Fra arroganza e autocrazie

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        La fallita scommessa elettorale del Primo Ministro inglese Theresa May assomiglia al calcolo del suo predecessore, David Cameron, che aveva puntato su una preferenza dell’elettorato a favore dell’Unione Europea. Anche lui si sbagliò clamorosamente. Entrambi agitarono un fantasma emotivo le cui inconsistenze sono destinate a diventare sempre più macroscopiche nel corso del tempo. I manipolatori dei revanchismi autonomisti che stanno alla base del Brexit (in primis, lo sconfitto Nigel Farage e il più inossidabile Boris Johnson) hanno irresponsabilmente sfruttato latenti e patetiche nostalgie imperiali e una curiosa incapacità di comprendere che il futuro e la sicurezza dell’Europa, Gran Bretagna inclusa, risiedono invece proprio nella UE, quali che siano i molti difetti di quest’ultima, e non certo nel pretestuoso e antediluviano fossile delle cosiddette alleanze atlantiche  o, ancora peggio, in ostinati e anacronistici isolazionismi.  

       La signora May, al contrario, nel suo ardore pro-Brexit, si precipitò immediatamente a porgere le riverenze al neo-eletto presidente americano, sognando così chissà quali futuri benefici e trattamenti di favore commerciali. Visto il velleitario e pericoloso decisionismo dell’attuale capo della Casa Bianca, nonchè i suoi inesauribili e umorali twitters, ogni eventuale futuro vantaggio e trattamento di favore verso la Gran Bretagna sono assai illusori.

       Va qui menzionato che certe recenti dichiarazioni della Cancelliera tedesca Angela Merkel, riguardo alla necessità che gli Europei inizino a rimboccarsi le maniche senza contare su volatili assistenze da fuori (cioè, americane) redimono (solo parzialmente) quest’ultima dalla sua avventata indiscriminata e non regolamentata politica immigratoria. (Per prendere la laurea o essere assunti occorrono esami e tests. Perchà gli stessi criteri non dovrebbero valere anche per l’ammissione d’intere comunità socialmente e culturalmente diversissime e tendenzialmente fondamentaliste?)

       Mentre dunque certe forze politiche britanniche hanno spinto il Paese verso non meglio identificate derive oceaniche, si fanno fortunatamente sempre più numerose e vigorose le voci di un riassetto e maggiore coesione europei (non a caso, Macron ha prevalso sull’isolazionismo lepenniano).

       Ritornando alla Gran Bretagna, David Cameron fece scoppiare l’immane e inutile pasticcio del Brexit, ma poi ebbe perlomeno il buon gusto di dimettersi immediatamente, anche se la sua decisione di ritirarsi dalla vita politica ricorda il memorabile lavarsi le mani di Ponzio Pilato. La signora May, al contrario, nonostante abbia sfasciato  la già fragile maggioranza del Governo, non pare avere nessuna voglia di dimettersi né appare contrita per il suo fallimento elettorale. Tale ostinato e poco onorevole attaccamento alla poltrona assomiglia alla faccia tosta dei CEO delle multinazionali, che continuano a percepire (e pretendere)  i loro colossali bonus anche quando le società da loro dirette stanno naufragando. Dopo aver provveduto a licenziare due comodi capi espiatori del suo gabinetto, pur di formare un governo di maggioranza, il Primo Ministro inglese sta ora cercando improbabili alleanze con l’ultra conservatore Partito Unionista dell’Ulster. Mentre l’alleanza in questione è ancora in alto mare e nasconde trabocchetti di vario genere, non sorprende che alcuni commentatori inglesi utilizzino nei confronti della Signora May i poco cortesi appellativi di dead man walking (morto ambulante) e di zombie. Stando così le cose, quello che allora stupisce è come mai nel suo partito non solo nessuno sembra abbia puntato a suo tempo i piedi per impedirle di porre in atto la sua disastrosa scommessa, ma anche adesso nessuno pare osare chiederne perentoriamente le dimissioni. Ciò è dovuto all’imminente inizio dei negoziati sul Brexit e quindi alla necessità di presentarsi a Bruxelles, anche zoppicando, o invece al fatto che mancano candidati adeguati per la carica di Primo Ministro? Mancanza insomma di statisti? Ciò sarebbe ancora più preoccupante del già caotico scenario attuale.

