Le Nazioni Unite: “La prova più dura dalla guerra mondiale”

  • Pubblicato in Esteri

«È la più grande prova che il mondo deve affrontare dalla Seconda guerra mondiale», dice il segretario generale dell’Onu Antonio Gutierres. Dai 100.000 ai 240.000 morti solo negli Stati Uniti «nello scenario positivo », è la previsione della task force sanitaria della Casa Bianca.

Questi numeri fanno cambiare tono a Donald Trump: ancora una settimana fa auspicava la fine di ogni restrizione entro Pasqua, ieri ha fatto il discorso più angosciante dall’inizio della sua presidenza: «Ogni americano si prepari ai giorni molto duri che ci aspettano. Ci toccherà affrontare due settimane tremende». Il cambio di atteggiamento è totale, anche se non basta per ovviare all’impreparazione che domina a tutti i livelli.

Solo sul fronte economico l’attivismo di Trump sembra voler anticipare i tempi, attutire lo shock e curare la depressione in arrivo prima che sia troppo tardi. Mentre ancora è fresca la sua firma sulla legge di bilancio con 2.000 miliardi di dollari di aiuti alle famiglie e alle imprese, il presidente vuole già raddoppiare l’impegno dello Stato. Pensa a un’altra maxi-manovra di entità identica, stavolta dedicata agli investimenti in infrastrutture e alle assunzioni che possono generare. «Sarà molto grosso e coraggioso – twitta – due trilioni (duemila miliardi, ndr) solo per posti di lavoro e la ricostruzione delle infrastrutture del nostro Paese». L’idea non è nuova, anzi è un vecchio cavallo di battaglia, più della sinistra americana che dei repubblicani. La decadenza delle infrastrutture affligge l’America a tutti i livelli: dagli aeroporti alle ferrovie, dalle autostrade ai ponti, ai trasporti pubblici metropolitani. Più il ritardo nelle infrastrutture digitali, dove la telefonia di quinta generazione vede la Cina in vantaggio. Poi ci sono le infrastrutture immateriali: dall’inefficienza della sanità, fino al declino della scuola pubblica.

Trump prese in prestito questo tema tradizionale dei democratici e cominciò a parlarne nella campagna elettorale del 2016. Non se n’è mai fatto nulla, per insanabili contrasti politici: Trump pensa soprattutto alle grandi opere edili mentre sulla sanità è agli antipodi rispetto ai democratici; il suo stesso partito non ha mai voluto assecondarlo per ostilità ideologica agli investimenti pubblici. Poi c’è stata la vicenda dell’impeachment che ha avvelenato i rapporti tra i due schieramenti.

Ma il coronavirus sta cambiando tutto, rimescola le carte, sconvolge la politica. Lo si è visto con la velocità record di approvazione della manovra da duemila miliardi. «Con gli interessi a zero è il momento d’investire nelle nostre infrastrutture decrepite», dice Trump. E infatti i democratici stanno lavorando su un piano parallelo d’investimenti. Nancy Pelosi, presidente democratica della Camera, nella sua lista della spesa ha già messo la banda larga d’Internet (tuttora carente in alcune parti del Paese), la rete idrica, ma anche il sistema sanitario e misure sociali a favore dei malati. Pensa inoltre a un aiuto per i fondi pensione che avranno dei buchi spaventosi con la caduta delle Borse. Il piano di Trump per adesso non è noto: di sicuro sarà ben diverso da quello a cui stanno lavorando i democratici. Ma se davvero l’entità può raggiungere duemila miliardi, la somma delle due manovre consecutive si avvicinerebbe al 20% del Pil americano.

Federico Rampini – la Repubblica – 2 aprile 2020

Leggi tutto...

