I nemici dei miei nemici sono miei amici

I nemici dei miei nemici sono miei amici

      L’isteria anti-russa continua a dilagare come la nube velenosa del film di De Mille I dieci comandamenti. Anche qui esiste un regista. Questo periodo passerà alla storia come la stagione del Grande Chiacchericcio o della Grande Impostura.

      Improvvisamente, varie nazioni, inclusa l’Italia, per una strana coincidenza, scoprono quasi contemporaneamente che decine di diplomatici russi erano “spie”. Scoperte per così dire portentose, avvenute nello stesso momento e a distanza di migliaia di chilometri! Non c’è limite ai miracoli.

      Sempre ad avvelenare la situazione, le foto e i filmati di Bucha danno inoltre per scontato che i Russi hanno compiuto un massacro. Non una sia pur minima voce di dubbio. Dove sono infatti le prove materiali riguardo ai sicuri autori? I cadaveri non recano firme e il tutto rende perplessi e giustifica più di un sospetto. Anche quest’improvvisa scoperta è infatti troppo strumentale alla generale proiezione dei Russi come degli esseri crudeli per accettarla automaticamente ad occhi chiusi. Come mai esistevano tanti corpi di uomini con abiti civili in una zona palesemente teatro di scontri e bombardamenti? Di solito, i civili non circolano. Semmai, può circolare una guerriglia non in divisa. Inoltre, come si possono trarre conclusioni senza un'investigazione indipendente? Bisognerà attendere, prima di poter affermare con certezza chi sia il vero responsabile. In questi tempi di falsificazioni senza pudore è più che legittimo dubitare di tutto e di tutti e addirittura ribaltare i sospetti. L’esempio più istruttivo a questo proposito è quanto avvenne con l’Iraq. L’allora segretario di Stato Colin Powell sfoggiò all’ONU una serie di foto e diagrammi che secondo lui provavano senza ombra di dubbio che l’Iraq stava per utilizzare armi di distruzione di massa. Tutti trangugiarono senza fiatare le supposte prove schiaccianti, esattamente come sta accadendo adesso per Bucha. In realtà, si trattava di un’assoluta e ignobile falsità. Essa giustificò comunque l’invasione dell’Iraq e, secondo un’inchiesta pubblicata dal Guardian il 16 settembre del 2007, 1.200.000 morti. Nessuno condannò né Powell né Bush né gli USA per tale menzogna e la successiva agghiacciante ecatombe di vite umane. L’episodio dovrebbe servire da monito per tutte le conclusioni affrettate e dettate da isterie collettive.

      Piuttosto che commentare livori sempre più deliranti e accuse per il momento sprovviste di prove conclusive, meglio occuparsi di fatti accertati e di alcuni confronti. Essi e aiutano a mettere le cose in una prospettiva più realistica.

      Il generale a due stelle John R. Deane, che fu capo della missione militare americana a Mosca dal 1943 al 1945, scrisse in un suo libro di memorie che la quantità di aiuti americani ai Sovietici dal 1941 al 1945 ammontò a ben 2.660 navi con un carico totale di 16.529.791 tonnellate. Di questo materiale, i mezzi da trasporto rappresentavano una parte significativa, costituiti com’erano da 427.284 autocarri, 13.303 veicoli da combattimento, 35.170 motociclette, etc. (Cfr. The strange alliance, London, 1947, p. 93). Egli aggiunge che gli autocarri della Ford sembravano essere l’unico mezzo di trasporto utilizzato dall’esercito sovietico. Come dire, anche se Deane non ne fa cenno, che i Sovietici, poi trasformati in nemici, arrivarono e s’istallarono a Berlino grazie agli autocarri americani! Gli eserciti non si spostano a piedi.

       Le motivazioni americane a tanta generosità non erano ovviamente pie. Era un modo per combattere e fiaccare l’avversario, la Germania, anche per interposta persona, indipendentemente dal fatto -  cosa perlomeno surreale - che gli aiuti venivano forniti proprio a “un alleato” che aveva anch’esso invaso la Polonia assieme a Hitler. Cinismo di Churchill o senile distrazione di un Roosevelt sempre più in declino fisico? Conviene ritornare più avanti su questo punto.

