La Bella Addormentata, la Madre di Satana e gli Struzzi

La Bella Addormentata, la Madre di Satana e gli Struzzi

 Una fotografia di alcuni giorni fa mostrava il primo ministro italiano Matteo Renzi mentre faceva jogging con il sindaco di Chicago, Rahm Emanuel, in attesa di partecipare al Nuclear Security Summit di fine marzo a Washington. Per lui e per molti altri leaders europei presenti al Summit, momenti di riposo e soprattutto d’illusoria lontananza dai virus che stanno insidiando l’intero tessuto dell’Europa. Detto per inciso, non risulta che qualcuno dei partecipanti abbia osato sottolineare, anche solo a mo’ di commento ironico fra le quinte, che la nazione ospite di turno è stata paradossalmente l’unica ad aver utilizzato per ben due volte la bomba atomica a scopi bellici (ma su civili).

       Ritornando ora a ciò che i leaders europei del Summit si erano lasciati dietro per qualche giorno, vale la pena di osservare come esistano corruzioni e degenerazioni degli organismi tanto più pericolose quanto più esse sono striscianti e tali da assuefare e quasi drogare i malcapitati pazienti. Solo così si spiegano la diffusa e apatica afonìa, la torpida sonnolenza o in molti casi la totale incomprensione di ciò che sta maturando ai quattro angoli d’Europa. E’ possibile che ad alcuni i termini “corruzione” e “degenerazione” appaiano eccessivi e melodrammatici, ma anche un superficiale esame della frequenza e della progressiva diffusione dei fenomeni a cui tali termini si riferiscono mostra come sia di gran lunga peggio sottovalutarli che esasperarne le implicazioni. E in ogni caso, fenomeni e processi che si ripetono e si estendono con sempre maggior intensità e frequenza sono quelli che di solito lasciano tracce indelebili sia negli organismi viventi che in quelli sociali.

      Per tali motivi, il paragone con La Bella Addormentata appare giustificato e quasi irresistibile, se non fosse che si tratta solo di un’ottimistica metafora e non si scorgono tracce di futuri e provvidenziali baci che interrompano questo malinconico oblio.

       Ovviamente, il sonno in questione non riguarda i continui attentati terroristici, che generano, al contrario, ansia e smarrimento. La sonnolenza e si potrebbe dire la “rimozione” riguardano piuttosto fenomeni che possono essere sottovalutati solo per conformismo, timore o pigrizia. La massiccia invasione di moltitudini (in gran parte musulmane) che si infiltrano o tentano di infiltrarsi verso tutte le longitudini europee e l’atteggiamento tenuto da molti governi e da una grossa fetta dell’opinione pubblica sono a questo proposito esemplari. I patetici ma anche pericolosi stravolgimenti del miope e intollerante buonismo imperante sembrano trascurare la perfetta solidarietà fra la suddetta invasione e quella dei batteri che assaltano e cercano di insediarsi parassiticamente negli organismi viventi forniti di sostanze nutritive o di comodi ripari.

        Queste analogie funzionali, che gli inveterati spiritualisti sicuramente respingeranno, sono solo uno degli aspetti della dilagante corruzione in atto. Non meno significativa è l’apatia e colpevole indifferenza delle autorità (perlomeno in Italia) nei confronti delle masse di questuanti che ad ogni crocicchio, bar, parcheggio, etc., tendono la mano o il berretto, con un “ciao” melenso. Anche nelle più nobili piazze, al posto delle statue o delle erme di romana o greca memoria, sono ormai radicati non i tappeti volanti delle Mille e una note ma quelli degli accucciati venditori di chincaglierie o i questuanti indisturbati e sfrontati. Vi è da supporre che esistano apposite circolari in merito (ufficiali ma ignote al pubblico) che ne avallano e legittimano la giornaliera occupazione. Guarda caso, tutti sono giovani e non storpi, e fra di essi non esiste un cinese. Chiunque sia stato in città europee con folte comunità straniere avrà notato questo fatto istruttivo: fra i ciondolanti, gli estensori di mano tese o gli accucciati per ore con i loro cellulari vi saranno immancabilmente Cingalesi, Afgani, Nord Africani, Arabi, Negri o persone del Bangladesh ma non un Cinese. Per trovare questi ultimi, dobbiamo infatti entrare nei loro innumerevoli empori diffusi ormai da un capo all’altro dell’Europa. Sotto un certo punto di vista formale, invasione anche questa, ma laboriosa, auto-sufficiente e coerente con l’attivismo della consacrata imprenditorialità occidentale. Inoltre, e non è poco, salutari tradizioni di minimalismo confuciano hanno da sempre scoraggiato nella mente cinese, salvo devastanti intermezzi comunisti, le eruzioni di fanatismo ricorrenti nelle varie religioni semite, Cristianesimo incluso.

