"Vecchi" agli arresti domiciliari

La proposta di tener isolati gli anziani, almeno fino a fine anno, l'ha fatta ai governi europei, 10 giorni fa in un'intervista, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea. "Ma va a farti fottere" è stata la mia prima reazione, poi ho pensato che, madre di sette figli, in quel campo ha già dato. Che le donne ai vertici delle istituzioni europee abbiano "larghi margini di miglioramento" è cosa nota, basti pensare alla Christine Lagarde che, all'incirca un mese fa, dopo una intervista ha fatto crollare gli indici di tutte le borse europee. Naturalmente, se ha tracciato il solco la presidente della CEE i governi nazionali (o meglio i loro esperti) lo stanno seguendo e stanno uscendo sui media delle anticipazioni.

In Italia il governo ha 15 task force con 448 esperti strapagati e ogni regione, anche se in numero minore, ha le sue. Se per scegliere la APP Immuni si son dedicati 74 esperti per scegliere la APP di una società con esponenti renziani e i figli di secondo letto di Berlusconi tra i proprietari, quanti "esperti" si stanno occupando del limite di età per continuare a fare stare in prigione gli anziani?

Dalle anticipazioni sui giornali, in maggior parte vassalli del Conte, il limite di età a cui stanno pensando sarebbe 65 anni. Ahi, ahi, ahi qui cascano gli asini! La professoressa Fornero del famigerato governo Monti, nominato senatore a vita prima di accettare l'incarico di premier, ha portato il limite per andare in pensione a 67 anni. Gli "esperti" non lo sanno? Allora, o alzano l'età del confinamento obbligato o fanno la riforma delle pensioni e portano a 65 anni la dead line per le pensioni di vecchiaia. Tertium non datur! In Italia hanno risposto autorevoli giuristi e costituzionalisti, come Vladimiro Zagrebelsky e Sabino Cassese, sottolineando gli aspetti di incostituzionalità, lo psichiatra Paolo Crepet è ricorso, in modo metaforico alla categoria della pazzia come lettura del periodo di isolamento che stiamo vivendo perché è "più facile che si sviluppino nevrosi ossessive e mantenere la quarantena per gli over 65 fino a Natale sarebbe nazismo puro". Sottoscrivo e non solo perché ho più di 70 anni.

Anche in Francia gli esperti del governo hanno seguito il solco von der Leyen e hanno ipotizzato di prolungare "le confinement"(si traduce confinamento ma anche prigione) per chi ha più di 65 anni. La reazione è stata veemente e i giornali ne hanno dato rilievo più che da noi. Sabato scorso su Le Figaro c'erano 4 pagine (dalla 2.a alla 5.a) dedicate alle proteste contro tale ipotesi. L'ex premier Laurent Fabius, ora presidente del Consiglio costituzionale, Alain Minc saggista e consulente di alto livello (l'uomo che sussurra all'orecchio dei Presidenti della Repubblica), lo scrittore Pascal Brukner, intellettuali, professionisti e cittadini. E il Presidente Emmanuel Macron si è pronunciato nel fine settimana chiedendo la responsabilità di tutti e "nessun confinamento prolungato, dopo l'11 maggio per gli over 65 perché molti di loro la vivrebbero come discriminazione". Mandando così al mittente la raccomandazione del professor Jean-François Delfraissy, presidente del Consiglio Scientifico. La Francia, nella loro Fase2 ha anche il secondo turno (i ballottaggi) delle elezioni comunali; gli anziani sono tanti (e votanti) e Macron ne ha tenuto conto.

Anche in Italia governo e partiti dovrebbero trovare il tempo per rifletterci, sono milioni i cosiddetti anziani ancora in vita (anche perché vivono a casa loro e non in una casa dell'eterno riposo, alias RSA), sono informati e si occupano di politica più dei giovani, molti hanno fatto il '68 e saprebbero tornare in piazza anche adesso. Cosa farà ancora questo governo burla? Toglierà il diritto di voto agli anziani?

Chi sono gli anziani e perché si sarebbe anziani a 65 anni?

A chi dobbiamo questa età-limite? Si attribuisce a Otto Von Bismarck la scelta dei 65 anni come soglia di anzianità. È stato lui a decidere che la vecchiaia inizia a 65 anni con motivazioni più pratiche che scientifiche: all'epoca pochi varcavano il traguardo e il cancelliere tedesco, con lungimiranza, si preoccupava delle pensioni.

