Successo a metà per l'Italia

Fumata grigia da Bruxelles. Dopo tre giorni di videoconferenza dei ministri delle Finanze arriva finalmente un qualche segnale di unità nel far fronte alla più grave recessione economica del dopoguerra in arrivo. E' meno di quanto l'Italia chiedeva (i coronabond) ma più di quanto l'Olanda e, inizialmente, la Germania, erano disposte a concedere. Il bilancio è faticosamente positivo. Sapevamo che l'Ue dispiegherà gli strumenti ordinari di cui dispone e li potenzierà. Che utilizzerà fondi già in bilancio per sostenere le casse integrazione nazionali. Adesso apre senza condizionalità le linee di credito del Mes per categorie essenziali di spesa. Del colpo di reni che rappresentasse l'impegno a uscire insieme dalla crisi rimane però solo la decisione di creare un "Recovery Fund", proposto da Parigi e appoggiato dall'Italia, che dovrebbe emettere obbligazioni "europee" anziché nazionali. Il vero progresso realizzato ieri dall'Ue si misurerà soprattutto dal seguito che avrà quest'impegno. La necessità di una formula di mutualizzazione del debito che sia contratto per finanziare gli investimenti destinati all'uscita dalla recessione era alla radice delle posizioni italiane e francesi. La Germania è rimasta in mezzo al guado, divisa fra rigore fiscale e responsabilità per il futuro dell'Ue. L'avvertimento di Giuseppe Conte sul rischio di collasso della visione europea in assenza di condivisione è stato martellato sugli schermi della Bbc, e condiviso da testate come lo Spiegel e il Financial Times. Il messaggio italiano era inequivocabile: lasciare interamente su spalle (e debito) nazionali il peso del rilancio economico e produttivo del dopo Covid-19 è incompatibile con l'idea di "Unione". E' arrivato a destinazione anche se non ha fatto completamente breccia – ma i balzi audaci in avanti sono rari a Bruxelles. Il coronavirus è una crisi senza termini di paragone né nella gestione del presente né nella programmazione del futuro. L'Ue ha fatto errori di sottovalutazione e passi falsi. Ma non è stata certo la sola: basta guardare all'altra sponda dell'Atlantico, o della Manica. Adesso, nel bel mezzo della crisi conta quello che l'Ue farà, non quello che ha fatto o non fatto. Solo da un mese Covid-19 è al centro delle videoconferenze e dei tavoli dell'Unione – alquanto irresponsabilmente, e malgrado le obbiezioni di molti Paesi fra cui l'Italia, gli ambasciatori continuano a riunirsi fisicamente. Una pagella vecchio stile avrebbe dato all'Ue tre in tempismo, quattro in sensibilità politica, due in comunicazione ma un buon sette e mezzo in risposta economico-finanziaria. Il pezzo da novanta veniva da Francoforte con la decisione della Bce di non porre limiti all'acquisto di titoli di Stato senza essere legata alle rispettive quote di capitale, tant'è che più del 30% dei titoli acquistati recentemente erano italiani. La Commissione aveva sospeso le regole del Patto di Stabilità rimuovendo il limite ai deficit di bilancio che ci assillano da anni e quelle sugli aiuti di Stato.  Mancava solo la solidarietà, cioè la condivisione fra tutti gli Stati membri dell'impegno per la ripresa economica una volta terminata l'emergenza sanitaria. Altrimenti la crisi rischia di disunire l'Unione, approfondendo le linee di faglia già esistenti, fra Nord e Sud, fra Ovest e Est. Ieri è stato messo un primo tassello. Nessuno si attendeva che all'indomani della riunione dell'Eurogruppo i coronabond apparissero d'incanto sui mercati ma che il segnale che "l'Europa c'è" risuonasse forte e chiaro. Il segnale è ancora timido ma è arrivato. E' la strada da battere.

Stefano Stefanini – La Stampa – 10 aprile 2020