        Una cosa è peraltro certa: gli entusiasti promotori dell’uscita dalla UE non avevano la minima idea dello scompiglio e sempre più profonda confusione che l’ombra del Brexit sta creando nella vita politica del paese

        Un’altra curiosa indifferenza (o distrazione) del suo partito riguarda inoltre la gestione della sicurezza e dell’ordine pubblico da parte della Signora May durante il periodo (dal 2010 al 2016) in cui la stessa ricoprì la carica di Home Secretary (Ministro degli interni). Può darsi che a Manchester la polizia sia intervenuta nel brevissimo tempo di 8 minuti, come la Signora May non si è stancata di sottolineare, ma rimane il fatto che i tagli negli organici da lei effettuali (20.000 poliziotti) possono solo aver indebolito la capacità di un più capillare ed efficace presidio preventivo della sicurezza da parte delle forze dell’ordine. I recenti episodi terroristici e le inchieste relative hanno confermato che molti degli autori erano già noti negli ambienti della polizia e, cosa sorprendente, furono lasciati sostanzialmente in pace, allo stesso modo di vari più espliciti predicatori integralisti di violenza, come per esempio il noto C arrestato e condannato solo nel settembre 2016, nonostante egli da anni predicasse in modo esplicito un’Islàm ultra fondamentalista e intollerante. Come giudicare simili inspiegabili arrendevolezze?

      Incompetenza, miopia o arroganza? O le tre cose assieme?

      Queste considerazioni additano atteggiamenti, le cui ripercussioni su un’intera società possono avere effetti infinitamente più destabilizzanti e più inacettabili di quando gli stessi rimangono un fatto personale.

       Non è consolatorio ma perlomeno significativo il fatto che analoghe arroganze, questa volta marcatamente autocratiche, fioriscano anche sull’altro lato dell’Atlantico, con un ritmo sempre più serrato.

      Chiunque abbia osservato la recente visita di Donald Trump al Pentagono, all’ingresso del quale lo attendeva il neo Segretario alla Difesa, James Mattis, avrà notato con stupore l’interminabile lunghezza del corteo di macchine presidenziali che precedevano e seguivano la limousine del Presidente. Sindrome da presidenticidi, così radicati nella storia politica americana? Sicuramente, ma non solo. Sembra di assistere a un ritorno di autocrazie di vecchia memoria, tipiche della coreografia della corte di un Luigi XIV, della nomenklatura sovietica d’antan e, cosa imprevedibile, anche di quella nord-coreana attuale. Così, le firme dei decreti presidenziali, che avvengono in un clima da reality-show, assumono la forma di un analogo cerimoniale adulatorio, dove i  cortigiani alle spalle applaudono entusiasticamente. Anche  l’annuncio del ritiro dall’accordo di Parigi sul clima, effettuato nel giardino della Casa Bianca, ha mostrato l’immancabile schiera d’invitati che, compitamente seduti in fila di fronte al podio, hanno applaudito vigorosamente il bellicoso annuncio.

       Insomma, arroganza e incompetenza sembrano qualità quasi democraticamente diffuse, e gli esempi potrebbero moltiplicarsi, includendo figure di vari emisferi, colori politici e rango.

       La democratica (si tratta solo di un eufemismo) diffusione di tali atteggiamenti tuttavia non li giustifica e non ne elimina gl’incombenti pericoli. E’ noto quanto il velleitario decisionismo o dirigismo autocratico del neo-eletto presidente americano stia suscitando confusioni sia a Washington che nel resto del mondo. Il suo ultimo ambiguo frutto è la quasi automatica coincidenza fra la visita di Donald Trump in Arabia Saudita e la rottura delle relazioni diplomatiche di quest’ultima col Qatar, non a caso vicino all’Iran inviso dagli USA. Con una sorta di curiosa simmetria atlantica, il Brexit e le avventurose scommesse elettorali britanniche sopra citate non solo hanno introdotto nel Paese analoga incertezza ma stimolato anche tensioni separatiste e messo a nudo la persistenza di significativi problemi identitari di fondo.

       In attesa di capire l’esito di questo sciatto serial politico, vale la pena di menzionare come ovviamente i Laburisti sperino di rientrare presto al potere. Tutto ciò non significa affatto che il loro programma riservi necessariamente ai cittadini britannici l’atteso paradiso. Tutt’altro. In genere, il socialismo sembra aver dato frutti non dannosi soprattutto nei Paesi scandinavi, forse perché le sue forme erano meno impregnate di croste e livori ideologici. A parte una certa ambiguità sulle reali posizioni di Jeremy Corbyn sul Brexit – la politicizzazione ad oltranza di qualsiasi evento finisce per mascherare subdolamente la reale posizione degli uomini politici sui fatti concreti - rimane il fatto che, se non su di lui personalmente, almeno sul suo partito grava un’ombra che, per quanto plumbea, inspiegabilmente appare ignorata. Fu durante il governo laburista che infatti avvenne la partecipazione britannica alla sciagurata e criminale invasione americana dell’Iraq, voluta da Tony Blair e ancora di recente ostinatamente difesa dallo stesso. Ciò, nonostante il voluminoso rapporto Chilcot non lasci dubbi sul fatto che nel 2003 Saddam Hussein non rappresentasse affatto la minaccia che la propaganda bellicista sulle due sponde dell’Atlantico utilizzò per giustificare un’invasione i cui frutti amari continuano a germogliare ancora oggi, anche fuori dall’Iràq.

