Siamo pronti per l’“s-word”, l’indicibile socialismo? Mica tanto. Sanders, Corbyn, Castro e un azzardo tutto anglosassone

Siamo pronti per l’“s-word”, l’indicibile socialismo? E’ una domanda che ritorna su tutti i media americani, ora che Bernie Sanders, il senatore del Vermont, ha fatto slittare la corsa per le primarie democratiche tutta a sinistra, in area socialismo appunto, ma è una domanda a cui il Regno Unito, un altro paese dove la sinistra sta organizzando le sue primarie, ha già in parte risposto. Il Regno Unito, alle elezioni di dicembre, ha detto no, non siamo pronti. Jeremy Corbyn, il leader old-old Labour che voleva cambiare il “modello di business” del paese con un approccio radicalmente a sinistra, ha perso le elezioni, anzi: ha perso malissimo le elezioni. La sua proposta di rivoluzione economico-geopolitica è stata rifiutata anche dall’elettorato tradizionalmente laburista, che ha preferito votare per i Tory di Boris Johnson. Si dirà: la politica del Regno Unito è tutta sbilanciata dalla Brexit, o almeno lo era ancora a dicembre, quando si sono aperte le urne. Certo, la Brexit ha falsato molte cose, ma durante la campagna elettorale è stato proprio Corbyn a evitare di parlare di Brexit, convinto com’era che la sua offerta rivoluzionaria sarebbe stata talmente credibile da far dimenticare agli elettori la cronica ambiguità sulla Brexit. Scommessa perduta. 

Ora il Labour, proprio come il Partito democratico americano, sta cercando un nuovo leader: l’unica differenza è l’urgenza, ché a novembre ci sono le presidenziali negli Stati Uniti e invece la sinistra inglese ha (almeno) cinque anni di opposizione davanti. Ma la ricerca di un’identità che sia rappresentativa della sinistra oggi è identica. Nel Regno Unito sono state spedite via posta nelle scorse ore le schede elettorali per le primarie: i candidati sono due moderati, Keir Starmer e Lisa Nandy, e uno radicale, Rebecca LongBailey, quest’ultima sostenuta da Corbyn. Anzi, il cancelliere dello Scacchiere ombra, John McDonnell, ha fatto un discorso un paio di giorni fa non soltanto per elogiare la Long-Bailey, ma anche per rilanciare la “rivoluzione corbyniana”, che non deve morire soltanto perché è stata sconfitta dai Tory. Che è come dire: nemmeno la sanzione delle urne, che è l’unica a contare davvero, riesce a eliminare – per manifesto disamore degli elettori – l’“s-word” dalle primarie britanniche. 

E’ ancora vivo il partito di chi dice che Sanders avrebbe battuto Trump, e oggi questo partito si nutre di sondaggi che mostrano che il senatore del Vermont non soltanto è il candidato più forte dentro ai democratici, ma anche quello che più degli altri potrebbe battere il presidente a novembre. Un recupero in Texas, per dire, è sufficiente? Non sembra: secondo un sondaggio Washington Post-Abc, il 37 per cento degli elettori cosiddetti indipendenti (quelli da conquistare) dice che l’ s-word finirà per non farli votare per Sanders. Perché se la proposta sanitaria – Medicare for All – va molto forte (pure se non si sa come sarà finanziato, proprio come le nazionalizzazioni previste da Corbyn), la visione del mondo di Sanders non va affatto, come dimostra la polemica in corso in queste ore per quel che Sanders ha detto su Cuba e Castro: “E’ ingiusto dire semplicisticamente che è tutto brutto” quel che riguarda il castrismo. L’“s-word” non è soltanto uno stravolgimento del modello di business, è anche una vicinanza culturale a un certo tipo di dittatura, quella vicinanza che impedisce a Sanders di rispondere “sì” alla domanda: Maduro, presidente del Venezuela, è un dittatore? Trump ci ha portati molto vicini a dittatori che non avremmo mai immaginato: la sua è sempre una scelta di convenienza, o di spettacolo (sogna la pace più clamorosa che c’è). Possibile che la sua alternativa faccia lo stesso?

In America la situazione è ribaltata: nelle urne, nel 2016, è stata l’offerta moderata (di Hillary Clinton) a essere sanzionata. 

