I Tartari e Giotto - parte terza

I Tartari e Giotto - parte terza
 Un esempio significativo è dato dalla realistica rappresentazione fatta da Ambrogio Lorenzetti di un Chiliarca (comandante soldati mongolo) dipinto come figura di copertina di un registro dell’Erario Pubblico di Siena datato 1357.  Si notano in particolare i copricapi tipici delle steppe e in mano all’ultimo cavaliere: l’arco mongolo a doppia curvatura.  Tali registri detti Biccherne, risultano particolarmente interessanti in quanto vi venivano fissati i maggiori avvenimenti dell’anno.  Ora, se tale comandante fu raffigurato sulla copertina in legno, appare ovvio fosse un personaggio tenuto in grande considerazione. Infatti aveva al suo comando  un contingente di mercenari ungari considerati feroci combattenti.  Altro esempio di cavaliere mongolo utilizzato come figura terrorizzante è quella che il Pisanello dipinge nella Chiesa di S. Anastasia a Verona. Al contrario, a Padova, nell’Oratorio di S.Giorgio, un affresco di Altichiero raffigura un cavaliere mongolo nel “ Martirio dei Santi “ (1380).  La figura vuole rappresentare l’infedele che osserva, quando non è direttamente occupato come carnefice, il martirio di un Cristiano.  Nel particolare: la scimitarra dalla lama ricurva del personaggio in primo piano e un secondo personaggio che osserva dall’alto della balconata con il tipico copricapo e la la barba a doppia punta.    È proprio l’utilizzo anche di un solo particolare dal parte dei pittori che trasforma il personaggio che ne è fornito in un “ tipo mongolo “. Ad esempio, l’elmo fatto Indossare alla “ Allegoria della Fede “ nella Cappella Scrovegni, dove Giotto allude alle speranze della Chiesa di trovare nei Mongoli degli alleati nella lotta agli “ infedeli musulmani “. Argomento, questo, assai interessante che prelude alla storia di Iohannes Presbyter, il cui nome viaggiò sulla bocca delle genti medievali tra Karkoriin e Lalibela in Etiopia fino a giungere alle orecchie del Barbarossa. Vorrei concludere questo articolo, sperando di non aver annoiato troppo chi legge, citando due opere di Ambrogio Lorenzetti che, a mio parere, è stato colui che meglio ha compreso e interpretato l’Oriente mongolo del suo tempo. La fedeltà delle sue riproduzioni ci fa pensare che abbia veramente incontrato dei Mongoli, probabilmente fu in occasione dell’incontro con Tommaso Ugi.  Ugi, gran personaggio senese, fu dignitario del Khan di Persia tra il 1304 e il 1316.  Fu suo ambasciatore presso il Papa Bonifacio VIII  e i sovrani di Francia e Inghilterra. Chissà se fu l’incontro con Ugi ad ispirare al Lorenzetti l’affresco nella sala Capitolare del Convento di S. Francesco a Siena, dedicata al “ Martirio dei Francescani a Tana “.    Ricorda la strage di quattro frati francescani a Tana,  città punto di incontro e scambio tra i paesi musulmani e i mercanti indiani.  Gli sfortunati frati vi erano giunti dopo un naufragio essendo diretti in Catai.   La leggenda narra che uno dei frati volle negare l’esistenza di Maometto e di conseguenza fu condannato al rogo, ma ne uscì vivo per ben due volte.  I Musulmani si videro costretti a far decapitare I Francescani.  Mia personale opinione è che la quasi totalità dei religiosi inviati in estremo Oriente in quegli anni era pervaso da una ossessiva volontà di martirio e possedeva una elasticità mentale nei confronti delle religioni che incontrava sul cammino pari a quella di un tombino in ghisa.   Esempio ne sono i resoconti di Giovanni da Pian del Cerpine e di Guglielmo da Rubruck, campioni, sempre a mio avviso,  di malmostosa incapacità nell’essere obiettivi. Tornando al dipinto, il Lorenzetti inserisce nella scena tre personaggi orientali che mostrano il loro raccapriccio nei confronti dell’esecuzione.  Tra i tre il personaggio al centro è un Chiliarca mongolo di alto rango, vestito con stivali di feltro, alto cappello a cono con piuma bianca.  Sempre sullo sfondo si notano delle fanciulle tartare  dall’espressione inorridita con i caratteristici occhi a mandorla e volto piatto.  Quello che più conta è il significato morale che assumono questi personaggi: essi condannano apertamente il delitto commesso dalle autorità islamiche. Qui, Lorenzetti dimostra di essere perfettamente a conoscenza della tolleranza religiosa dei Mongoli, spettatori impotenti, ma pieni di raccapriccio, sulla scena di un martirio.    Concludo con la “ Allegoria del Buon Governo “ sita nel Palazzo Pubblico di Siena ( Sala dei Nove ).   Ai piedi della figura femminile allegorica della Temperanza, stanno dei soldati tra cui quattro cavalieri con occhi sottili e visi piatti, testimoni della contaminazione culturale portata nel nostro Paese che ben la ha assimilata inserendo la cultura mongola nella più alta espressione di comunicazione tra esseri senzienti che è appunto l’Arte.