      In realtà, sembra che tutta l’attenzione si concentri verso i terribili risultati di quella che, con toni pittoreschi e apocalittici, è stata battezzata “La madre di Satana”, ovvero il tipo di ordigno esplosivo usato dai terroristi negli ultimi attentati. Inodore e costituito da una banale miscela di perossido di acetone e acido, sostanze tutte facilmente reperibili, esso pare destinato a sostituire il ben noto Kalashnikov. Nella frenetica caccia ai responsabili durante tutti questi mesi, gli investigatori sembrano aver trascurato che soprattutto la protezione e complicità di intere comunità musulmane hanno permesso che individui come un Salah Abdeslam potesse vivere indisturbato per mesi nel cuore di Bruxelles, cosa che getta molte ombre sul supposto diffuso dissenso di tali comunità nei confronti della violenza terroristica e non. Del resto, dove sono le corali indignazioni e marce di protesta del mondo musulmano per gli eccidi di Parigi, Bruxelles e Lahore, per il bestiale linciaggio di Farkhunda Malikzade a Kabul o per la surreale settennale detenzione di Asia Bibi a rischio pena capitale per essere cristiana, giusto per fare solo alcuni sparuti esempi?

         Di fatto, tangibili indignazioni di massa in proposito non esistono e, cosa inquietante, la loro assenza è speculare a quella di tanti Europei nei confronti degli eventi a cui stiamo assistendo. E questi eventi non sono solo gli attentati o le già menzionate invasioni o le folle di questuanti a cui manca, per assomigliare a un vero e proprio impiegato, solo la famigerata cartolina da bussare. Non sono neanche la strabiliante trovata di elargire prebende con fondi europei ai profughi o immigrati nulla facenti che dir si voglia. Naturalmente, molti Italiani con pensioni da fame  - i due terzi - non capiscono come essi possano percepire pensioni che mediamente si aggirano attorno ai 750 Euro, mentre per i profughi è stata autorizzata una voce di spesa mensile pari a circa 1.000 Euro. Si sono poi visti molti migranti rifiutare, perché “non graditi”, alloggi (alberghi a cinque stelle) o addirittura menù appetitosi anche per un italiano esigente. Mentre si sa che l’ingratitudine può non conoscere limiti, rimane un mistero come queste vere e proprie aberrazioni non suscitino marce e proteste di rabbia. Quanti individui affamati dell’Africa o di nazioni come il Bangladesh sarebbero felici di ricevere anche solo un terzo di un vitto simile …

         Il colmo di questi surreali atteggiamenti è poi costituito dalle affermazioni secondo cui l’afflusso di profughi e i magri versamenti contributivi di coloro che lavorano aiuterebbero le altrimenti disastrate casse dell’’INPS … 

         Eppure, anche se sconcertanti e inquietanti, i fenomeni sopra menzionati sono forse meno insidiosi di altri che si stanno diffondendo in sordina ma a macchia d’olio. Essi sono il sintomo di un’ostinata ipocrisia, dettata non dal savoir vivre o dalla tolleranza ma dalla banale paura della propria ombra. Spieghiamoci meglio.

        Come interpretare, infatti, il consiglio (o ordine?) di non indossare minigonne o stivali alti sopra il ginocchio dato alle dipendenti del comune di Nieuw West, quartiere di Amsterdam con una grossa comunità islamica? Per una singolare coincidenza, il presidente del consiglio di zona è un musulmano di stretta osservanza. Che ne è della liberalissima Olanda, che può mettere tranquillamente in vetrina le sue prostitute? Ma forse il presente del “può” è solo temporaneo e dovrà essere sostituito con un “poteva”. Tolleranza? Tatto? In realtà simili improvvisi rigurgiti di moralismo sono dettati dalla paura. Paura che le minigonne possano aizzare l’incontinenza di qualche pio musulmano abituato a veder circolare solo tende gonfiate o l’ira di qualche moralista più radicale e spietato. Ma nessuno ha il coraggio di dirlo. Così come a Pocking, in Baviera, il solerte e impavido preside del liceo cittadino, accanto al quale è stato allestito un centro di accoglienza per rifugiati siriani, si è sentito in dovere di raccomandare alle famiglie bavaresi di usare un “abbigliamento modesto”, per non creare equivoci … Ma quali sarebbero o potrebbero essere questi equivoci? Eventuali rimostranze, condanne o attacchi sessuali? Non esistono eventualmente pene per questi ultimi? Oppure, cosa assai più probabile, dato il clima generale di tacita intimidazione che si è trasformata surrealmente in auto-intimidazione, già solo l’idea di dover arrestare e punire un musulmano genera inquietudine? Verosimilmente per gli stessi motivi di reticenza e riluttanza, le periferie e certi quartieri di numerose città italiane, dove maggiormente si sono ammassati immigrati e comunità straniere, sono diventati luoghi poco frequentabili e scintille di tensione cittadina senza che nessuna autorità intervenga a ripristinare una decente normalità.  

