I misteri di Londra

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Le vicende e gli intrighi che ruotano intorno alla tragicommedia del Brexit sarebbero piaciuti all'inesauribile Eugene Sue, autore del famoso e lunghissimo I misteri di Parigi. La grande differenza del Brexit rispetto ai romanzi d'appendice è tuttavia che in questo caso manca il villain con la V maiuscola. Come ho già avuto modo di commentare, nello scenario abbondano invece le mezze calzette, i faccendieri, i fanatici e i furbi. Esempi in questione, l'arrogante ma comunque pesce bollito conservatore Jacob Rees Mogg, secondo cui un eventuale no deal "rappresenta un'opportunità" (sic) – non ci sono limiti alla fantasia delle velleità – e l'ancora più sfacciato Nigel Farage, eurodeputato britannico, che da anni riceve un lauto stipendio per la sua presenza a Bruxelles, sulle cui istituzioni egli tuttavia sputa a ogni piè sospinto. Non si capisce (o si capisce?) perché non si è dimesso. Su altre comparse, come l'inespressivo Philip Hammond, il Cancelliere dello Scacchiere, rimane difficile esprimere dei commenti, visto che costui, seduto alla sinistra del Primo Ministro, si limita solo ad assentire ad occhi chiusi a ogni discorso della Signora Theresa May.

A parte simili personaggi, che non coincidono con altre più convincenti figure della passata politica britannica, un ulteriore elemento che contraddice la tradizionale immagine della compostezza britannica è l'atmosfera così spesso indisciplinata, rumorosa e tendenzialmente anarchica con cui si svolgono a Westminster i dibattiti sul Brexit, atmosfera che solo il polso fermo di John Bercow, l'attuale speaker (presidente) della Camera dei Comuni, riesce faticosamente a contenere. E' sicuro che, quando i nomi dei suddetti faccendieri di turno saranno finalmente caduti in un meritato oblio, quello di John Bercow sarà invece ancora ricordato come esempio di dignità e impeccabile professionalità.

Quale che sia il definitivo e sempre più imperscrutabile destino del Brexit, in base all'eterogenesi dei fini, che così spesso grava sulle vicende umane oltre che sugli intrighi politici, in realtà quest'ultimo rischia di resuscitare un fantasma di gran lunga ancora più devastante e fatale. Se ne rendono conto gli ostinati sostenitori dell'uscita dalla UE in nome della sovranità britannica e di più convenienti sbocchi commerciali alternativi? Sembrerebbe di no. Qual è il fantasma?

Come noto, uno dei perni ma anche uno dei nodi dell'accordo è il cosiddetto backstop o "rete di protezione", e cioè, la garanzia che in mancanza di appropriate soluzioni alternative, non sarà istituito nessun tipo di barriera fra l'Irlanda del nord e l'Irlanda, il cui status di membro della UE verrebbe quindi esteso, de facto anche se non de jure, anche alla parte di Irlanda attualmente sotto il dominio inglese. In altre parole, libero movimento di uomini e merci fra queste due zone, esattamente come avviene adesso. Tale libertà di movimento fu uno dei capisaldi della cessazione delle attività dell'IRA e della guerriglia nell'Irlanda del nord. Mentre per i Brexitiani di ferro la suddetta assenza di barriere corrisponderebbe a un'indiretta e larvata permanenza della Gran Bretagna nella UE, la reintroduzione di barriere fra le due zone rischierebbe di riaccendere tensioni per il momento sopite. Paradossalmente, il modo più semplice per la gran Bretagna di eliminare il problema sarebbe quello di permettere all'Irlanda del nord ricongiungersi con l'Irlanda, ma ovviamente questo non è certo ciò che il governo inglese è disposto a digerire.

