Dentro l’Arabia Saudita con una viaggiatrice curiosa

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In questi giorni,  in cui  le grandi  e piccole città si sono riempite di turisti, complici le belle giornate e l’estate in arrivo, ho voluto intervistare una giovane scrittrice: Ulrike Raiser  che  riserva gran parte del suo tempo libero alla scoperta del mondo e che ha girato in lungo e in largo i cinque continenti, come testimonia  Deviazioni, la sua ultima pubblicazione con l’editore Alpine Studio. In essa  accomuna, noi tutti, a dei fortunati Ulisse a cui è lecito viaggiare con piacere e libertà, a differenza dello sfortunato Enea che si vede obbligato a peregrinare nel mondo perché la sua città va a ferro e fuoco.  Fino a ieri, per due anni, tuttavia il nostro universo ha modificato le sue coordinate e per la graffiante pandemia abbiamo dovuto ridisegnare i nostri spazi.

Chiedo dunque a Ulrike che, grazie alla sua esperienza ci fornisce tantissimi suggerimenti ed  insegnamenti: Una meta avventurosa dentro la pandemia: l'Arabia Saudita. Da dove nasce questo progetto  meno consueto, curioso e nell'atmosfera di  “fibrillazione" provocata dal Covid-19? La scelta di andare in Arabia Saudita è stata un po' obbligata, nel senso che purtroppo, a causa delle disposizioni governative, a noi italiani a dicembre 2021 erano precluse molte mete. Quando io ed il mio compagno abbiamo  iniziato a pensare a dove andare in viaggio e a guardare la lista dei paesi permessi, ci siamo accorti che erano pochissimi quelli extraeuropei che ancora non avevamo visitato (e avevamo proprio voglia di tornare a viaggiare nel mondo, valicando quindi i confini dell'Europa). Tra questi c'era appunto l'Arabia Saudita che comunque ci incuriosiva, per cui abbiamo deciso per quella meta. In realtà in viaggio originario comprendeva anche la Giordania (in cui entrambi siamo già stati, ma che avremmo rivisto volentieri); purtroppo, però, il 15 dicembre, a meno di 10 giorni dalla nostra partenza, il Governo ha emanato una nuova ordinanza  inserendo la Giordania nella lista dei paesi vietati agli italiani, per cui abbiamo dovuto rimodellare velocemente il percorso limitandoci all'Arabia.

Ti sono rimaste nel cuore delle esperienze un “po’uniche”...Un'esperienza particolare e divertente che ho fatto è stata quella dell'acquisto di un'abaya. In Arabia Saudita le donne possono vestirsi come vogliono: non c'è nemmeno l'obbligo di indossare il velo. L'unica regola è quella di coprire braccia, o per lo meno  non lasciare le spalle scoperte, e le  gambe, e di evitare scollature esagerate. Nelle città sante,  invece, si devono indossare l'abaya e il velo. Io sono stata a Medina. La Mecca è vietata ai non musulmani, mentre di Medina si possono visitare alcune parti, anche se pochissime, per cui sono andata in un centro commerciale a comprare un abaya. Pensavo ingenuamente che sarebbe stato un acquisto facile e veloce, ma mi sbagliavo perché contrariamente a quanto si possa credere, gli abaya non sono tutti uguali, anzi...mi sono trovata spiazzata in mezzo a centinaia di abiti di stile e tessuti differenti! Fortunatamente nel centro commerciale c'era un commesso che parlava un po' di inglese e che ha quindi potuto aiutarmi a scegliere il modello giusto per me. Essendo uomo, però, non ha potuto aiutarmi a mettere il velo: un uomo non può toccare una donna sconosciuta e quindi ha chiesto a sua volta aiuto ad una collega che a gesti mi ha mostrato come fare. Avevo già viaggiato parecchie volte in paesi arabi e avevo sempre pensato che le donne fossero molto limitate a livello di shopping, ma mi sbagliavo decisamente!

C’è qualcosa che ti ha spaventato?