        A conferma che non si tratta di eventi isolati ma di un fenomeno in espansione un po’ dovunque, anche gli Svedesi, così noti per la loro tolleranza sessuale, stanno istituendo piscine separate per uomini e donne. Il motivo è sempre lo stesso: la presenza di maschi incontinenti - nuovamente, immigrati tradizionalmente repressi e presi da incontrollabili tentazioni tattili - spinge le autorità a una clamorosa fuga in avanti, modificando costumi e tradizioni solo a causa della presenza di gruppi sociali o individui con i quali – questo è il nocciolo della questione – non si sa bene come comportarsi. Per cui, la cosa più comoda o semplice è ancora una volta l’auto-intimidazione.

       A questo proposito, la risposta di un sindaco canadese di Montreal alle recenti richieste della comunità musulmana di abolire la carne di maiale da tutti i ristoranti delle scuole del suo distretto rappresenta un’eccezione e quanto di più sensato e dignitoso da parte di un uomo politico si sia udito nel corso degli ultimi anni: “Per i musulmani in disaccordo col secolarismo e che non si sentono a loro agio in Canada, ci sono 57 magnifici Stati musulmani nel mondo, la maggior parte di essi sottopopolati e pronti a riceverli a braccia aperte in accordo con la Sharia.” Gli uomini politici europei dovrebbero andare a scuola da questo ammirevole sindaco. Naturalmente, vi sono fondati dubbi circa l’effettiva ansia degli Stati musulmani, soprattutto quelli ricchi, di accogliere a braccia aperte dei correligionari profughi.

        Si dirà che in realtà anche in Italia si levano voci analoghe, come quella di un recente intervento di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere del 26 marzo: “In Italia non si può essere musulmani nel modo come lo si è in Iraq, in Senegal o in Eritrea. Lo si può essere solo in modo diverso: pena, per l’appunto, saggiare la durezza della legge.” Verissimo, ma con due osservazioni: primo, a differenza di quella del sindaco canadese, l’affermazione in questione non è purtroppo uscita dalla bocca di un uomo di governo; secondo, come mai Ernesto Galli della Loggia, da anni autorevole editorialista, scopre adesso l’acqua calda e non ha scritto le stesse cose anni fa, quando già certi fenomeni e le loro inevitabili conseguenze erano visibili e percepibili anche da un miope? Soprattutto coloro che avevano il prestigio e le opportunità di farsi udire avrebbero dovuto farlo già da anni. Ma lo fanno solo adesso. E’ già qualcosa.

        Bene. Salvo qualche sparuta eccezione, sembra che tutti i Paesi che nel corso degli ultimi decenni hanno accolto senza barriere intere comunità islamiche stiano ora cedendo a contorti sensi di auto-censura. Che tali comunità covino o non abbiano abbandonato certi modelli del tutto alieni ed estranei alla società e civiltà europea in cui esse sono state accolte è talmente lampante che gli esempi sono sotto gli occhi di tutti. Soprattutto il trattamento delle donne testimonia tali irriducibili diversità di modelli, i cui cambiamenti sono stati al contrario tappe essenziali nell’affrancamento della società europea dalle misoginie e ingiustizie nei confronti delle donne (peraltro ancora incompleto, vista la triste frequenza degli stupri).

        Non è un caso che in Olanda, in cui si sono concentrati oltre un milione di musulmani, il regista Theo Van Gogh sia stato assassinato nel 2004 non certo per vignette blasfeme ma per aver osato difendere, con il suo film Sottomissione, la causa dell’attivista olandese-americana di origine somala, Ayan Hirsi Ali, campione dei diritti femminili. Senza bisogno di citare i vari scontri televisivi di canali arabi dove aggressivi maschi in kefiah insultano una giornalista donna perché osa sedersi con essi in pubblico e non è velata (sic), già solo il filo rosso con la sventurata Farkhunda e con Asia Bibi è inconfondibile e suggerisce l’esistenza di una nevrosi sessuale che affligge la società musulmana e che viene ipocritamente mascherata come diversità culturale. Questo rifugio delle “diversità culturali” è solo una delle tante derive della mal digerita e stravolta nozione delle rivoluzionarie liberté e egalité, che hanno finito per diventare le fodere di ogni malcostume e anarchia morali e concettuali.

