Con Johnson sarà Brexit vera

Una sola cosa è certa dopo il voto britannico: Boris Jonhson avrà la "sua" Brexit. Il 31 gennaio il Regno Unito lascerà l'Unione Europea. Secondo gli exit poll, i conservatori hanno ora ai Comuni una maggioranza di circa 80 seggi. E' la più larga dai tempi di Margaret Thatcher. Garantisce abbondantemente l'approvazione dell'accordo con l'Ue che il precedente Parlamento si era ostinatamente rifiutato di sottoscrivere, umiliando prima Theresa May, poi Johnson. Quest'ultimo si è preso ieri una clamorosa rivincita.
Il Primo Ministro, uscente e entrante, ha chiesto via libera a "fare Brexit". L'ha avuta. Non sappiamo e, soprattutto, non sanno i circa 15 milioni che gliel'hanno data, cosa ne farà. Conta moltissimo per loro, ma anche per l'Europa e per l'Occidente. Il Regno Unito è un pezzo importante. Dove si collocherà fra Ue, Usa e Cina?
Il 31 gennaio a Bruxelles calerà la Union Jack, a Downing Street si stapperà lo champagne (ancora importato senza dazi), nella Londra cosmopolita e dintorni "liberaliggianti" si verseranno non poche lacrime, nell'Inghilterra profonda si gioirà, in Scozia si acuiranno le voglie d'indipendenza, nelle Irlande si rinverdiranno disegni di riunificazione – e si trincererà l'attaccamento alla Corona degli unionisti del Nord. Il 1° febbraio nessuno si accorgerà di Brexit. Tutto continuerà come prima. Per undici mesi. Poi il momento della verità.
L'accordo Ue-Uk prevede fino al 31 dicembre 2020 una transizione che mantiene la libera circolazione di merci e persone, esattamente come adesso. In questo periodo Londra e Bruxelles dovrebbero negoziare il futuro rapporto attraverso un accordo di libero commercio (Fta) e intese specifiche nella miriade di materie, dalla pesca allo spazio, in cui i destini britannici sono intrecciati con quelli dell'Europa continentale. Il rischio di "hard Brexit", cioè senza accordo, per ora accantonato, riaffiorerà fra un anno. Per due motivi. Primo, l'obiettivo di concludere un Fta così complesso, più il resto, in undici mesi è irrealistico. Johnson potrebbe chiedere di estendere l'estensione. Ha dichiarato che non se ne parla: piuttosto l'uscita senza accordo. Secondo, nel suo desiderio di allentare il più possibile lacci e lacciuoli con l'Ue, egli potrebbe veramente spingere Uk oltre il ciglio del precipizio, convinto di liberare così il potenziale soppresso della "global Britain". Anziché perdere tempo nelle minuzie defaticanti di un accordo di partnership commerciale e strategica, tanto vale rinunciarvi e fare di Uk un concorrente in Europa geograficamente, ma con rapporti "à la carte" con Ue e Stati membri.
E' questo che vuole Boris Johnson? I suoi elettori non lo sanno. Lo hanno votato essenzialmente per due motivi. Innanzitutto, la potenza e la semplicità del messaggio: fare Brexit ("get Brexit done") dopo un'agonia che ha paralizzato la nazione tre anni e mezzo. Ha fatto breccia anche su chi forse preferiva non uscire dall'Ue, ma si era stancato di restare in mezzo al guado. Il secondo è Jeremy Corbyn. Con un programma sempre più radicalizzato a sinistra e non pochi scheletri di politica estera nell'armadio, il leader laburista era semplicemente ineleggibile. Le cifre, quasi 70 seggi di meno, parlano chiaro. Benintenzionata ma debole la liberale Jo Swinson.
Per arrivare al potere, per vincere, Boris Johnson è stato uomo di tutte le stagioni. Sindaco moderato di Londra laburista, ha cavalcato Brexit dopo avere esitato da che parte stare, ha spinto i conservatori a destra ma promesso benefici sociali per conquistare qualche roccaforte laburista, professa ammirazione per Donald Trump ma se ne tiene alla larga per non esserne contaminato dall'impopolarità. Qual è il vero Boris Johnson? Quello che governerà il Regno Unito nei prossimi anni? Non lo sappiamo, forse non lo sa neanche lui.

Stefano Stefanini – La Stampa – 13 dicembre 2019

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