Il ritorno dei tipi da establishment

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Secondo l’intellettuale britannico Adrian Wooldridge, c’è un giorno preciso in cui l’establishment “è tornato”, dopo anni di rivolte anti sistema. Wooldridge, che scrive sull’Economist, parla del Regno Unito, e il giorno che indica è il 5 aprile scorso, quando la Regina Elisabetta ha parlato alla nazione – con quel suo potente “ci rincontreremo” – e il primo ministro, Boris Johnson, è stato ricoverato in ospedale perché i sintomi del coronavirus si erano aggravati. Il popolo inglese ha ritrovato, nel momento dell’emergenza, la sua unità attorno alle istituzioni: con la Regina è facile, direte voi, ma è accaduto anche nei confronti del premier per il quale l’apprezzamento non è certo unanime. Ma non si tratta del solito “non è il momento delle polemiche”. Le polemiche ci sono eccome, gli errori di molti leader internazionali vengono denunciati di continuo, ma con una pretesa di maggiore competenza e visione del futuro, non con il desiderio di stravolgere ogni cosa per poi vedere come va a finire. Per dire, nel Regno Unito i personaggi più estremi e fantasiosi non si vedono più, a partire dal loro leader, il guru Dominic Cummings. E sì che fino a qualche settimana fa stava mettendo mano all’establishment in modo brutale, mirava persino ad assaltare la zietta del paese, la Bbc, quella stessa emittente che sta avendo ascolti record – le fa premio la credibilità. Ora, il termine establishment continua a essere un tabù: richiama un’élite lontana ed estranea ai problemi delle persone normali, miope e talvolta irresponsabile. Wooldridge, che mette in guardia di fronte alle prossime sfide, dà una definizione precisa di quel che intende per “i tipi da establishment”: sono quelli che credono in particolare al fatto che “governare sia un affare serio” che deve essere gestito da persone competenti e responsabili. Quando a metà settimana l’ex presidente americano Barack Obama ha pubblicato un video di sostegno a Joe Biden, ha detto proprio questo: mai come ora vogliamo persone competenti e credibili a guidarci. Il documento che l’Amministrazione Trump ha pubblicato due giorni fa sul piano di riapertura dell’America è stato accolto con stupore: era ragionevole, o “poco trumpiano”, come hanno detto molti. “Opening up America again”, così si chiama il documento, “appare cauto – scrive Mike Allen di Axios – perché lo hanno scritto i professori”, e perché i consiglieri di Donald Trump, che pure sono preoccupatissimi per l’impatto economico di questa emergenza (chi non lo è?), gli hanno detto che una seconda ondata di contagi prolungherebbe di molto il disastro economico. Il costo della fretta è altissimo, insomma, e per il momento persino il più intemperante dei leader internazionali ha deciso di non correre il rischio. La tipica cautela dell’establishment, che ha molto a che fare con l’esigenza di conservarsi, ora è molto diffusa anche nel cosiddetto popolo. Se andare in giro non è sicuro, non si va: “Governare è un affare serio”, e inizia da ognuno di noi. Anche i manager delle grandi aziende – l’establishment guardato con più sospetto, visto che nel recente passato ha mostrato gravi irresponsabilità (il dio denaro!) – stanno rivelando una inattesa dose di serietà, e sì che sono loro i più impazienti, visto che gli introiti sono in grande calo. Ma “se facciamo errori adesso”, scrive Suzanne Clark, che guida la Camera di commercio americana, “i costi della sanità e quelli economici saranno sconvolgenti”. E in questo momento di grandi ripensamenti, il presidente jupitérien della Francia, Emmanuel Macron, fa l’elogio dell’umiltà; la bistrattata cancelliera tedesca, Angela Merkel, fa lezioni di statistica durante le conferenze stampa e lascia anche i suoi nemici a sospirare: in effetti un leader-scienziato non è così male; l’algida presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, chiede scusa all’Italia per non aver compreso la gravità della nostra situazione; il cancelliere dello Scacchiere britannico, Rishi Sunak, conservatore liberale amante dell’austerità, collabora con aziende e sindacati – li chiama i “nostri partner sociali” – e par di vedere un socialdemocratico degli anni Novanta. Il ritorno dei “tipi da establishment” è più forza alle istituzioni che alle folle, più forza alla continuità che alla disruption, più forza ai fatti che alla pancia. E sì, pare un altro mondo.