D'altra parte, questa febbre d'indipendenza britannica (ma con la pretesa di non perdere né capra né cavoli) fa perversamente il paio con un'altra non meno virulenta ma ancora più antica aspettativa d'indipendenza: quella scozzese. Ci vuole molta ingenuità o arroganza per non capire che il Brexit costituisce un irresistibile modello ed esempio tanto per gli Irlandesi che per gli Scozzesi. Proprio gli Inglesi, perlomeno coloro che hanno fatto tesoro degli eventi, dovrebbero ricordare come il loro Impero si disgregò esattamente dopo che, in nome della loro minacciata sovranità, chiesero e ottennero le braccia e le vite degli abitanti delle loro colonie per contrastare la Germania nazista. Così, la Gran Bretagna vinse la guerra, ma perse l'Impero, diventando infinitamente più piccola. Più piccola, sì, ma, così come accadde in Francia, uno degli effetti-nemesi della decolonizzazione fu il massiccio afflusso di popolazioni dalle rispettive ex-colonie. Gli eventi degli ultimi decenni mostrano che quell'afflusso non solo non corrispose a un'armonica integrazione ma costituì anche la base e il polo d'attrazione di successive ondate migratorie che hanno mutato il panorama e l'atmosfera sociale di mezza Europa, inclusa la lontana Svezia. Inghilterra e Francia sono insomma le vere responsabili della progressiva infiltrazione afro-islamica in Europa, di cui non ci sarebbe da preoccuparsi, se i suoi protagonisti non pretendessero di importare e imporre costumi che stridono con almeno quindici secoli di storia europea. 

Il rischio di un futuro frazionamento della Gran Bretagna non è insomma irrealistico ed è reso ancora più drammatico dal crescente peso nella sua popolazione delle popolazioni di origine africana, araba e del sub-continente indiano, i cui tassi di fertilità sono superiori a quelli europei. I chiacchieroni della solidarietà e i teorici della democrazia, oggi così numerosi ma oberati dalla malafede e dall'ignoranza e di solito incuranti dei dettagli, hanno un bel parlare, ma il cemento della società civile così come delle relazioni umane è la pacifica e volontaria condivisione di valori e regole comuni. I fatti dimostrano che, fatti salvi alcuni ineludibili vincoli giuridico-legali, oggi in Europa si stanno al contrario rafforzando divisioni e rivendicazioni comunitarie sempre più marcate.

In conclusione, quella che potrebbe sembrare fantapolitica è del resto confortata da numerosi analoghi esempi neanche tanto lontani. Basta pensare alla disgregazione degli Imperi ottomano, austro-ungarico e zarista fino a quella dell'ex-Unione Sovietica, della Jugoslavia e - perché no? – della stessa Cecoslovacchia. Le rivendicazioni indipendentistiche irlandesi e scozzesi sono addirittura più vecchie di quelle balcaniche. Perché dovrebbero rimanere lettera morta soprattutto adesso che in qualche modo il Brexit ha insipientemente innescato il demone di un distacco?

Qualcuno a Westminster dovrebbe pensarci seriamente.

Antonello Catani

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Il governo britannico nel caos

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      Theresa May e la devastante testardaggine di un Primo Ministro. E’ perlomeno paradossale che uno Stato col nome di Regno Unito persegua con incredibile e cieca caparbietà un progetto di "separazione"come il Brexit, i cui ultimi sempre più disordinati e ormai incontrollabili capitoli stanno mettendo a nudo non solo le profonde lacerazioni del governo ma anche alcuni problemi identitari di fondo. Ma procediamo con ordine.

     Le ormai caotiche sedute di Westminster – ultima quella dove il leader dell’opposizione è stato accusato di aver mormorato “stupid woman” nei confronti di Theresa May - mostrano un Primo Ministro che con stupefacente e pericolosa cocciutaggine continua a difendere il Brexit e ad escludere un secondo referendum, aggrappandosi alla presunta obbligazione morale di “rispettare” (sic) i risultati del referendum di due anni fa, in cui, parole sue, “gli elettori sapevano quello che volevano” (sic). In realtà, pochi pretesti negli annali della recente vita politica europea sono stati più scandalosamente falsi e fraudolenti di questo e il suo utilizzo getta una luce poco lusinghiera sull’onestà e sull’intelligenza di tutti coloro che se ne fanno uno scudo. Quello (il referendum del 2016) che senza mezzi termini è stato definito “a pup”(una patacca) da un consumato politico come Lord Heseltine viene ostinatamente presentato come un attendibile esercizio di democrazia…Evidentemente, non ci sono limiti alla faccia tosta, ma sfoggiarla anche in Parlamento ne aumenta le macchie.

