Il colabrodo migratorio

Il colabrodo migratorio

 “Nous avons des valeurs”, ha dichiarato poco tempo fa il presidente francese Macron, rimbrottando così le autorità italiane per il loro rifiuto di far attraccare l’Aquarius carica di migranti. Questa frase esemplifica in modo egregio la miscela di ipocrisia, di deformazione della realtà, di omissis e di miopia che hanno contribuito a rendere quella dei migranti una pericolosa ipoteca per il futuro dell’Europa, complici governanti, petulanti mass media e i pseudo moralisti alias ignoranti di turno.

     Il Presidente francese, infatti, sembra avere curiosamente dimenticato che l’attuale ingovernabilità della Libia e il suo essere diventata il colabrodo migratorio dell’Africa furono innescati proprio dal suo precedente collega, Nicolas Sarkozy, che volle a tutti i costi la caduta del regime di Gheddafi, decisione dettata – a parole - dal nobile scopo di ridare finalmente democrazia e libertà alle popolazioni locali. In realtà, è ben noto come le vere  motivazioni dell’operazione non erano affatto così innocenti e avevano piuttosto a che vedere con i giacimenti di petrolio della Libia (fra i più grandi del mondo), col timore di veder diminuire l’influenza francese nella regione e con la speranza di risollevare l’affievolita popolarità politica del Presidente.

      Il catastrofico e paradossale risultato delle defenestrazione (o piuttosto massacro) del Colonnello fu una perfetta copia di quello iracheno: in entrambi i casi, agli evidenti difetti e misfatti di due regimi dittatoriali, che avevano peraltro assicurato una stabilità regionale (a parte l’annoso conflitto iracheno-iraniano comunque istigato dagli USA), si sostituì una vociferata democrazia corrosa da faide intestine e bendata a lutto da morti, disastri e sciagure infinitamente superiori a quanto era accaduto nei due precedenti regimi. Questo, per quanto riguarda la situazione interna dei due Stati. In quanto agli effetti oltre confine, in entrambi i casi la destabilizzazione regionale, è stata devastante, e ancora oggi incontrollabile. Se poi si aggiungono a tutto ciò lo scoppio del bubbone ISIS, che guarda caso non si era manifestato all’epoca dei due dittatori  (nonostante le sconfitte in Iraq e in Siria, i suoi lontani riverberi sono arrivati al Mali, alla Nigeria del nord, alla Libia e al Sinai), i demenziali attacchi terroristici compiuti in giro per il mondo da imberbi fanatizzati, le faide interne in Libia, Iraq e Siria e la conseguente accresciuta insicurezza mondiale nei movimenti di persone, apparirà più chiaro il grado d’instabilità e devastazione provocato dalle due suddette pseudo-spedizioni liberatorie, in realtà, criminali oltre che stupide. Come dire che alcuni individui e le loro affaristiche consorterie hanno sconvolto intere regioni e, cosa, inspiegabile, rimangono impuniti.

      Assieme alle pretestuose operazioni libico-irachene è poi impossibile non menzionare anche quelle siriane. L’immane fuga dei Siriani dal loro Paese – i rifugiati - è solo in minima parte dovuta alle “crudeltà” di Bashir Assad ma soprattutto alle ciniche manovre e ai perversi incroci di due contemporanee guerre per interposta persona (quella fra Arabia Saudita e Iran da una parte, e quella fra USA e Russia dall’altra, a cui si aggiungono le isterie anti-curde della Turchia, oggi esacerbate da un autoritarismo bigotto che avrebbe fatto inorridire lo stesso Kemal Ataturk. Anche questo è ben noto. Il resto, incluse le agitazioni di non ben definite ma bene armate opposizioni e le melodrammatiche cronache di giornalisti prezzolati, è solo il tipico fragore che esacerba il lamento delle vittime senza peraltro sollevare il velo che nasconde la verità.

