si allea volentieri con le ali estreme di populisti e sovranisti europei, compresi quelli olandesi che di questi tempi alimentano il «rigore» anti-italiano. Giuseppe Conte sbaglia quando dice che l’opposizione di Salvini e quella della Meloni (Berlusconi e Tajani hanno seguito una linea molto più moderata dopo la riunione dell’eurogruppo) indebolirà la posizione italiana al vertice del 23. Semmai, le dure polemiche del dopo-eurogruppo sono servite da promemoria per gli altri governi della Ue, Germania in testa, e la posizione negoziale italiana potrà semmai avvantaggiarsene. Ma questo non basterà se il premier non correggerà gli altri errori, per ora di forma, che egli stesso è andato delineando. Al centro della contesa, come ormai ben sappiamo, sono i tanto sospirati Eurobond. L’emissione cioè di debito comune garantito dall’Europa e destinato al finanziamento massiccio (si calcola che servano 1.500 miliardi di euro) degli investimenti che dovranno combattere la scontata recessione economica del dopo-virus. Ma non si può dimenticare oggi che in passato il termine Eurobond, sempre sollecitato dall’Italia, veniva visto da parecchi altri membri dell’unione come una sorta di cavallo di Troia, una italica furbizia per far pagare anche agli altri il nostro pesantissimo debito pubblico, la nostra inefficacia nella lotta all’evasione, insomma la nostra finanza allegra se paragonata a quella regolata e severa dei protestanti del Nord. Basterebbe questo (anche perché certi sospetti altrui non erano del tutto infondati) per evitare riferimenti continui e diretti agli «Eurobond», o anche ai Coronabond. E dovrebbe bastare questo per non annunciare, come invece ha fatto Conte, che se nelle carte del 23 non ci saranno gli Eurobond l’Italia non firmerà. O persino, come lo stesso Conte ha detto in altre occasioni, che se l’Europa non acconsentirà l’Italia «farà da sola». Come non si sa, ma quel che conta in questa vigilia negoziale è che le promesse di Giuseppe Conte suonano nelle Capitali che dobbiamo convincere come una via di mezzo tra la minaccia e la provocazione. E l’italia non è, salvo a sopravvalutare pericolosamente il nostro potere contrattuale, nella posizione di trattare con la pistola sul tavolo. Il capo del governo italiano farebbe bene, piuttosto, a puntare sugli «strumenti innovativi» già evocati dall’eurogruppo su proposta della Francia senza qualificarli in partenza, e farà bene (e di questo siamo certi) a battersi con la massima determinazione per ottenere che l’Europa capisca anche in termini finanziari il bisogno non di solidarietà verso di noi ma di lucidità verso il proprio futuro scosso dal coronavirus. Forse da questa fermezza potrà nascere un breve rinvio a un altro vertice, ma soprattutto dovrà risultare chiaro, e la parola Eurobond non lo chiarisce, che non stiamo chiedendo aiuti per pagare i nostri debiti passati, che gli stanziamenti sostanziosi e rapidi serviranno (a tutti) esclusivamente per lottare contro quanto resta dell’epidemia e le sue conseguenze recessive immediate. Come del resto è accaduto nel Mes, dove una fetta di prestiti è priva di clausole condizionali future purché venga utilizzata soltanto contro il virus e le sue ricadute. Se l’Italia andasse al vertice con un approccio radicale e aggressivo sulla spinta delle polemiche interne, le probabilità per Conte di dover riconoscere una sconfitta aumenterebbero. Il suo sarebbe del «salvinismo inconsapevole», perché comporterebbe conseguenze già oggi intuibili. Frau Merkel, messa con le spalle al muro, non potrebbe cedere e non potrebbe esercitare la sua influenza su Olanda e Austria. Macron non potrebbe andare alla rottura con la Germania per restare nostro alleato, come è stato sin qui. L’Italia si scoprirebbe isolata dai «grandi», premessa questa della sconfitta. E nella nostra politica interna i meriti accumulati sin qui da Conte nella guerra al virus lascerebbero il posto a orizzonti incerti. È stato il Financial Times, qualche giorno addietro, a dedicarci un’intera pagina per constatare come da noi non solo l’opinione pubblica ma anche politici di vario orientamento siano diventati freddi, se non ostili, nei confronti dell’Europa. E a chiedersi se l’unione stia perdendo l’Italia, una specie di Brexit strisciante. Il rischio esiste, e non soltanto per colpa delle divisioni e degli egoismi europei. Quanti cittadini elettori sanno che la Bce nel mese di marzo ha comprato 12 miliardi di debito italiano, e che entro la fine dell’anno ci garantirà una copertura di 220 miliardi? E la sospensione del patto di Stabilità, le nuove elargizioni della Banca europea degli investimenti (Bei), il nuovo fondo contro la disoccupazione, quanti se li ricordano o li citano invece di polemizzare a colpi di propaganda? Conte il 23 vada sì a combattere, ma senza cancellare dalla sua strategia il Paese reale che ha alle spalle.

