La farina del diavolo

Nella storia delle nazioni l’influenza dei demagoghi e dei retori è sempre stata disastrosa.

Molti elementi consentono di interpretare il risultato del referendum inglese di uscita dalla UE come una tipica deriva demagogica, sciaguratamente alimentata dal rumore e insipienza delle grancasse mediatiche o dei partiti e dal generale intorpidimento delle intelligenze, furbescamente occultato come libertà di informazione e di esercizio dei diritti politici.

     Di fatto, i risultati del referendum e le percentuali dei pro e contro la permanenza nella UE sono un esempio clamoroso della poco attendibile validità e giustizia di certi cosiddetti strumenti “democratici”. In base alla democrazia del pollo, infatti, il 52,9% della popolazione della Gran Bretagna  imporrà al restante 48,1% decisioni e prospettive che tale imponente 48,1% non condivide. Non ci vuole molto a sostenere che in casi di tale importanza e per scelte così cruciali, una maggioranza così esigua rivela pericolose fragilità e ingiustizie di fondo.

      Esse sono del resto ancora più lampanti, se andiamo a leggere la composizione dei voti all’interno del territori delle Nazioni Costitutive della Gran Bretagna, le Home Nations. La percentuale dei voti a favore della permanenza è stata infinitamente più netta e pesante in Scozia (62%) e anche nell’Irlanda del Nord è stata robusta e inequivocabile (55,8%). Se alla fine sul totale hanno pesato il 53,4% dell’Inghilterra e il 52,5% del Galles, è perché la popolazione di queste ultime è più numerosa. Pochi verdetti potrebbero dunque apparire più ingiusti a degli Scozzesi o a degli Irlandesi. Lo dimenticheranno? Il buon senso suggerisce che dovremmo attenderci a breve dei referendum anche in Scozia e Irlanda del Nord. Il risultato? La nemesi vorrebbe che anch’essi facciano con la Gran Bretagna ciò che essa ha fatto con la UE.

      Questi ragionevoli scenari sono uno dei quasi certi sviluppi di quello che con sconcertante baldanza il leader dell’UKIP, Nigel Farrage, ha definito “the day of our independence.”

      Indipendenza da chi? Si tratta di rivendicazioni economiche o di rivendicazioni politiche?

      Supposto anche che misure economiche e imposizioni contributive da parte di Bruxelles fossero in tutto o in parte poco eque nei confronti della Gran Bretagna e percepite come inultimente costose, le molto probabili uscite della Scozia prima e magari anche dell’Irlanda del Nord dopo, quasi aizzate dal recente referendum, saranno enormemente più costose, economicamente, socialmente e politicamente.  Ma già le immediate reazioni negative dei mercati indicano che essi vedono nell’uscita dalla UE una debolezza e dei pericoli. Fondate o meno che siano le reazioni dei mercati, quello che conta è che essi non paiono condividere le illusioni e le auto-celebrazioni dei Boris Johnson o Nigel Farage di turno.

     La decisione è stata invece sostanzialmente motivata dalle politiche europee in tema di immigrazione? Anche se ciò fosse, e vi sono innumerevoli ragioni per considerare del tutto irresponsabili e dannose le attuali indulgenze e tolleranze europee in tema di immigrati, la decisione è stata una ancora più improvvida fuga in avanti. Uno dei ruoli e compiti fondamentali degli Stati e degli uomini politici è quello di dialogare, sia pure a ferri corti, ma dialogare. Qui, la scelta è stata semplicemente di andarsene. Inoltre, le supposte preoccupazioni in tema di immigrati contrastano e contraddicono decenni di tolleranza e permissivismo in casa, at home, nei confronti di immigrati di tutte le razze, specie dal bacino indo-pachistano e islamico. Se adesso in Gran Bretagna ci si rende conto che probabilmente erano state elargite per decenni eccessive assistenze e protezioni sociali  anche nei confronti di costoro, appesantendo i conti pubblici, che c’entra l’Europa? Il problema giù esisteva, indipendentemente dall’attuale ondata migratoria verso il continente europeo.

       Da certe dichiarazioni dei leaders sostenitori dell’uscita emergono tuttavia toni e allusioni che suggeriscono motivazioni o ombre più nascoste e meno razionali o puntuali. Nozioni come “possiamo fare meglio da soli”, o “ritorno al nostro passato”, che rimbalzano in tali dichiarazioni, corrispondono irresistibilmente al vecchio splendido isolamento britannico, però dei tempi che furono. E i tempi che furono, quando la Gran Bretagna poteva appunto permettersi il lusso di non tollerare nessuna nazione egemone in Europa ed essere padrona dei mari, bene, quei tempi sono tramontati. Nessun Impero più esiste, con tutti i suoi vantaggi di mercati protetti e di sfogo di esportazioni e mano d’opera.

       Se queste ombre sono impalpabili e non esplicite, tutto nelle dichiarazioni trionfalistiche e assai miopi di vari fautori dell’uscita le evoca e le fa riemergere. A questo proposito, uno dei probabili risultati paradossali, che non sarebbero per esempio piaciuti a uno statista inglese del XIX secolo, sarà quello di un avvicinamento e irrobustimento dell’asse franco-germanica.

       E’ un peccato che una parte di popolazione di una grande nazione come la Gran Bretagna si sia fatta abbagliare da slogans populistici e da rivendicazioni velleitarie e trionfalistiche che corrispondono a logiche di partiti e visioni puramente ideologiche piuttosto che a realtà tangibili. Il vero problema o i problemi dell’Europa, sui quali e attorno ai quali si poteva e si doveva discutere, anche battendo i pugni sul tavolo, sono ironicamente la parcellizzazione in Stati e Staterelli di tipo lillipuziano, la loro frettolosa accoglienza come membri e la supina acquiescenza verso le obsolete strategie geo-politiche americane. E per colmo d’ironia (o incosciente velleità?), proprio la Gran Bretagna, erede di un grande Impero, non solo si distacca da un organismo che rappresenta, sia pure con le attuali imperfezioni, l’unico vero scenario di crescita degli Stati europei (con forti dubbi su quello dei summenzionati Staterelli), ma rischia di accendere un’ulteriore spirale di frazionamenti all’interno del suo territorio.

       Tutti sanno che la farina del diavolo non fa buon pane. Il tempo dirà fino a che punto questa scelta è stata incauta e poco saggia e chi sarà a pagare di più. Spesso, proprio quelli che scagliano le pietre sono anche quelli che non pagano.

Antonello Catani, Atene, 24 giugno 2016