Paola Peduzzi – Il Foglio – 18 aprile 2020

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Molti contagi, molto onore

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Questo lunedì di Pasqua il Brasile si è svegliato con il Cristo redentore di Rio de Janeiro avvolto in un camice bianco, con tanto di stetoscopio appeso al collo. Un omaggio ai medici e agli operatori sanitari impegnati nella lotta al virus. Soltanto due giorni prima, sabato, il presidente Jair Bolsonaro si era presentato all’inaugurazione dell’ospedale da campo allestito per gestire l’emergenza pandemica ad Águas Lindas, nello stato del Goiás, senza mascherina e aveva creato un assembramento con i suoi sostenitori davanti all’entrata. Mentre il presidente stringeva le mani e abbracciava i fan a favore di camera, il ministero della Salute comunicava che i morti erano arrivati a quota 1.124, triplicati in una sola settimana. Un capo di stato che nega gli effetti devastanti ai quali può condurre la pandemia, e lo fa avendo alle spalle un ospedale con duecento posti di terapia intensiva pronti per l’arrivo di pazienti Covid-19, è il simbolo del paradosso a cui il Brasile è costretto ad assistere da due mesi. Il governo brasiliano è tra i pochi in America Latina a non avere ancora decretato una quarantena generale a livello nazionale, assieme alla sospensione di tutte le attività produttive non essenziali. “Chi non esce per paura del virus è un codardo”, ha ripetuto il presidente brasiliano ancora pochi giorni fa. Bolsonaro è l’ultimo dei sovranisti a perseverare nella linea che punta a minimizzare l’emergenza. Oggi è il presidente più negazionista al mondo. In una prima fase aveva potuto contare sulla compagnia di Donald Trump e di Boris Johnson, preoccupati entrambi dal rischio di un collasso economico, e Bolsonaro in conferenza stampa citava il suo omologo americano e ripeteva che: “La cura non può essere peggiore del male”. Oggi sia Johnson sia Trump hanno compreso la serietà della situazione e – allo stesso tempo – che nei sondaggi il tentativo di sedare presunti “allarmismi” si rivela controproducente. Non Bolsonaro, che in questi giorni è stato doppiato dal suo ministro della Salute Luiz Henrique Mandetta in quanto a consenso popolare. È Mandetta l’uomo della fermezza, lo sponsor del lockdown a livello nazionale, colui che segue pedissequamente le prescrizioni dell’Oms e che davanti alle telecamere indossa la mascherina e rispetta il metro di distanza. E’ anche il volto dei discorsi alla nazione in diretta televisiva per aggiornare i cittadini brasiliani sulla curva pandemica. Le politiche del ministro della Salute, secondo i sondaggi, avrebbero l’approvazione del 76 per cento dei cittadini. Con l’arrivo della pandemia Bolsonaro ha visto sgonfiarsi il sostegno dei media e quello popolare. Nelle grandi città – e nello stesso quartiere che ospita Palácio do Planalto, il palazzo presidenziale a Brasilia – i cittadini hanno accolto le sue uscite infelici (“quella che stiamo vivendo è come un’influenza stagionale, non ha senso chiudere tutto”), con grandi sbattimenti di pentole fuori dalla finestra in segno di protesta. A livello istituzionale Bolsonaro si ritrova isolato. Ha tutti contro, a cominciare dai suoi ministri, e il già menzionato Mandetta, alla Sanità, si è trasformato nel suo principale avversario politico. L’esercito nazionale, lo stesso da cui Bolsonaro proviene, vorrebbe commissariarlo e – secondo alcuni rumors – persino sostituirlo. Sia l’Areonautica sia le Forze armate si sono rivolte direttamente al vicepresidente Hamilton Mourão, un generale. E hanno organizzato riunioni speciali in cui vagliare la sussistenza di presupposti giuridici per disarcionarlo, almeno stando a quanto alcuni dei partecipanti hanno raccontato al quotidiano spagnolo El País e al giornalista argentino Horacio Verbitsky. I primi giorni