Cercasi leader capaci di decidere

Tra le molte incognite della pandemia in corso ci sono le conseguenze che essa avrà sul futuro dei sistemi democratici. Ne abbiamo discusso con due studiosi di Scienza politica: Gianfranco Pasquino, professore emerito dell’Università di Bologna, e Marco Tarchi, che insegna all’Università di Firenze.

- I Paesi occidentali hanno reagito in modo tardivo e incoerente alla crisi del Covid-19. Dunque le democrazie faticano ad affrontare le emergenze?

GIANFRANCO PASQUINO — I tanti Paesi colpiti hanno risposto in modo eterogeneo, con differenze evidenti non solo tra le varie democrazie, ma anche tra i regimi di altro tipo. Non imputerei alla struttura democratica in quanto tale una gestione inefficace, perché anche il governo autoritario dell’Iran non ha certo brillato. E in Cina all’inizio il contagio è stato nascosto. Il problema vero è la qualità delle classi dirigenti. Donald Trump, che all’inizio aveva negato il problema, ha dovuto fare marcia indietro, mentre il governo tedesco si è comportato molto meglio.

MARCO TARCHI — Anch’io non credo che i deficit d’intervento dipendano da tratti specifici delle democrazie. Credo però che alcune loro caratteristiche abbiano pesato. Le democrazie si basano sulla competizione per il consenso tra forze antagoniste: rispetto a sistemi fondati sull’unitarietà del comando, sono quindi meno attrezzate a reagire con immediatezza di fronte a situazioni eccezionali, perché si scatena la spinta dei vari soggetti a differenziarsi dai rivali per guadagnare voti. Tutto ciò provoca polemiche ed esige mediazioni che rallentano le procedure decisionali.

- I Paesi asiatici, democratici (Corea del Sud), semi-autoritari (Singapore) o autoritari (Cina), sembrano avere operato meglio di quelli occidentali. Come mai?

G.P. — In fondo però anche l’Iran si trova in Asia. Meglio guardarsi dalle generalizzazioni e considerare gli assetti istituzionali. Corea del Sud, Taiwan e Giappone sono tre democrazie che se la stanno cavando piuttosto bene. Quanto a Singapore, è un Paese piccolo, certamente retto da un regime autoritario, ma avanzato nei campi che contano. Ha un alto tasso d’istruzione, un reddito medio elevato, un’economia tecnologicamente sofisticata e una grande capacità di controllare i comportamenti individuali. Ma io credo che sia anche un Paese sull’orlo della democrazia, destinato ad adottarla in tempi non lunghi. Diverso il caso della Cina, il cui sistema mi pare più totalitario che autoritario, visto che il Partito comunista è una macchina di potere onnipervasiva. Ma la risposta di Pechino è stata inadeguata: il virus è sorto sul suo territorio, il medico che lo aveva individuato è stato messo a tacere, la notizia è stata taciuta per un mese con ricadute pesanti. La Cina non può ergersi a modello.

M.T. — Nel giudicare le società asiatiche si deve tenere conto non solo delle istituzioni, ma anche della cultura politica. Paesi come Giappone e Corea del Sud, nonostante la modernizzazione spinta, hanno mantenuto una visione del rapporto tra individuo e collettività diversa da quella che si è imposta in Occidente. Sono democrazie a pieno titolo, ma non pervase dallo spirito ideologico dell’individualismo liberale. Presentano invece una predisposizione ordinaria alla rigorosa osservanza delle regole fissate dall’autorità, un fattore che aiuta molto in circostanze come la pandemia.

- Hanno dettato scandalo i poteri di emergenza ottenuti in Ungheria dal premier Viktor Orbán. Ma anche altrove i governi hanno preso misure restrittive della libertà, scavalcando i parlamenti. Si rischia che Covid19 apra la strada a svolte autoritarie?

M.T. — Sulla scia dell’impatto emotivo causato dalla pandemia, si è accentuata in molti Paesi democratici la tendenza verso un presidenzialismo di fatto, già peraltro serpeggiante in forme più contenute. Un’impostazione che, almeno in parte, è anche il frutto del rapporto tra i nuovi media e la sfera politica. Non solo sono stati scavalcati i parlamenti per emanare decreti, ma spesso la comunicazione delle varie misure è avvenuta attraverso canali di contatto diretto con il pubblico. È quasi un plebiscitarismo surrettizio, tanto che spesso Giuseppe Conte (come altri leader, dal francese Emmanuel Macron allo spagnolo Pedro Sánchez), usa la prima persona singolare con frasi del tipo: «Non passerò alla storia come colui...». Però da questo a una svolta autoritaria ce ne corre parecchio. Persino il caso ungherese, sicuramente anomalo, ha visto Orbán ottenere poteri eccezionali per via parlamentare, seguendo norme previste dalla Costituzione. Del resto ci sono vincoli internazionali che a mio parere non permetterebbero nessuna vera deriva liberticida.