Franco Venturini  - Corriere della Sera – 14 aprile 2020

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Un altro errore sulla Libia

Il cirenaico Haftar spara a volontà, il tripolino Serraj sospende la sua partecipazione al negoziato militare di Ginevra, e così le residue speranze di stabilizzare la Libia affogano in un mare di parole che vede l’Italia tra i più loquaci protagonisti. Aveva cominciato, nella corsa ai proclami ad uso interno, la tanto attesa conferenza di Berlino che pur di non fallire subito ha prodotto a cuor leggero un lungo elenco di traguardi irraggiungibili. Riuscendo in tal modo a fallire dal giorno dopo, quando si è visto che la tregua d’armi non reggeva, che le forniture di armi provenienti dai padrini dei due schieramenti continuavano imperterrite, che Turchia con Serraj e Russia con Haftar accentuavano la loro presenza sul terreno invece di ridurla, che gli Usa guardavano dall’altra parte e che l’Europa rimaneva divisa e inefficace malgrado i suoi indiscutibili interessi in Libia. Poi, fatto più unico che raro, è stata l’Onu ad alzare la voce osservando che l’embargo sulle armi «somigliava ormai a una barzelletta». Il giorno dopo, lunedì scorso, si riuniva il Consiglio dei ministri degli Esteri europei. Non poteva più far finta di niente, e incassare l’accusa di far ridere. Doveva decidere «qualcosa», e così è stato. Ma questa volta accanto alla consueta retorica diplomatica c’è stato il coinvolgimento di forze militari, con una approssimazione che non fa ben sperare. Anche perché subito dopo Haftar ha lanciato i suoi missili sul porto di Tripoli, e Serraj ha abbandonato i negoziati militari che dovevano consolidare la tregua.

Per capire meglio occorre fare un passo indietro, al nostro governo gialloverde nel quale Matteo Salvini era l’uomo forte. Fu quel governo italiano, e fu Salvini con la sua politica dei «porti chiusi», ad azzoppare la missione navale Sophia che doveva pattugliare il Mediterraneo nell’ambito della lotta ai trafficanti di carne umana. Sophia, si disse, moltiplicava il numero di migranti aumentando le loro probabilità di salvezza, dunque andava stroncata. Così fu. Ma l’idea circolava ancora in Europa, con Germania, Francia e Spagna favorevoli, Austria e Ungheria contrari per paura di nuovi rifugiati (che peraltro in Ungheria non entrano), e il nostro ministro degli esteri Di Maio, senza darlo troppo a vedere, d’accordo con Vienna e con Budapest. Non per copiare la dottrina Salvini, bensì stavolta per evitare che Salvini potesse impallinare il governo giallorosso con accuse di cedimento sul tema sempre sensibile dei flussi migratori.

Ecco allora che con il varo di una nuova operazione aeronavale «interamente diversa da Sophia» l’Europa ha formalmente sovrapposto il tema migranti e il tema Libia, al punto che se venisse constatato un «effetto richiamo» per i trafficanti anche nella nuova zona di operazioni, le navi verrebbero subito spostate o rinviate nei loro porti. Il che stabilisce, fino a prova contraria, una chiara priorità: per i Paesi europei e per l’Italia in particolare, visto che a differenza di Austria e di Ungheria noi il mare lo abbiamo intorno, il contenimento dei migranti conta molto più di quello delle forniture d’armi ai protagonisti della guerra civile libica. 

E non basta, perché Di Maio, oltre all’operazione aeronavale, ha vagamente ipotizzato anche una componente terrestre «se le autorità libiche la autorizzeranno». Ma quali autorità libiche visto che sono almeno due, per vegliare su quali confini, con quale viatico Onu, con quali regole di ingaggio? Forse il ministro alludeva a un indiretto rafforzamento delle operazioni franco-americane nel Sahel, oppure siamo ancora alle parole incaute? Nell’attesa si deve rilevare che l’alto rappresentante per la politica estera Ue, lo spagnolo Borrell, si è precipitato a frenare. 

Anche il solo aspetto aeronavale del nuovo progetto, peraltro, è ricco di interrogativi ai quali stanno già lavorando gli esperti nella speranza di far partire l’operazione a fine marzo. Se le navi della missione coglieranno sul fatto navi militari turche dirette a Tripoli, cosa faranno concretamente considerando che ci si troverà tra soci della Nato? Haftar, molto più facilmente di Serraj e della Tripolitania, può ricevere le sue forniture belliche via terra attraverso il confine egiziano: non si rischia di bloccare la Turchia e il Qatar e di dare invece poco fastidio agli Emirati, alla Giordania, all’Arabia Saudita, alla Russia che servono la Cirenaica? L’operazione, spostata a Oriente, sarà comunque ricattabile dai trafficanti di esseri umani, basterà aumentare il numero dei barconi in quell’area e le navi toglieranno il disturbo. 

Anche a volerci fermare qui la nuova missione, che non ha ancora un nome e nemmeno un comandante mentre quello di Sophia era italiano, sembra disegnata per radicalizzare ulteriormente la partita per il predominio nel mondo sunnita (pro e contro i Fratelli musulmani) che i Paesi islamici con l’aggiunta della Russia combattono in Libia, sulla pelle dei libici e anche dei migranti. Con ampi margini di ambiguità: quelli che abbiamo brevemente citato, ma anche il doppio gioco di Mosca che con Lavrov in visita a Roma invoca l’onu e nulla dice dei suoi mercenari alle porte di Tripoli, che litiga con la Turchia in Siria ma ci va d’accordo in Libia. E anche l’america di Trump che nulla dice del blocco petrolifero imposto da Haftar dopo averlo indicato come linea rossa insuperabile (forse lo spettacolo di un’europa nei guai non dispiace al presidente in campagna elettorale?). E anche tutti quanti vanno ripetendo che in Libia «non esiste una soluzione militare». Sarà anche vero, ma alla fine pure gli europei hanno dovuto tirar fuori l’effetto dissuasivo di navi bene armate. Con il rischio che gli altri siano disposti a sparare e noi no.

Franco Venturini - Corriere della Sera - 21 febbraio 2020

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