L'inestirpabile arroganza del potere

Gli Usa, da Obama a Trump

    Tempo fa l’autore di queste righe si era chiesto se per caso il candidato americano alla presidenza, e ora Presidente degli Stati Uniti, non fosse poi così cattivo come certe campagne di opinione lo dipingevano. Le ragioni di tale beneficio d’inventario erano sostanzialmente basate sulle aperture di quest’ultimo nei confronti della Russia e sui dubbi da lui espressi circa l’identità e reale orientamento dei cosiddetti “ribelli” siriani fino ad oggi sostenuti dagli Stati Uniti.

    Di fatto, tali atteggiamenti non erano irrazionali: avevano e continuano ad avere del buon senso – la demonizzazione di Putin è in buona parte pretestuosa e comunque non giova a nessuno, mentre  i dubbi sulla reale tolleranza dei ribelli siriani sono più che legittimi, visti i precedenti libici – ma i primi esempi di gestione del neo Presidente sembrano suggerire che il buon senso  era occasionale, parziale e soprattutto verbale. I suoi primi decreti stanno iniziando a mostrare nei fatti l’assenza di prudenza ed equilibrio che ci aspetteremmo dal leader di una grande nazione. L’arroganza dei portavoce presidenziali nei confronti della stampa, il decreto che istituisce un generale divieto provvisorio d’ingresso non solo ai rifugiati e immigranti ma anche ai semplici turisti di vari Paesi musulmani (ma non di quelli dove la Trump Organization fa affari), il licenziamento dell’attorney general Sally Yates per la sua opposizione alla legittimità del divieto, questi primi atti presidenziali hanno un deplorevole comune denominatore: l’arroganza, la velleità e il protagonismo, tutti atteggiamenti tipici di figure non precisamente liberali.

    Avevamo paura di un eventuale dèjà vu di certe passate politiche delle amministrazioni precedenti in caso  di elezione della signora Clinton, ma l’attuale dèjà vu dell’arroganza e del protagonismo velleitario della nuova presidenza – e non sono passate neanche due settimane – è forse ancora più preoccupante.

    Assieme alle centinaia di immigranti bloccati negli aereoporti, alcuni dei quali addirittura ex-collaboratori di varie agenzie americane operanti all’estero, un’altra imprevedibile vittima del decreto è diventata anche il Primo Ministro inglese, Teresa May, a cui oltre un milione e mezzo d’Inglesi indignati e infuriatI chiede di annullare il frettoloso e interessato invito rivolto al neo Presidente. Se si tiene conto che Bush ricevette un invito analogo solo dopo due anni di presidenza, e Obama dopo tre anni, apparirà immediatamente chiara la scarsa limpidezza dell’invito. In realtà, gli obiettivi che hanno provocato sia il fulmineo viaggio del Primo Ministro inglese sia il suo precipitoso invito sono ovvi: cercare sostegni fra i cugini d’oltre Atlantico per meglio difendere l’uscita dalla UE, mossa, questa, non meno frettolosa e velleitaria delle precedenti.

    Se gli obiettivi sono discutibili, le loro implicazioni sono inoltre poco lusinghiere. Lo stato di larvato, dissimulato ancoraggio – leggi dipendenza – alla politica estera americana, desumibile dagli atteggiamenti mostrati dalla Gran Bretagna verso la Russia, l’invasione dell’Iràq e la martellante campagna anti-Assad della BBC, giusto per fare esempi recenti, sono inequivocabili sintomi e derive della suddetta dipendenza, eufemisticamente definita “convergenza di vedute”. E’ un peccato che la Gran Bretagna  - o perlomeno una parte di essa - mostri di voler tornare in pratica a uno splendido ma ormai illusorio isolamento, scommettendo sui resti ormai allentati e labili del Commonwealth che, piaccia o no, è ormai un nostalgico relitto del passato imperiale.

    Queste tendenze isolazionistiche, popolarmente definibili come “facciamo meglio da soli” hanno un tratto in comune con quelle che sembra sfoggiare la neo-amministrazione americana. Mentre lo scenario attuale vede il costante e risoluto emergere di nuovi ambiziosi protagonisti economico-militari, dalla Cina all’India, demograficamente ultra-soverchianti, e l’Islam fondamentalista assedia l’Occidente, la nuova amministrazione americana non ha trovato nulla di meglio che colpevolizzare e demonizzare Stati interi e la Gran Bretagna pensa di trovare l’Eldorado, uscendo dalla UE.

    In genere, in casi simili il terzo gode. Così, il bando presidenziale agli ingressi di turisti, rifugiati e immigrati fornirà su un piatto d’oro sostegni ideologici ai forsennati che vedono nell’Occidente il prodotto di Satana, mentre le smanie isolazionistiche della Gran Bretagna indeboliranno sia lei che la UE, senza prevedibili realistici e positivi sviluppi.

    Talvolta, l’insistenza negli errori e nelle scelte poco lungimiranti può avere un paradossale vantaggio: quello di spingere, lentamente ma inesorabilmente, i protagonisti alla loro auto-sconfitta.

    Ma trattandosi di due grandi nazioni, ciò sarebbe veramente un peccato.

Antonello Catani, Atene, 2 febbraio 2017