Non mi ha spaventato assolutamente nulla! L'unica mia paura, in questi ultimi anni, è stata quella di non riuscire a partire, o perché cambiano le disposizioni ministeriali o a causa di un tampone positivo, ma  per il resto se anche in viaggio ci fossero delle difficoltà o dei problemi, li si affrontano e basta. Viaggiare rende consapevoli del fatto che bisogna essere elastici e pronti a modificare l’itinerario ed esperienze eventualmente già programmate. In Arabia le nostre difficoltà sono state legate soprattutto  al fatto che il paese non è ancora molto organizzato a livello turistico, per cui in alcuni posti mancano le indicazioni stradali (quindi alcune mete sono difficilmente raggiungibili senza guida) e, soprattutto, molti autisti sono improvvisati, non conoscono l'inglese e le strade e guidano in maniera poco sicura...però bisogna farseli andare bene lo stesso! 

Un'altra difficoltà è stata quella del dover tenere conto degli spostamenti della famiglia reale per costruire l’ itinerario perché dove passano i reali (e parlo di gruppi di persone molto numerosi) le strade vengono chiuse e la zona di passaggio viene militarizzata.

Le donne da te incontrate:  puoi raccontarci qualcosa sulla loro vita e a cosa si appassionano ...

Le donne arabe sono molto incuriosite dalle donne occidentali, anche se molte di loro sono schive e, soprattutto, non sanno l'inglese, per cui non è sempre facile comunicare. Credo però che noi occidentali abbiamo moltissimi pregiudizi sulla condizione femminile nei paesi arabi; non mancano certo delle criticità, però la situazione è ben diversa da quello che spesso pensiamo. Non è quindi difficile incontrare donne che in molte città e cittadine si stanno emancipando, che sono indipendenti anche a livello economico e gestiscono, ad esempio, dei locali o dei negozi. In questo caso sanno parlare inglese e sono molto disponibili a chiacchierare. Nei villaggi ovviamente sono ancora più legate alla tradizione, anche se a livello legale sono state abolite molte leggi che implicavano alcuni obblighi, a cominciare da quelli riguardanti l'abbigliamento. Nei prossimi anni si assisterà sicuramente ad una grande rivoluzione dei costumi! In generale sono donne come noi, con gli stessi interessi e sogni, ancora in buona parte legate all'importanza di avere una famiglia e dei figli. Una cosa che noto sempre nei paesi arabi è però la loro grande attenzione nei confronti della bellezza. Al di là del fatto che molte di loro hanno un viso e degli occhi davvero bellissimi, ci tengono tutte ad essere sempre ben truccate, con le sopracciglia perfette, i capelli belli e in ordine; inoltre scelgono sempre con cura l'intimo che indossano sotto l'abaya. E lo fanno in primis per loro stesse, per sentirsi belle. 

La bellezza dei luoghi come si intuisce anche dalle foto … L'Arabia Saudita è davvero bellissima e anche molto varia perché si passa dal deserto alle acque cristalline del Mar Rosso e alle città futuristiche. Amando molto la natura, mi hanno appassionato tantissimo le formazioni rocciose desertiche, ad esempio gli archi di roccia o le rocce a forma di viso di donna e di nave, ed anche i resti delle città nabatee e le necropoli. Mentre tutti conoscono le meraviglie di Petra, ben pochi sanno che anche l'Arabia nasconde dei gioiellini simili, perché faceva parte del regno nabateo tanto quanto la Giordania. Sono rimasta molto affascinata anche dalla decadenza di alcune città, come Jeddah, che è sito Unesco e quindi sarà presto oggetto di una grande opera di restauro. Il centro storico è oggi fatiscente, ma a me è piaciuto proprio per l'incredibile fascino che emana.

Un racconto per tappe ...

Il viaggio che ho fatto in Arabia Saudita si può dividere in visita alle:

- città di  Jeddah, Medina, Tabuk, Hail, Buraydah e Riyadh;

- antichi villaggi: Al Ula, Ushaiger, Shaqra;

- deserto;

- luoghi naturali: Al Waba Crater, Mar Rosso, Wadi Tayyb Al Ism, sorgenti di Mosè, Hisma Valley, Hinne Valley;

- resti nabatei, necropoli e petroglifi: Mada'in Saleh, Dadan, Jebel Ikmah, Jubbah.

Altri luoghi visitati da te in Medio Oriente...