G.P. — Le situazioni di crisi comportano sempre una centralizzazione del potere. In guerra c’è un comandante in capo, che prende le decisioni, e il Parlamento perde alcune prerogative. Ma nella Gran Bretagna di Churchill, sotto le bombe, la Camera dei Comuni continuava a riunirsi. Anche oggi non vedo svolte autoritarie in corso nelle democrazie, solo qualche pulsione del genere da parte di Donald Trump, Boris Johnson, dello stesso Macron. Nel caso ungherese, Orbán non ha certo aspettato la pandemia: era già allegramente incamminato sulla via autoritaria, aveva colpito la libertà di stampa, l’autonomia delle istituzioni educative, l’indipendenza della magistratura. Tutti fatti documentati, che l’Unione europea non può ignorare. Quanto a Conte, ha approfittato della situazione per ottenere più visibilità e anche popolarità nei sondaggi, ma come leader autoritario non lo vedo proprio. Detto questo, è necessario riflettere sul ruolo dei parlamenti in casi

Due politologi discutono sulla crisi causata da Covid-19. Gianfranco Pasquino auspica una valorizzazione adeguata delle competenze, spesso svilite; Marco Tarchi critica una «deriva tecnocratica» che porta a sminuire i guasti della chiusura di ogni attività. Ma entrambi chiedono ai governanti di scegliere qual è l’interesse generale, invece di delegare tutto agli scienziati del genere: non possono limitarsi a far vedere che esistono, devono sviluppare un’azione di controllo e di critica che finora è mancata, in Italia e anche altrove.

- Si dice che l’emergenza coronavirus induce a rivalutare gli esperti, spesso presi di mira dai populisti. Ma non emerge così un pericolo tecnocratico?

G.P. — In tutte le aree del sapere ci sono dei competenti. E il loro parere non «vale uno», per citare il famoso slogan dei Cinque Stelle, specie quando tra di essi c’è un accordo di fondo. Se fosse generalmente accettato e promosso il valore della conoscenza, le democrazie funzionerebbero meglio. Non vedo quindi un pericolo tecnocratico, un «governo dei medici»: del resto per guidare lo Stato non basta il sapere, occorre rappresentare la società. Sento piuttosto diffondersi la suggestione di trovare una persona molto competente in campo economico che diriga la fase di ricostruzione dopo la fine dell’emergenza. L’idea di assegnare pieni poteri a Mario Draghi mi fa sorridere, perché lo conosco e so che non ci pensa affatto. Ma in generale mi sembra un errore la ricerca di un tecnico che possa sollevare la politica da scelte impopolari.

M.T. — Qui non siamo d’accordo. Non è vero che i populisti siano sempre e ovunque ostili ai tecnici. In realtà esaltano o svalutano gli esperti a seconda delle convenienze. Le aperture dei Cinque Stelle ai No vax non sono un caso da generalizzare. In altre situazioni forze populiste accusano invece i politici tradizionali di ignorare i consigli degli esperti per tutelare interessi di potere.

- Che esempi ci sono di populisti che invocano i pareri dei competenti?

M.T. — In Francia i lepenisti hanno spesso rimproverato ai presidenti in carica di non dare ascolto agli economisti preoccupati per gli eccessi della globalizzazione o ai medici che segnalavano il pericolo di malattie importate dagli immigrati. Il richiamo alla meritocrazia contro la partitocrazia non è affatto infrequente da parte populista. Aggiungo che la crisi del Covid-19 non ha visto pronunciarsi «la scienza», ma tanti scienziati, che non di rado hanno sostenuto tesi divergenti. Ma c’è un altro punto. Un conto è seguire le indicazioni dei virologi circa le misure immediate di contenimento del contagio, un altro è delegare a loro la definizione degli scenari di uscita dall’emergenza. Qui vedo proprio un rischio tecnocratico.

- Perché?

M.T. — Stare provvisoriamente chiusi in casa per attenuare l’impatto del contagio è forse inevitabile, ma rimanere così per diversi mesi, come chiedono alcuni scienziati, è scelta di ben altra portata, che può causare il crollo di interi settori produttivi, un aumento enorme della disoccupazione, psicosi diffuse, picchi di suicidi, anche rivolte popolari. La politica non ha nulla da dire? Non dovrebbe avere il compito di individuare le compatibilità tra le diverse esigenze sul tappeto? Non penso si possano tamponare i danni economici incombenti solo con l’emissione di titoli pubblici da far comprare alla Bce. Il fatto è che in una società individualista prevale la commozione per le vite dei singoli che vanno perdute, mentre ci si preoccupa meno della catastrofe che sta investendo la collettività.