       Nuovamente, incompetenza e arroganza. O forse solo malafede.

       In realtà, vi è da augurarsi che, quale che sia un nuovo governo, riformato o prodotto da nuove elezioni, non siano ancora una volta l’arroganza o la demagogia a prevalere.

Antonello Catani, Atene

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Parola di Re

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Il dispositivo dell’art. 546 del Codice di Procedura Penale Italiano saggiamente prevede che una sentenza deve contenere, inter alia, oltre a un’enunciazione dei fatti che l’hanno provocata, anche le prove concernenti questi ultimi. Detto in altre parole, la teoria vorrebbe che le sentenze, soprattutto se sono di carattere punitivo, devono essere suffragate da prove, salvo essere illegittime ed arbitrarie.

      I recenti avvenimenti in Siria suggeriscono come esistano evidentemente delle capricciose eccezioni ai suddetti principi giuridici, eccezioni che richiamano irresistibilmente il ben noto aneddoto riguardo all’ex-Re egiziano Faruk. Dice la leggenda che, durante una partita di poker, anziché mostrare le carte al suo avversario, che aveva dichiarato un poker di Fanti, Faruk abbia sostenuto di avere un poker d'Assi, ma senza mostrarlo, limitandosi a dire: “parola di Re.”

      Nel nostro caso, “la parola di re” sono le dichiarazioni americane che gli attacchi chimici sono partiti dalla base militare di Shayrat. I bombardamenti di tale base costituiscono quindi la pena di una  sentenza emessa tuttavia senza prove.   

      Dove sono?

      In attesa che esse vengano prodotte – se mai lo saranno – almeno in fase preliminare, il buon senso rende poco plausibile che i Siriani, assieme ai loro alleati russi e iraniani, oltre che criminali, siano stati tutti così platealmente stupidi da regalare su un piatto d’oro all’opinione pubblica mondiale e all’opposizione il pretesto per essere condannati e puniti. Caso mai, altri mandanti, quali che siano, appaiono di gran lunga più credibili. Molti commentatori hanno giustamente paragonato la situazione a quella precedente l’invasione dell’Iraq, quando l’establishment di Washington proclamava a squarciagola che Saddam Husein possedeva e si apprestava a usare armi di distruzione di massa. Tutti sanno che tali armi non sono mai state trovate o meglio non esistevano. In compenso, l’Iraq ha sofferto colossali distruzioni e centinaia di migliaia di morti, mentre tutta la regione è stata inoltre destabilizzata. Da lì è spuntato anche il fungo del sedicente IS, con le sue decapitazioni, la barbarie e la distruzione di venerabili monumenti.

       L’annosa crociata anti-Assad ricorda quella contro il defunto colonello Gheddafi, il quale era certamente un despota e non un santo. Un piccolo dettaglio: la sua defenestrazione (o meglio massacro), sobillata anche lì da una fantomatica opposizione, ha avuto come conseguenza l’inaugurazione del regno del terrore e del caos attualmente vigenti in Libia. Nonostante il rigido e oppressivo controllo poliziesco, chi ha ha avuto occasione di operare in quel Paese durante il regime del Colonnello, riusciva peraltro a dormire sonni tranquilli in casa o nel suo albergo, senza temere di saltare in aria. Oggi, questa terra di nessuno, contesa da una pluri-opposizione, pateticamente osannata a suo tempo da T. Blair e N. Sarkozy, non consente tali lussi. E' matematicamente sicuro che un'eventuale caduta (defenestrazione letale) di Assad creerebbe le premesse di una situazione analoga anche in Siria. Questo a Mosca lo hanno capito. A Washington, invece, le collusioni economico-militari con i Potentati della Penisola Araba che sostengono la cosiddetta opposizione (non a caso sunnita) pare di no.