Prima di andare in Arabia Saudita ero già stata in Turchia, in Egitto, in Oman, in Iran, in Giordania e recentemente sono stata negli Emirati Arabi Uniti. Spero di poter visitare presto anche Israele, i territori palestinesi e il Libano. Un mio grandissimo dispiacere è quello di non essere mai stata nello Yemen, paese splendido, secondo quanto mi riferisce  chi ha avuto la fortuna di andarci, come il mio compagno, e con una cultura molto affascinante. Purtroppo l'uomo non è mai stanco della guerra e, pur essendo capace di costruire meraviglie, è anche molto bravo a portare morte, paura e distruzione...

Il tuo primo viaggio "importante"  ... Quando nasce questa vitale esigenza  ...

Il viaggio che mi ha cambiato è stato sicuramente quello fatto a Londra con la mia migliore amica. Finito il liceo, un'estate siamo partite per Londra e ci siamo innamorate della città. L'anno seguente ci sono tornata con un biglietto di sola andata e ci sono rimasta quasi tre mesi. In cinque giorni ho trovato una stanza in affitto e un lavoro come cuoca in un ristorante. Sono stati dei mesi strepitosi che per la prima volta nella vita mi hanno fatto assaporare la forza dell'indipendenza. Quell'esperienza mi ha trasmesso un grande senso di libertà e mi ha dato fiducia nelle mie capacità. Esso è stato in definitiva una grande iniezione di autostima: senza alcuna capacità, timidissima e con un inglese orrendo ho trovato un buon lavoro ben pagato e me la sono cavata alla grande. Forse per la prima volta nella vita mi sono detta con convinzione "ce la posso fare"! L'essere uscita dalla comfort zone mi ha fatto davvero bene.

Insegnamento e viaggi: un binomio,  come potremmo legarli ...Viaggiare mi ha sicuramente resa un'insegnante migliore, più paziente, tollerante ed empatica. Inoltre tra le materie che insegno c'è anche la geografia e chiaramente, da quando viaggio, il mio modo di trasmettere questa disciplina è decisamente cambiato. Condividere i racconti dei miei viaggi con gli alunni è davvero arricchente per me e per loro che spero  in futuro, possano diventare dei viaggiatori. Insegnare, inoltre, permette di avere  più tempo per viaggiare, anche se in momenti obbligati dell'anno.

Il tuo ultimo libro “Deviazioni” e prima “Sola in Alaska” ... “Ispirazioni” di ognuna di queste storie. "Sola in Alaska" è un libro che nasce durante il mio viaggio tra Canada ed Alaska: un viaggio che ha sicuramente cambiato il mio animo di viaggiatrice e che si è molto focalizzato sul mio rapporto con la natura. Lì ho davvero potuto immergermi in una natura immensa, in buona parte ancora incontaminata e che mi ha permesso di realizzare quello che era un mio grandissimo sogno: incontrare un orso. "Deviazioni", invece, è molto diverso, è un insieme di storie provenienti da diverse parti del mondo e non si riferisce, quindi, ad un unico viaggio, ma a spostamenti nei vari continenti. La Storia spesso si concentra solo su fatti eclatanti e persone famose, ma il mondo è pieno di storie più piccole e certo non meno importanti. Allo stesso tempo è anche pieno di storie dimenticate o ignorate. Dopo averle conosciute ho ritenuto doveroso raccontarle. Questo, secondo la mia opinione, è il grande dovere morale del viaggiatore: far conoscere il mondo in cui viaggia a 360 gradi, in tutte le sue sfaccettature, belle e brutte, positive e negative, leggere e pesanti. Questo è ciò che lo differenzia da un turista: il viaggiatore ha dei doveri nei confronti del mondo che esplora e anche nei confronti di chi, per un motivo o per l'altro, non può muoversi. 

In “Deviazioni”, che non ho letto, a differenza di “Sola in Alaska”, c'è forse anche un insegnamento o se vogliamo dei suggerimenti ...

