Homo homini virus

Si sentono cose, qui in caverna. A proposito del convincimento diffuso che la paura di morire ci avrebbe reso più buoni, ho appreso dei tre volontari della Croce Rossa Italiana invitati con tono brutale dai condomini a parcheggiare il loro eroismo su altri pianerottoli, possibilmente non confinanti. Bazzecole, in confronto a quanto accaduto a una trentina di pensionati andalusi, risultati positivi al Corona e perciò trasferiti, con corteo d’ambulanze, nella casa di riposo di una cittadina dal nome musicale: Línea de la Concepción. Una delegazione di persone del posto ha organizzato accoglienze trionfali: sassaiole, blocchi stradali, cassonetti infuocati. Questo perché la si smetta di dire che i migranti vengono discriminati in quanto stranieri. La signora in tuta che nelle immagini si vede inveire dal balcone contro gli anziani suoi connazionali converrebbe con Hobbes che l’intolleranza non scruta il colore della pelle, ma il pericolo potenziale rappresentato da ogni intruso. «Homo homini virus». E oggi, al borsino della paura, un pensionato con la polmonite vale tre scafisti col raffreddore.

Funziona così fin dai tempi delle caverne, quelle vere. Prima la mia tribù, nella tribù prima il mio villaggio, nel villaggio prima la mia famiglia, nella famiglia prima me. Qualcuno si era illuso che bastasse un’emergenza planetaria a far scattare l’interruttore dell’umanità. Ma il coronavirus non è mica un corso accelerato di illuminazione.

Massimo Gramellini – Corriere della Sera – 1 aprile 2020