G.P. — Io credo che ci si debba fidare dei medici. Poi, certo, si può chiedere loro di prospettare alternative per valutare costi e benefici delle possibili strategie. I rischi prospettati da Tarchi sono reali: usciremo da questa crisi impoveriti (soffriranno soprattutto i lavoratori autonomi) e forse imbarbariti. Però non c’è solo individualismo nella società italiana. Vedo anche molti esempi positivi di solidarietà. Tocca comunque ai politici — su questo concordo con Tarchi — scegliere tra le opzioni sul tavolo, spiegare i rischi dell’indirizzo adottato e assumersi le relative responsabilità.

M.T. — Il concetto di rischio è cruciale, perché oggi la gente non accetta più di correre pericoli. E i politici, per non perdere consensi, finiscono per delegare tutto ai tecnici, spogliandosi della funzione essenziale di decidere quali interessi devono prevalere. È brutto dirlo, ma alcune decine di migliaia di morti sono soggetti singoli, mentre dall’altra parte c’è una popolazione di 60 milioni di persone che rischia di finire asfissiata se si prolunga la chiusura totale. Oltre ai virologi, bisognerebbe ascoltare gli psicologi, i quali cominciano a segnalare le disastrose patologie sociali che possono derivare da misure costrittive drastiche e prolungate.

- Si può considerare la pandemia un prodotto della globalizzazione? Provocherà una chiusura dei Paesi nei propri confini o un rilancio delle ipotesi di governo globale?

G.P. — La globalizzazione è inarrestabile. Si può forse regolamentare, ma non fermare e ancora meno ca"ovolgere. Ma Covid-19 non è un prodotto della globalizzazione, che ne ha solo accelerato il corso, mentre la responsabilità più grave, per imprudenza e reticenza, ricade sulla Cina. La pandemia c’insegna che nessuno può pensare di chiudersi dentro i suoi confini, l’interdipendenza tra i diversi Paesi è un dato strutturale. Servono forme di governo mondiale, anche se certo le attuali organizzazioni internazionali funzionano male. Per noi italiani si tratta soprattutto di rilanciare l’Unione europea: vale per le difficoltà economiche e anche per i problemi di natura psicologica evocati da Tarchi. Per ciascuna delle tantissime questioni che abbiamo davanti, solo un approccio europeo solidale può fornire soluzioni efficaci.

M.T. — Secondo me assisteremo a spinte contrapposte sulla scia dell’annoso conflitto tra fautori e critici dell’ipotesi di un governo mondiale. La globalizzazione è ineliminabile, ma la sua immagine sta uscendo dalla crisi del Covid-19 con le ossa rotte. Infatti un suo ex alfiere come Macron già parla di rilocalizzare in Francia alcune industrie. Prevedo un riaggiustamento: alcuni Stati delusi dalle organizzazioni internazionali, in primo luogo dall’Unione europea, cercheranno di recuperare spazi di sovranità, ma sul versante opposto si tenterà di stabilire nuove forme di cooperazione tra i governi per superare i rischi di paralisi delle istituzioni comunitarie, oggi indebolite. È difficile prevedere quale tendenza prevarrà. Dipende molto da come reagiranno gli elettorati dei singoli Paesi alla crisi economica che ci attende in conseguenza della pandemia.

Antonio Carioti – La Lettura – 12 aprile 2020

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Palazzo Chigi non ha una visione del domani, l'Eliseo sì

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Emmanuel Macron non è un leader dotato di grande empatia. Quella poca che è sino ad oggi riuscito a trasmettere è stata spesso abilmente costruita. Eppure nel discorso rivolto ai francesi ieri sera (il terzo dall’inizio della crisi del coronavirus) è parso diverso. O la situazione ha fatto maturare qualcosa in lui, o le sue doti di attore sono davvero mirabili. Forse entrambe le cose. (...) l'ammissione di ritardi ed errori. Forse non all'altezza di clamorosi errori come l'aver tenuto il primo turno delle municipali (errore del quale porta una responsabilità in realtà ancora non ammessa), ma non banale: «Eravamo preparati a questa crisi? L'evidenza mostra che non lo eravamo abbastanza», «Il momento ha rivelato delle lacune, delle insufficienze... come voi ho visto delle carenze, delle lentezze, delle procedure inutili, anche delle debolezze nella nostra logistica».Il commento della prof.ssa Sofia Ventura su Linkiesta.