Esatto, è proprio così. Il messaggio principale di "Deviazioni" riguarda il rispetto e l'accoglienza ed oggi ce n'è sempre più bisogno. Il nostro è un mondo che spesso tende alla chiusura per mancanza di conoscenza o per paura, e al rifiuto del diverso e di ciò che è sconosciuto. Il mio libro cerca di portare nella direzione opposta, perché ritengo che di questi tempi sia necessario aprirsi, accogliere, allargare le braccia invece che serrarle. E' davvero importante cambiare la propria “forma mentis” e dare spazio anche all'ignoto, senza pregiudizi. Ecco perché in "Deviazioni" ricordo e riprendo due grandi eroi della letteratura epica: Ulisse ed Enea. Entrambi sono stati viaggiatori, uno per scelta e uno per necessità. Ulisse è stato mosso dalla curiosità e dalla sete di conoscenza, Enea invece ha perduto tutto a causa di una guerra ed è diventato un profugo perché non ha avuto altra scelta. Entrambi, però, nel loro peregrinare hanno trovato ospitalità, aiuto e persone disposte a dare loro supporto psicologico e materiale e, proprio grazie a ciò, sono riusciti a tornare  o a trovare una nuova casa. Sono eroi antichi, ma la loro storia è ancora molto moderna. 

Tengo moltissimo a questo messaggio: viaggiare mi ha reso consapevole di molti pregiudizi che avevo; eliminarli mi ha reso più libera e capace di ascoltare gli altri.

Patrizia Lazzarin, 21 giugno 2022

 

        
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L'arteriosclerosi della politica

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        Il Presidente ucraino Zelensky è diventato il vezzeggiato Primo Attore dei Parlamenti mondiali. Presentandosi come una vittima innocente, egli non si stanca di incitare l’Europa e il Mondo alla riscossa ovvero alla punizione dell’invasore. Ora, se l’invasore non è esente da responsabilità per le perdite umane, sarebbe tempo che qualcuno metta il dito anche sugli altri responsabili e sul peccato originale di quest’ennesima balordaggine americana, ovvero la NATO e la sua irresponsabile espansione. Il fatto che l’Ucraina si sia lasciata adescare da promesse di diventarne membro non depone a favore dell’intelligenza politica della sua classe dirigente né della sua innocenza, Presidente incluso. Quest’ultimo in particolare non poteva non sapere il peso e le implicazioni politiche e militari di un tale scenario.

        In realtà, la classe dirigente ucraina si è lasciata abbindolare da promesse e miraggi che solo disastri potevano procurare. Ancora oggi essa continua ad essere strumentalizzata, con il continuo invio di armi e aiuti, con il disegno neanche nascosto di rovesciare Putin, come ha baldanzosamente proclamato Joe Biden. La cosa più clamorosa di questa follia è che numerose ed eminenti voci della stessa diplomazia americana - dei veri eroi - avevano già lanciato moniti di allarme e di condanna per la continua espansione della NATO. Continuarono a lanciarle, inutilmente, ancora di più a proposito della progettata ultima ondata di ammissioni di Ucraina, Georgia e Bosnia Herzegovina. Com’è possibile quindi che l’Ucraina non partecipasse a tali preoccupazioni? Com’è possibile che abbia ostinatamente premuto per un ingresso nella NATO anche quando la crisi era già in atto? Visti i moniti e gli allarmi proprio da parte americana, le affermazioni di comodo che un Stato deve poter essere libero di fare le sue scelte politiche sono evidentemente una coperta corta. Se poi si pensa che i moniti sono arrivati proprio dalla lontana America MA non dalla vicina Europa, ciò la dice lunga sul livello di miopia e sudditanza delle attuali scialbe comparse che gestiscono a Bruxelles gli affari europei. In quanto alla Gran Bretagna, dopo il Brexit e grazie a istrioni come Boris Johnson essa  è ormai totalmente succube degli Stati Uniti. Altro che glorie imperiali.

       Visto che nessuno è perfetto, potremmo anche considerare il tutto come un tipico esempio di umana debolezza. Un abbaglio. Un errore. Tutti ne facciamo.

       Una volta però che ci accorgiamo che si trattava di un abbaglio, che la NATO e la UE non erano disposte a un intervento diretto in Ucraina, il buon senso avrebbe voluto che le due parti si sedessero fra loro, lasciando fuori dalla stanza gli attizzatori del fuoco. Si è invece assistito ad ostinate e teatrali richieste del Presidente ucraino di forniture sempre maggiori di armi, del riconoscimento di una zona no-fly, di sanzioni sempre più aspre verso la Russia. Pura irresponsalità. Più armi e soprattutto no-fly zone sono l’anti-camera di una guerra mondiale. Il fatto che i Paesi della NATO non lo seguano in quest’ultima richiesta, almeno per ora, non ne diminuisce l’avventurismo, tipico dei dilettanti. Difficilmente i professionisti combinano guai. Di solito, a provocarli sono i dilettanti, i fanatici e gli esaltati.

