L’impaziente in chief

Donald Trump si è già stufato di star zitto ad ascoltare gli esperti, si è già annoiato di tentare la strada dell’unità e della rassicurazione, ha preso le distanze dal prof. Fauci (eravamo già affezionati a quel signore che aveva l’ardire di dire davanti a tutti: il presidente si sbaglia) e ha ripreso a dire che l’influenza uccide di più della pandemia e pure gli incidenti d’auto, e allora cosa facciamo, vietiamo alla gente di andare in auto? Eccolo di nuovo, il classico Trump: il buon senso era una parentesi, l’eccezionalismo americano secondo questo presidente è fare di testa propria, ignorando le conseguenze sul resto del mondo – noi presunti alleati ormai ci siamo abituati – ma anche quelle sull’interesse nazionale, che sulla carta viene prima di tutto. La dottrina dell’impazienza ostile di Trump grida: siamo “open for business”, l’America non è nata per stare chiusa, quindici giorni saranno più che sufficienti per fermare i contagi. A Pasqua al massimo (prima aveva detto già lunedì prossimo), accada quel che accada, si torna alla normalità. Trump lancia il comando e i soldati rispondono: su Fox News da ieri non si sente che dire “il virus ha ancora qualche giorno di tempo”. Fin dall’inizio Trump ha avuto la presunzione che il virus fosse un problema degli altri e ora, mentre cerca di far dimenticare la leggerezza sciagurata dell’inizio scodellando retorica da guerra, pretende che tutto torni alla normalità secondo i suoi tempi. E’ molto preoccupato – non è il solo – delle conseguenze economiche di questa paralisi, non ultimo perché a novembre vuole essere rieletto e un rallentamento potrebbe essergli fatale. Il programma “15 giorni per rallentare la diffusione” del virus nasce dalle pressioni di commentatori ed economisti conservatori che dicono che si sta esagerando, si finirà per morire di recessione invece che di coronavirus: tra questi spiccano Stephen Moore e Art Laffer, gli autori di “Trumponomics” che il presidente ha cercato di piazzare in posti apicali senza mai riuscirci. Il ritorno alla normalità è una promessa che tutti i leader del mondo vorrebbero fare e mantenere nel più breve tempo possibile, ma ci sono molte ragioni per essere scettici al riguardo. Trump sta ignorando i consigli dei virologi e degli epidemiologi che sono piuttosto chiari: per appiattire la curva del contagio ci vogliono isolamento, tempo e pazienza, cioè il contrario della dottrina dell’impazienza trumpiana. Che infatti diventa impazienza ostile: perché dovremmo farci governare dai medici?, chiedono i conduttori di Fox News, anche quelli che nelle ultime settimane sembravano ravveduti. I medici sono stati messi da parte, mentre da domenica Trump si è messo a rituittare account semisconosciuti che dicono: torniamo a lavorare, riapriamo tutto, altrimenti l’economia implode, e pure il trumpismo (l’interesse economico è l’unico che sta a cuore al presidente populista). Per tornare alla normalità, Trump è disposto a tutto, anche a credere alla possibilità che la clorochina sia la soluzione alla pandemia: il prof. Fauci gli ha detto in faccia e in pubblico “non credo” e infatti ci sono già i racconti del risentimento del presidente nei confronti di questo esperto che gli ruba la scena e la parola. Ma la presunzione più grande di Trump è quella di poter dichiarare l’America “open for business” a suo piacimento: la gestione della pandemia è soprattutto a livello locale, e i governatori sono alle prese con molti contagi e strutture sanitarie deficitari. Sono loro che rispondono alle comunità. Un ex funzionario dell’Amministrazione Trump ha detto al sito Axios: “La politica di far tornare le persone al lavoro troppo in anticipo dovrebbe essere chiamata la politica ‘lasciamo pure morire gli anziani’”. Ma nella dottrina dell’impazienza ostile di Trump, tutta fretta e lotta contro qualcuno, questa è una promessa di normalità.

Paola Peduzzi – Il Foglio – 25 marzo 2020