Paola Peduzzi - Il Foglio - 26 febbraio 2020

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Londra, vergogna a punti

È uno shock di civiltà, la fine di quel mare aperto che con il tunnel ancora congiunge Folkestone e Calais, l’isola e il continente, ma da oggi li separa con il nuovo Great Wall of Shame, Grande Muro di Vergogna, che sta diventando la Brexit. Dal gennaio 2021 non si entrerà più. Il British first, che fu inventato da Theresa May ben prima di Salvini, tende a diventare il British only di Boris Johnson: basta con l’idraulico polacco e il muratore rumeno, niente più self-employed , ora l’artigiano straniero dovrà avere un lavoro salariato di almeno 25.600 sterline l’anno. Ridotte a 20.480 per gli infermieri perché il National Health Service, il sistema s anitario nazionale, ne ha bisogno.

Finisce dunque l’Inghilterra laboratorio della libertà e della civiltà occidentale dove i ragazzi d’Europa, quelli cantati da Gianna Nannini — quanti italiani! — per sessant’anni sono andati a studiare, non solo l’inglese, e a lavare piatti: mammoni e bamboccioni a Verona o Pescara e ribelli e trasgressivi a Londra, l’unico spazio d’Europa che era davvero transnazionale.

Boris Johnson ha invece stabilito che entreranno solo i professionisti qualificati, ingegneri, scienziati, medici specialisti, analisti economici ai quali sarà richiesta la buona conoscenza della lingua, ma è una barriera poco più che simbolica perché è difficile trovare ingegneri, scienziati, medici specialisti e analisti economici che non parlino l’inglese (tranne forse in Italia). Il titolo di soggiorno si otterrà con un sistema a punti come una patente dove la laurea, i dottorati, ma anche le capacità manuali e chissà cos’altro verranno valutati in una pagella che riassumerà le persone con un voto finale dopo aver schedato tutto, anche la dignità. Certamente con un occhio speciale alla cultura musulmana degli Invaders , così li chiamano, con la loro strategia del Trojan Horse , cavallo di Troia.

Ma la prima verità della Brexit a punti è che verranno colpiti i low-skilled worker . Il sindacato degli agricoltori (National Farmers’ Union) aveva chiesto per il 2021 settantamila visti per gli stagionali e si stavano mettendo d’accordo per ridurli a diecimila. Come si vede, la distanza è troppa e dunque non è ragionevole. Il governo programma numeri, fa i suoi piani, magari quinquennali come usavano i sovietici che per lo meno facevano calcoli economici, mentre Boris Jonhson, che sulla carta era un liberista, fa calcoli ideologici: vuole chiudere le frontiere e far diventare l’Inghilterra uno Stato nazionalista, sogna l’autarchia che per un’Isola, fatta di città-porti, è un’altra brutta contraddizione, geopolitica.

E non vengono colpiti solo i poveri sbandati, ma soprattutto gli studenti stranieri e i giovani in viaggio di libertà perché il soggiorno di studio e di lavoro a Londra è ancora l’educazione sentimentale, il quadro mentale del mondo che cerca il mondo fuori di sé. E difatti entravano, i nostri ragazzi, col maglione e tornavano, scombinati e ricombinati, prima con la camicia a fiori e poi, via via, l’orecchino, il piercing , il tatuaggio… Dunque viene archiviato dalla paura e, bisogna pur dirlo, da un diffuso razzismo sempre meno soft , il mito che partì dalla Swinging London della minigonna e dei Beatles, passò per la deregulation di London Calling dei Clash e di Anarchy In The UK dei Sex Pistols: tutti a fare i punk e i camerieri sotto lo sguardo altero di Margaret Thatcher. E poi mandammo i ragazzi anche nella Cool Britannia quando eravamo tutti laburisti per la Terza Via di Tony Blair.

Oggi «nella Londra senza inglesi lavorano solo gli immigrati» ripete da alcuni anni Johnson. Nel mese scorso, in un Pret a Manger, che è una delle più grandi catene di qualità di take-away , ho contato 8 nazionalità di lavoratori, tra cui Polonia, Italia, Svezia e Nepal: «Uno solo è inglese». E i giornali inglesi confermano che a Starbucks, Caffè Nero e Costa Coffee le bariste sono tutte straniere. Forse perché accettano un salario più basso? Il capo del personale ha risposto che «gli stranieri lavorano meglio e di più mentre l’inglese ha sempre mal di testa, gli muore il pesce rosso, ha la nonna malata a Liverpool… : why can’t a Brit get a job? ». I giornali raccontano che l’offerta di lavoro è aumentata di 414mila posti in un anno e l’ottanta per cento è stata assegnata agli stranieri.