      E’ esilarante notare come tutti sembrano dimenticare le relazioni di causa-effetto fra gli eventi sopra menzionati e le odierne immigrazioni (alias invasioni) di massa a cui è sottoposta l’Europa da vari anni a questa parte. Il perché è solo in parte evidente: i moralisti, gli ipocriti e i pigri di turno non hanno voglia o capacità di risalire alle radici degli avvenimenti, i mass media non hanno la convenienza o il tempo di scavare e risalire alle radici – la trasmissione delle notizie è strutturalmente frammentaria, frettolosa e misurata con l’orologio -  mentre Stati e governanti si guardano bene dal mettere sul serio il dito su qualcosa che in buona parte essi stessi hanno provocato, stimolato o comunque non prevenuto. Risultato significativo: folle imani si dirigono verso l’Europa, mentre USA, Cina, Russia, Arabia saudita, Iran e gli stessi Stati del Magreb rimangono immuni. Ma gli Stati europei continuano a trastullarsi con le loro beghe, con contorsioni moralistiche o nazionaliste…      

       In questi comportamenti un posto d’onore va certo assegnato all’incredibile leggerezza con cui gli ex-governi italiani hanno sguazzato nel più demenziale laissez faire, permettendo e per così dire aizzando le spedizioni marine di disgraziati,  peraltro lucrose. Al suddetto laissez faire italico si è perversamente sovrapposta l’irresponsabile politica delle “porte aperte” della Cancelliera tedesca, che ha fatto entrare in Germania senza alcun criterio e buon senso qualche milione di individui analfabeti e del tutto impreparati all’humus storico-psicologico del paese. Non contenta di ciò, la stessa Cancelliera ha anche potuto pronunciare la farneticante affermazione “l’Islàm appartiene alla Germania”, che merita anch’essa un posto d’onore, ma in quello dei detti esecrabili. Come la maggior parte degli uomini politici avvezzi alla suadente droga del potere, per quanto in questi giorni sempre più vacillante, la Signora Merkel continua ad arrampicarsi sugli specchi, allo stesso modo di un’altra signora innamorata del potere, il Primo Ministro inglese, Teresa May, che non si dimette nonostante il caos che il suo governo è riuscito a creare con la brexitiana obstinatio.

       Assieme a queste irresponsabili ipoteche vi è un altro danno forse ancora più imperdonabile. Grazie e a causa di tali ostinate e avventate politiche, che hanno preso la forma di imposizioni comunitarie (quote e simili), si sono create spaccature e colpevolizzati di Stati (vedi Polonia e Ungheria o Austria), regalando inoltre su un piatto d’argento argomenti mistificati a irriducibili demagoghi come Nigel Farage o Boris Johnson, i quali continuano a seminare zizzanie che a suo tempo gli Inglesi pagheranno care. Nell’epoca delle continue formazioni di strutture societarie sempre più gigantesche - ultime delle quali la fusione di AT/T con Time-Warner e quella di ThyssenKrupp con Tata Steel, ma si preannuncia anche quella della Disney con Comcast o con la Fox - la petulanza degli isolazionismi, delle indipendenze da parte di province lillipuziane o anche di ex-nazioni imperiali è semplicemente patetica e pericolosamente miope.

       Ciò, per sottolineare come le derive delle politiche migratorie sono di gran lunga più estese e deleterie di quanto non appaia.

       Nel Giulio Cesare di Shakespeare, Antonio pronuncia una frase memorabile: “Il male che gli uomini fanno sopravvive loro, mentre il bene è spesso sepolto con le loro ossa.“ Poche nozioni sono state più vere e costituiscono una lente più oggettiva per osservare gli eventi. Quale che sia il futuro governativo della Signora Merkel, gli effetti delle sue pervicacie migratorie sono purtroppo destinati a sopravvivere alla sua uscita dalla scena. Il male è stato fatto a dei livelli così abnormi e assurdi da rendere ovviamente complicate anche le soluzioni di ritorno alla normalità, normalità che non può che corrispondere al rispedire al loro paese d’origine una buona parte dei migranti, perlomeno tutti quelli che non possiedono le abilità, gli atteggiamenti e le conoscenze per una armonica integrazione. Come si poteva e si può pensare infatti che individui improvvisamente usciti da situazioni sociali e mondi totalmente diversi, molto spesso analfabeti e fra l’altro cresciuti in culture tribali o rigidamente musulmane, possano essere armonicamente e proficuamente integrati in un tessuto sociale così complesso e articolato come quello europeo? Solo degli imbecilli in mala fede possono crederlo. D’altra parte, anche soluzioni drastiche del tipo sopra menzionato, apparentemente ciniche ma basate sul buon senso, sono sabotate  dalle confusioni mentali, dai papagalleschi slogans dei diritti umani, dall’ignoranza e dalla pavidità, che continuano a estorcere il loro ingannevole tributo e a avvelenare la situazione.       