       Non meno inquietanti sono poi le pressioni per un ulteriore inasprimento delle sanzioni. Zelensky e gli altri invasati sanzionisti, primo in testa Joe Biden, sembrano non rendersi conto che questo strumento è a doppio taglio e sta innescando non solo un negativo effetto domino nei mercati mondiali ma anche un vero e proprio spostamento negli strumenti monetari. Naturalmente, più scervellate di lui sono le istituzioni economiche e politiche dei vari Paesi sanzionisti, che seguono supinamente il diktat americano. Di fatto, il congelamento delle riserve valutarie, il surreale divieto americano all’Europa di acquistare gas russo - dire che hanno perso la testa è un eufemismo -  l’esclusione dallo SWIFT, il boicottaggio di prodotti russi, etc., sono un attacco non a Putin ma alla globalizzazione, su cui poggia l’attuale economia mondiale. Solo degli scriteriati potevano escogitare sanzioni di tale tipo ed intensità in un mondo dove le barriere doganali non esistono più e dove la crescita globale è promossa dalla fluidità  degli scambi e dall’aumento della domanda di beni e servizi. Si tratta di nozioni banali. Risultato, queste sanzioni rischiano di provocare effetti incontrollabili di gran lunga più gravi ed estesi del disastro  provocato in Ucraina dalla paranoica e criminale ostinazione americana nell’accerchiare la Russia.

       Una  piccola annotazione: da una parte sanzioni (esplicite) e dall'altra uno stimolo (tacito) alla produzione di armamenti. Tutti armano tutti… Il fatto che per esempio le azioni di un grande produttore di materiale bellico come Lockheed Martin siano cresciute in un mese del 27%, la dice lunga. E non si tratta che di un esempio.

    Certo, vi è da augurarsi che si arrivi presto a una risoluzione della crisi, che cessino le operazioni militari e che le due parti arrivino a un condiviso e duraturo accordo, meno fragile e volatile del fallito Minsk 2, in modo che col tempo si attenuino gli effetti di quest’inutile tragedia. Soprattutto, a un onesto e sincero accordo solo fra le due parti, senza invisibili suggeritori dietro le quinte. Quando la reciproca fiducia degli accordi è subordinata alle garanzie di terzi, c’è sempre da temere.

       Se quindi cessano le ostilità e ritorna la pace, tutto è risolto? Qui sta il Grande Equivoco. Nulla sarà stato definitivamente risolto e tutto sarà semplicemente camuffato. Il problema vero che sta a monte non è la cessazione delle ostilità e dell’invasione. L’invasione è stata solo un effetto. Nessuno ne parla o sembra voler affrontarlo, ma il problema che sta a monte di quest’inutile caos è la presenza militare degli Stati Uniti in Europa, l’esistenza della NATO.

      Che ci fa e che ci fanno?

      Nessuno fornisce una risposta credibile, salvo l’esilarante nozione che la NATO è al servizio della pace e non ha mire aggressive. La crassa ipocrisia della suddetta nozione fa solo sorridere.

      Ora, si sentono in giro i Soloni che predicano che le posizioni anti-NATO sono una tipica manifestazione delle “Sinistre”. La politicizzazione degli eventi sotto forma di “sinistre” e “destre” non solo è arcaica ma anche mistificante. I fatti dimostrano che i due termini raramente corrispondono alle qualità e ai comportamenti a cui essi pretendono di alludere. Si sono viste formazioni politiche di “Sinistra” più intolleranti di quelle della cosiddetta “Destra”e supposti leader di destra più illuminati e tolleranti dei supposti benevoli leader di sinistra. In realtà, l’imbecillità, il fanatismo e la corruzione possono tranquillamente albergare a destra e a manca. Questi due termini sono dei fossili nonché etichette per pigri mentali. La stessa confusione e ambiguità circondano poi l’uso di termini come “autoritario”. La definizione in questione è in questi giorni diventata il sinonimo di Vladimir Putin. Ci vuole coraggio a fare di Vladimir Putin un mostro di autocrazia e dimenticare degli autocrati ben più repressivi e intolleranti in giro per il mondo, a cominciare dalle famiglie reali che amministrano e spremono l'immenso territorio della Penisola Araba e che i “liberali” occidentali frequentano regolarmente (vedi l’ultimo viaggio di Boris Johnson in Arabia Saudita a mendicare un po’ di petrolio). Per non parlare di altri invasori di cui tutti si dimenticano. Ironia della sorte, le attuali trattative di pace si svolgono in Turchia, Paese NATO, che a suo tempo, senza giustificazioni di minacce esistenziali, invase e occupò la metà di Cipro, e nessuno si lamenta, salvo i Ciprioti…