Il discorso di Macron, un esempio da imitare (Mattarella dove sei?)

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Exit strategy

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C’è un dopo ma c’è soprattutto un “durante”, ha detto ieri Matteo Renzi al Senato, e questo durante potrebbe durare anche due anni: bisogna imparare a renderlo vivo e vivibile, e a convivere con il coronavirus. Il leader di Italia Viva ha alcune proposte – un unico decreto d’aiuto all’economia negoziato assieme, per esempio – ma soprattutto vuole spostare il dibattito non più (o non soltanto) sulle misure di restrizione, su cui l’Italia è stata rigorosa e disciplinata, ma sul loro superamento. Invece di discutere su quali aziende devono restare chiuse, cerchiamo “un codice per farle riaprire”, ha detto Renzi, sintetizzando il senso del “durante”. L’Italia che per prima è stata colpita dall’epidemia per prima deve pensare a un piano di normalizzazione: gli inglesi lo definiscono “endgame”, il finale. Naturalmente hanno tutti fretta, questo tempo sospeso e meno produttivo ha effetti economici molto pesanti: la lotta al virus ha bisogno di tempo, ma il rallentamento ha effetti di lungo periodo enormi. Il più impaziente è Donald Trump che ha già annunciato la riapertura dell’America entro Pasqua: a guardare i dati sul mercato del lavoro pubblicato ieri si capisce perché. La flessibilità che rende l’America tanto dinamica in questa fase di progressiva paralisi ha espulso dal mercato del lavoro tre milioni di persone, un record storico – e come dicono virologi e commentatori: è soltanto l’inizio. Trump invece immagina di poter imporre l’endgame, e appare spaventoso: non soltanto perché potrebbe essere prematuro, ma anche perché scatenerebbe una competizione tra stato e stato. Laddove c’è bisogno di solidarietà e coordinamento, la voglia di uscirne per primi potrebbe avere l’esito opposto. L’Unione europea sta cercando di pensare a una “exit strategy”, alle misure “necessarie per tornare a un funzionamento normale delle nostre società”. Il problema è: quando? Il premier britannico, Boris Johnson, aveva detto “dodici settimane” per uscire dalla crisi, ma ora la regola è: ci vuole la certezza che è possibile allentare l’isolamento. Ma la certezza non c’è, almeno da parte degli scienziati. Lothar Wieler, presidente del Koch Institut che controlla i numeri del contagio tedesco, ha detto a Politico Europe: “Non c’è una ricetta statistica, non c’è un manuale” in cui c’è scritto quando si può dare inizio alla normalità. In Francia, il comitato degli scienziati che consiglia Emmanuel Macron – comitato ampliato e ora molto più specializzato in crisi sanitarie – ha pubblicato un report in cui dice che l’isolamento deve durare almeno sei settimane, ma è un numero detto un po’ perché la politica chiede un arco temporale definito: il comitato non sa al momento nemmeno dire l’impatto delle nuove misure sui contagi e ha molti problemi a capire com’è la prospettiva per la tenuta degli ospedali, visto che sono gli stessi ospedali che devono fornire i dati, e ora non hanno tempo. Così anche il ministro della Sanità francese, Olivier Véran, ha dovuto dire: aspettiamo che la curva ci dica quando possiamo ripensare alla normalità. Il cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, è stato l’unico ad aver fornito una misura: dobbiamo arrivare al punto in cui i contagi raddoppiano nel giro di quattordici giorni, dopo di che possiamo pensare a un allentamento.

Oltre alla difficoltà di capire qual è il momento giusto per introdurre una exit strategy, c’è anche il problema del coordinamento. La Cina, che fa ancora da riferimento almeno per quel che riguarda le tempistiche (il punto d’inizio lo ha posto il regime di Pechino arbitrariamente), ha annunciato che chiuderà i propri confini agli stranieri a partire da domani: l’isolamento ricomincia. Poiché ogni paese è in questo momento molto condizionato dalle decisioni degli altri paesi, l’iniziativa nazionale ha effetti anche sugli altri e questo potrebbe rallentare l’exit strategy di tutti – o attivare quella competizione distruttiva che vedremo all’opera tra gli stati americani. Di fronte a tante incognite, molti commentatori dicono che “l’endgame” non c’è, non si vede, forse hanno ragione gli scienziati più restrittivi: è finita soltanto quando arriva il vaccino. Ma la sfida non è il finale, è questo in cui dovremo imparare non tanto a scorgere il dopo, quanto a trovare un modo per convivere con il virus.

Paola Peduzzi – Il Foglio – 27 marzo 2020

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