      La frase di Antonio è del resto applicabile non solo alla Cancelliera tedesca ma anche a quei governanti italiani che hanno lasciato che il flusso dei migranti assumesse proporzioni incontrollabili. Come stupirsi, se i disgraziati, incoraggiati dall’ignavia e pigrizia di politici e burocrati irresponsabili,  si sono gettati la voce e hanno moltiplicato i loro tentativi?

      Nel frattempo, i mass media, sempre alla ricerca di temi a effetto, hanno continuato a consolidare il melodramma, guardandosi bene dallo scavare in profondità e toccare le radici del problema o dall’indagare su certi poco chiari protagonisti. Per esempio, qual’è il ruolo delle cosiddette navi fantasma Ong che raccolgono e depositano i migranti come se esse fossero un’entità sovra-nazionale? Da chi sono pilotate? Da chi sono finanziate? Sotto quali organi disciplinari si trovano? Mistero.. E comunque surreale esempio di pericolosa anarchia internazionale…Se effettivamente tali navi sono sospinte da motivazioni umanitarie, dovrebbero essere i loro finanziatori  a farsi cura essi stessi dei migranti. In realtà, il comportamento di questi navigli, più ambigui dei pirani somali, sembra seguire il furbesco adagio “Armiamoci e partite”, in questo caso, raccolgo e scarico.

       Insomma, a parte la continua e ossessiva proiezione di barconi carichi di donne gravide, di bambini e di volti stralunati, alcuni banali ma sostanziali fattori sono lasciati nell’ombra. Intanto, come mai le marine militari mediterranee, l’Interpol e gli stessi Stati africani interessati non hanno organizzato vere e proprie caccie all’uomo, e cioè, ai moderni negrieri organizzatori del traffico? In certi casi, governi e servizi si mostrano spietati ed efficienti. Come mai in questo caso sembrano arrancare?

       Bene, a parte questo aspetto di tipo operativo-logistico, ne esiste tuttavia uno ben più significativo e per così dire strutturale. I barconi non provengono dalle nuvole ma da un luogo ben definito: l’Africa. Quello dei barconi, prima che essere un problema di migranti, è un problema africano.  E’ incredibile come anche il recente summit di Bruxelles con i suoi pallativi da dèmi vierges abbia mostrato come in fondo si continua a evitare di prendere il toro con le corna. E il toro è costituito da un banale ma lampante fenomeno: forse indirettamente e in modo strisciante ma comunque di fatto l’Africa sta esportando il frutto dei suoi problemi demografici, sociali ed economici. A distanza di circa sessant’anni dall’indipendenza e venuti quindi meno  i relativi alibi sulla povertà o maltrattamentI colonialI, a parte alcune rare eccezioni, l’Africa, incluse quindi le ex-colonie francesi dimenticate dal Presidente Macron, continua ad essere la protagonista attiva di tutta una serie di fatti poco nobili (il termine è chiaramente un eufemismo)  da cui in fondo sono partoriti i barconi. Fra di essi si possono citare i  terribili genocidi – il virus ha imperversato anche nell’ex-Indocina francese - una dilagante corruzione, l’inesauribile numero di dittatori senza scrupoli arricchiti e impuniti, la generale insicurezza di molte zone (vedi per esempio il Mali e la Nigeria del nord, senza dimenticare l’Etiopia o la Somalia), a cui si aggiunge una povertà individuale media pro-capite scandalosa in un continente fra i più ricchi di materie prime della terra. Proprio le odierne  fughe verso il Mediterraneo suggeriscono che il supposto progresso  democratico e sociale sbandierato dalla decolonizzazione è stato pagato a un prezzo altissimo o, meno eufemisticamente, è latitante.