Trump guarda i sondaggi e cambia di nuovo idea: prima le vite poi il business

  • Pubblicato in Esteri

Il presidente americano, Donald Trump, ha cambiato di nuovo idea e adesso vuole seguire lo stesso modello adottato negli altri paesi per contenere la pandemia: soppressione, quindi si sta il più possibile a casa e quasi tutte le attività produttive vanno in coma. I contatti dei giornali dentro all’Amministrazione spiegano che il presidente ha cambiato idea perché ha visto che secondo i sondaggi gli americani sono d’accordo con la linea della soppressione e mettono in secondo piano le necessità dell’economia. I rapporti degli esperti che da settimane avvertono Trump del rischio di milioni di morti per l’effetto combinato del virus e della saturazione degli ospedali non avevano per ora avuto alcun effetto e il presidente, scocciato perché la pandemia colpisce l’economia e quindi il suo grande argomento in campagna elettorale, aveva appena promesso che a Pasqua il paese avrebbe riaperto. Del fatto che una fine prematura delle misure di soppressione e una riapertura troppo in anticipo avrebbe vanificato gli sforzi contro il contagio che ormai è fortissimo fra gli americani – gli Stati Uniti sono il primo paese al mondo per numero di positivi al test – non gli importava nulla. I megafoni del trumpismo avevano già cominciato una campagna di disinformazione sui media e sui social, per dire che il rischio è gonfiato e che l’economia non deve fermarsi. Si trattava di una campagna ottusa – e come poteva essere altrimenti? Uno dei propagandisti è arrivato a citare il lento miglioramento dei dati in Italia come segno che il virus è un fenomeno passeggero, senza però dire che il lento miglioramento in Italia è dovuto al fatto che siamo alla terza settimana di lockdown. Così Trump adesso ha cambiato idea ed è d’accordo con la strategia della soppressione, perché è quella che gli americani vogliono. Poco più di un mese fa continuava a dire che il virus entro aprile si sarebbe dissolto “come per miracolo” e che il contagio era “sotto controllo”. “Abbiamo quindici casi di Covid19 – disse in conferenza stampa – ed entro pochi giorni scenderanno a zero”, senza capire che la trasmissione tra asintomatici è un meccanismo perfido e quindi se ci sono quindici casi conclamati è possibile che nel giro di pochi giorni diventeranno mille e non zero. Poi dieci giorni fa era uscito dal ruolo del gran minimizzatore, perché intanto i numeri diventavano catastrofici e le metropoli americane si stavano trasformando in altrettante Wuhan, vedi New York e prossimamente le città del nord dove la curva del contagio è pessima. Con un voltafaccia spregiudicato, si era nominato “presidente di guerra” durante le trasmissioni domenicali e aveva invitato gli americani “a combattere uniti”. Due giorni dopo però c’era stata un’altra svolta e aveva cominciato a dire che “la cura potrebbe essere peggiore della malattia” e quindi va bene la soppressione, ma non più in là di Pasqua – quindi non più lunga di due settimane. Gli esperti avevano protestato molto perché le misure restrittive per funzionare hanno bisogno di tempo, soprattutto se sono adottate in ritardo come è successo negli Stati Uniti. Ma secondo il resoconto che ne danno le fonti, a convincere Trump a cambiare di nuovo linea è stato il combinato disposto dei sondaggi che premiano la strategia della soppressione fino a quando serve e dei rapporti degli esperti che dicono che riaprire prima il paese avrebbe effetti disastrosi. Trump ha allungato il periodo delle restrizioni fino alla fine di aprile e ha detto che potrebbero persino “diventare un po’ più dure”, anche se non dure come quelle in vigore a New York oppure in California dove i residenti hanno l’ordine di non uscire di casa. Al briefing di lunedì ha pure detto che per lui “l’economia è la preoccupazione numero due, al primo posto c’è salvare molte vite”. E poi, come nota il New York Times, è tornato a ripetere che senza misure restrittive il numero delle vittime da Covid-19 in America avrebbe potuto essere di due milioni – e così ha messo la barra molto in basso per chi volesse giudicare la gestione della crisi. Qualsiasi numero sotto i due milioni sarà una vittoria.

Daniele Raineri - Il Foglio - 1 aprile 2020

Leggi tutto...

