Simmetrie e confusioni atlantiche

Il cancelliere britannico Theresa May

Il paludoso scenario del Brexit e l'inquietante e surreale atmosfera che grava ogni giorno di più sull'Amministrazione americana a Washington costituiscono una malinconica smentita a ogni eventuale ottimistica idea che la politica obbedisca a meccanismi impersonali o a motivazioni razionali, meditate o comunque non basate su miopi ed egoistici espedienti. La caduta di livello e il caos che accomuna entrambi i suddetti scenari e di cui non si vede il fondo hanno preso l'avvio da disegni personali, il cui utilitarismo era lontanissimo da qualsiasi nozione di buon senso e lungimiranza.

In Gran Bretagna, l'ineffabile e oggi prudentemente scomparso David Cameron si inventò un referendum sulla permanenza o meno nella UE, sperando di uscirne così politicamente rafforzato. I fatti mostrano come né lui né i suoi sostenitori avessero la benché minima idea delle implicazioni giuridiche, commerciali e pratiche di un'eventuale uscita e del come essa avrebbe dovuto (e potuto) essere gestita. Risulta infatti sempre più chiaro che nessuno ci aveva pensato o non era interessato a certi noiosi dettagli. Cosa ancora più tragica, a parte gli emotivi rigurgiti di (defunti) orgogli imperiali e di isolazionismo, ovviamente dissimulati, e le tardive preoccupazioni per i pericoli delle invasioni dal mare, che potrebbero essere gestite da un'Europa immune dalle sciagurate decisioni migratorie della Cancelliera tedesca nel 2015, è assai dubbio che sia il disinvolto David Cameron che gli ostinati sostenitori del Brexit come Boris Johnson e Nigel Farage saprebbero offrire motivazioni che non siano faziose e condite di arroganza. Mentre lo stesso Guardian ha duramente bollato Johnson come un "buffone" e un "ciarlatano", poche cose possono meglio caratterizzare la serietà politica di Nigel Farage come il fatto che egli ha ripetutamente beffeggiato a Bruxelles l'istituzione da cui riceve un lauto stipendio! Non ci sono limiti alla faccia tosta...

In quanto al primo Ministro, la sua ostinazione nel difendere un Brexit colabrodo e nell'escludere un secondo referendum, che in base a recentissimi sondaggi vedrebbe un 59% di votanti favorevoli alla permanenza nella UE (il remain), tale ostinazione è ormai peggiore dello spavaldo avventurismo di David Cameron. Non è un caso che in questi giorni anche Mervin King, l'ex-governatore della banca d'Inghilterra, abbia accusato d'incompetenza sia il Governo che i difensori del Brexit. A maggior ragione, l'insistenza con cui continuano le accuse verso presunti avvelenamenti di marca putiniana sul suolo britannico è perlomeno sospetta e appare come una distrazione strumentale.

Insomma, da due anni a questa parte la vita politica britannica, le sue energie e le sue attenzioni sono state dissipate in un pasticcio senz'arte né parte che non fa certo onore alla tradizione di quel Paese, mentre il mondo va avanti e mostra imprevedibili mutamenti ed esigerebbe appropriate attenzioni.

Per una sorta di maligna coincidenza, gli avvenimenti d'oltre Atlantico appaiono singolarmente simmetrici a quelli britannici. Lo slogan elettorale, il noto "America first", dell'attuale Presidente degli Stati uniti è diventato lo scudo e il proiettile di tutta una serie di provvedimenti sostanzialmente privi di una loro meditata e coerente strategia. Dal ritiro dall'Accordo di Parigi sul controllo del clima al tentativo di demolire l'Obama-care, al muro messicano e fino alla ormai frenetica e puntigliosa (o paranoica) guerra delle tariffe, tutti questi provvedimenti hanno obbedito a primordiali e viscerali promesse elettorali, calcolate per predisporre un nuovo mandato. Ma non sono stati certo frutto di previe e oggettive analisi. Brexit tel quel.