       Perchè tali atmosfere incancrenite e avvelenate? Da chi? Nessuna persona di buon senso può credere che tutto sia banalmente causato dalla follia di qualche despota, che nel caso di Assad sarebbe addirittura peggiore di A. Hitler, secondo quanto ha seraficamente assicurato l’addetto stampa della Casa Bianca, Sean Spicer. Anche se quasi subito dopo egli si è scusato  della grossolana gaffe, il suo iniziale paragone mostra quanto sia facile ricorrere all’illusionismo verbale per demonizzare un avversario. Insomma, vari elementi mostrano come ciò che da tempo si svolge nel Vicino Oriente corrisponde a una sorta di sordo e strisciante  conflitto per procura e fuori sede, conflitto i cui protagonisti non sono tutti allo stesso modo visibili. Naturalmente, quelli più appariscenti sembrano essere gli USA e la Russia. La veemenza e la paranoia paiono tuttavia essere più di casa a Washington e a Londra che non a Mosca.

      I fatti (tra cui la surreale permanenza della NATO) mostrano come la ormai lontana dissoluzione dell’ex-Unione Sovietica e la scomparsa del giustamente ostracizzato Comunismo non sembrano aver placato le isterie anti-russe, per secoli albioniche e ora anche americane, che adesso trovano, oltre all’Ucraina, rinnovati stimoli e opportunità anche nel Vicino Oriente. Vale qui la pena di osservare che, mentre quelle americane hanno almeno la logica della pretesa della gendarmeria planetaria, quelle della Gran Bretagna, che non ha più un impero da difendere dall'orso russo, risultano del tutto incongrue. Venendo ora alla Siria, si sa che Assad ha la caratteristica di appartenere a una minoranza alawita (shiita) che governa il Paese – da qui il sostegno iraniano - suscitando quindi l’insofferenza (di una parte) della popolazione sunnita. Rimane comunque il fatto che nelle elezioni presidenziali del 2014 lo stesso risultò democraticamente eletto con una maggioranza dell’88%, nonostante il boicotaggio e le intimidazioni anche a mano armata dell’opposizione. Da notare che fra chi si congratulò con Assad vi furono anche l’algerino Buteflika e Mahmud Abbas della Palestina.

        Mentre Assad, a torto o a ragione, è demonizzato, in molti sembrano comunque far finta di dimenticare che Gran Bretagna e USA considerano come loro stretti partners, sia commerciali che militari, i regimi della Penisola Araba, che ben difficilmente possono essere definiti liberali e democratici. La contraddizione è lampante e costituisce una significativa esemplificazione del ben noto fenomeno dei due pesi e delle due misure. Essa potrebbe quasi passare per esilarante, se non fosse impudente. E comunque aumenta, se si tiene conto che la Siria è forse lo Stato più secolare di tutto il Vicino Oriente e del Nord Africa. E tutto il mondo (occidentale) non invoca appunto proprio la tolleranza religiosa? Gli attentati di questi giorni alle chiese copte in Egitto confermano, se mai ce ne fosse bisogno, che il virus dell’intolleranza è al contrario instancabile in varie fasce e regioni del mondo islamico. La presenza dunque a Lucca anche di rappresentanti di vari potentati della Penisola Araba e della Turchia, tutti rigidamente sunniti e in odore di simpatie fondamentaliste è quanto di meno neutro si potesse immaginare in un convegno il cui scopo doveva essere quello di disinnescare le micce, anziché fomentarle. 

       Non meno esilarante è dunque l’atteggiamento ostile nei confronti della Russia da parte del neo Ministro degli Esteri inglese, Boris Johnson. La cancellazione della visita di quest’ultimo a Mosca dopo una telefonata col Segretario di Stato americano e la richiesta di nuove sanzioni nei confronti della Russia, peraltro non condivise da tutti i presenti a Lucca, è una dimostrazione dei presaghi avvertimenti di John Major durante una sua recente conferenza a Chatham House a proposito del Brexit. Pacatamente, egli poneva il dito sulle eccessive illusioni alimentate al riguardo, avvertendo inoltre che il nuovo ruolo di una Gran Bretagna ormai senza impero e oltretutto isolata non potrà certo essere quello di leader ma di follower. Non si vede inoltre per quale motivo nazioni come per esempio il Canada, l'India o gli USA dovrebbero stipulare con la Gran Bretagna del Brexit accordi commerciali più vantaggiosi di quelli stipulati con la UE. Il citato comportamento di Boris Johnson pare costituire solo il primo esempio di una lunga serie di conferme delle lungimiranti e sensate predizioni di John Major.

      Mentre i colloqui a Mosca fra il Segretario di Stato americano e il suo omologo russo hanno confermato l'insistenza di Mosca nel richiedere prove tangibili della colpevolezza siriana e comunque la volontà di continuare a sostenere il presidente siriano alcune cose risultano sempre più evidenti, se non altro perché già costituiscono un precedente poco confutabile.