     La neanche tanto samaritana generosità americana in fatto di forniture di armi ai Sovietici trova la sua perfetta replica, quasi un copione, negli aiuti militari forniti all’Ucraina che, dall’inizio dell’amministrazione di Joe Biden, ha ricevuto dagli Stati Uniti aiuti militari pari a oltre 2 miliardi di dollari. Un decreto presidenziale firmato l’11 marzo prevede ulteriori aiuti per 13.6 miliardi di dollari, la metà dei quali saranno a scopi militari. Esso include, cioè, 3.65 miliardi per forniture e trasferimenti di armi all’Ucraina e altri 3 miliardi a copertura dell’invio di truppe in Europa. Da notare che oggi i militari americani stazionati in Europa sono 100.000. A che titolo, se non di occupazione larvata, gli Stati Uniti mantengono una tale quantità di forze militari in Europa? Nel frattempo, anche Missili Stinger e Javelin sono inoltre stati trasferiti dall’Estonia, Lituania e Lettonia all’Ucraina.

     Dal 2014, anno del coup che provocò la caduta di Yanukovitch, l’Ucraina ha inoltre continuato a ricevere circa 418 milioni all’anno, in gran parte costituiti da materiale militare. In aggiunta, altri 350 milioni circa all’anno di aiuti umanitari. Anche l’Unione europea ha fornito armi per un valore di oltre un miliardo di dollari. I dati sopra menzionati sono stati resi pubblici sia dall’Amministrazione americana che da fonti autorevoli come il Washington Post.

      Un fiume di armi, di aiuti e di istruttori, già prima  dell’invasione dell’Ucraina. Esso continua anche ora, nutrendo quindi il prolungarsi del conflitto. Perché costruire un simile arsenale? Mentre è vero che il fenomeno precede l’attuale Amministrazione di Washington, quest’ultima gli ha comunque impresso un incremento vertiginoso. I fatti sembrano suggerire che la pace e il ripristino di rapporti di amicizia e di collaborazione fra Ucraina e Russia siano l’ultima cosa che gli USA desiderano. Il suddetto flusso di aiuti sia militari che economici ha senso solo se un Paese viene ritenuto “uno stretto alleato”, e non un qualsiasi amico, e solo se in tal modo vogliamo danneggiare qualcun altro. In altre parole, esso conforta l’idea che già da anni l’Ucraina sia stata trattata come un partner de facto della NATO. Che scopo avevano tutte queste forniture di armi? A combattere quale nemico? Almeno ufficialmente, gli Stati Uniti non erano in guerra con la Russia. Di fatto, però, almeno psicologicamente, essa è sempre rimasta il nemico per eccellenza. Potenza dei fantasmi.

       Questa strisciante paranoia anti-russa, non estintasi neanche dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ha dunque continuato ad essere il leitmotiv della politica estera americana. Una vera e propria ossessione. Dalla fine della II Guerra Mondiale in poi, Mosca è sempre stata nel mirino ideologico degli Stati Uniti. Il motivo  è semplice: la vittoria in Europa fece scoprire agli USA che ormai erano essi la nuova nazione che poteva sostituire il ruolo egemonico planetario prima detenuto da Gran Bretagna e Francia. L’Unione Sovietica era considerata un ostacolo in questa direzione mentre al contrario la Cina non veniva ritenuta un pericolo. L’espansione della NATO a est, le promesse d’inclusione dell’Ucraina e gli aiuti militari a quest’ultima non sono stati altro che l’applicazione operativa di questa proiezione strategica (leggi: sbornia egemonica). Senza interrompere gli aiuti all’Ucraina – anche lui! - Donald Trump inventò un diversivo, perché improvvisamente si ricordò della Cina e iniziò a imporle sanzioni. Data l’inesistente preparazione politico-diplomatica di Donald Trump, è legittimo interpretare la sua furia sanzionistica come uno dei suoi tanti gesti teatrali che mandavano in visibilio le folle. La visita in Corea del nord fu un altro di tali gesti senza risultato. Scomparso Trump e la sua chiaccherata simpatia per Putin, l’ostilità verso la Russia è riemersa con rinnovata intensità, complice l’attuale Presidente americano, cosa che spiega l’attuale enorme flusso di armi verso un Paese di cui si sfruttano e si aizzano le rivalità con Mosca. La tattica per interposta persona non è nuova. Già la usavano i Bizantini, che facevano scontrare fra loro i vicini scomodi o aggressivi.

        La contrapposizione di una Russia dispotica e di un’Ucraina liberale e sorella spirituale delle nazioni della UE, insinuata nelle teatrali e ben poco convincenti perorazioni televisive del Presidente russo si scontra con i comportamenti dello stesso, che tutto segnalano tranne un regime democratico. La lotta per la libertà da lui sbandierata sembra ironicamente violentata in casa. Verso la fine di marzo, egli  ha infatti invocato i suoi poteri straordinari per sopprimere 11 partiti dell’Opposizione. In un messaggio alla nazione, Zelensky ha annunciato la proibizione provvisoria (?) di qualsiasi attività di questi ultimi. Essa riguarda anche il Partito Per La Vita, che detiene ben 43 seggi in Parlamento ed è il maggiore partito dell’opposizione. Anche se quest’ultimo partito è filo-russo, il suo leader, Yuriy Boyko ha chiesto alla Russia di fermare la guerra di aggressione verso l’Ucraina. Un’Opposizione, quindi, non succube della Russia.

       A parte la suddetta messa al bando dei partiti, Zelensky ha poi anche annunciato che, al fine di ostacolare “la disinformazione” (sic), tutti i canali TV saranno raggruppati in un’unica piattaforma di comunicazioni strategiche, denominata “Notizie unificate”. Egli ha affermato che la misura era necessaria per combattere la disinformazione russa e “dire la verità sulla guerra”. Ma se i canali in tal modo aboliti erano ucraini, cosa c’entravano i Russi? Caso mai, la mossa suggerisce la presenza di un dissenso all’interno del Paese, dissenso che proviene da una fetta della società ucraina e che si vuole zittire. In altre parole, l’innocente immagine di un’Ucraina campione di democrazia e di sano esercizio politico è velata da ombre. Le note lucrose e torbide transazioni ucraine e cinesi di Hunter Biden, figlio di Joe Biden, che ora sono sotto scrutinio dal Congresso americano, sono solo un esempio.

      Ogni volta che si comincia ad abolire i partiti dell'Opposizione, quello è l’inequivocabile segnale che un regime tendenzialmente anti-democratico e anti-libertario avanza a vele spiegate. Questo vale sia per le suddette misure prese da Zelensky che la scomunica nei confronti di chiunque non sia allineato alla Crociata anti-Putin. Tutti lo accusano di essere un autocrate, ma guarda caso in Italia e in molti Paesi europei si sta consolidando una dittatura delle idee che ricorda sotto molti aspetti dittature con etichette littorie, uncinate o con falce e martello (ma quella era del Proletariato…). La cacciata dei diplomatici Russi senza prove fornite all’opinione pubblica è un dissimulato sintomo di regime dittatoriale. L’affermazione che “erano spie” assomiglia alla famosa dichiarazione dell’ex-re Farouk, “parola di re”. Nel frattempo, nonostante le speranze di chi soffia nel fuoco, nessuna sollevazione russa di massa contro Vladimir Putin.

        Le generalizzate affermazioni riguardo alla mancanza di provocazione nei riguardi Russia, in realtà tirata per il collo da un burattinaio d’oltre oceano e da un regime politico poco trasparente e responsabile in Ucraina, sono in realtà palesemente ipocrite, una presa in giro istituzionalizzata. Chi pensa che gli Stati Uniti siano un buon Samaritano soffre di abbagli. Dietro le forniture sempre più massicce di armi all’Ucraina, destinate a prolungare il conflitto,  e l’incitamento ai partners europei affinchè si serrino uniti nelle sanzioni verso la Russia, agisce verosimilmente la dissimulata preoccupazione riguardo a una possibile fuga dell’Europa dall’ombrello americano e un accostamento alla Russia. Questo è il vero senso delle annose pressioni americane ad abbandonare il progetto del Nord Stream, in realtà un potentissimo strumento d’integrazione economica. Perduta l’Europa, gli USA perderebbero la NATO, conveniente e legalizzato strumento d’intervento bellico in giro per il mondo. Un accostamento Europa-Russia affretterebbe e farebbe esplodere le insofferenze e le ormai scoperte prese di distanza di una serie di Paesi teoricamente amici come quelli del Golfo Persico, l’Arabia Saudita, il Pakistan, la Turchia, l’India, il Sud Africa, il nord Africa, etc. Gli effetti domino sono sempre inarrestabili. Gli unici a non essersi resi conto di tale scenario sono i Paesi europei – se esistesse un Guinness dell’insipienza, lo vincerebbero - con l’eccezione forse della Francia, dell’Ungheria  e della Turchia. Tutti gli altri, specie i più piccoli ma inclusa anche l’Italia, sono docili comparse facilmente pilotate e influenzate.

       Ora, palese irresponsabilità e connivenza a parte di un’intera classe dirigente ucraina nell’acuire i sospetti russi e far precipitare la crisi,  l’irrigidimento americano nel non fornire concrete garanzie reciproche alla Russia ha coinciso con la nomina a Presidente di Joe biden. Uno dei maggiori errori o delle ingenuità di Marx e di altri fu quello di sottovalutare il peso degli individui nelle vicende storiche. La tendenza a manipolare l’Ucraina a fini anti-russi esisteva evidentemente già dal promotore in capo dell’espansione della NATO, ovvero Bill Clinton, ma né lui né Obama erano arrivati a un tale livello di incaponimento e astio personalizzato. Visti i comportamenti erratici dell’attuale Presidente e le sue ripetute confusioni verbali, è difficile dissentire da quanti negli Stati Uniti - naturalmente nel Partito repubblicano e non fra i Democratici - parlano di progressivo declino cognitivo, invocano un test medico delle sue capacità mentali e iniziano a parlare apertamente della necessità del ricorso al XXV emendamento (rimozione dalla carica per incapacità fisica o mentale.

      Anche qui, un confronto col passato sarà utile.

      Nella primavera del 1944, Franklyn Delano Roosevelt, il cui declino fisico era sempre più evidente, le cui mani tremavano e che talvolta aveva anche a problemi a stare in equilibrio sulla sua sedia da poliomielitico, fu trasportato d’urgenza all’ospedale militare di Betsheda dove gli fu diagnosticato uno scompenso cardiaco. Secondo  i medici, gli restava un anno di vita. Nonostante ciò, egli si imbarcò (e glielo permisero) nella campagna elettorale per la sua quarta elezione. 

     Fu in tali condizioni che egli partecipò alla cruciale conferenza tripartita tenutasi a Yalta, in Crimea, dal 4 all’11 gennaio 1945, fra i cui risultati vi fu l’accettazione passiva delle conquiste sovietiche in Europa orientale e in sostanza la divisione del mondo in due sfere. La metà di tale catastrofico sigillo della II Guerra Mondiale spetta a un Churchill, ancora perso nelle illusioni di una Gran Bretagna Imperiale – esse dovevano durare fino al fallito attacco a Suez nel 1956 – e l’altra a un uomo ormai in fin di vita e dalla dubbia lucidità mentale. Il vero vincitore fu Stalin. A metà febbraio vi sarebbe poi stato il noto incontro con Ibn Saud sul Quincy, incontro che inaugurò il patto commerciale-militare fra Stati Uniti e Arabia Saudita: accesso alle risorse petrolifere contro sostegno militare e una base a Dahran. Due mesi dopo il presidente americano moriva.

      Non era il primo Presidente americano la cui salute era stata tenuta nascosta all’opinione pubblica, da George Washington, che quasi morì d’influenza nel secondo anno della sua presidenza, a Grover Cleveland, che fu segretamente operato su uno yacht, a Woodrow Wilson, che rimase parzialmente paralizzato da un ictus alla fine del suo secondo mandato.

       Il silenzio dell’establishment democratico sulle continue e sempre più frequenti escandescenze verbali di Joe Biden, sulle sue confusioni, sulla sua sempre più biliosa guerra personale  con Vladimir Putin rientrano in questa tradizione di occultamento del declino fisico di un Presidente. Una prova inconfutabile che Joe Biden sia quindi per così dire sorvegliato a vista è data non solo dalle regolari correzioni delle sue pericolose gaffes da parte dei suoi stretti collaboratori ma anche dal fatto che le sue risposte ai giornalisti sono basate su foglietti che egli tiene in mano e dove domande e risposte sono già state predisposte in precedenza. Il fatto è sotto gli occhi di chiunque.

       In altre parole, una paranoica ossessione anti-russa e l’astio di un Presidente di cui gli Americani per primi denunciano un sempre più in visibile declino cognitivo stanno provocando disastri umani ed economici su scala mondiale.

      Gli Europei, che saranno i primi a subirne le conseguenze, come docili soldatini danno man forte alla suddetta follia e scacciano inoltre dozzine di spie venute fuori come conigli dal cappello di un prestigiatore. 

Antonello Catani, 6 aprile 2022