Eppure la definizione di quasi due secoli fa ha retto, sostenuta dalla convinzione che esistesse comunque un limite fisiologico per la vita umana. Anche se, con l'allungamento dell'aspettativa di vita, ha portato negli ultimi decenni a rivedere il tutto.

Alla fine di Novembre del 2018, a Roma, si è tento il 63° Congresso Nazionale della SIGG (Società Italiana di Gerontologia e Geriatria) che ha dato una nuova definizione dinamica del concetto di anzianità proponendo una nuova classificazione in quattro sottogruppi: giovani anziani (persone tra i 64 e i 74 anni), anziani (75 – 84 anni), grandi vecchi (85 – 99 anni) e centenari. La proposta dalla SIGG aggiorna il concetto di anzianità, portando a 75 anni l'età ideale per definire una persona come anziana. Un 65enne di oggi ha la forma fisica e cognitiva di un 40-45enne di 30 anni fa e un 75enne quella di un individuo che aveva 55 anni nel 1980. L'asticella dell'età si alza ad una soglia adattata alle attuali aspettative nei paesi con sviluppo avanzato. I dati demografici dicono che in Italia l'aspettativa di vita è aumentata di circa 20 anni rispetto alla prima decade del 1900. Considerare anziano un 65enne oggi è anacronistico: a questa età moltissimi stanno fisicamente e psicologicamente bene. Sono nelle condizioni in cui poteva trovarsi un 55enne una quarantina d'anni fa. Avranno letto queste conclusioni gli "esperti" del Bisconte?

Io sono (71 anni) un giovane anziano e sono anche, felicemente, nonno. Navigando sul web ho rintracciato un recente appello al Presidente del Consiglio dell'Associazione Nonni 2.0 che mi è piaciuto e che propongo alla Vostra lettura.

APOTOS

Mondovì, 23 aprile 2020

Questo articolo è stato pubblicato su La Piazza Grande del 21.4.2020 a pag. 28

Una misura anticostituzionale

Egregio Prof. Giuseppe Conte, da più parti si ha notizia che con il prossimo DPCM verrà limitata, rispetto agli altri cittadini italiani, la libertà di movimento degli ultrasessantacinquenni oppure degli ultrasettantenni.

Con la presente, chiediamo fortemente e decisamente che tale misura non venga assunta per diversi motivi. Ne specifichiamo qualcuno.

Tale misura sarebbe decisamente anticostituzionale. Infatti, violerebbe l'articolo 3 della Costituzione, il quale vieta ogni discriminazione anche in ragione delle “condizioni personali e sociali” delle persone: in questo caso, la grave discriminazione sarebbe basata sulla condizione dell’età. Ma violerebbe anche l’articolo 13 (“la libertà personale è inviolabile”) e l’articolo 16 (“ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale”).

Qualche fautore del provvedimento che noi contrastiamo lo motiva con una sorta di riguardo verso la parte più “debole” della popolazione. La motivazione appare totalmente infondata (anche se ispirata da buone intenzioni), perché i nonni costituiscono quella parte della popolazione che più diligentemente sta alle regole imposte a causa dell’attuale pandemia. I nonni circolerebbero, come stanno facendo, con la mascherina, con i guanti, a distanza di almeno un metro dagli altri: che cosa si vuole di più da loro? Le persone che attualmente stanno violando le regole non sono certo i nonni, ma, per lo più, persone di età inferiore. Ed allora, perché infierire sui nonni?

Togliere i nonni dalla normale circolazione significherebbe infierire un durissimo colpo al sistema del welfare nazionale, il quale, per almeno un terzo, poggia sulla presenza generosa e intelligente dei nonni. Senza la libera circolazione dei nonni, chi assisterà i nipoti mentre i figli torneranno al lavoro e con le scuole chiuse? Chi darà da mangiare ai nipoti? Chi conforterà i nipoti, sottraendoli all’attuale crudele solitudine? Chi infonderà speranza ai giovani così provati? I nonni, che, ripetiamo, sanno benissimo difendersi dai subdoli attacchi del virus, sono indispensabili per tenere insieme il nostro tessuto sociale, anche perché (occorre non dimenticarlo) fanno parte integrante della famiglia, che, in questi due mesi, ha costituito la spina dorsale vitale dell’intero Paese.