     Di fatto, quel referendum che il Primo Ministro britannico continua a richiamare come una litania nelle sue dichiarazioni costituì una delle operazioni più goffe e avventuriere delle politica britannica degli ultimi settant’anni: chi lo indisse e lo promosse trascurò con voluta e irresponsabile nonchalance le implicazioni legali, procedurali, burocratiche ed economiche che sarebbero uscite dall’otre dei venti. Analoga ignoranza o indifferenza nei riguardi dei meccanismi comunitari e delle conseguenze mostrarono a loro volta i sostenitori dell’uscita, innescando così un gigantesco imbroglio, una palude in cui da due anni a questa parte si agita un intero Paese. Non sono mancate nel frattempo voci più sensate e realiste da entrambi gli schieramenti politici – vedi anche gli ammonimenti di John Major e di Tony Blair - che in varie occasioni hanno cercato di sfatare i miraggi di fantomatiche alleanze commerciali alternative alla UE, mettendo in guardia il governo  dai pericoli dell’isolazionismo. Analoghi richiami alla ragione e avvertimenti sono stati lanciati poi anche da istituzioni pubbliche e private, e  quindi super partes, che hanno espresso la loro profonda preoccupazione per lo scenario di crescente incertezza che grava sul futuro dell’economia britannica a causa del Brexit.

      Nessuno di questi altrimenti ragionevoli ammonimenti e richiami sembra aver avuto effetto e la folta banda degli spavaldi difensori “dell’indipendenza e dell’onore” britannici, fra cui spiccano ingloriosamente personaggi come Jacob Rees Mogg e Nigel Farage, continua a vociare e ad emettere dichiarazioni bellicose, attività tipica dei demagoghi o dei bulli da strapazzo. A dispetto di costoro e delle velleitarie rassicurazioni del Primo Ministro, la sterlina ha comunque imboccato da tempo un sentiero in continua discesa…La fiaba crollerà del tutto quando i cittadini britannici si ritroveranno soli e prigionieri della loro isola, con milioni di immigrati comunitari che assicurano i servizi di tutti i generi. Che ne sarà di loro? E che ne sarà dei voli, dei passaporti, dei trasporti, delle comunicazioni, delle transazioni commerciali, dei servizi finanziari, tutte aree fino ad oggi ormai fisiologicamente integrate con l’Europa da ben 40 anni? L’esperienza mostra che le irrazionali caparbietà individuali e nazionali costano care e i loro spiacevoli effetti non si esauriscono nel giro di pochi anni.

     Parallelamente al suddetto incaponimento da manuale o dietro di esso, agiscono ulteriori fattori non meno significativi e che con la UE hanno ben poco a che fare. Lo spettro di elezioni anticipate spunta a ogni seduta del Parlamento e gli irrigidimenti o la richiesta di concessioni sul Brexit sembrano in realtà dettati dall’obiettivo del governo, e quindi dei Tories, di rimanere al potere e dei Laburisti di riprenderselo. Anche le affermazioni del Primo Ministro che un eventuale secondo referendum aumenterebbe la divisione del Paese, nascondono in realtà il timore che un eventuale esasperato remain potrebbe far sgonfiare come un pallone le isterie del Brexit e trascinare nella sua caduta anche lei stessa e il governo.

     Molti elementi suggeriscono che dietro quest'annosa tragicommedia, dietro le manovre politiche e le trionfalistiche promesse di un migliore futuro “da soli” si agiti un fantasma a quanto pare mai debellato, e cioè, un problema identitario. Anacronisticamente, dopo aver combattuto una seconda guerra mondiale in difesa delle nazioni europee aggredite da Hitler, in un momento storico dove il frazionamento è ancora più pericoloso che mai, quando le spinte egemoniche russe rivaleggiano con quelle americane, con una Cina che ha ormai il dominio economico dell’Asia e si appresta ad averlo anche dell’Africa, con un Impero ormai in soffitta e il Commonwealth nel museo degli intenti, con un territorio nazionale costituito da entità potenzialmente eccentriche e anarchiche, dalla Scozia all’Irlanda del nord, la Gran Bretagna o comunque molti suoi cittadini non riescono a sentirsi parte di un’Europa alla cui civiltà essi hanno gloriosamente contribuito. Molti non hanno ancora metabolizzato il cambiamento. Troppi continuano a vivere in un mondo irreale, proiettato verso oceani dove non esistono più colonie britanniche, dimenticando che di fronte a Dover sta in realtà la continuità morale e anche geografica della Gran Bretagna. Del resto, non molte migliaia di anni fa il canale della Manica era solo una pianura attraversabile a piedi…

     Questo è il vero e tragico problema del Brexit, la faglia psichica alimentata e inquinata dai demagoghi e dagli avventurieri di turno. Prima gli elettori britannici si liberano di costoro e prima le scogliere di Dover ridiventeranno uno dei tanti bastioni europei.