       Altro esempio precoce ma non meno sinistro di auto-intimidazione era già stato del resto l’assassinio nel 2003, sempre in Olanda, di Pim Fortuyn, non da un musulmano ma da un olandese. Il motivo? Secondo l’assassino, Pim Fortuyn odiava ingiustamente i Musulmani, che usava come capro espiatorio per le sue ambizioni politiche. Mentre, in linea col criminale buonismo retributivo della moderna civiltà occidentale, l’assassino è già uscito dal carcere, sarebbe difficile smentire l’opinione di Pim Fortuyn, secondo cui l’Islàm non ha mai subito un salutare processo di modernizzazione adeguato ai tempi e che l’influsso incontrollato di Musulmani in Olanda minaccia i costumi dell’Olanda liberale. Timori profetici. E’ quanto sta lentamente accadendo in tutta Europa. Detto per inciso, l’avverbio lentamente è onesto, ma non deve trarre in equivoco: come era logico attendersi, anche le invasione barbariche e la disgregazione dei più saldi imperi avvennero lentamente.

        Fanno parte delle suddette confusioni retributive anche le iniziali intenzioni del Primo Ministro francese Francois Hollande di togliere la nazionalità (sic) ai Jihadisti. A che pro? Di fatto, tale assurda punizione avrebbe lasciato indifferenti quelli fattisi esplodere e sarebbe stata del tutto inefficace con i sopravvissuti. Per fortuna, lo stesso ci ha ripensato.

        Si sa che il disaccordo sul buonismo viene bollato come razzismo da folle di agguerriti benpensanti, ai quali si potrebbe proporre di accogliere essi stessi a casa loro un paio di immigrati, per verificare fino a che punto il loro buon cuore è a prova di bomba. Quanti lo farebbero? Quasi certamente nessuno. Tutti scaricano sullo Stato questa bontà fatta di “armiamoci e partite”. Quindi, che sollievo, se ci pensa quest’ultimo … Ma lo Stato perché accetta poi di occuparsene? Per buonismo? Ovviamente, no. Qui inizia dunque quella zona grigissima delle code di paglia, delle prudenze, delle inerzie, delle contaminazioni ideologiche, delle convenienze politiche, degli equilibrismi, del timore delle rappresaglie, della furbizia della coperta stretta che lascia comunque scoperti o la testa o i piedi o magari tutto il petto.

        Cosicché le vanagloriose asserzioni di esponenti del governo, secondo cui in Italia non ci sono stati attentati grazie all’efficienza dei servizi segreti e degli apparati di polizia, suonano esilaranti, offensive e pericolose. Esilaranti, perché la loro baldanza pecca di auto-incensamenti governativi. Offensive, perché fanno apparire altri Stati, vittime di atti terroristici, come la Francia, gli USA, la Russia e il Belgio, come degli inetti, mentre l’Italia sarebbe al contrario un Paese di eccellenze ammnistrativo-gestionali … Pericolose, perché, anche se probabilmente una delle ragioni di assenza di attentati in Italia può essere stata la decisione di mantenerla come un comodo e indisturbato luogo di transito, le suddette pompose rassicurazioni rischiano comunque di provocare gesti cruenti con un preciso obiettivo ammonitore: noi colpiamo dove e quando vogliamo e chi vogliamo.

       Il generale atteggiamento di torpida rassegnazione, di riluttanza a guardare le cose in faccia, di ostinata illusione che si tratti di fenomeni a torto drammatizzati e passeggeri  o di rifugio nel “politicamente corretto” (metafora per “ipocrisia”) è talmente vasto e diffuso da corrispondere a un fenomeno che supera i miserandi scenari del terrorismo islamico. Esso sembra essere una delle manifestazioni del dilagante impecorimento da cui è afflitta la civiltà moderna. Anche quelle tradizionali hanno sofferto di tale omologazione collettiva. Nel caso di queste ultime, le fonti erano o continuano ad essere dei riti ormai meccanici, dei libri sacri e dei mores irrigiditi e anchilosati, se non meschine oleografie strumentali per opportunistici interessi. Nel caso della moderna civiltà secolarista – solo il termine “capitalista” qui non basta - l’anonimità e meccanicità pluralistica del consumo sono la fonte primigenia di questa progressiva tendenza alla greggificazione ad oltranza. Ogni civiltà si crea gli strumenti per rafforzare o fortificare certi suoi trends. In questo senso, i cosiddetti social media tipo FacebookTwitter, Instagram, etc. sono divenuti arene legalizzate dove folle immense si illudono di trascorrere in libertà momenti di svago, senza accorgersi che in realtà l’arena è solo un laboratorio per più efficaci strategie e manipolazioni pubblicitarie. Profeticamente, già a suo tempo Ernst Jünger aveva parlato di “potenze livellatrici”, mentre Herman Hesse nel Gioco delle perle di vetro, riferendosi alla moderna passione di massa per la giornaliera super-produzione di notizie, storie, giochi e pettegolezzi di varia natura del tutto inutili, aveva definito il nostro tempo come “L’era appendicistica”.