La misura da noi contestata, poi, non tiene conto di una distinzione che chi governa non può ignorare. Ci sono, purtroppo, molti anziani non autosufficienti, che costituiscono un gravissimo problema per tutto il mondo, come stiamo constatando proprio in questi giorni: un problema che investe anche l’intera Italia e che deve essere affrontato senza più perdite di tempo, con gli strumenti specifici previsti per le patologie, senza badare a spese, come spesso è stato fatto. Ma la stragrande maggioranza dei nonni, fortunatamente, è autosufficiente sia dal punto di vista vitale che da quello mentale e, quindi, deve essere abbandonata l’equazione nonno=persona da assistere.

Le assicuriamo che questi nonni sono più vitali e generosi e intelligenti di tante altre persone. Ed allora, perché ghettizzarli?

Se queste ed altre sono le ragioni che ci spingono a chiedere al Governo di non procedere sulla strada paventata, ci permettiamo segnalare un altro problema. Siamo sicuri che anche il buon senso spingerà il Governo a seguire la strada da noi qui indicata e che quindi nessuna misura sarà assunta nel prossimo DPCM su questo tema. Nella malaugurata idea (neppure pensabile) che, invece, si volesse procedere sulla via sbagliata, segnaliamo che esiste il delicato problema che investe l’illegittimità dei DPCM che si sono finora susseguiti, come è stato rilevato anche da autorevoli professionisti della materia. Infatti, un semplice DPCM non può limitare, con forza di legge, i diritti essenziali dei cittadini. Anche sotto questo profilo, il divieto alla circolazione dei nonni sarebbe illegittimo.

Assicuriamo che ci siamo decisi a questo intervento per spirito di collaborazione e per amore sia ai nonni che alla legalità.

Siamo disponibili ad ogni approfondimento. Cordiali saluti.

Dott. Pierluigi Ramorino (Presidente) - Avv. Giuseppe Zola (Vicepresidente)

Associazione Nonni 2.0

Questo articolo è stato pubblicato su La Piazza Grande del 21.4.2020 a pag. 28

 