L’analisi che legge Trump quando dice: si esagera con la pandemia

  • Pubblicato in Esteri

Tutti si sono accorti che la competenza, di fronte a una pandemia, è necessaria, ma ora lo scontro è tra diverse competenze: c’è esperto ed esperto. Secondo una ricostruzione del New Yorker, l’ultimo esperto cui si è affidato Donald Trump è Richard Epstein della Hoover Institution. Professore alla scuola di Legge della New York University, Epstein è un giurista libertario conosciuto negli Stati Uniti anche perché non si sottrae alle molte polemiche. Il 16 marzo, Epstein ha pubblicato un documento dal titolo “Coronavirus Perspective” che ha iniziato a circolare molto nel governo americano ed è arrivato anche allo stesso presidente che pare si sia subito affezionato all’idea: Epstein sostiene che ci sia stata una reazione esagerata a una minaccia che non è così grave come molti l’hanno presentata. Trump ha avuto fin dall’inizio la tentazione di continuare la sua strategia minimizzatrice – ha cercato di isolare il virus “cinese” chiudendo le porte anche agli europei (non tutti, all’inizio gli inglesi erano esenti) – ed è intervenuto soltanto quando i mercati hanno preso a crollare, ma sempre con l’obiettivo di trovare qualcuno su cui scaricare la colpa. Il testo di Epstein era perfetto: sosteneva che l’Organizzazione mondiale della Salute aveva esagerato con la definizione di “pandemia” e prevedeva che ci sarebbero stati 500 morti negli Stati Uniti (aveva aggiunto uno zero poco dopo, dicendo che c’era stato un errore). Il 23 marzo, Epstein ha pubblicato un nuovo documento più esplicito fin dal titolo: “Coronavirus Overreaction”. Dice: “I progressisti pensano di poter guidare la vita di ognuno di noi con una pianificazione centralizzata, ma lo stato dell’economia stabilisce una cosa differente”.

Secondo Epstein, la pianificazione centralizzata ha portato a un crollo dei mercati, e non servirà a salvare nessuna vita. La conversazione sul New Yorker con Isaac Chotiner (che si occupa delle interviste per la sezione “Q&A” e ha sviluppato la competenza di ascoltare le risposte dei suoi interlocutori e di ribattere) non finisce bene: il giornalista cerca di capire su quali competenze si fondano le analisi di Epstein, ed Epstein inciampa un po’. Il risultato finale, dopo qualche colpo sotto la cintola da entrambe le parti, è che le premesse del giurista hanno a che fare moltissimo con l’ideologia. Ed è esattamente quel che i democratici contestano a Trump: vuole trattare un’emergenza sanitaria come un elemento della campagna elettorale, e questo rende la risposta del governo insufficiente e pericolosa. Mentre Epstein spiegava al New Yorker com’era stato possibile dimenticare uno zero nel calcolo dei morti, i morti superavano la soglia duemila e il dottor Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases masticato dal trumpismo, la spingeva per il bilancio totale oltre quella delle 100 mila vittime. Un’esagerazione, secondo Epstein e secondo buona parte dell’Amministrazione Trump. L’ideologia non è a senso unico. Nel Regno Unito, Jeremy Corbyn, leader uscente del Labour (il 4 aprile si saprà il nome del suo successore), sostiene che la pandemia è la conferma che la sua proposta elettorale – sconfitta a dicembre – fosse quella giusta: Epstein la chiama “pianificazione centrale”, i commentatori vanno semplici con “socialismo”, e ancora una volta è materia sensibilissima di scontro elettorale. A Corbyn molti rispondono che la sua idea per la vita quotidiana – interventismo statale – va giusto bene, se va bene, per un’emergenza di proporzioni globali, ma nella retorica corbyniana il fatto che questa pandemia sia il suo riscatto è già molto presente.

C’è esperto ed esperto e c’è esagerazione ed esagerazione, insomma. Quel che Epstein non dice è che il problema oggi non è tanto la chiusura quanto piuttosto l’urgenza di aprire. E’ di questo che parla anche Trump quando fa la classifica degli stati che mostrano più apprezzamento e quindi saranno trattati meglio. La competenza adatta per soddisfare questa urgenza è la visione politica, non il calcolo delle esagerazioni.

Paola Peduzzi – Il Foglio – 31 marzo 2020

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS