Il mito degli alleati

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      La recente conferenza sulla sicurezza a Monaco di Baviera conferma, se mai ve ne fosse bisogno, il perdurare di un patetico mito e dei suoi inconfutabili complementi: una sorta di nevrosi ossessiva – quella del “nemico”, identificato con la Russia, ma non solo – e di un messianico e non richiesto complesso di gendarmeria planetaria, graziosamente definita come “la responsabilità della leadership” da uno degli oratori americani, l’ex-vice presidente Joe Biden.

      Mentre questi elementi sono affiorati in modo per così dire soffice nel discorso di un personaggio per molti versi moderato e autorevole come quest’ultimo, essi sono invece apparsi con ben altra rozzezza in quello dell’inespressivo e sbiadito attuale Vice Presidente americano, Mike Pence, ombra cortigiana di Donald Trump.

     A parte queste differenze di approccio, entrambi hanno fatto largo uso di slogans più appropriati alle anticaglie di un rigattiere che  a una politica estera realistica e lungimirante. Continuare infatti a parlare con disinvoltura di “mondo libero” e di “alleati”, pretendendo, fra le altre cose, che gli Europei spendano di più per le spese militari della Nato, ricorda certi films di propaganda della seconda guerra mondiale e poi della guerra fredda. Le nozioni sono sempre là, con la stessa ripetitività e coazione tipiche delle nevrosi ossessive. Nel nostro caso, la nevrosi è rappresentata dalla proiezione del nemico: prima solo la Russia, poi negli ultimi anni anche l’Iran e ora, per il momento solo sub specie commerciale, la Cina. Molti sembrano dimenticare il ruolo determinante dell’establishment militare-industriale americano in tale incessante rinforzo dell’immagine del nemico. E’ così che, nonostante la fine della seconda guerra mondiale, che aveva partorito una gigantesca macchina bellica, una cospicua parte di quest’ultima è stata mantenuta in piedi con vari pretesti, dalla democrazia da difendere alla vigilanza planetaria e alla lotta contro il comunismo.

In realtà, ognuno di questi pretesti zoppica o è platealmente smentito dai fatti, ponendo così a nudo la faccia tosta e la scarsa lungimiranza delle amministrazioni americane post-belliche, che non vanno necessariamente interpretate come la voce corale di tutta l’America, ma piuttosto di una ristretta èlite, come già aveva osservato molti anni fa Wright Mills. Ma ciò è notorio.

Entrando ora nei dettagli, esigere dagli Europei un atteggiamento duro nei confronti dell’Iran e della Russia e dichiarare decaduto il presidente venezuelano Maduro perché sarebbe poco democratico è  a dir poco esilarante. Certo, il regime iraniano e quello di Maduro non brillano per tolleranza e per libertà politica e religiosa e dovrebbero cambiare o essere rimossi, ma condannare solo costoro equivale ad utilizzare due pesi e due misure e priva l’atteggiamento di Washington di qualsiasi credibilità. Quale sarebbe infatti la differenza fra il detestato Iran e regimi come quello saudita o il Pakistan?

Il primo si distingue per il suo imperterrito feudalesimo di tipo familiare, per le sue feroci carneficine in Yemen, per le sue esecuzioni - ultima quella di Kashoggi in Turchia -  e per torbidi finanziamenti all’Islamismo più intransigente (per una sospetta coincidenza, prima dell’arricchimento petrolifero della penisola Araba non si sentiva parlare di terrorismo islamico).

Il secondo rigurgita di persecutori di cristiani e di punitori di ragazze che hanno infranto la Shariah e, particolare inquietante, è anche una potenza nucleare… Nonostante il fanatismo religioso vi sia moneta corrente, l’Amministrazione americana fa finta di non sapere, di non vedere e soprattutto non sembra preoccuparsi dell’arsenale atomico del Pakistan, mentre invece scaglia fulmini e saette contro le ambizioni atomiche della Corea del Nord. Le rinnovate tensioni con l’India dopo la strage di militari indiani ad opera di un gruppo integralista pakistano a Pulwama, nella parte di Kashmir amministrata dagli Indiani, giustificano le inquietudini riguardo agli armamenti atomici di regimi poco liberali e settari come quello pakistano, anch’esso partner dei Washington. Solo i miopi (caritatevole  eufemismo) possono ignorare questa perversa costante di amicizie con regimi notoriamente illiberali.

      Continuare quindi a parlare di “mondo libero” e di “alleati” assomiglia ai films di propaganda che gli Stati Uniti sfornavano durante la seconda guerra mondiale e immediatamente dopo. Ciò avveniva quando vi era un Hitler da debellare e poi una “cattiva” Unione Sovietica, creatura peraltro sostenuta proprio dagli Stati Uniti durante la guerra, altra rovinosa contraddizione. Solo l’ipocrisia può infatti rimuovere l’idea che esistesse differenza fra le  isterie e le bestialità razziali di Hitler e le selvagge epurazioni di Stalin. Anche qui, gli occhi vennero chiusi con buona pace dei milioni di morti staliniani. Ma oggi Hitler fortunatamente non esiste, la Russia è diventata capitalista e gli oligarchi hanno sostituito i boiardi zaristi e la nomenklatura sovietica. Anzi, miliardari britannico-americani di origine russa come Sir (!) Leonard Blavatnik – nato a Odessa e con laurea a Mosca – offrono bizzarri finanziamenti a senatori e deputati americani dei due partiti.

      L’ossessione anti-russa ha del resto origini antiche, stimolata come fu per secoli dai timori britannici di un’espansione zarista verso il Mediterraneo. Furono quei timori a spingere la Gran Bretagna a proteggere a tutti i costi i Sultani dalle pressioni di Pietroburgo, almeno fino a quando non si scoprì che bisognava invece liberare gli Arabi – vedi il famigerato Colonnello Lawrence – e bastonare così i Turchi. Mirabili capovolgimenti dell’utilitarismo di Stato…

      Sotto certi aspetti, insomma, la paranoia anti-russa attuale s’inserisce in uno scenario che affonda nel passato. Pur credendo che nessuno è al di là di ogni sospetto, Russi inclusi, rimane il fatto che, dopo la caduta del muro di Berlino, la penetrazione russa in Europa occidentale avviene con forniture di gas, invise a Washington, mentre quella americana travestita come “basi Nato” è presente ovunque sub specie militare. Non ci sarebbe quasi bisogno di sottolinearlo, tanto il fatto è lampante, ma le perduranti accuse di annessione della Crimea, vociferate e martellate anche dalla BBC (tacito e larvato governo ombra britannico) sono anch’esse espressione di una notevole impudenza. Le petulanti accuse britanniche riguardo alla supposta annessione della Crimea (di fatto, un credibile referendum) stridono con la pretesa di continuare ad occupare Gibilterra (territorio iberico), le zone di Akrotiri e Dhekelia (a Cipro) o le Falklands (a due minuti dall’Argentina), giusto per fare degli esempi.  

Mai etichette furono insomma più mistificanti di quella di “mondo libero”. Essa è fatta di mezze bugie e di mezze verità e solo il dilagante intorpidimento e il rincretinimento di massa alimentato dai vari Facebook, Twitter e simili, e dai pantani dei faccendieri pubblico-privati ne facilitano l’equivoco.

Un esempio di mondo libero, ironicamente allineato a immemoriali tradizioni, è quello di far sostenere dagli occupati una notevole parte dei costi dell’occupazione … Lo facevano gli antichi Imperi, lo facevano gli Inglesi in India – erano i vari Stati indiani a pagare le spese del personale civile e militare inglese – e continuano a farlo gli Americani dalla Germania all’Italia, alle Filippine e alla Corea del Sud. Non è infatti un mistero per nessuno che ancora oggi siano stazionati 35.000 soldati americani in Germania, 12.000 in Italia, 40.000 a Okinawa e 23.000 nella corea del Sud. Le richieste prima menzionate di una maggiore contribuzione dei membri europei alle spese della Nato (in realtà cordone sanitario statunitense anti-russo) s’inseriscono in questa collaudata tradizione.

Se il mito dell’alleato, e quindi del nemico perdura, due nemici ben più pericolosi non ricevono al contrario l’attenzione che si meriterebbero. Solo l’insipiente arroganza di un Donald Trump può infatti misconoscere l’inquietante mutamento climatico in atto, mentre anche i governi più illuminati stanno trascurando lo spettro dei secoli futuri: l’agghiacciante aumento della popolazione del pianeta in Africa, nel Sub Continente indiano, in Indonesia e in Cina.

"Questi" sono nemici ben più temibil.

Antonello Catani, 1 marzo 2019

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I misteri di Londra

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Le vicende e gli intrighi che ruotano intorno alla tragicommedia del Brexit sarebbero piaciuti all'inesauribile Eugene Sue, autore del famoso e lunghissimo I misteri di Parigi. La grande differenza del Brexit rispetto ai romanzi d'appendice è tuttavia che in questo caso manca il villain con la V maiuscola. Come ho già avuto modo di commentare, nello scenario abbondano invece le mezze calzette, i faccendieri, i fanatici e i furbi. Esempi in questione, l'arrogante ma comunque pesce bollito conservatore Jacob Rees Mogg, secondo cui un eventuale no deal "rappresenta un'opportunità" (sic) – non ci sono limiti alla fantasia delle velleità – e l'ancora più sfacciato Nigel Farage, eurodeputato britannico, che da anni riceve un lauto stipendio per la sua presenza a Bruxelles, sulle cui istituzioni egli tuttavia sputa a ogni piè sospinto. Non si capisce (o si capisce?) perché non si è dimesso. Su altre comparse, come l'inespressivo Philip Hammond, il Cancelliere dello Scacchiere, rimane difficile esprimere dei commenti, visto che costui, seduto alla sinistra del Primo Ministro, si limita solo ad assentire ad occhi chiusi a ogni discorso della Signora Theresa May.

A parte simili personaggi, che non coincidono con altre più convincenti figure della passata politica britannica, un ulteriore elemento che contraddice la tradizionale immagine della compostezza britannica è l'atmosfera così spesso indisciplinata, rumorosa e tendenzialmente anarchica con cui si svolgono a Westminster i dibattiti sul Brexit, atmosfera che solo il polso fermo di John Bercow, l'attuale speaker (presidente) della Camera dei Comuni, riesce faticosamente a contenere. E' sicuro che, quando i nomi dei suddetti faccendieri di turno saranno finalmente caduti in un meritato oblio, quello di John Bercow sarà invece ancora ricordato come esempio di dignità e impeccabile professionalità.

Quale che sia il definitivo e sempre più imperscrutabile destino del Brexit, in base all'eterogenesi dei fini, che così spesso grava sulle vicende umane oltre che sugli intrighi politici, in realtà quest'ultimo rischia di resuscitare un fantasma di gran lunga ancora più devastante e fatale. Se ne rendono conto gli ostinati sostenitori dell'uscita dalla UE in nome della sovranità britannica e di più convenienti sbocchi commerciali alternativi? Sembrerebbe di no. Qual è il fantasma?

Come noto, uno dei perni ma anche uno dei nodi dell'accordo è il cosiddetto backstop o "rete di protezione", e cioè, la garanzia che in mancanza di appropriate soluzioni alternative, non sarà istituito nessun tipo di barriera fra l'Irlanda del nord e l'Irlanda, il cui status di membro della UE verrebbe quindi esteso, de facto anche se non de jure, anche alla parte di Irlanda attualmente sotto il dominio inglese. In altre parole, libero movimento di uomini e merci fra queste due zone, esattamente come avviene adesso. Tale libertà di movimento fu uno dei capisaldi della cessazione delle attività dell'IRA e della guerriglia nell'Irlanda del nord. Mentre per i Brexitiani di ferro la suddetta assenza di barriere corrisponderebbe a un'indiretta e larvata permanenza della Gran Bretagna nella UE, la reintroduzione di barriere fra le due zone rischierebbe di riaccendere tensioni per il momento sopite. Paradossalmente, il modo più semplice per la gran Bretagna di eliminare il problema sarebbe quello di permettere all'Irlanda del nord ricongiungersi con l'Irlanda, ma ovviamente questo non è certo ciò che il governo inglese è disposto a digerire.

D'altra parte, questa febbre d'indipendenza britannica (ma con la pretesa di non perdere né capra né cavoli) fa perversamente il paio con un'altra non meno virulenta ma ancora più antica aspettativa d'indipendenza: quella scozzese. Ci vuole molta ingenuità o arroganza per non capire che il Brexit costituisce un irresistibile modello ed esempio tanto per gli Irlandesi che per gli Scozzesi. Proprio gli Inglesi, perlomeno coloro che hanno fatto tesoro degli eventi, dovrebbero ricordare come il loro Impero si disgregò esattamente dopo che, in nome della loro minacciata sovranità, chiesero e ottennero le braccia e le vite degli abitanti delle loro colonie per contrastare la Germania nazista. Così, la Gran Bretagna vinse la guerra, ma perse l'Impero, diventando infinitamente più piccola. Più piccola, sì, ma, così come accadde in Francia, uno degli effetti-nemesi della decolonizzazione fu il massiccio afflusso di popolazioni dalle rispettive ex-colonie. Gli eventi degli ultimi decenni mostrano che quell'afflusso non solo non corrispose a un'armonica integrazione ma costituì anche la base e il polo d'attrazione di successive ondate migratorie che hanno mutato il panorama e l'atmosfera sociale di mezza Europa, inclusa la lontana Svezia. Inghilterra e Francia sono insomma le vere responsabili della progressiva infiltrazione afro-islamica in Europa, di cui non ci sarebbe da preoccuparsi, se i suoi protagonisti non pretendessero di importare e imporre costumi che stridono con almeno quindici secoli di storia europea. 

Il rischio di un futuro frazionamento della Gran Bretagna non è insomma irrealistico ed è reso ancora più drammatico dal crescente peso nella sua popolazione delle popolazioni di origine africana, araba e del sub-continente indiano, i cui tassi di fertilità sono superiori a quelli europei. I chiacchieroni della solidarietà e i teorici della democrazia, oggi così numerosi ma oberati dalla malafede e dall'ignoranza e di solito incuranti dei dettagli, hanno un bel parlare, ma il cemento della società civile così come delle relazioni umane è la pacifica e volontaria condivisione di valori e regole comuni. I fatti dimostrano che, fatti salvi alcuni ineludibili vincoli giuridico-legali, oggi in Europa si stanno al contrario rafforzando divisioni e rivendicazioni comunitarie sempre più marcate.

In conclusione, quella che potrebbe sembrare fantapolitica è del resto confortata da numerosi analoghi esempi neanche tanto lontani. Basta pensare alla disgregazione degli Imperi ottomano, austro-ungarico e zarista fino a quella dell'ex-Unione Sovietica, della Jugoslavia e - perché no? – della stessa Cecoslovacchia. Le rivendicazioni indipendentistiche irlandesi e scozzesi sono addirittura più vecchie di quelle balcaniche. Perché dovrebbero rimanere lettera morta soprattutto adesso che in qualche modo il Brexit ha insipientemente innescato il demone di un distacco?

Qualcuno a Westminster dovrebbe pensarci seriamente.

Antonello Catani

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Il governo britannico nel caos

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      Theresa May e la devastante testardaggine di un Primo Ministro. E’ perlomeno paradossale che uno Stato col nome di Regno Unito persegua con incredibile e cieca caparbietà un progetto di "separazione"come il Brexit, i cui ultimi sempre più disordinati e ormai incontrollabili capitoli stanno mettendo a nudo non solo le profonde lacerazioni del governo ma anche alcuni problemi identitari di fondo. Ma procediamo con ordine.

     Le ormai caotiche sedute di Westminster – ultima quella dove il leader dell’opposizione è stato accusato di aver mormorato “stupid woman” nei confronti di Theresa May - mostrano un Primo Ministro che con stupefacente e pericolosa cocciutaggine continua a difendere il Brexit e ad escludere un secondo referendum, aggrappandosi alla presunta obbligazione morale di “rispettare” (sic) i risultati del referendum di due anni fa, in cui, parole sue, “gli elettori sapevano quello che volevano” (sic). In realtà, pochi pretesti negli annali della recente vita politica europea sono stati più scandalosamente falsi e fraudolenti di questo e il suo utilizzo getta una luce poco lusinghiera sull’onestà e sull’intelligenza di tutti coloro che se ne fanno uno scudo. Quello (il referendum del 2016) che senza mezzi termini è stato definito “a pup”(una patacca) da un consumato politico come Lord Heseltine viene ostinatamente presentato come un attendibile esercizio di democrazia…Evidentemente, non ci sono limiti alla faccia tosta, ma sfoggiarla anche in Parlamento ne aumenta le macchie.

     Di fatto, quel referendum che il Primo Ministro britannico continua a richiamare come una litania nelle sue dichiarazioni costituì una delle operazioni più goffe e avventuriere delle politica britannica degli ultimi settant’anni: chi lo indisse e lo promosse trascurò con voluta e irresponsabile nonchalance le implicazioni legali, procedurali, burocratiche ed economiche che sarebbero uscite dall’otre dei venti. Analoga ignoranza o indifferenza nei riguardi dei meccanismi comunitari e delle conseguenze mostrarono a loro volta i sostenitori dell’uscita, innescando così un gigantesco imbroglio, una palude in cui da due anni a questa parte si agita un intero Paese. Non sono mancate nel frattempo voci più sensate e realiste da entrambi gli schieramenti politici – vedi anche gli ammonimenti di John Major e di Tony Blair - che in varie occasioni hanno cercato di sfatare i miraggi di fantomatiche alleanze commerciali alternative alla UE, mettendo in guardia il governo  dai pericoli dell’isolazionismo. Analoghi richiami alla ragione e avvertimenti sono stati lanciati poi anche da istituzioni pubbliche e private, e  quindi super partes, che hanno espresso la loro profonda preoccupazione per lo scenario di crescente incertezza che grava sul futuro dell’economia britannica a causa del Brexit.

      Nessuno di questi altrimenti ragionevoli ammonimenti e richiami sembra aver avuto effetto e la folta banda degli spavaldi difensori “dell’indipendenza e dell’onore” britannici, fra cui spiccano ingloriosamente personaggi come Jacob Rees Mogg e Nigel Farage, continua a vociare e ad emettere dichiarazioni bellicose, attività tipica dei demagoghi o dei bulli da strapazzo. A dispetto di costoro e delle velleitarie rassicurazioni del Primo Ministro, la sterlina ha comunque imboccato da tempo un sentiero in continua discesa…La fiaba crollerà del tutto quando i cittadini britannici si ritroveranno soli e prigionieri della loro isola, con milioni di immigrati comunitari che assicurano i servizi di tutti i generi. Che ne sarà di loro? E che ne sarà dei voli, dei passaporti, dei trasporti, delle comunicazioni, delle transazioni commerciali, dei servizi finanziari, tutte aree fino ad oggi ormai fisiologicamente integrate con l’Europa da ben 40 anni? L’esperienza mostra che le irrazionali caparbietà individuali e nazionali costano care e i loro spiacevoli effetti non si esauriscono nel giro di pochi anni.

     Parallelamente al suddetto incaponimento da manuale o dietro di esso, agiscono ulteriori fattori non meno significativi e che con la UE hanno ben poco a che fare. Lo spettro di elezioni anticipate spunta a ogni seduta del Parlamento e gli irrigidimenti o la richiesta di concessioni sul Brexit sembrano in realtà dettati dall’obiettivo del governo, e quindi dei Tories, di rimanere al potere e dei Laburisti di riprenderselo. Anche le affermazioni del Primo Ministro che un eventuale secondo referendum aumenterebbe la divisione del Paese, nascondono in realtà il timore che un eventuale esasperato remain potrebbe far sgonfiare come un pallone le isterie del Brexit e trascinare nella sua caduta anche lei stessa e il governo.

     Molti elementi suggeriscono che dietro quest'annosa tragicommedia, dietro le manovre politiche e le trionfalistiche promesse di un migliore futuro “da soli” si agiti un fantasma a quanto pare mai debellato, e cioè, un problema identitario. Anacronisticamente, dopo aver combattuto una seconda guerra mondiale in difesa delle nazioni europee aggredite da Hitler, in un momento storico dove il frazionamento è ancora più pericoloso che mai, quando le spinte egemoniche russe rivaleggiano con quelle americane, con una Cina che ha ormai il dominio economico dell’Asia e si appresta ad averlo anche dell’Africa, con un Impero ormai in soffitta e il Commonwealth nel museo degli intenti, con un territorio nazionale costituito da entità potenzialmente eccentriche e anarchiche, dalla Scozia all’Irlanda del nord, la Gran Bretagna o comunque molti suoi cittadini non riescono a sentirsi parte di un’Europa alla cui civiltà essi hanno gloriosamente contribuito. Molti non hanno ancora metabolizzato il cambiamento. Troppi continuano a vivere in un mondo irreale, proiettato verso oceani dove non esistono più colonie britanniche, dimenticando che di fronte a Dover sta in realtà la continuità morale e anche geografica della Gran Bretagna. Del resto, non molte migliaia di anni fa il canale della Manica era solo una pianura attraversabile a piedi…

     Questo è il vero e tragico problema del Brexit, la faglia psichica alimentata e inquinata dai demagoghi e dagli avventurieri di turno. Prima gli elettori britannici si liberano di costoro e prima le scogliere di Dover ridiventeranno uno dei tanti bastioni europei.

Antonello Catani, 20 dicembre 2018

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