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Gli eserciti della salvezza

Le Idi di marzo nell’anno di disgrazia 2020, saranno ricordate come il giorno in cui il mondo intero si è bloccato, messo sotto sequestro per difendersi dalle forze del male. E’ stato nel fine settimana tra il 14 e il 15 del mese, infatti, che tutti, anche i più riluttanti, hanno sbarrato le porte e alzato i ponti levatoi. Che altro si poteva fare? Siamo in guerra e bisogna mettere sacchetti di sabbia alle finestre. Ma in guerra non basta difendersi, per vincere bisogna contrattaccare, quindi ci vogliono grandi eserciti ben preparati. Il primo fronte è quello sanitario il secondo quello economico perché alla pandemia non segua una carestia. Le Banche centrali hanno cominciato a stampare moneta a più non posso, i governi la distribuiscono e si indebitano. Non ci sono scappatoie, lo ha scritto Mario Draghi sul Financial Times: “Fronteggiamo una guerra contro il coronavirus e dobbiamo mobilitarci di conseguenza… Livelli di debito pubblico molto più alti diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato… l’alternativa sarebbe una distruzione permanente della capacità produttiva e della base fiscale”. L’ex presidente della Bce chiede “forza e rapidità” di intervento da parte dei governi e delle banche che debbono concedere crediti anche senza interessi garantiti dallo stato, quanto all’Europa deve sostenere una causa comune. Soprattutto invita a “cambiare mentalità”, l’armamentario ideologico e dottrinario del passato oggi non serve. L’articolo colloca Draghi in testa all’esercito della salvezza che si affanna a scongiurare la peggiore sconfitta del mondo civilizzato; è un altro “whatever it takes” destinato ad avere un effetto politico anche in Italia. La Ue ha sospeso il patto di stabilità, ma a questo punto bisogna chiedersi se serve così com’è. Il Meccanismo europeo di stabilità è davvero efficace e a quali condizioni? Occorre creare nuovi strumenti per indebitarsi ancora e indebitarsi meglio. Salvati dai debiti, sembra un paradosso, ma tutte le guerre sono state finanziate così. I governi non si sono mossi per primi. A far da avanguardie, ancora una volta, le Banche centrali, in Cina, in Giappone. L’Occidente ha perso tempo, poi si è svegliata la Federal Reserve seguita dalla Banca d’Inghilterra e dalla Banca centrale europea. Il costo del denaro è stato portato vicino allo zero, la Federal Reserve ha deciso di acquistare titoli pubblici e privati senza alcun limite, più timida la Bce ha messo sul tappeto mille miliardi di euro, poi si è corretta seguendo l’esempio americano. I banchieri centrali hanno abbastanza munizioni? Philipp Hildebrand, vicepresidente di BlackRock il più grande fondo di investimento al mondo, ed ex presidente della Swiss National Bank chiede “un approccio coordinato in cui i governi forniscono i fondi necessari a famiglie e imprese, mentre le Banche centrali saranno chiamate ad assicurare che i tassi di interesse non crescano in modo incontrollato. Parte di questo compito riguarda l’acquisto di titoli su larga scala direttamente dal mercato”. Christine Lagarde ha sbagliato nel dire “non siamo qui per combattere lo spread”, non solo per la sua ruvidezza e perché ha fatto uno sgarbo all’Italia, ma anche perché la presidente della Bce non ha colto la sostanza del problema: un aumento dei rendimenti e dei tassi di mercato, crea una stretta creditizia mai vista perché le imprese e le famiglie non sono in grado di restituire i prestiti né di ripagare immediatamente le imposte sospese. “Il mestiere di banchiere centrale deve essere reinventato in modo radicale”, insiste Hildebrand, “è tempo di coordinarsi con i governi di fronte a una espansione senza precedenti del debito pubblico”. Questo significa garantire direttamente i buoni del Tesoro. La Fed lo ha già annunciato e si sta muovendo, sulla scia della Banca centrale giapponese, verso un controllo della curva dei rendimenti. Secondo molti analisti “in sostanza sta nazionalizzando i mercati”. E la Bce che cosa farà? E’ la fine del divorzio come è stato chiamato in Italia? Il ritorno alla normalità richiede che i debiti vadano ridotti e i titoli rimessi sul mercato, ma la ritirata potrà avvenire una volta vinta la battaglia. La moneta serve per non far restare a secco le famiglie che perdono i loro redditi e le imprese che perdono le loro entrate. E’ lo choc da domanda, ma attenzione, siamo in presenza di un secondo choc che è la vera causa del primo: si è spezzata la catena della produzione, quella internazionale ormai essenziale, e di conseguenza quelle nazionali. Dunque, la crisi viene anche dal lato dell’offerta e contro questa bisogna far scendere in campo truppe diverse con armi diverse. Le Borse non hanno creduto alle Banche centrali, aspettando che scendesse in campo l’artiglieria e tuonassero i cannoni dei governi. Ancora una volta i mercati finanziari anticipano i movimenti profondi non perché manovrate da pochi lupi di Wall Street o dagli gnomi di Zurigo, ma perché mosse dalle aspettative, dagli interessi, dai desideri e dalle paure di milioni e milioni di persone, dal tolstoiano “movimento dei popoli” sia pur dentro la cornice del capitalismo. Gli americani hanno fatto partire gli elicotteri per gettare moneta non bombe al napalm come in “Apocalypse now”, rispolverando un’idea enunciata da Milton Friedman nel 1969 e rilanciata nel 2002 da Ben Bernanke anche lui convinto che la politica monetaria abbia una chance quando le politiche convenzionali falliscono. In realtà ha anticipato tutti Hong Kong fin da febbraio: diecimila dollari equivalenti a 1,270 dollari americani, a chiunque sia affetto da virus. Donald Trump per non restare indietro ha proposto di dare a ciascun americano almeno 1.200 dollari più 500 ogni figlio, in contanti, da spendere come si vuole. La misura è entrata in un mega pacchetto di spesa pubblica, il più massiccio mai fatto: ben duemila miliardi di dollari. Il Congresso, dopo qualche giorno di manfrina tenendo d’occhio le elezioni presidenziali, ha dato via libera. Il comandante in capo, recalcitrante, inebriato da tweet contraddittori e grotteschi, alla fine si è arreso alla evidenza. Il dubbio è se basterà. L’Economist dice di no, in fondo rappresenta solo il 10 per cento del prodotto lordo americano e secondo molti analisti ce ne vorrà il doppio se la crisi non si ferma. La scorsa settimana ben tre milioni e trecentomila lavoratori hanno chiesto l’indennità di disoccupazione, mai così tanti dal 1967.

