I Tartari e Giotto - parte prima

I Tartari e Giotto - parte prima

Tracce di  “occhi a mandorla “ sono riscontrabili negli affreschi, nelle tavole  e pale d’altare, nelle pinacoteche e nelle chiese di Firenze - Roma - Venezia - Padova - Assisi e naturalmente Siena.  Altre tracce si trovano nelle mappe geografiche, nelle stoffe e nelle sete provenienti da corredi tombali o sacri medievali.  I resoconti di viaggio dei vari missionari, anche se spesso iperbolici e molto di parte, contribuirono non poco a creare quella dimensione tra il fantastico e il misterioso che influenzò l’atteggiamento e le conoscenze dell’epoca di Giotto rispetto all’Oriente.  Se pensiamo che Giovanni da Pian del Carpine giunse in Catai via terra,  partendo da Lione, oppure che i Polo circumnavigarono l’Asia meridionale fino a Canton, ci si rende conto che nel 1300 avvenne una scoperta dell’Asia paragonabile a quella di tal Colombo due secoli dopo.   Credo sia corretto notare che, durante il Medioevo, l’orizzonte geografico per gli europei coincideva con quello spirituale della cristianità. Il concetto teologico che ispirava la cartografia del 1200 indicava l’Oriente come sede del Paradiso Terrestre e Gerusalemme, sede del Santo Sepolcro, fissava anche il confine del mondo conosciuto.  È impressionante constatare più che l’imprecisione, la totale fantasia in merito di cosmografia al di fuori del Mediterraneo. Per poter acquisire una corretta chiave di lettura, a mio parere, circa l’opinione che nel Medioevo si aveva dell’Oriente, si tenga presente che esso veniva identificato come la fonte di tutti i beni e i mali del mondo, sì sede del Paradiso Terrestre, ma anche portatore di epidemie, eresie e creatore di mostri.

Prima che Dante nascesse, molti grandi capolavori della letteratura cinese erano già stati scritti e divulgati per mezzo della stampa in tutto il Celeste Impero.  Oggetti e stoffe provenienti dal Catai , tramite il mondo arabo, con i loro decori e motivi iconografici, venivano ripresi e riprodotti senza preoccuparsi del loro significato.  Ad una prima fase di avvicinamento tra i due mondi, in cui prevalse l’elemento fantastico basato su visioni apocalittiche, fece seguito una seconda fase in cui giunsero notizie dirette che fecero mutare il punto di vista degli occidentali; si fini di veder nell’ Oriente mongolico un modello da seguire.  Un esempio noto a tutti è quello dato da Can Grande (Ihk Khaan in mongolo ) della Scala, signore trecentesco di Verona. Si ricordano i suoi paludamenti funebri ispirati alle sete provenienti da Karhoriin.  Quando un artista medievale inseriva una grafia orientale in un dipinto, intendeva trasformarla in simbolo, la grafia mongola era usata spesso per esprimere una connotazione negativa. Altre volte costituiva semplicemente un indizio esotico, una allusione al fatto che la scena avesse luogo nell’Oriente.  Altre volte era usata in contesti che implicavano esoterismo, magia, e ancora, inserita negli orli delle vesti di personaggi importanti, alludeva alla preziosità et rarità delle sete, enfatizzando così l’importanza di chi le indossava.

L’interesse alle grafie orientali nell’arte italiana è abbastanza recente e nasce grazie ai restauri moderni che hanno evidenziato particolari che il tempo e la polvere avevano nascosto.  È stato il giapponese Hidemichi - un orientale che cerca tracce di Oriente nella cultura italica - ad ispirarmi alla ricerca di tracce di Italia nelle steppe mongole.  A lui vanno i primi  e più significativi studi  sull’utilizzo di grafie mongoliche da parte di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova.  Oltre a Padova, Giotto lavora a Firenze,  città che aveva rapporti stretti con l’impero Mongolo; basti pensare ai suoi committenti che erano l’Ordine Francescano oppure la Famiglia Bardi che derivò le sue immense fortune dai commerci di stoffe con il regno di Kubilaj.

Le grafie in questione prendono il nome dal lama tibetano che, su ordine dell’imperatore che fondò la dinastia Yuan, le creò alla fine del XIII secolo: le grafie PHAGS-PA.  La scrittura ufficiale dell’impero mongolo finì su monete, documenti, epigrafi e... soprattutto sui PAIZA, i lasciapassare che permisero ai mercanti di Genova, Venezia e Siena di attraversare le steppe asiatiche, tutelati dal sigillo di  Kubilaj.

Il paiza era costituito da una placca di vari materiali, metalli come argento oppure oro, anche avorio o legni preziosi; la forma ricorda un cellulare avveniristico, con la telecamera al posto del foro per il laccio, quasi sempre rosso o giallo.   Su di esso erano presenti verticalmente tre grafie: a sinistra il phags-pa, al centro l’arabo e a destra  il tibetano oppure il cinese.

  La leggenda narra che se il possessore di uno di questi lasciapassare lo avesse mostrato a un qualunque suddito dell’ eterogeneo et infinito Impero avrebbe ricevuto aiuto in base alla preziosità del metallo che lo costituiva.  Anche un analfabeta poteva così facilmente intuire la misura e la levatura di chi gli stava mostrando il paiza.   In cambio del servizio costui avrebbe ricevuto dai funzionari imperiali tre volte tanto il valore delle merci o dei cavalli che aveva prestato.

Nella Cappella de’Bardi a Firenze, nella Chiesa Superiore di Assisi,  ma soprattutto nella  Cappella Scrovegni a Padova, Giotto ci fornisce la prova di aver avuto tra le mani un lasciapassare mongolo, un Paiza, appunto. 

Marco Ciglieri, 16 dicembre 2019