     Insomma, tutti si affannano e comunque ne approfittano per scagliarsi su chi (vedi Polonia, e Ungheria e recentemente anche Austria) non si unisce al coro degli ipocriti ma solleva reticolati o chiude moschee, ma le vere origini degli esodi sono accuratamente tralasciate…. Anche qui, in particolare per rifugiati e migranti musulmani, nuovamente ipocrisia e ignoranza evitano di prendere in considerazione alcuni fattori macroscopici.

       Uno di essi è la reale capacità o disponibilità all’integrazione dei Musulmani, trapiantati e non. Non c’è bisogno di tirare in ballo il terrorismo. Basta dare un’occhiata in giro per le varie città d’Europa e osservare i comportamenti striscianti  se non anche le dichiarazioni coscienti, e vedremo che costoro semplicemente spostano in Europa i loro valori, usi e costumi, inclusi quello  triste e patetico del velo per le donne o la totale sudditanza di queste ultime ai maschi della famiglia, per rendersi conto che quella dell’integrazione è una favola.

     Se poi volessimo estendere il discorso a integrazioni o sensibilità di tipo specificamente culturale, noteremmo che lo iato è ancora più stridente. Mentre per esempio miriadi di musicisti giapponesi contemporanei producono concerti e sinfonie stimolati dalla tradizione musicale occidentale, sarebbe difficile trovare qualcosa di analogo nel mondo musulmano, salvo rarissime eccezioni. Ancora, mentre il cinema americano e europeo continua a trovare motivi d’ispirazione nell’antichità greco-romana o magari anche egiziana pre-cristiana, un Paese come l’Egitto, con un ricco passato faraonico e greco, non risulta nutra gli stessi interessi, salvo che per il recente passato ormai islamico.

       Del resto, proprio chi invoca i diritti umani e della diversità e insomma auspica vaghe integrazioni si contraddice in modo plateale. In realtà, dal loro punto di vista, gli immigrati musulmani o anche quelli africani hanno tutto il diritto di respingere la nozione d’integrazione come di un qualcosa impositivo e coercitivo. C’è solo un dettaglio: ognuno ha diritto di mangiare e dormire come vuole nel suo luogo d’origine, ma se è a tutti gli effetti ospite in un altro luogo, se ha chiesto rifugio, il buon senso vorrebbe che costui si adatti alle regole dell’anfitrione. E qui sta il vero problema, che le folle dei suffraggetti e suffragette non intendono. Se già è assurdo pensare che nel giro di qualche mese o anno degli adulti di società e comunità ancora in parte tribali possano assorbire umori e costumanze che affondano nei secoli e nei millenni,  ancora più irrealistico è trascurare certe differenze strutturali, in particolare quelle che concernono la cultura islamica. L’Islam non è una religione come il Cristianesimo, ormai relegabile o riducibile alla sfera privata e psicologica. Esso è ancora una religione totalizzante, in cui è praticamente impossibile distinguere fra religioso e civile, fra religioso e politico.

       Nessuna demonizzazione: la sopra menzionata differenza è solo un dato di fatto, che però ha conseguenze a livello di aspettative, comportamenti e usi quotidiani. Chi non riconosce questo inoppugnabile dato di fatto o lo minimizza si nasconde dietro il dito. Allo stesso modo si nasconde dietro il dito chi omette di denunziare una situazione ben nota: c’è forse qualche Paese della UE che ha avuto il buon gusto e il coraggio di richiedere di poter costruire un analogo numero di chiese nei vari Paesi islamici di provenienza degli immigrati musulmani?  Questo è un esempio sostanziale di reciprocità dei diritti, e anche questi sono diritti umani, eppure, quanti degli scalmanati difensori dei diritti dei migranti musulmani menziona indignato i soprusi e le angherie a cui sono sottoposti Cristiani e non Cristiani in tanti Paesi islamici? Non solo in Egitto i zelanti Sunniti assaltano i Copti, ma nello Yemen gli stessi Sciiti (musulmani) sono falcidiati dai Sunniti sauditi. Le accuse di xenofobia e di demonizzazione dell’Islàm rivolte a tutti quelli che non si allineano a torpide acquiescenze (figlie della pigrizia mentale e cugine della pavidità) sono da questo punto di vista esilaranti. Veramente, chi è senza peccato, scagli la prima pietra.