Antonello Catani, 20 dicembre 2018

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Affarismi politici e demografia

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Nell’aprile del 1939 i tre multiformi fratelli Korda, di origine ungherese ma naturalizzati inglesi, produssero forse l’ultima e più mirabile celebrazione cinematografica (ma non solo) dell’Impero britannico. Era l’affascinante The four feathers (Le quattro piume), esemplare storia di viltà e di epica redenzione nello sfondo esotico del Nilo e della riconquista del Sudan ad opera di Kitchener, il Sirdar o comandante in capo dell’esercito egiziano. Se gli interpreti - fra cui Ralph Richardson e la bellissima June Duprez - furono all’altezza del compito, una parte poco sovrastimabile della suggestione del film spettava all’inimitabile musica di James Horner. Scenografia, studi psicologici e modelli di comportamento evocavano la quintessenza dell’orgoglio e della tradizione britanniche nel momento del loro massimo fulgore.

        Di lì a pochi mesi Hitler avrebbe invaso la Polonia, e il futuro del mondo, incluso quello dell’Impero britannico sarebbe irrimediabilmente cambiato. Come noto - anche se ancora non a tutti gli Inglesi - paradossalmente, la Gran Bretagna vinse la guerra e perse il suo Impero.  

        Nello stesso anno, la popolazione dell’Egitto ammontava a poco più di 16 milioni di individui. Aggiungiamo che quella degli Stati Uniti ammontava a 132 milioni e quella della Cina a circa 500.

        I suddetti elementi, apparentemente slegati fra loro e di scarsa rilevanza attuale forniscono al contrario uno scenario utile per intendere certi recenti sviluppi riguardanti il Brexit e l’astioso ultimatum verso il Qatar da parte di alcuni Stati arabi, fra cui l’Egitto. Li accomuna una curiosa miopia, l’ignoranza e le tipiche arroganze e convenienze del potere.

         Incominciamo dal Brexit.

        Gli ostinati promotori dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea hanno in media un’età matura ed è anche possibile che siano estimatori del citato film o comunque succubi di una visione del mondo da splendido isolamento, coerente con i trascorsi allori dell’Impero britannico ma disarmata rispetto alla fragilità e instabilità politica che proprio il Brexit ha imprevedibilmente scatenato. In un certo senso, il vero significato e merito di quest’ultimo è quello di aver messo allo scoperto profondi dissensi e fratture identitarie nella società britannica.  Sono di questi giorni nuove divergenze di vedute anche all’interno del governo, fra le posizioni più rigide del negoziatore ufficiale britannico Davis e quelle più sfumate e graduali del Cancelliere dello Scacchiere Hammond (il Ministro delle finanze).

        La pervicacia del Primo Ministro (nel salvaguardare la sua poltrona) si è tradotta in un ulteriore degrado del livello attuale della politica britannica: in pratica, un letterale acquisto di voti. Pur di arrivare a una maggioranza di governo, l’adesione dell’ultra conservatore Partito Unionista Democratico nord-irlandese (DUP) è stata assicurata tramite la concessione di fondi straordinari pari alla modica somma di un miliardo di sterline. La furberia di tale affaristica manovra si commenta da sé ed è comunque destinata ad avere le gambe corte, visto che in tal modo saranno stimolati i giustificati appetiti di Scozia e Galles.

        Mentre quindi la strategia gestionale del governo sembra poggiare su stabilità a dir poco volatili, i primi contatti con Bruxelles mostrano che nulla è chiaro per quanto riguarda sia il reciproco trattamento degli espatriati europei e britannici sia quello degli istituti finanziari e delle aziende operanti in Gran Bretagna che fino ad oggi godono di benefici e reciprocità tariffarie e fiscali. Interrogato in proposito, il Presidente della Commissione Europea, Jean Claude Junker, ha dichiarato di non aver ancora capito cosa vuole Londra.

       In realtà, proprio l’imprevedibile alleato nord-irlandese sottolinea l’avventurismo politico del Primo Ministro britannico e richiama un ulteriore paradosso, questa volta assai più profondo. Il partito unionista irlandese è un partito politico protestante ed è stato il più convinto assertore dell’unione con la Gran Bretagna. D’altra parte, circa l’80% degli Irlandesi, che sono in prevalenza cattolici, è invece un tenace sostenitore dell’UE. Come dire che, per racimolare una maggioranza ipoteticamente in grado di gestire in modo più efficace i negoziati di uscita dall’Unione Europea, il governo ha scelto un alleato sotto vari aspetti ospite sopportato o comunque marginale di un’isola, l’Irlanda, che invece di uscire dall’UE non ne vuol sapere.