       Ritornando dunque all’esistenza della NATO, rimane un mistero il come ben 30 nazioni europee si assoggettino alla sua esistenza e al neanche tacito vassallaggio americano. L’Impero Britannico o quello Francese erano più coerenti: i territori dominati erano delle Colonie, senza  trucchi verbali o ideologici.  Lo stesso valeva per i Romani, per i Bizantini e per gli Ottomani, che avevano tranquillamente incorporato i territori. La sudditanza europea è quindi anomala e avvolta di ipocrisie, di travestimenti ideologici (tipo la comune difesa della democrazia e facezie simili). Un pasticcio né carne né pesce. In altre parole, anche quando sarà risolta questa crisi – si spera al più presto – il focolare dell’incendio sarà sempre lì. Il vulcano sarà solo temporaneamente assopito, ma la lava sottostante non sarà scomparsa. Nel frattempo, ancora per qualche anno, gli Stati Uniti saranno diretti da un Presidente, ogni giorno che passa autore sempre più invasato di uscite e dichiarazioni incendiarie (puntualmente raffreddate dagli estintori del suo entourage) e ormai visibilmente incapace di controllare le sue emozioni, le sue parole e la sua stessa mimica facciale. Occhi sbarrati e scatti furiosi sono in genere sintomi di incipiente declino psichico. Come lo ha definito recentemente anche un giornale inglese come The Guardian,a diplomatic liability” (una passività’ diplomatica).

      Joe Biden rappresenta il crescendo della progressiva arteriosclerosi della politica estera americana. L’irrigidimento di arroganti e pretestuosi clichè (“alleati”, “occidente”, “sicurezza dell’America”) sta sempre più distorcendo un regolare flusso sanguigno, ovvero equilibrate comunicazioni e rapporti fra nazioni. Il sangue dell’amicizia è diventato il sangue del vassallaggio e delle imposizioni economiche e militari. La paranoia delle sanzioni alla Russia ha già spinto quest’ultima in braccio alla Cina. La minaccia di analoghe sanzioni nei riguardi dell’India rafforzerà a sua volta i rapporti di quest’ultima con la Russia. Questi ultimi avvertimenti nei confronti di una nazione di un miliardo e quattrocento milioni di uomini confermano quanto la classe dirigente americana sia sempre più in preda a un’incontenibile sbornia egemonica e abbia perso il senso della realtà. L’effetto domino continua del resto anche a livello finanziario e monetario. La “furbesca” esclusione della Russia dallo SWIFT incentiverà sia il rafforzamento del suo equivalente russo (SPFS) che del suo equivalente cinese (il CIPS) o addirittura la loro integrazione. Ciò attirerà molti Paesi ad utilizzare questi ultimi strumenti nelle transazioni interbancarie. La farina del diavolo non fa buon pane.

     Davvero si rimane sconcertati da tanta scarsa lungimiranza e senile incaponimento.

     E’ duro e quasi assurdo ammetterlo, dato il personaggio in questione, ma quasi si rimpiange l’istrionico ex-Presidente degli Stati Uniti. E’ vero che anche lui soffriva del virus sanzionistico nei confronti della Cina, ma era sicuramente più cauto e meno invasato in politica estera.