E allora si capisce a poco a poco che l’Inghilterra di Johnson — un bellissimo pasticcio di origini, anche ebree e turche — sta davvero mettendo in discussione la sostanza stessa della sua storia. E una volta ottenuta la Brexit contro l’Europa, adesso vuole una Brexit contro Londra, che è stata la centrale del Remain , è governata dal sindaco musulmano Sadiq Khan, è l’aeroporto più grande del mondo, la capitale della globalizzazione, la vera città generica direbbe Koolhaas, quella con l’identità sempre in movimento. Semiparadiso fiscale, Londra è oggi la città dei miliardari che attira gli sceicchi e i campioni dello sport, la Londra delle torri di superlusso (dieci, quindici milioni di sterline un appartamento). Secondo le previsioni nel 2030 non avrà più residenti, ma solo proprietari di seconda casa.

Boris Johnson vuole ora togliere a questa Londra i ministeri, spostarli in altre città, come tentò la Lega di Bossi e Maroni quando aprì dei ridicoli pied-à-terre ministeriali a Monza.

C’è anche questo nella Brexit a punti: la nazione contro la sua grande città. Il cuore del nuovo nazional populismo è lo Stato contro le città Stato, la Spagna contro Barcellona, la Francia contro Parigi, presto l’Italia contro Milano… Anche in America non è certo a Los Angeles, a Chicago e a New York che è stato eletto Trump.

Nella Brexit a punti c’è infine la politica della paura, l’aumento degli hate crime, i crimini di odio razzista, le botte, le molestie, gli agguati, gli incendi, le minacce, gli accoltellamenti contro musulmani, africani, le aggressioni sui treni a famiglie di europei dell’Est, i calci ai russi e persino agli italiani: «Tornate da dove siete venuti» e «No more Polish Vermin ,

non più topi polacchi». Il razzismo a punti in Inghilterra, nonostante Giacomo Leopardi lo avesse segnalato nello Zibaldone come alterigia nazionalista, è un paradosso davvero indigeribile.

Francesco Merlo – la Repubblica – 20 febbraio 2020

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Io che volevo restare in Europa

Il romanzo "nero" dell'uscita della Gran Bretagna dalla Ue raccontato da uno dei più grandi scrittori inglesi. Tra delusioni e paure, la ragione e il sentimento di un cittadino d'eccezione che credeva ancora in Bruxelles.

È fatta. Un tripudio di accanite negoziazioni da parte di Theresa May e poi, per breve tempo, di Boris Johnson, ha portato a compimento la più insensata e masochistica ambizione mai immaginata nella storia di queste isole. Il resto del mondo, con l’eccezione di Putin e di Trump, ha assistito allo spettacolo attonito e sbigottito. A dicembre la maggioranza degli elettori ha votato per partiti che sostenevano la convocazione di un secondo referendum. Ma quei partiti purtroppo non sono riusciti a fare fronte comune. Dobbiamo smontare le nostre tende, magari al rintocco delle campane della chiesa, e sperare di iniziare una traversata di quindici anni che ci riporti verso una qualche parvenza di dove eravamo ieri, con i nostri molteplici trattati commerciali, la cooperazione in materia di sicurezza, salute e ricerca scientifica e mille altri utili accomodamenti.

L’unica certezza è che ci porremo domande per molto tempo. Lasciamo da parte per un momento le bugie della campagna del leave, l’opacità dei finanziamenti, il coinvolgimento della Russia o l’inefficacia della Commissione elettorale. Parliamo invece della polverina magica. Com’è stato possibile che una questione di così grande rilevanza costituzionale, economica e culturale sia stata decisa da un voto a maggioranza semplice e non attraverso una maggioranza qualificata? Un documento parlamentare (cfr. Briefing 07212 ) all’epoca della legge referendaria, nel 2015, suggeriva la ragione: perché il referendum era puramente consultivo. «Consente all’elettorato di esprimere un’opinione». Come ha fatto «consultivo» a trasformarsi in «vincolante»? Grazie a quella polverina accecante che mani populiste ci hanno gettato negli occhi da destra e da sinistra.