      Ma ritorniamo al problema dei barconi…L’Africa… 

      Ora, parlando di Africa, due fattori sono essenziali. Uno è quello delle ricchezze naturali, e l’altro quello demografico. Nella loro compresenza risiede il vero problema.

Alcuni dati statistici, del resto alla portata di tutti e anch’essi ben noti, la dicono lunga.      

      Intanto, nel 2017 la popolazione africana era pari a circa un miliardo e duecento cinquanta milioni di individui. Il totale dei migranti, che nel 2000 era pari a circa 25 milioni, passò a 36,3 milioni, con un aumento del 68%. Una buona parte di costoro sono rifluiti in Europa. (Fonte: Nazioni Unite).

      Sempre in base a una stima delle Nazioni Unite, nel 2050 la maggior parte degli Stati dell’Africa sub-sahariana avranno raddoppiato la loro popolazione, mentre quella degli stati europei rimarrà sostanzialmente invariata o, come nel caso della Russia, Belarus, Estonia, Croazia, Repubblica Ceca, Germania, etc., essa sarà addirittura fortemente diminuita rispetto a oggi. La suddetta proiezione deve peraltro essere interpretata alla luce dei dati attuali sui rispettivi tassi di fertilità, che sono ben diversi a seconda dei gruppi etnici. In altre parole, anche quando le popolazioni degli specifici Stati aranno diminuite in termini assoluti, i gruppi etnici con alti tassi di fertilità come quelli africani continueranno a crescere in termini più che proporzionali.  

      Quello del tasso di fertilità, e cioè del numero medio di figli che una donna può avere nella sua vita, tema peraltro trascurato nelle inconcludenti sessioni comunitarie, dovrebbe invece essere all’ordine del giorno proprio riguardo ai migranti africani. Sappiamo che il tasso di fertilità in Europa nel 2105 era pari a 1,58  (Dati UE). Se tuttavia prendiamo in considerazione quello dell’Africa Sub-sahariana nel 2016, scopriremo che esso era pari a 4,8.  Ma si tratta di una media benevolente. In realtà, in Costa d’Avorio esso era pari a 4,9, nel Burundi a 5,7, in Angola, a 5,7, in Mali a 6,1, in Somalia a 6,3 e in Niger a 7,2! (Fonte: Banca mondiale). In altre parole, nel giro di una generazione, la presenza di comunità africane in Europa sarà raddoppiata, mentre la popolazione locale di vari Stati sarà invece diminuita.

      Questo è solo l’aspetto statistico. Il relativo scenario sociale delle suddette proiezioni è abbastanza prevedibile. Come accade da che mondo è mondo, l’esplosione demografica delle comunità etniche importate sarà accompagnata anche da un aumento delle loro rivendicazioni, non in conformità al tessuto locale ma in-opposizione a esso. Per addolcire lo scenario, si dirà che in fondo anche in altri tempi, per esempio, anche al tempo dell’Impero Romano, vi furono delle ondate migratorie. Ciò è vero, ma con un’incalcolabile differenza: i vari Celti, Goti, Germani, etc., non erano portatori di nessuna religione o cultura estesa e totalizzante. Essi assimilarono la civiltà romana e ancora di più il cristianesimo nelle sue varie forme. Chi può onestamente affermare che questo è il futuro e/o l’obbiettivo delle comunità musulmane e africane che oggi si riversano come formiche in Europa? Nessuno. Fra l’altro, almeno da questo punto di vista, soprattutto i musulmani più zelanti sono curiosamente simili agli altrettanto zelanti fautori del Brexit: anche costoro rivendicano la loro diversità ma senza rinunciare a certi vantaggi di tipo tariffario o normativo offerti dalla parte con cui non ci si vuole integrare.