        Nel cercare di orizzontarsi nella confusione e nell’accavallarsi dei fenomeni, uno dei pericoli maggiori è il ricorso a fumosi e spesso pretestuosi criteri ideologici, che non tengono conto dei più banali dettagli, di solito trascurati dai chiacchieroni. L’attenzione ai dettagli unita alla piatta strategia del contabile, che cerca anzitutto di isolare dei fatti, offre maggiori garanzie di non prendere abbagli.

       Nel nostro caso, una tipica manifestazione della tendenza ad ideologizzare e ulteriore sintomo dello stordimento in atto sono le pseudo-interpretazioni delle attuali eruzioni di violenza e i criteri di giudizio nei confronti della ri-emergente aggressività islamica. Così, per alcuni le cause sarebbero da ricondursi alle periferie degli emarginati; per altri alla povertà; per altri ancora sarebbero una tardiva vendetta per lo sfruttamento coloniale, per l’occupazione della Palestina o per l’invasione dell’Iraq; per altri ancora le cause andrebbero ricercate nel rifiuto dell’immoralità e ateismo (ovvero del secolarismo tecnologico) della società occidentale.  

       Prese una per una, tali supposte spiegazioni rivelano la loro inconsistenza. Nulla è più comodo del manicheismo, che divide semplicisticamente il mondo in buoni e cattivi, ma nulla è anche più falso e illusorio. Quanto le suddette giustificazioni-interpretazioni lascino il tempo che trovano lo dimostra per esempio il fatto che nessuno degli attentati terroristici è stato effettuato da individui provenienti dai paesi più disastrati e poveri del pianeta, tipo il Bangladesh o quelli dell’Africa subsahariana. In quanto allo sfruttamento e cattiverie coloniali, pur con tutti i loro difetti e rapine di materie prime, il numero di stragi e genocidi post-coloniali perpetrati da nativi contro nativi supera di gran lunga qualsiasi infamia coloniale. In quanto alle rapine di materie prime, quelle dei leaders di molte nazioni africane non sono state meno avide e insaziabili di quelle degli amministratori coloniali.

        Rapine a parte, anche senza il genocidio degli ebrei e degli armeni, lo sterminio dei kulaki (i contadini russi che si opponevano alla collettivizzazione voluta da Lenin e Stalin) o la morte per fame (Holodomor) di milioni di Ucraini fra il 1929 e il 1933, il libro nero di Paesi in precedenza sottoposti direttamente o indirettamente al colonialismo europeo conta un indisputabile numero di pagine fosche e sanguinarie. I pochi e rapidi esempi che seguono sono auto-esplicativi.

        L’operazione Searchlight ordinata nel 1971 da Yahya Khan per impedire la secessione della regione orientale del Pakistan nel 1971, l’odierno Bangladesh, provocò centinaia di migliaia di vittime. In Indonesia, almeno mezzo milione d’individui perirono durante la repressione anti-comunista del regime di Suharto negli anni 1965 e 1966.

       In Cina, durante il regime di Mao Tse Tung, curiosamente osannato in Europa da folle di studenti invasati e pateticamente ignari, da 2 a 5 milioni di individui perirono durante le repressioni della riforma agraria del 1951-1952, almeno un milione per i laogai (lavori forzati) e oltre un milione durante la cosiddetta “Rivoluzione Culturale”. Durante quest’ultima, specialmente nel periodo 1966-1968, la furia distruttrice delle Guardie Rosse superò in maniera spettacolare anche i rapaci saccheggi e le barbare distruzioni effettuate nella Città Proibita a Pekino dal Corpo di spedizione europeo nel 1900 in seguito all’assalto alle Legazioni da parte dei Boxers. Ancora, se fra il 1969 e il 1979 gli insensati bombardamenti americani nel nord Vietnam causarono almeno 150.000 morti – l’ossessivo interventismo planetario americano rappresenta uno dei fattori destabilizzanti del nostro tempo - il numero di vittime provocato in Cambogia dai Khmer Rossi di Pol Pot fu in ogni caso di gran lunga più alto (si parla di due milioni di morti).