Abbiamo assistito a una sconfortante complicità tra governo e opposizione. Corbyn ha tenuto aperta a Johnson la porta per uscire dall’Europa. È uno di quei casi in cui se continui ad andare a sinistra finisci per incontrare e abbracciare la destra che viene nell’altro senso. Che cosa abbiamo imparato nel nostro accecamento? Che chi non prospera bene nell’assetto corrente non ha nessun valido motivo per votare in favore del suo mantenimento; che il nostro prolungato caos parlamentare è derivato da una domanda sì/no mal posta, per la quale esistevano decine di risposte; che l’ecosistema dell’Ue, evolutosi in tanti anni, ha modellato in profondità la flora del nostro panorama nazionale ed estirpare queste piante sarà un’operazione brutale; che quella che prima veniva chiamata hard Brexit è diventata soft se paragonata alla minaccia di un’uscita senza accordo, che persiste ancora adesso; che a prescindere dal modo in cui usciremo, secondo la stima del governo stesso, l’economia subirà una contrazione; che abbiamo una particolare predisposizione per dividerci aspramente e in tanti modi: giovani contro vecchi, città contro campagne, quelli che si laureano contro quelli che lasciano gli studi presto, Scozia e Irlanda del Nord contro Inghilterra e Galles; che tutti gli accordi commerciali passati, presenti e futuri e tutti i trattati sono un compromesso con la sovranità, come la nostra firma degli Accordi di Parigi o la nostra appartenenza alla Nato, e quindi che «Riprendiamoci il controllo» era la promessa più vuota e cinica di questa triste stagione.

Siamo riusciti a sorprenderci da soli. Appena pochi anni fa, se qualcuno ci avesse chiesto quali fossero i mali della nazione – la disuguaglianza di ricchezza, i problemi del servizio sanitario nazionale, gli squilibri fra Nord e Sud, la criminalità, il terrorismo, l’austerità, la crisi degli alloggi ecc. – la maggior parte di noi non avrebbe mai pensato di includervi l’appartenenza all’Unione Europea. Quanto eravamo felici nel 2012, ancora ebbri del successo delle Olimpiadi di Londra. Non pensavamo a Bruxelles, allora. È stata una zuffa interna al Partito conservatore, come ha detto Guy Verhofstadt, a mettere in moto tutto, una zuffa che andava avanti da decenni. Quando i contendenti ci hanno trascinato dentro e ci hanno intimato di schierarci, abbiamo avuto un tracollo nervoso collettivo; poi un numero sufficiente di persone ha voluto che la sofferenza finisse e si «facesse la Brexit». Obiettivo ripetuto fino alla nausea dal primo ministro, tanto che sembrava quasi scortese chiedere perché.

Nei primi giorni della campagna referendaria avevamo appreso che alla gente comune importava soltanto della questione dell’immigrazione; ma avevamo appreso anche che era stata una decisione del Regno Unito, non dell’Unione Europea, di consentire un’immigrazione senza limiti dai Paesi appena entrati prima che passassero i sette anni previsti; che era stata una scelta del Regno Unito di consentire ai migranti comunitari di rimanere per più di sei mesi anche senza un posto di lavoro; che era stato il Regno Unito a premere con successo per allargare l’Unione a est; che è il Regno Unito, non l’Unione Europea, che lascia che continuino a entrare immigrati extracomunitari (e perché no?), mentre quelli comunitari si riducono. Abbiamo appreso anche che è stato il Regno Unito, non l’Unione Europea, a optare per i nostri passaporti rosso scuro invece di un patriottico blu; anche se, a guardarli, i miei vecchi passaporti sembrano quasi neri.

Ci sono molte cose storicamente ingiuste nello Stato britannico, ma quasi tutte queste ingiustizie non ci derivano dall’Unione Europea. Non è stata Bruxelles a insistere perché trascurassimo le cittadine deindustrializzate delle Midlands e del Nord, o a imporci di lasciar stagnare i salari, di permettere elargizioni multimilionarie ad amministratori delegati d i aziende in fallimento, di dare la precedenza al valore per l’azionista invece che al bene sociale, di affossare il nostro servizio sanitario, la nostra assistenza sociale, i nostri servizi per l’infanzia, di chiudere 600 stazioni di polizia e di lasciar cadere nel degrado le nostre scuole pubbliche.

Il compito dei propagandisti della Brexit, durante il referendum, era persuadere l’elettorato del contrario. Alla consultazione vinsero con il 37 per cento, abbastanza per trasformare il nostro destino collettivo almeno per una generazione. Per spingere un numero sufficiente di persone a pensare che la fonte di tutte le nostre doglianze sia qualche elemento estero ostile, lo stratagemma più vecchio del prontuario populista: come fu Trotzkij per Stalin, come sono gli Stati Uniti per i mullah iraniani e Gülen per Erdogan, così è stata Bruxelles per i brexiters .