Antonello Catani, 31 marzo 2022

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Pandemia più crisi economica globale

Il presidente russo, Vladimir Putin, approfitta della crisi coronavirus nel mondo per colpire i rivali americani e sauditi nella guerra del petrolio e innesca un crollo devastante dei mercati. Da tempo la Russia cercava un modo per far pagare agli americani il regime punitivo imposto contro le compagnie russe. L’Amministrazione Trump a dicembre ha colpito con sanzioni la costruzione del gasdotto Nord Stream 2, che avrebbe dovuto collegare la Siberia alla Germania, quando mancavano ormai soltanto poche settimane alla fase finale. Poi tre settimane fa ha aggiunto sanzioni anche contro Rosneft, il gigante del petrolio russo, perché fornisce greggio al Venezuela di Nicolas Maduro. I russi volevano una rappresaglia contro le sanzioni e la crisi del coronavirus ha offerto loro l’occasione giusta. Il rallentamento del traffico globale a partire dalla Cina soffocata dal virus ha diminuito di molto la domanda di petrolio a partire da febbraio – la Cina ne sta chiedendo circa il venti per cento in meno. L’Arabia Saudita, che come si sa è uno dei maggiori produttori, aveva chiesto alla Russia di accettare un accordo per tagliare la produzione e in questo modo tenere alto il prezzo del barile. Ma al vertice Opec Plus di venerdì al quartier generale dell’organizzazione a Vienna il ministro dell’Energia russo, Alexander Novak, ha respinto per l’ultima volta la richiesta davanti al ministro saudita Abdelaziz bin Salman. Doveva essere un incontro per trovare un accordo, si è trasformato nel preludio della crisi di ieri. Se sauditi e russi non trovano un accordo per tagliare la produzione il prezzo del petrolio cala di molto e i primi a soffrire sono gli americani, perché loro hanno moltissimo greggio però lo estraggono dalle rocce con una tecnica costosa che si chiama fracking. Quando il prezzo scende troppo, vicino ai venticinque dollari al barile – e ieri il barile di petrolio costava 30 dollari, meno del barile vuoto – l’estrazione non è più conveniente per gli americani, vanno in perdita. Certo, anche i russi che spingono al ribasso vanno in perdita, ma è un sacrificio che sono disposti a fare in questa guerra del petrolio pur di punire gli avversari. Il ministero delle Finanze russo ieri ha fatto sapere di poter sostenere il prezzo del petrolio tra 25 e 30 dollari al barile per un periodo di tempo tra i sei e i dieci anni, che è un segnale chiaro di sfida. Dopo il fallimento del vertice di venerdì a Vienna, il crollo del prezzo è arrivato subito ieri in pochi secondi all’apertura dei mercati asiatici, a un livello che non si vedeva dai tempi della Prima guerra del Golfo nel 1991 e che poi non si era più visto nemmeno dopo gli attacchi dell’11 settembre. 

I sauditi hanno reagito con le brutte maniere alla sfida russa. Stanno vendendo ai clienti cinesi petrolio scontato fino a 6-7 dollari al barile e per compensare la perdita di ricavi derivata da questi sconti hanno aumentato di botto la produzione di due milioni di barili al giorno. In pratica i russi vogliono tenere il prezzo basso per far soffrire gli americani e i sauditi lo vogliono spingere ancora più in basso per far soffrire i russi. C’è una foto che circola del dopo incontro di Vienna e mostra la bandierina russa vicina alla poltrona del ministro Novak rovesciata e sembra che il principe saudita lasciando la stanza abbia detto: “Questo è un giorno di cui ci pentiremo tutti quanti”. Dev’essere stato un confronto molto ostile. 

La Russia da tempo corteggiava l’Arabia Saudita in cerca di investimenti e di un’alleanza, ma la crisi da virus era un’occasione troppo facile per non approfittarne e Mosca considera i regnanti sauditi troppo vicini all’Amministrazione Trump per riuscire a cambiare le cose ora. Questa guerra del petrolio arriva mentre il principe ereditario al trono, Mohammed bin Salman, combatte la sua guerra personale contro gli altri principi, che lui sospetta vogliano fare un golpe per prendere il suo posto. Sabato ha fatto mettere ai domiciliari i suoi rivali più diretti, e più vecchi, e questo ha innescato tutta una serie di rumors sul fatto che il re stesse per morire e lui volesse rafforzare il suo diritto alla successione con manovre, diciamo, preventive. 

Se alla corsa al ribasso tra russi e sauditi si aggiunge il rallentamento globale della domanda, in teoria il prezzo del petrolio dovrebbe scendere di molto e a lungo. Un tempo sarebbe stata una buona notizia, ma l’economia italiana non ne avrà grossi benefici perché è all’inizio della crisi da virus.

Daniele Raineri - Il Foglio - 10 marzo 2020

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