        Lo scenario non è meno sinistro, se ci spostiamo in Africa.

        Se gli Hutu vengono massacrati dai Tutsi in Burundi nel 1972, nel 1994 saranno poi gli Hutu a sterminare centinaia di migliaia di Tutsi in Ruanda. In Etiopia, le repressioni di Haile Menghistu, che costarono la vita ad almeno mezzo milione di persone, non furono certo più tenere o eque di quelle effettuate da Graziani e Badoglio durante la campagna per la conquista dell’Etiopia. Allo stesso modo, le vittime del pugno di ferro del defunto Colonello Gheddafi e poi del terribile caos tuttora perdurante in Libia, a cui si è ora aggiunto il contributo dell’IS, non sono nuovamente inferiori alla dura politica di repressione adottata da Graziani al tempo della conquista  della Tripolitania e della Cirenaica. In Uganda, durante il regime di Idi Amin (1971-1979), da 100.000 a 500.000 individui furono uccisi con varie motivazioni. Impossibile poi non menzionare Mobutu Sese Seko, l’onnipotente capo dell’ex Zaire (poi divenuto Congo), buon amico di Reagan e in buone relazioni con Washington ma non - cosa significativa -   con i Sovietici, il cui stile di vita faraonico sottrasse all’erario del suo Paese da 5 a 15 miliardi di dollari e che faceva giustiziare i suoi avversari politici di fronte a enormi masse di spettatori.

       Le infamie e violenze sopra citate, e si tratta solo di un piccolo campionario, mostrano come nelle società dei Paesi affrancatisi dal dominio coloniale il numero dei santi e privi di ogni peccato è stato scarso, mentre hanno abbondato furfanti e gaglioffi non inferiori di rango ai cosiddetti malfattori dell’Imperialismo. In realtà, mai come nel periodo post-coloniale l’Africa e l’Asia sud-Orientale hanno assistito a stragi e violenze intestine che nulla hanno a che invidiare con qualsiasi malefatta del passato coloniale.

       La fortunosa creazione dello Stato di Israele nel 1948 nella ex-Palestina del mandato britanico è stata oggetto di furiose e interminabili diatribe e considerata causa motrice di qualsiasi aggressione islamica nei confronti dell’Occidente cristiano. Eppure, l’Afganistan è stato ripetutamente invaso, e praticamente nessuno (salvo i non miti Talebani) ne fà oggetto di rivendicazioni. I Sauditi bombardano spietatamente lo Yemen, mentre Saddam Hussein invase (imprudentemente) il Kuwait, leggerezza che gli costò la testa. In quanto all’Iràn, anche i successori del defunto ed esecrato Shah continuano a coltivare esattamente le stesse aspirazioni di potenza regionale nel Golfo Persico. In Iràq, dopo la stolta invasione voluta e pretesa dagli USA, venuta a mancare la scure inibitrice di Saddam Hussein, ora le fazioni e le antiche rivalità fra sunniti e sciiti mietono il loro giornaliero raccolto di sangue. Lo stesso vale per la Libia, che paga la mal digerita unità territoriale di Fezzàn, Cirenaica e Tripolitania.

        Che c’entra la Palestina in tutto questo? E cosa c’entra la religione? E cosa c’entra il terrorismo di Parigi o Bruxelles?

        Senza pretendere di sviscerare l’argomento, alcuni dettagli apparentemente lontani e sfocati sono degni di nota.

       Per indebolire le ricorrenti ribellioni dei Giudei, i Romani cambiarono il nome di Giudea in quello di Palestina, letteralmente, “terra dei Filistei”. Ironicamente, evidenze di vario genere sembrano aver definitivamente dimostrato che questi ultimi non erano una popolazione semita come gli Ebrei ma indo-europea ed eredi presumibili dei peleshet, uno dei Popoli del mare che razziarono a più riprese l’Egitto dal XIV al XII secolo a.C. Sezioni del Vecchio Testamento (Amos 9:7 ed Ezechiele 25:16), oltre che antiche iscrizioni egiziane coincidono nel far identificare gli antenati dei Filistei nei Keftiu, la cui terra d’origine sarebbe stata Kaftor e cioè, Creta. Paradossalmente, dunque, gli antenati degli attuali Palestinesi sarebbero indo-europei, colonizzati dagli Arabi …..