Gli eserciti europei della salvezza hanno il loro avamposto a Bruxelles. Dovrebbe essere lì il quartier generale. Ursula von der Leyen ha dato buona prova: tenuta, stile, capacità diplomatica e senso della realtà, è la presidente della commissione europea ad aver anticipato la sospensione del patto di stabilità. Ma a decidere sono sempre i governi nazionali e la Ue è divisa sulle scelte di fondo: mutualizzare i debiti, emettere titoli speciali, i cosiddetti corona bonds (come chiedono Italia, Francia, Spagna e altri sei paesi), aprire il portafoglio del Mes, il meccanismo europeo di stabilità, che mette a disposizione mezzo miliardo di euro, ma alle sue condizioni: troppo rigide secondo l’Italia, troppo lasche secondo l’Olanda spalleggiata da Austria e Finlandia. Angela Merkel media tra nord e sud, tra est ed ovest, ma a lei tocca scegliere. La chiave di tutto, come dice Draghi, è il debito: la Germania sosterrà quello italiano e degli altri paesi in sofferenza? Intanto il governo tedesco si è mosso e come. Berlino ha deciso di investire 350 miliardi di euro, pari al 10 per cento del prodotto lordo (la stessa quota americana) per le misure d’emergenza e rifinanziare con 100 miliardi la Banca di stato, KfW; più un fondo per salvare le imprese pari a 650 miliardi, in grado anche di intervenire nella proprietà, ma il ministro delle finanze Olaf Scholz si dice pronto a estendere le garanzie dello stato per mettere al sicuro la metà del pil, circa 1.500 miliardi di euro.

L’Italia finora non ha speso molto, anche se quando è scoppiata la pandemia si trovava già in recessione. I vincoli europei sono troppo stretti, si dice, ma anche ora che il patto di stabilità è stato sospeso siamo bloccati da un debito pari a duemila e rotti miliardi di euro, il 135 per cento del prodotto lordo. Si stima che i paesi esposti pesantemente al virus tra spesa pubblica diretta e prestiti garantiti dovranno mettere in conto il 20 per cento del loro prodotto lordo in pochi mesi, il che vuol dire 340 miliardi e rotti nel caso italiano. Il debito sta già salendo verso il 150 per cento, dove potrà arrivare e chi comprerà i nuovi buoni del tesoro, sotto qualsiasi forma e in quantità necessaria? La Bce ha messo in campo mille miliardi di euro, poi ha allargato i cordoni non ponendo più limiti. La quota dell’Italia nel capitale è pari al 17 per cento complessivo, i nuovi buoni del Tesoro per quest’anno superano i 300 miliardi, ma cresceranno ancora. Quanta parte delle nuove emissioni sarà assorbita dalla banca centrale? L’Italia, sostenuta da Francia e Spagna, chiede di introdurre titoli europei, i cosiddetti corona bonds, e potrebbe ricorrere alla linea precauzionale prevista dal fondo salva stati: pro quota si tratta di 70 miliardi di euro. Lo scontro è sulle condizioni: spingeranno l’economia verso un’altra lunga recessione quando l’emergenza sarà finita? L’Italia è solvibile, lo ha detto la Banca d’Italia che se ne intende, lo ripetono tutti a cominciare dalle società che danno i voti ai debiti pubblici e privati. Ma non sappiamo fino a quando.