di aprile, su “Defesanet” – la principale agenzia di stampa sulla sicurezza del Brasile – era addirittura comparsa la notizia che il generale Walter Souza Braga Netto fosse stato nominato “presidente operativo” della Repubblica brasiliana. Secondo l’agenzia, al generale Netto sarebbe spettata la direzione del governo sino a quando non si fosse esaurita completamente l’emergenza coronavirus. Sempre secondo l’agenzia , “la nuova missione informale” era il frutto di un accordo tra vertici militari, ministri del governo Bolsonaro e lo stesso presidente. Di questo accordo non c’è stata alcuna conferma ufficiale, ma la notizia continua a girare su giornali e siti di informazione locali. L’approccio messianico del presidente ha insomma preoccupato un po’ tutti, tranne uno dei partiti più forti della nazione. Quello degli evangelici, radicati soprattutto nelle periferie e nelle favelas, che hanno continuato finché è stato possibile a celebrare i loro riti. Insistono su un punto, lo strumento più efficace per evitare una piaga sarebbe quello di pregare tutti insieme per tenere lontano Satana. Un invito agli assembramenti veicolato ai credenti, alle loro famiglie e alle loro reti di amici e colleghi soprattutto via gruppi Whatsapp, lo strumento con cui avevano contribuito in modo rilevante alla campagna elettorale di Bolsonaro e alla sua vittoria. Il presidente li ha ricompensati con un decreto che ripristinava il diritto a riunirsi per le celebrazioni religiose, a prescindere dalle ordinanze di lockdown predisposte dai governatori locali. Un decreto subito dichiarato inammissibile dal Tribunale supremo. È infatti il sistema costituzionale brasiliano l’argine più forte ai propositi di riapertura del presidente, Il presidente accusa di codardia “chi non esce”, ma il ministro della Sanità che vuole il lockdown lo ha doppiato nei consensi. Con il Bolsonaro messianico restano gli evangelici delle periferie e delle favelas, che vivono attaccati ai loro gruppi Whatsapp e il forte federalismo che lo contraddistingue. Lo scontro tra potere centrale e governatori locali su quali misure adottare anche in Brasile non si è fatto attendere. Questo perché tra i governatori – a qualsiasi partito essi appartengano – nessuno sta seguendo la linea Bolsonaro. Il più preoccupato è il social-democratico João Dória, governatore dello stato di San Paolo, che con i suoi quarantacinque milioni di abitanti è l’epicentro della pandemia, dove la curva è più veloce e dove il numero di contagiati raddoppia ogni quattro giorni. A San Paolo la scorsa settimana hanno manifestato in strada gruppi di sostenitori di Bolsonaro, ovviamente senza indossare le mascherine e senza rispettare le prescrizioni sul distanziamento imposte da Dória, di cui chiedono le dimissioni insieme alla immediata riapertura dei negozi. Per fortuna, il presidente della Repubblica non può pretendere la riapertura degli esercizi commerciali che hanno chiuso per disposizione dei singoli stati. Un lockdown “leggero” – estimatori di Bolsonaro permettendo – rimane quindi garantito. “Leggero” perché, ad esempio, è possibile spostarsi da un comune all’altro senza essere sanzionati. E’ un rischio che teme più di chiunque altro Wilson Lima, governatore dello stato di Amazonas. Nella regione che amministra le strutture sanitarie non sono numerose, e il novanta per cento dei letti è già occupato da pazienti Covid-19. Le popolazioni indigene che abitano vaste porzioni di quel territorio sono già più a rischio per quanto riguarda le normali patologie, sarebbe vitale evitare che chi proviene da altre regioni le contagi. Lo stato di Amazonas è al tredicesimo posto per numero di abitanti, ma oggi è al quarto posto nella classifica degli stati con il maggior numero di pazienti Covid-19. “La nostra è davvero una corsa contro il tempo”, è l’allarme che ha lanciato il governatore Lima.