       La disinvoltura a volte non conosce limiti.

       Il paradosso aumenta, a un livello più profondo, perché proprio gli Irlandesi assieme agli Scozzesi, entrambi pro-UE, sono forse fra gli abitanti che possono vantare l’insediamento più antico nelle isole Britanniche, invase a più riprese da altre popolazioni che, come i Celti, venivano anch’esse dall’Europa (Angli, Sassoni, Normanni, etc.). Insomma, se ci spostiamo indietro nel tempo, scopriamo che, anche senza la futura UE, il comune denominatore etnico aveva un cuore europeo…Se poi ci spostiamo ancora più indietro di qualche altro millennio, scopriamo che almeno forse fino all’8.000 a. C., al posto della Manica vi era una tundra e che dunque, prima di un gigantesco sollevamento del livello del mare, la Gran Bretagna era semplicemente una penisola europea!

      Insomma, il responsabile dei tradizionali isolazionismi britannici sembra essere stata l’innocente Manica, ma i responsabili odierni sono piuttosto la miopia e la demagogia.

      Questi rapidi accenni al Brexit volevano solo mettere in risalto che il tramonto dell’Impero britannico è un processo non ancora del tutto liquidato, almeno a livello psicologico, e che esso ha stimolato o svelato un’imprevedibile e sottovalutato conflitto identitario nella coscienza collettiva  degli Inglesi. Perché, di fatto, questo è il vero problema del Brexit.

     Ora, ciò che distingue l’uomo politico dall’amministratore è che il primo deve andare oltre la routine e le convenienze del momento e avere criteri temporali più ampi. Ciò che a sua volta distingue l’uomo politico mediocre da quello di genio è che quest’ultimo riesce ad avere una visione che superi gli angusti confini nazionali e persegua disegni di più vasto respiro, senza avventurismi, demagogie e velleità.

      E ciò che ci si attenderebbe dagli attuali statisti britannici, che hanno alle spalle una gloriosa tradizione, ma per il momento non pare prendere forma.

      Sempre per richiamarci al film di Zoltan Korda, dovremo adesso cercare di capire cosa c’entrino il Qatar e in particolare l’Egitto attuale.

      Le recenti mosse diplomatiche ispirate e coordinate dall’Arabia Saudita nei confronti del Qatar assomigliano a un balletto dove il dejà vu si mescola nuovamente alla faccia tosta da una parte e alla miopia dall’altra. Per quanto poco ricordato, già prima della seconda guerra mondiale ha agito nella Penisola Araba un espansionismo o un tentativo di espansionismo a scapito dei territori meridionali, e cioè, lo Yemen, conosciuto dagli antichi viaggiatori come Arabia Felix. Ma erano tempi in cui il petrolio non faceva ancora affluire ricchezze inaudite nei forzieri dell’Arabia Saudita (cioè, la famiglia reale saudita). Da allora le cose sono cambiate e la Monarchia Saudita è fra i maggiori acquirenti  d’armi del mondo intero.

       Che se ne faccia e da chi debba difendersi è non è ben chiaro. Rimane comunque il fatto che una parte di tali armamenti viene adesso utilizzata per bombardare proprio lo Yemen, dove non a caso uno dei contendenti dell’attuale faida in corso è di fede sciita e gode del sostegno della Siria e dell’Iran. L’ultimatum al Qatar, i cui toni perentori ricordano certe comunicazioni tedesche del periodo immediatamente precedente la seconda guerra mondiale, è dunque solo un ulteriore episodio di una strisciante lotta per interposta persona con l’Iran, che riunisce in un incestuoso abbraccio la democratica America e il ben poco democratico regime saudita. Ovviamente, la lotta non è solo fra due confessioni islamiche ma soprattutto fra due antagonismi egemonici. Stupisce come media e opinione pubblica siano rimasti sostanzialmente indifferenti a questa lotta, che è la vera causa del caos siriano, di cui il Presidente Assad è diventato l’unico e comodo capro espiatorio.

        Mentre neanche l’Iran è un paradiso di democrazia e anche lì abbondano zelanti protettori della fede, la differenza con i regimi della Penisola Araba è che perlomeno esso non è governato da consorterie famigliari e ha alle sue spalle una millenaria tradizione politica e culturale. L’altra enorme differenza è che a quanto pare possiede anche cospicue capacità tecnologiche tipo la ricerca atomica – capacità assenti fra gli sceicchi, che sono rimasti acquirenti passivi di tutti i beni di cui si circondano - ed è questa la vera ragione dell’ostilità americana. Il tempo dirà se l’incondizionato appoggio di Washington a Riad, anche recentemente ribadito dal presidente Trump, è una decisione innocua o invece promotrice di ulteriori destabilizzazioni nella regione.