L’intervento dello stato è fondamentale in caso di calamità. Ciò vuol dire che il Leviatano risorge dalle acque profonde? Calma ragazzi, perché la doppia crisi, sanitaria ed economica, mette sotto pressione l’intero sistema pubblico, proprio quello che dovrebbe salvarci. Prendiamo la Sanità, in sofferenza proprio nei suoi punti più alti. Colpa dei tagli? Secondo Francesco Longo, osservatorio della spesa sanitaria dell’università Bocconi, l’Italia spende 115 miliardi l’anno, 1.850 euro per abitante. L’Inghilterra con un sistema sanitario simile al nostro spende 2.500 euro pro capite, la Francia 2.800, la Germania 3.200. Spendiamo meno e nei ranking mondiale di efficacia in rapporto ai costi siamo tra i migliori. Non manca la qualità, ma semmai la quantità. Intendiamoci, lo choc è stato improvviso e inatteso: i ricoveri medi mensili in terapia intensiva in Lombardia sono stati circa 680 tra il 2013 e il 2017, mentre solo per Covid- 19, sono ricoverati due volte tanto. Tuttavia il numero di posti letto ospedalieri ogni mille abitanti in Italia è più basso rispetto a Francia e Germania, vicino al Regno Unito e alla Spagna, molto lontano dal Giappone e dalla Corea del sud. Quattro ricercatori – Marta Angelici, Paolo Berta, Francesco Moscone e Gilberto Turati – hanno calcolato che tra il 2010 e il 2018 la riduzione media complessiva delle dotazioni di posti letto dei dipartimenti medici è stata di poco inferiore rispetto a quella registrata nei dipartimenti chirurgici: 11,4 per cento contro 12,8 per cento. Sono aumentati, però, i posti letto in terapia intensiva. Forse anche per questo il sistema ospedaliero per il momento continua a garantire cure a tutti.

C’è un’altra questione sollevata da Laurie Garrett, che da decenni scrive sulla nostra eterna vulnerabilità ai microbi: nel suo ultimo libro Betrayal of Trust: Collapse of Global Public Health, spiega che in un’èra in cui la minaccia percepita viene dalle malattie non trasmissibili (cancro, ipertensione arteriosa, diabete) ci si è concentrati su queste, trascurando la minaccia collettiva proveniente dalle epidemie che mettono in primo piano la necessità di antibiotici e vaccini. Anche gli ospedali, come le imprese manifatturiere hanno ragionato con il come le imprese manifatturiere, svuotando i magazzini, riducendo al minimo indispensabile le scorte, scommettendo sulla efficienza della catena produttiva globale. Adesso lo stato deve far fronte, ma nessuno stato è in grado di assicurare la protezione totale contro la pandemia. Raghuram Rajan, influente economista che dopo il Fondo monetario internazionale è diventato governatore della Banca centrale indiana sottolinea la necessità di coinvolgere il settore privato per aumentare la capacità della filiera sanitaria, la domanda c’è non devono mancare i finanziamenti.

Qui entrano in gioco le imprese ed è la loro sorte a rendere incerte le Borse che pure sono sobbalzate di fronte alla potenza di fuoco americana. I mercati finanziari non sono terrorizzati dal fallimento degli stati, ma dalla catena di fallimenti privati. Le fabbriche si stanno riconvertendo a una economia di guerra: quelle tessili fanno mascherine, quelle meccaniche ventilatori, la Michelin distribuisce cibo, le aziende farmaceutiche non ce la fanno a tener testa agli ordini, i laboratori di Big Pharma come delle start up lottano per trovare un vaccino; il mondo digitale è sotto pressione perché è attraverso di esso che tutti noi possiamo tenerci in contatto con il mondo reale. E’ fondamentale che dove si può il lavoro prosegua senza interruzione, ma è essenziale che venga fornita la liquidità necessaria e le banche facciano credito a costo zero, come propone Draghi. Finora, a parte poche eccezioni, il sistema bancario è rimasto alla finestra. Il bollettino di guerra ci dice che i generali hanno tentennato, gli eserciti si sono mossi in ritardo anche se stanno combattendo con tutte le loro forze, le armi attuali non sono sufficienti. Non bastano quelle monetarie, non bastano quelle economiche, non bastano quelle sanitarie. Ogni conflitto fa compiere un salto al complesso militar-industriale, alla ricerca, alla scienza e alla tecnica, ma sono tecnologie che portano la morte. Anche questa guerra può far compiere un balzo, ma saranno tecnologie che portano la vita. just in time

Stefano Cingolani - Il Foglio - 28 marzo 2020

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Eurobond, si allarga il fronte. In quattordici contro Merkel