      Primo. Fra le dichiarazioni elettorali del neo presidente americano e le sue effettive azioni esiste un abisso. “America first” pare stia diventando “Russia first”.  

     Secondo. I dubbi pre-elettorali (assai realistici) espressi a suo tempo da quest'ultimo sulla reale identità dell’opposizione siriana sono scomparsi e addirittura si è passati a un bombardamento senza preavviso ai Siriani, anche se i Russi, prudentemente, sono stati al contrario avvertiti. Finchè non verranno prodotte prove concrete e inoppugnabili che l’attacco chimico è stato opera delle forze governative, è legittimo rimanere increduli oltre che indignati, a meno che, con mefistofelica astuzia (?), il bombardamento in questione non volesse essere un indiretto avvertimento in un’altra parte del mondo, e cioè, alla Corea del Nord. Supposto che una simile ipotesi sia fondata, c’è da domandarsi quale possa essere stata la tacita reazione del presidente cinese proprio quei giorni in visita in Florida. In ogni caso, visto che stiamo parlando di opposizioni a un regime, nessuno pare ricordare che la Libia fu liberata dal detestato Gheddafi – eufemisticamente, né un santo né un genio – per regalarla a un’ipotetica più nobile opposizione. Il caos totale vigente in Libia è un eloquente identikit della natura di tale famigerata opposizione.

     Terzo. Al nuovo (o meglio, rinnovato) interventismo americano, curiosamente gestito da un’élite dove abbondano uomini d’affari ma senza passato o esperienze politiche e che ricorda fra l’altro la politica familiare dei Papi rinascimentali, fa surrealmente da contrasto un’opposta e irresponsabile spinta isolazionistica in Europa. Non solo la Gran Bretagna invoca indipendenza – “ci governiamo da noi”, si sente a Westminster e lo stesso dice anche un Michael Caine, che parla di freedom -  ma anche la signora Marine Le Pen, candidata alla presidenza francese, afferma che ormai la UE è superata, cosa che tradotta significa che la Francia può e dovrebbe uscirne. Vi è infine la premier scozzese, Nicola Sturgeon, che si è anche lei recata negli USA a fare opera di promozione nell’ottica di una futura Scozia indipendente. A favore di quest’ultima, tuttavia, bisogna sottolineare come costei non soffra delle stesse smanie di sganciamento a tutti i costi e che anzi farà di tutto per rimanere in braccio ai “Continentali”, ovvero gli Europei del Continente.

       Chi guadagna in tale situazione? L’America è provvidenzialmente circondata dall’Oceano e non ha certo problemi col Canada. Anche la bellicosa e cattiva Corea del Nord è lontana. Gli Europei, al contrario, non hanno simili vantaggi e sono vittime, oltre che di malintesi sensi di compassione per le invasioni migratorie, del riflusso della povertà, miseria, fanatismi e losche faccende che inesorabilmente salpano dal disastrato bacino sud del Mediterraneo verso il nord. In questa situazione per tanti versi caotica e affannosa non si dovrebbe comunque mai dimenticare la politica spregiudicata e teoricamente furba con cui per decenni l’Europa ha vezzeggiato, ammansito e corteggiato regimi il cui grado di tolleranza è platealmente inesistente. Scandalo senza rimedio è il vertiginoso aumento delle moschee e centri culturali islamici in tutta Europa mentre è proibito costruire chiese o vengono bruciate quelle esistenti nel mondo musulmano.

       I bracci di ferro diretti o indiretti per accaparrarsi o riaffermare presunte zone d’influenza nell’attuale scenario del Vicino Oriente commettono il grossolano errore di sottovalutare il fatto che l’incremento dell’entropìa, e cioè, del disordine sociale e politico e delle incertezze economiche stimolato da tali bracci di ferro e dagli accoliti di turno rischia di condurre inevitabilmente a situazioni molto meno controllabili di quanto certi furbi o ottimisti non immaginano. Quando ciò accade, anche le distanze geografiche cessano di costituire infrangibili garanzie. Anche da un punto di vista meramente economico, per esempio, i crolli di Wall Street e più recentemente dei sub-primes americani, che si sono ripercossi come dei tsunami in tutto il mondo, suggeriscono che le élites al potere dovrebbero iniziare a occuparsi di cose più serie e lungimiranti, come per esempio il drammatico e vertiginoso aumento della popolazione di certe regioni del pianeta e la crescente scarsità dell’acqua potabile. I fatti attuali mostrano come in realtà ciò non accada. Dommage.

Antonello Catani

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