Cecilia Sala – Il Foglio – 15 aprile 2020

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I disastri dei demagoghi

Nel maggio 2017 uno dei più autorevoli periodici europei, Der Spiegel, pubblicava un pesante e profetico giudizio sul neo presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Fra le definizioni usate vi erano quelle di essere “incapace di essere presidente…”; “Egli non legge. Non si preoccupa di leggere dossier importanti e conosce poco degli argomenti da lui identificati come priorità. Le sue decisioni sono capricciose e sono prese sotto forma di tirannici editti”...; “Gli USA hanno eletto come presidente un buffone e sono ora succubi di uno scherzo di uomo. Il Paese è, come ha recentemente scritto David Brooks del New York Times, succube di un bambino”; egli è un misero politico..un misero capo…un pericolo per il mondo…”.

    Se i comportamenti del presidente americano riguardo a una miriade di eventi hanno ampiamente confermato i suddetti giudizi, quelli riguardanti l’epidemia di Covid 19 li rendono ancora più tragicamente profetici e ancora più inquietanti.

    Un mese fa egli affermava con disinvoltura che gli USA sono ”totalmente preparati..tutto è sotto controllo..il virus è come un’influenza..vi sono 15 infetti, che  probabilmente saranno due o tre nei prossimi giorni e magari il virus sparirà del tutto.” Queste affermazioni erano dettate dal suo “istinto”. Una decina di giorni dopo affermava di “non essere per niente preoccupato”. Dichiarava che in fondo erano stati registrati solo 240 casi e 11 morti e che il virus era una “hoax” (frode) del partito democratico ingrandita dai mass media.

    Contrariamente a tali fantasiose e distorcenti proiezioni, il virus non si è volatilizzato, i contagi registrati ovvero noti sono ormai 100.000 e il numero di morti è salito a circa 1700. Con un sistema sanitario carissimo, organizzato per pochi privilegiati e del tutto impreparato ad emergenze e assistenze di massa, nonostante l’Obamacare, gli unici che reagiscono con buon senso  sono i governatori dei vari Stati, che cercano di fronteggiare la crisi in maniera autonoma, dati i ritardi e le indecisioni del governo federale. Imperterrito, qualche giorno fa, il Presidente americano ha comunque affermato che bisogna ritornare al lavoro presto, magari per Pasqua. Sempre sulla base del suo “feeling”, inoltre, i 40.000 ventilatori implorati dal governatore di New York, Cuomo, gli sembravano eccessivi. Ribadendo che egli e i suoi collaboratori stanno facendo "un incredibile lavoro", egli ha anche  affermato che si stanno costruendo ospedali “in 3 giorni e mezzo”(sic). In realtà, come ha dichiarato proprio negli stessi giorni il Generale Todd Semonite, comandante in capo del corpo ingegneri dell’esercito, “è impossibile costruire un ospedale in un paio di settimane”. Come dire, un’altra incredibile e disinvolta diffusione di falsità.    

      Queste e altre simili irresponsabili stravaganze sono ineffabilmente partorite in contesti a loro volta non meno sconcertanti per leggerezza e stupidità. Tutti hanno notato che le conferenze del governo cinese e di quello sud-coreano in merito al Covid 19 sono state tenute con gli astanti debitamente lontani fra loro e muniti di mascherina. I briefings della Casa Bianca e il recente regalo di penne a uno stuolo di docili presenti per celebrare la firma di un decreto mostrano invece individui, Presidente incluso, a stretto contatto di gomito (o quasi di guancia) fra di loro e senza mascherine… Il contrasto fra il crescendo esponenziale dell’epidemia e l’inadeguatezza del sistema e delle strutture sanitarie, da una parte, e questa sequenza di velleitarie mistificazioni  dall’altra non potrebbe essere più clamoroso. Visto il trend esponenziale del contagio e dei morti, gli USA rischiano di pagare un prezzo altissimo per il ritardo, l’ostinazione e le millanterie di un uomo.

     Le stesse considerazioni possono essere fatte per i loro cugini sull’altro lato dell’Atlantico. Assieme alle disinvolte proiezioni johnsoniane circa le famigerate “immunità di gregge”, vanno qui menzionate le sue imperturbabili dichiarazioni di non molti giorni fa, quando egli ha affermato di stringere tutti i giorni senza problemi  decine di mani (naturalmente, senza guanti e maschera). Nel frattempo,  continuavano e continuano a funzionare le metropolitane con i vagoni stipati di persone, la maggior parte senza protezione alle mani e al viso.

     Per una sorta di impietosa nemesi, il Primo Ministro britannico Boris Johnson, il Segretario alla Sanità Chris Whitty, e anche il ministro della Sanità Nadine Dorries, risultano ora essere positivi al virus. Supposto anche che si tratti di nemesi e senza augurar loro di passare le forche caudine dell’immunità di gregge, il fatto non costituisce una consolazione. Anche in questo caso, la leggerezza, il dilettantismo e caparbia ostinazione di pochi individui nel sottovalutare l’epidemia sono una delle cause fondamentali della rapidità con cui essa si sta diffondendo in tutta la Gran Bretagna. Le precipitose misure restrittive di questi giorni avvengono con almeno tre settimane di ritardo durante le quali l’ininterrotta promiscuità sociale deve avere disseminato un numero non quantificabile di contagi.

