Quando gli omicidi autorevoli sono di moda

Quando gli omicidi autorevoli sono di moda

Quando gli omicidi autorevoli diventano alla moda

     Eminenti osservatori americani, alcuni dei quali autorevoli psichiatri non di parte, avevano predetto che, messo ormai alle corde e sotto l’inamovibile martello di un impeachment che minaccia di fargli perdere le elezioni e di spedirlo  probabilmente in galera, i già erratici e psicotici comportamenti di Donald Trump potevano solo aumentare di frequenza e intensità. La recente decisione del presidente americano di far assassinare con un drone il più importante generale iraniano, con conseguenze a vasto raggio del tutto imprevedibili ma difficilmente sotto-stimabili, dimostra che costoro avevano visto giusto.

      Mentre questo plateale assassinio appare allineato a quello scandaloso (e tuttora impunito) di Kamal Kashoggi da parte di uno stretto alleato degli USA, dimostrando una spudorata empatia deliquenziale con un regime non meno intollerante di quello iraniano, il crescente attivismo twitteriano del presidente americano e il suo sperticato vittimismo da una parte e, dall’altra, la sconcertante  omertà di un intero partito, i Republicani, dovrebbero preoccupare anche i più geograficamente lontani dalla miseranda e cialtronesca saga che da tempo imperversa a Washington. 

      In realtà, dorme  (eufemismo) l’ostinato 40% dei sostenitori rurali del Presidente, fanno orecchie da mercante gli altri suoi ostinati difensori, i dinosauri repubblicani come il capogruppo del senato Mitch McConnell e il capo dell'intelligence Committee del senato Lindsay Graham, mentre anche i vari potentati di mezzo mondo, che ipocritamente possono sorridere dietro le quinte (vedi il summit londinese), non reagiscono in termini decisi e ufficiali alle mosse della Casa Bianca da tre anni a questa parte. In realtà, tutti in qualche modo fanno orecchie da mercante, non vedono o fanno finta di non vedere il crescente degrado della politica americana, sia in casa che all’estero. Naturalmente, non stupisce che i poveri presentatori televisivi debbano muoversi in punta di piedi per non lasciarsi andare a qualcosa di più che diplomatici e superficiali commenti.

      Di fatto, la moltiplicazione dell’instabilità promossa da quest’amministrazione americana sembra inesauribile e ormai fuori di ogni controllo. Dalle teatrali (e improduttive) pantomime nord coreane al rifiuto di siglare l’accordo di Parigi, ai pasticci sul NAFTA, alla guerra cinese delle tariffe e alla persecuzione di Huawei fino alla sciagurata mano libera alla Turchia in Siria, per non parlare dei plateali segni di nepotismo e di abuso di potere a ogni piè sospinto, appare quasi incredibile che un’intera nazione soggiaccia a tale disastrosa sequenza senza recriminare pubblicamente. Molto probabilmente, l’oppio strisciante  del day by day e delle più prosaiche preoccupazioni per la sopravvivenza quotidiana di milioni di individui li rendono ciechi a fenomeni le cui pericolose implicazioni sono lampanti. O forse il tutto rientra in un meccanismo ormai malinconicamente consolidato. Le folle planetarie che si riversano negli stadi a osannare i datori di calci pagati a suon di centinaia di milioni di dollari pullulano di morti di fame che poi scendono in piazza - vedi Parigi - per rivendicare migliori trattamenti salariali! Allo stesso modo, il ventre molle dell’America rurale, anch’esso in parte fatto da morti di fame, dove la cultura e la consapevolezza critica sono probabilmente un frutto esotico, difende a spada tratta un leader che si compiace del proprio lusso, passa il tempo giocando a golf e scrivendo twitter e, particolare esilarante, si rifiuta di rendere pubblica la sua dichiarazione fiscale e - qualcuno sostiene - sta pensando di nominare la figlia come eventuale candidata vice-presidenziale per le elezioni del 2020!

      Viviamo in tempi pericolosi…

Antonello Catani, 4 gennaio 2020