      Successivamente all’invasione araba del VII secolo d.C., una gran parte della popolazione della Palestina venne dunque forzatamente arabizzata ed islamizzata, anche se di fatto le dure repressioni romane delle continue rivolte avevano in pratica già decimato la popolazione ebrea e alimentato la diaspora vari secoli prima. Le fonti antiche parlano di almeno 200.000 vittime durante la distruzione di Gerusalemme, ad opera di Tito nel 70 d.C., e di 500.000 morti durante la rivolta di Bar Kokhba negli anni 132-136 d.C., sotto il regno di Adriano. Per almeno quattordici secoli quindi, nonostante il legame emotivo e spirituale con le terre ancestrali di Giudea e di Galilea non venisse mai meno e modesti nuclei di Ebrei continuassero a vivere in Palestina, le grandi comunità israelitiche sarebbero ormai vissute altrove, sparse in una miriade di paesi. Il rientro, prima in sordina e poi sempre più massiccio, anche se ostacolato sia da Arabi che da Inglesi, iniziò agli inizi del XX secolo, fino ai drammatici aumenti degli anni ’30 e ’40, dovuti anche alle persecuzioni e stermini nazisti in Germania.

       Alcuni particolari sono centrali a questo processo migratorio. Innanzitutto, molti sembrano dimenticare che le terre inizialmente occupate dai coloni furono regolarmente acquistate da ricchi latifondisti palestinesi. In secondo luogo, la Palestina non era uno Stato formalmente costituito e consolidato ma una regione dai contorni vaghi e imprecisi, tradizionalmente pluri-religiosa e multi-etnica. I problemi iniziarono ad acuirsi quando la maggiore iniziativa e le più sofisticate abilità tecnologiche ed imprenditoriali dei nuovi venuti si dimostrarono infinitamente superiori a quelle degli arabi, ancorati a sistemi di vita e di produzione arretrati.

        La rivolta araba del 1936, scoppiata come reazione per il progressivo aumento della popolazione ebrea e della sua competitività economica, fu probabilmente l’elemento che irrigidì l’auto-difesa dei coloni e stimolò progetti d’insediamento ebraici sempre più ambiziosi. Il congiunto attacco arabo nel 1948 e quelli successivi di Nasser nel 1967 e di Sadat nel 1973 non fecero che acuire ulteriormente e anzi ampliare i territori di occupazione. Fatalmente, gli Arabi e i Palestinesi, dimenticando che secoli prima eserciti musulmani avevano a loro volta occupato con la forza quegli stessi territori, trascurarono alcuni fattori in fondo banali: gli Ebrei non erano affatto degli estranei in Palestina e anzi, a differenza di Egiziani, Siriani o altri Paesi islamici, potevano vantare un remoto e inestinguibile legame spirituale con quelle terre. Inoltre, errore ancora più grave, respingere e cercare di buttare a mare individui che erano stati sterminati a milioni in Europa equivaleva a irrobustire fino alla disperazione il loro istinto di sopravvivenza. Tutti gli eventi successivi sono stati dovuti a queste tragiche sottovalutazioni.

       Il tavolo della reciproca accettazione, della pace e della ragionevolezza continua ad essere privo di commensali.

      Ora, imprevedibilmente, i fatti odierni mostrano curiosi paralleli e incomprensibili differenze riguardo alla nascita d’Israele. I coloni e gli immigranti ebrei, nonostante i lampanti legami di sangue, storia e razza con la Palestina, furono ostacolati da tutti, sia da Arabi che da Europei, fino al punto che spesso furono dirottati e respinti al porto di origine. Questi eventi sono noti ma ingiustamente dimenticati. In fondo, i flussi migratori ebraici verso la Palestina erano assai simili a quelli attuali dei Musulmani verso l’Europa. In entrambi i casi, vi sono folle d’individui in fuga da una realtà brutale e in cerca di una terra ospitale e di un rifugio. Bene. Le analogie e i paralleli si fermano qui, mentre le incongruenti differenze sono assordanti.

      Intanto, il numero degli emigranti ebrei fu di gran lunga più modesto di quello degli attuali migranti verso il cuore dell’Europa. In secondo luogo, gli emigranti ebrei non andavano a farsi ospitare ma si rimboccarono le mani anche in durissimi lavori agricoli di recupero delle terre. Se Israele ha potuto sviluppare un’agguerrita tecnologia e diventare anche esportatore di prodotti agricoli, ciò è dovuto ad abilità e sudori che a quanto pare non esistono in molti Paesi arabi che pure ne avrebbero avuto l’opportunità. Di fatto, l’unica cosa che quelli possessori di giacimenti di petrolio hanno saputo fare è quella di “farsi costruire” edifici e yachts faraonici. Di per sé, essi non producono e non fabbricano nulla.