     I due comportamenti “atlantici” sopra citati non sono evidentemente gli unici responsabili del caos attuale, ma è impossibile sottovalutarne i perniciosi contributi, il loro effetto catalizzante. Quando Marx e i suoi seguaci coltivavano il farraginoso castello dei mezzi e sistemi di produzione come motori della storia, stavano evidentemente sottovalutando l’insostituibile ruolo degli individui nel provocare disastri o nel non saperli fronteggiare con buon senso. Che poi a tutto ciò si aggiungano in questi giorni, specie in Europa, le tensioni, le tendenze disgregatorie, le miopie e gli egoismi nazionali è in fondo un déjà vu di tristi memorie.

     In un’epoca straripante di teorie cospiratorie, i momenti attuali favoriscono evidentemente galoppanti fantasie di biechi piani di origine russa o cinese di accerchiamento dell’Occidente (ovviamente “anglosassone” con succube damigelle mediterranee di contorno). Il vittimismo e i capri espiatori sono la tipica arma degli ignavi e degli scaricabarile. Mai come in questo momento dovrebbe apparire chiaro come la coesione dell’Europa, minata oltre che dall’epidemia anche dalla diminuzione delle nascite, dalla strisciante invasione islamica e dalla mitomane fuga britannica, parzialmente soggiogata da pretestuose protezioni militari Nato, sempre più dimentica delle sue tradizioni e della sua storia culturale, drogata da un sistema di informazioni di massa che alleva e livella stuoli d’imbecilli, ammalata di pseudo-pietismi e bonomie condite di ignoranze caprine, insomma l’eredità dell’Europa (ovviamente, per chi ci crede) mai è stata altrettanto minacciata.

    Il déjà vu non è del resto solo di natura politica o diplomatica. Lo scenario ricorda sotto molti punti di vista altre simili atmosfere di isteria religiosa e non. Mentre in Italia l’ex Premier Renzi appare in sintonia di facilonerie criminose  con Donald Trump, rivendicando anche lui la necessità di ritornare al lavoro quanto prima anche a costo di convivere col virus “per anni “(sic) – per coerenza dialettica, dovrebbe porsi il quesito se lui apparterrebbe alla categoria dei sopravvissuti – non è che manchino anche gli untori di manzoniana memoria. I canali TV che hanno ammorbato impuniti per decenni i salotti e le cucine di intere generazioni con demenziali giochi e trasmissioni di-tutto-un po’ ora ammanniscono compunti pluri-giornalieri resoconti di scamiciati che cantano dai balconi, rubando la trama alle storie più edificanti. Anche le sciagure e le storie più patetiche si prestano insomma allo spettacolo. Non a caso, del resto, i presentatori anglosassoni chiamano show i loro programmi. C'è da chiedersi come mai, assieme ai ristoranti e ai bar, non mettano in quarantena domiciliare sine die anche il petulante manipolo di sussiegosi (e inutili) conduttori e conduttrici.

    L’aura religiosa serpeggia infine dai pubblicisti fino a San Pietro. Mentre c’è chi cerca misteriosi rimedi nelle lettere di San Paolo, il Papa promette indulgenze liberatorie collettive ai malati in primis. Non si sa se perché sono in pericolo di vita o perché hanno più peccati da scontare. Il salvataggio delle anime peccatrici rimane comunque l’obiettivo di fondo. Siamo in pieno medio evo. Ma se dall’empireo delle salvezze spirituali si scende sulla più prosaica vita quotidiana, si scopre che nessuno sa esattamente come e cosa fare. Le circolari e i decreti si moltiplicano, le maschere sarebbero e non sarebbero sempre necessarie, i servizi postali si sono arenati, i servizi pubblici lavorano a singhiozzo o al rallentatore e un intero sistema di pseudo-efficienze arranca. Il congelamento delle attività produttive sembra aver contagiato anche i gangli dello Stato, salvo la polizia e l'esercito che raccoglie bare.

   Solo colpa dell’epidemia o la malattia esisteva già ben prima che il virus apparisse?

Antonello Catani, 28 marzo 2020

    

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