Proprietari di hedge fund, plutocrati pronti a donare alla causa, etonians e padroni di giornali si sono spacciati per nemici dell’élite. Altra polverina magica. La tesi che il problema nordirlandese sia stato risolto è una pericolosa finzione. Abbiamo assistito alla caduta in disgrazia dell’argomentazione ragionata. L’impulso verso la Brexit aveva forti elementi di Blut und Boden ("sangue e terra"), con sfumature di nostalgia imperiale. Aneliti inquietanti che fluttuavano ben al di sopra dei meri fatti.

Abbiamo acquisito un gergo. «Articolo 50», «fluidità degli scambi commerciali», «just in time», «backstop » rimbalzano sulle nostre lingue. Abbiamo imparato a rispettare un «confine invisibile». Prima che tutto cominciasse, solo pochissimi conoscevano la differenza tra l’unione doganale e il mercato unico. Tre anni dopo, sono ancora pochi: un sondaggio, lo scorso anno, ha mostrato che molti di noi erano convinti che crashing out (uscire in modo caotico) e rimanere fossero la stessa cosa. Magari.

I leader della Brexit e il capo dell’opposizione hanno sempre avuto una gran fretta di far partire il cronometro dell’articolo 50, i due anni prima dell’uscita dall’Unione. Avevano paura che gli elettori del leave potessero cambiare idea, che quelli che non avevano votato l’ultima volta fossero favorevoli a restare in proporzione di 2 a 1 e che i giovani elettori che si iscrivevano alle liste elettorali fossero in maggioranza europeisti. I generali della Brexit temevano, e a ragione, un secondo referendum. Almeno possiamo tutti concordare sul fatto che saremo un po’ più poveri. Come diceva uno dei miei insegnanti di scuola, se davvero vale la pena fare una cosa, vale la pena farla male. Theresa May non ce la faceva a dire che la Brexit ci avrebbe resi più ricchi. Non diceva nemmeno se avrebbe votato per l’uscita dall’Unione in un secondo referendum. Dobbiamo riconoscerle una certa onestà. Boris Johnson, invece, esponendo la sua visione per il dopo- Brexit di fronte al Parlamento, ha promesso che avrebbe ridotto il divario di ricchezza e opportunità tra il Nord e il Sud del Paese e che avrebbe fatto del Regno Unito un polo all’avanguardia nel campo della tecnologia delle batterie. Ha dimenticato di dire che l’Unione Europea non aveva mai ostacolato nessuno di questi due progetti.

Ridefinire le nostre relazioni commerciali con l’Unione Europea ci terrà (pre)occupati per anni. Quanto alla posizione degli Stati Uniti, provate a farvi una lunga passeggiata nel Midwest americano: andrete avanti per un mese a camminare in mezzo a un deserto di monocoltura, senza vedere neanche un fiore di campo. Per competere, la nostra agricoltura dovrebbe aprire le porte alle iniezioni di ormoni. I nostri coltivatori dovranno dismettere le inefficienti siepi di arbusti, i filari di alberi, i margini di 3 metri fra un campo e l’altro, tutti pezzi da museo. Quando erano impegnati in trattative commerciali con l’Unione Europea, gli Stati Uniti non prendevano neanche in considerazione l’idea di introdurre criteri più stringenti in materia di allevamento, sicurezza alimentare e protezione ambientale, anche se farlo avrebbe consentito loro di avere accesso a mezzo miliardo di consumatori. L’agroindustria statunitense non cambierà i suoi metodi per una nazione di appena 65milioni di abitanti. Se vogliamo un accordo, saremo noi a dover ridurre i nostri parametri.

Probabilmente verremo danneggiati e ridimensionati da questa uscita. In un mondo pericoloso affollato di "uomini forti" sguaiati, l’Unione Europea era la nostra migliore speranza di una comunità di nazioni aperta, tollerante, libera e pacifica. Quelle speranze sono già minacciate dall’avanzata dei movimenti populisti in tutta Europa. Il nostro abbandono indebolirà la resistenza contro questa tendenza xenofoba.

L’insegnamento della nostra storia nazionale negli ultimi secoli è evidente: quando l’Europa continentale è in tumulto, anche noi finiamo per essere trascinati in sanguinosi conflitti. Il nazionalismo raramente è un progetto di pace. E nemmeno si cura di contrastare i cambiamenti climatici: preferisce lasciar bruciare le foreste tropicali e il bush australiano.