       Se questo è a grandi linee il parziale scenario dei conflitti in corso nella Penisola Araba, è legittima la domanda: cosa c’entra l’Egitto richiamato all’inizio di queste pagine? Perchè partecipa al coro? In realtà, esistono analogie significative.

      Intanto, anche in mancanza di dati puntuali, è noto che per anni vari Stati della penisola araba, inclusa l’Arabia Saudita, hanno offerto massicci aiuti all’Egitto. D’altra parte, la mancata cessione ai Sauditi di alcune isole egiziane nel mar Rosso e la recalcitranza del presidente Sisi nell’appoggiare militarmente l’Arabia Saudita in Yemen hanno raffreddato e parzialmente congelato il rubinetto degli aiuti. La partecipazione nel boicottaggio al Qatar  appare come un modo disimpegnato di non perdere del tutto degli amici e protettori e, soprattutto, i loro aiuti economici.

        Il parallelo, sia pure rovesciato, con gli eventi inglesi è irresistibile.  Come al solito, sembra che i problemi politici siano risolti o risolvibili con transazioni d’affari. Ciò farebbe parte degli obiettivi del famigerato amministratore sopra richiamato.  Ma vi è un piccolo dettaglio.  Nel 2016 la popolazione complessiva dell’Arabia Saudita era di circa 32 milioni di individui, di cui circa 10 non Sauditi (stime Nazioni Unite). Ancora fino alla fine degli anni 40, tuttavia, quando non vi erano i vari immigrati arabi o asiatici, la popolazione non superava i 4 milioni. Per sua fortuna, nonostante il tasso annuale di fertilità sia del 2,8 (ma era del 7,18 nel 1955), l’Arabia Saudita nuota nel petrolio e può per il momento sfamare la sua popolazione e continuare le sue gigantesche importazioni di beni di lusso e di materiale militare. Vale la pena di osservare come anche la popolazione USA e quella cinese siano aumentate rispetto al 1939: rispettivamente, 322 milioni d’individui e un miliardo e 371 milioni nel 2015.  Solo che anche questi due paesi godono di risorse imponenti e, fra l’altro, la Cina ha perseguito una rigida politica demografica.

         L’Egitto invece non nuota nel petrolio, la sua superficie coltivabile e le sue risorse naturali sono sempre le stesse, mentre i 16 milioni del 1939 sono diventati  90 milioni nel 2006 (Dati Cia (World Factbook 2006). La sua popolazione è insomma aumentata di ben 5 volte.

        Mentre dunque l’attuale governo britannico sembra sottovalutare i benefici e gli imperativi di una forte Unione Europea e pensa di risolvere meglio i suoi problemi comprando dei voti, allo stesso modo i governanti egiziani sottovalutano il reale problema dell’Egitto e si barcamenano con la routine dei sussidi economici.

        Gli uni danno, e i secondi ricevono.

        Mentre appare sempre più chiaro che il problema della Gran Bretagna e delle nazioni che la costituiscono è un problema identitario, è altrettanto evidente che il vero problema dell’Egitto è quello demografico, pateticamente dimenticato anche dai tradizionalisti islamici della Fratellanza Musulmana, oggi messi provvidenzialmente al bando. Ironicamente, le posizioni cristiane e islamiche conservatrici al riguardo sembrano coincidere: “Crescete e moltiplicatevi”. Ma le risorse del pianeta, allo stesso modo della superficie dell’Egitto, non crescono parallelamente alla moltiplicazione in questione. Nonostante certe ambigue aperture di Papa Francesco nei confronti della contraccezione, in realtà le fasce più conservatrici e tradizionaliste della gerarchia continuano a considerare immorale il controllo delle nascite allo stesso modo dei dottori musulmani. Evidentemente, entrambi hanno poca dimestichezza con i dati statistici o, meglio ancora, un’irresponsabile indifferenza nei loro confronti e verso l’agghiacciante aumento della popolazione mondiale negli ultimi cento anni, in particolare nei paesi meno sviluppati.

         Il mondo evocato in The four feathers era insomma più rassicurante e meno conflittuale, se non altro perché meno affollato.

Antonello Catani, Atene, 3 luglio 2017

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