In quanto alle trionfalistiche affermazioni che al Presidente vada il merito spetti il merito dell'attuale livello positivo dell'economia, vale la pena di fare due osservazioni. La prima è che  segnali di crescita erano già visibili sotto l'Amministrazione Obama. La seconda è che mentre il Dipartimento del Commercio ha appena comunicato una crescita del 2,3% per il primo quadrimestre 2018, l'inflazione viaggia peraltro attorno al 2,9%, cosa che significa che il potere d'acquisto si è ridotto in termini reali.

Le devastanti rivelazioni di questi giorni del libro di Bob Woodward – uno dei due giornalisti del Watergate - sul clima interno della Casa Bianca e sulle negative caratterizzazioni del Presidente americano da parte dei più stretti collaboratori come John Kelly e James Mattis e poi la lettera aperta al New York Times da parte di un anonimo funzionario dell'Amministrazione si aggiungono a un quadro già offuscato anche da una miriade di ulteriori elementi inquietanti. I bruschi licenziamenti di tanti collaboratori del Presidente, l'incriminazione di altri, il non chiaro regime amministrativo della presenza alla Casa Bianca della stessa figlia del Presidente e del marito – in che veste e con quali compiti? – le pressioni sul Procuratore Generale Jeff Sessions affinchè intervenga per por fine all'inchiesta del Consigliere Speciale Bob Mueller, la sospetta nomina del conservatore e trumpiano Brett Cavanaugh come futuro giudice della Corte Suprema, i frenetici comizi elettorali a sostegno dei Repubblicani in vista delle elezioni di medio termine di novembre, i sempre più petulanti e narcisistici twitter che sembrano ormai sostituire più dignitose e composte comunicazioni presidenziali, insomma, una lunga serie di comportamenti a dir poco confusi e inquietanti stanno gettando un'ombra sempre più incerta sull'attuale operato della Casa Bianca. Paradossalmente, l'altra grande ombra, quella di collusione con la Russia per biechi scopi elettorali, sembra quasi sbiadita.

Le tipiche e semplicistiche accuse di anti-patriottismo (in casa) o di anti-americanismo (all'estero) sono impietosamente confutate dalla mole e qualità del dissenso e degli indizi che si vanno accumulando. Uno stuolo di ex-generali a quattro stelle, di ex-direttori CIA e di ex-alti funzionari non ha esitato a definire con i termini più negativi l'attuale Amministrazione, mentre anche durante il servizio funebre in onore del defunto senatore repubblicano John McCain, due presidenti di parte opposta, Bush e Obama, hanno larvatamente accusato Trump di perseguire una politica divisoria e motivata da egoistici fini personali. Quello che maggiormente sorprende e preoccupa in questa situazione così palesemente inquinata è l'atteggiamento del Congresso. Come ha sostenuto recentemente Carl Bernstein, il secondo dei due giornalisti del Watergate, si assiste a una "totale abdicazione" dei Repubblicani dall'impegno a monitorare e vegliare affinché l'Esecutivo, e quindi il Presidente, assolva il suo mandato in modi e comportamenti appropriati. I motivi sono probabilmente assai banali: i Repubblicani, ex-critici del Presidente, ora fanno quadrato attorno a lui perché temono che una sua caduta ponga anche fine al loro attuale dominio nel Congresso, cosa per la quale stanno affrettando la nomina del già menzionato giudice conservatore Brett Cavanaugh prima delle elezioni di medio-termine.

Come si vede, in entrambi i Paesi sulle sponde opposte dell'Atlantico sono in atto sviluppi che appaiono sempre più inerziali e fuori controllo. Né il Parlamento Britannico né il Congresso Americano stanno infatti seriamente arginando e presidiando le lampanti insidie del Brexit e gli erratici e ambigui comportamenti dell'Amministrazione di Washington.

Eppure, in entrambi i casi, tutto è nato da infauste e furbesche manovre elettorali...

Antonello Catani