Provate a farvi un viaggio in macchina dalla Grecia alla Svezia, dal Portogallo all’Ungheria. Dimenticatevi del passaporto. Troverete un ricco e pullulante ammasso di civiltà, nel cibo, nei modi, nell’architettura, nella lingua, e ogni Stato-nazione profondamente e fieramente diverso dai suoi vicini.

Il tallone di Bruxelles che schiaccia le nazioni non si vede da nessuna parte. Niente a che vedere con la tediosa monotonia commerciale dell’interno degli Stati Uniti. Rievocate tutto quello che avete letto sulle rovine e la disperazione dell’Europa nel 1945 e poi contemplate questo sbalorditivo successo economico, politico e culturale: pace, confini aperti, relativa prosperità e incoraggiamento dei diritti individuali, della tolleranza e della libertà d’espressione. Fino a ieri era il posto dove i nostri figli potevano andare a vivere e lavorare a loro piacimento.

Ora non più, e per il momento la Forza è con il nazionalismo inglese. Il suo campione è l’esecutivo di brexiters capeggiato da Johnson, il cui monumento nei secoli sarà uno speciale tipo di sogghigno sprezzante, perfezionato ai tempi della vecchia Unione Sovietica: sto mentendo, tu sai che sto mentendo e io so che lo sai e non me ne importa un fico secco. Come quando dissero che «la sospensione per cinque settimane dei lavori parlamentari non ha nulla a che vedere con la Brexit». Michael Gove e Jacob Rees-Mogg erano maestri del sorrisetto sprezzante. La molesta sentenza della Corte suprema sull’illegalità di quella sospensione gli brucia ancora, palesemente.

Di recente è stato mandato avanti l’ex ministro dell’Interno Michael Howard a brontolare contro i giudici. Estendere il controllo politico su una magistratura indipendente sarebbe in sintonia con il progetto di Johnson-Cummings. L’ungherese Viktor Orbán indica la via.

I remainers si battono per un tipo di mondo più gentile, ma siamo sempre stati gli erbivori in questo dibattito, con le nostre enormi marce, pacifiche e derise: «Una folla piena d’odio », ha scritto The Sun; «Un’élite», ha scritto The Daily Telegraph. Se sedici milioni di remainers sono un’élite, allora possiamo rallegrarci perché evidentemente la Gran Bretagna è un modello di meritocrazia.

Siamo noi, in realtà, quelli che sono stati lasciati indietro. Per grazia di Corbyn e dei suoi truci luogotenenti, non abbiamo avuto nessuna voce che ci rappresentasse in Parlamento.

Nel suo primo giorno da premier, Theresa May aveva promesso, davanti al numero 10 di Downing Street, che avrebbe governato per tutti noi. Invece ha gettato alle ortiche metà del Paese per placare la sua ala destra. Inizialmente, l’elevazione di Boris Johnson è stata decisa da un elettorato ridottissimo e in là con gli anni, persone che in maggioranza dichiaravano ai sondaggisti che desideravano che la Gran Bretagna fosse governata da Donald Trump e sognavano il ritorno dell’impiccagione. Nello stesso spirito, Johnson ha toccato nuovi abissi di volgarità populista quando ha parlato, lo scorso giugno, di liberare a colpi di forcone il paese dall’incubo dell’Ue. Ha realizzato il suo sogno.

Quanto alle ali estreme, noi non abbiamo accoltellato e sparato a una parlamentare pro-Brexit per la strada; solo raramente è capitato che spedissimo minacce anonime di morte e di stupro come quelle che hanno abbondantemente ricevuto Gina Miller, Anna Soubry e molte parlamentari donne.

Tuttavia, le email antisemite uscite dal Partito laburista sono state una vergogna. E anche la folla minacciosa che urlava slogan derisori davanti alla casa di Rees-Mogg. Ma noi remainers non abbiamo maliziosamente esortato i nostri compatrioti a insorgere contro il risultato di un secondo referendum. Quasi due terzi dell’elettorato non avevano votato per uscire dall’Unione; la maggior parte delle imprese e dei sindacati, del mondo agricolo, del mondo scientifico, del settore finanziario e del mondo dell’arte erano contrari al progetto della Brexit; tre quarti dei parlamentari avevano votato per rimanere. Ma i nostri rappresentanti hanno ignorato l’evidente interesse pubblico e si sono ritirati dietro camarille di partito e «il popolo ha parlato », quella fosca locuzione sovietica, seguita da «facciamo la Brexit», la polverina magica che offusca la mente, che ha accecato la ragione e ristretto le prospettive dei nostri figli.

Ian McEwan - la Repubblica – 3 febbraio 2020

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