      Se prendiamo ora in esame alcuni dati peraltro ben noti sulla ricchezza del continente africano, essi sono altrettanto eloquenti ma enigmatici. Per esempio, l’Africa produce il 5% dell’alluminio mondiale, il 17% dell’uranio, il 75% del platino, il 6% del rame, il 45% dei diamanti. Nazioni poverissime come il Burundi , la Namibia, lo Zambia e la Sierra Leone sono ricchissime di alcuni fra i minerali più rari e preziosi del pianeta, come il cobalto, il platino, il vanadio, il tungsteno, il cromo, il cadmio e il molibdeno. In Africa è situato il 99% del cromo (essenziale per le leghe metalliche), l’85% del platino (essenziale per l’industria automobilistica, il 70% del tantalo (utilizzato nella chirurgia, elettronica, etc.), il 68% del cobalto (industria chimica, etc.), il 54% del’oro. (Fonte: Africa Economic analysis)

       Nella lista va poi ovviamente incluso il petrolio, dove nuovamente Paesi come la Nigeria, l’Angola o Il Congo detengono cospicue riserve. Se poi si supera la fascia del Sahel verso nord, troviamo che la Libia possiede, come già osservato, fra le più grandi riserve mondiali di petrolio del mondo e l’Egitto la maggior capacità di raffinazione del continente africano. Questo paradiso di materie prime fu abbondantemente sfruttato nel periodo coloniale e continua ad esserlo ancora oggi, in alcuni casi con gli stessi protagonisti (Gran Bretagna e Francia) ma anche con nuovi venuti. E’ infatti notoria l’instancabile e capillare penetrazione commerciale e industriale della Cina, che importa dall’Africa il 25% del suo petrolio.

       Nei due elementi sopra citati risiede il vero problema rappresentato dai migranti. Un continente ricchissimo sta esportando le sue disparità e inefficienze sociali, il risultato delle sue cattive e corrotte gestioni  (se non vogliamo trovare sempre l’alibi dello straniero sfruttatore), mentre né esso né i Samaritani europei di tutte le fedi e denominazioni si preoccupano di arginare, anche con sistemi drastici, il catastrofico aumento della popolazione africana. Nonostante le sue immense ricchezze, solo la letterale imposizione del controllo delle nascite può consentire all’Africa di non essere travolta dalla sovrappopolazione, che del resto i migranti recano a braccetto con sé. La politica di un solo figlio, inaugurata dalla Cina nel 1980 e rilassata nel 2013 fino a un massimo di due in certi casi, costituisce l’esempio più persuasivo di sforzi analoghi. Anziché chiacchere e solo farmaci anti-aids, per il benessere delle future generazioni di questo pianeta insidiato dagli imbecilli e dai lestofanti, i Samaritani europei dovrebbero farsi portavoce di questi problemi con i vari stati africani che sospingono i loro problemi umani oltre confine. Prima ancora dei farmaci e della farina, l’Africa ha urgente bisogno di aiuti medici e di sovvenzioni miranti a capillari sterilizzazioni di popolazioni in cambio di investimenti e progetti di sviluppo economico. Altro che Ong, quote e l’improduttivo tergiversare in cui si cullano stuoli di funzionari comunitari.

       Fra le soluzioni raccomandabili, oltre all’auspicabile celere uscita di scena dei tanti fautori delle infiltrazioni migratorie o dei rovinosi isolazionismi; oltre alla cessazione dei continui ingressi e alla rispedizione al luogo d’origine di milioni di indebiti e sciagurati maltrattati dal loro stesso Paese, un altro urgente rimedio sarebbe quello di mandare in pensione anticipata tutti i funzionari comunitari e governativi (anch’essi miriadi come i migranti) che hanno spudoratamente malservito gli interessi delle Istituzioni che li pagano (profumatamente).   

Antonello Catani, Atene, 4 luglio 2018