Si allarga il fronte in favore degli Eurobond. Ai nove della lettera guidati da Giuseppe Conte, Emmanuel Macron e Pedro Sanchez, si aggiungeranno nelle prossime ore altri cinque Paesi: i tre baltici, la Slovacchia e Cipro. Diventeranno così quattordici i leader che si oppongono ad Angela Merkel e Mark Rutte. Un accerchiamento, in questa corsa contro il tempo per salvare la moneta unica. E d’altra parte, dopo il fallimento del vertice di giovedì notte, al termine del quale i capi di governo si sono lasciati alle spalle macerie, servirà un negoziato ancora più duro. Senza un finale già scritto. Tanto che in queste ore inizia a circolare anche l’impensabile, quello che tutti vorrebbero evitare, ma che potrebbero diventare l’arma negoziale per far crollare la diga eretta tra Berlino e L’Aia: l’emissione di Eurobond a quattordici, senza gli ortodossi del Nord. La definitiva spaccatura dell’Unione.

Sono frenetici i contatti tra le Cancellerie dell’eurozona. E l’asse dei quattordici considera vitale lo strumento degli Eurobond, l’unico giudicato in grado di mobilitare almeno mille miliardi di liquidità e rispondere alla crisi da Covid-19. Uno scenario da incubo, che giovedì Christine Lagarde ha tradotto in numeri a beneficio dei leader. Secondo la presidente della Bce, racconta chi ha assistito al vertice, una pandemia fino all’autunno farebbe sprofondare la zona euro in una recessione del 10%.

Un quadro talmente drammatico che ha spinto ieri cinque nuovi Paesi a mostrarsi informalmente pronti ad aderire al gruppo degli Eurobond. Manifestazioni di interesse gradite, visto che Lituania, Lettonia, Estonia e Slovacchia sono da sempre schierate con i super rigoristi di Angela Merkel.Contatti anche con Malta. Il clima è ormai così aspro che il premier socialista portoghese Antonio Costa si è spinto a definire «ripugnante» la proposta del ministro olandese Wopke Hoekstra di aprire un’indagine contro i paesi del Sud, accusati di non avere risparmiato in tempi di vacche grasse.

L’ex premier e presidente della Commissione Ue Romano Prodi definisce il summit di giovedì notte «terribile ». E chiede gli Eurobond: «Se non c’è solidarietà adesso, che Europa è?». Un concetto che Giuseppe Conte rende ancora più esplicito in i queste ore: «Se non troviamo una soluzione, rischia di chiudere l’Europa ». Quasi profetico. Basta ascoltare l’attacco frontale di Matteo Salvini, pronto a cavalcare la crisi in chiave sovranista: «Questa Unione è una schifezza, andate a cagare».

Ma quali sono le prossime tappe? L’altra sera i leader hanno dato mandato all’Eurogruppo di avanzare proposte entro due settimane. Già ora però appare quasi impossibile che i ministri delle Finanze, spaccati tra falchi e colombe, possano trovare un accordo sugli Eurobond. Le aspettative politiche si concentrano invece sul Piano di rilancio dell’economia che leader hanno affidato a Charles Michel e Ursula von der Leyen, presidenti di Consiglio e Commissione. Che, su richiesta di Conte e Sanchez, saranno affiancati da Lagarde, Centeno e Sassoli.

Ma il rischio è che i tempi di lavoro di questo format si allunghino ancora. Ecco perché si cerca di allargare il fronte, che da ieri conta anche il capo della banca centrale olandese, Klaas Knot: «I Coronabond – dice sono una strada, la politica monetaria non può fare tutto da sola». Non è il solo a ritenere che lasciare il peso della crisi esclusivamente sulle spalle di Francoforte possa indebolire la Bce. Lo pensano i quattordici, pronti a minacciare di andare avanti da soli con bond condivisi, contando sul fatto che la Bce dovrebbe comprarli per evitare un crack dell’euro. Nascerebbe la temuta Europa a due velocità. Per questo, al momento si tratta soprattutto di una minaccia che punta a convincere Merkel a un’emissione di Eurobond una tantum, gestito dallo stesso fondo salva-Stati (Mes) o dalla Banca europea degli investimenti.

Tommaso Ciriaco e Alberto D’Argenio - la Repubblica – 28 marzo 2020

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