     Nessuno accolse quindi gli immigrati ebrei, fornendo loro cibo e alloggio, come ora avviene con quelli provenienti dai Paesi musulmani. Né i coloni ebrei interferirono con le pratiche e i costumi dei nativi, cosa che invece avviene ora con gli immigrati musulmani, come testimonia la menzionata pretesa di ritirare la carne di maiale dalle scuole della città canadese o quella di togliere i crocefissi dalle scuole. Il crocefisso in classe potrà anche essere discutibile, ma fa comunque parte di una tradizione millenaria d’interi gruppi sociali di nativi. La pretesa che esso venga rimosso solo perché  in una classe di 30 alunni arrivano improvvisamente anche 2 alunni musulmani, rappresenta un simpatico esempio di sfrontatezza nonchè d’ingratitudine numerica.

     In altre parole, l’Europa attuale utilizza oggi nei confronti degli immigrati criteri e tolleranze che invece non utilizzò in passato nei confronti di analoghi profughi ebrei, che fra l’altro non minacciavano di invaderla ma al contrario desideravano recarsi altrove. Perché?

     Ultimo parallelo divergente, non meno sconcertante, è quello che riguarda la cosiddetta cospirazione della finanza ebraica, che già ossessionava Hitler. Nessuno può infatti dubitare che esista oggi una finanza arabo-musulmana, il cui strapotere non è certo inferiore di quello della tanto demonizzata finanza ebraica. Per quale motivo quella arabo-islamica, con i suoi giganteschi volumi monetari, che non trovano impieghi produttivi nei rispettivi Paesi e cercano lucrose opportunità in giro per il mondo, dovrebbe essere meno oscura, meno ramificata, più etica e più innocente? Eppure, nessuno la cita o la demonizza, ma ancora oggi viene evocato lo spettro della cospirazione ebraica, i cui denari sarebbero a quanto pare più sporchi di quelli dei petro-dollari sauditi o del Golfo Persico.

        Ritorniamo al nostro argomento, e cioè, la questione palestinese. Tutto suggerisce come essa non possa essere la vera fonte dell’aggressività islamica, ma sia solo un comodo paravento di risse e interessi inter-regionali, soprattutto in una regione, come il Vicino Oriente, dove, a parte l’Egitto, l’Iràn e l’Iràq, confini, consolidate tradizionali nazionali e omogeneità culturali sono ancora un pio eufemismo. Caso esemplare la Turchia, che continua a far finta di non avere una popolosa minoranza curda.

       In quanto all’invasione dell’Iràq come supposta causa delle vendette o rabbie islamiche, niente di più falso. Mentre è verissimo che tale decisione fu di una leggerezza e irresponsabilità (se non anche di malafede) incalcolabili, di fatto, essa ha scoperchiato un vaso di Pandora e un otre dei venti che già esistevano e che solo il pugno di ferro non molto tenero di Saddam Hussein riusciva a tener chiusi. Facile intuire che dentro il vaso e l’otre fermentavano i secolari dissidi tribali dell’Iràq e le sue mai sopite scissioni settarie. Non fu l’invasione a provocare tutto ciò. Semmai essa e il caos che ne conseguì favorirono le esplosioni di odi intestini – gli Iracheni si scannano fra di loro -  la formazione del sedicente IS  e la razzia e parziale distruzione dell’immenso e venerabile patrimonio archeologico del Paese. Indirettamente, l’IS, divenuta ora un’ingombrante e sanguinosa spina fra Siria e Iràq, è una creazione della politica estera americana, così come lo fu a suo tempo l’Unione Sovietica post-bellica, che difficilmente avrebbe potuto resistere alla pressione delle armate tedesche senza i colossali aiuti americani. L’esaurimento del potere militare tedesco e la vittoria alleata furono pagati a caro prezzo dall’Europa orientale e poi dal sistema di alleanze americano, che fondò da allora la sua politica estera sull’ossessivo arginamento del mammuth sovietico resuscitato e curato dalla politica rooseveltiana.

       Rimane infine l’accusa - la più falsa e la più vera, la più sfrontata e la più interessante - di perdita di valori morali dell’Occidente, che costituirebbe la pseudo-ragione e stimolo degli attacchi terroristici. Qui si apre un orizzonte concettuale assai più vasto del nostro argomento specifico.

       Paradossalmente, l’accusa è sotto molti punti di vista ineccepibile. Troppe categorie e modelli della moderna civiltà capitalistica o post-capitalistica sono a dir poco falsi o comunque sterili e discutibili. L’ossessiva coazione al consumo (il cui crollo equivale al crollo dell’economia); la delittuosa indifferenza per gli equilibri ambientali; lo squilibrio fra immensi sprechi dei pochi e immensi bisogni dei molti; la confusione fra libertà e anarchia, fra libertà e spazzature urbanistiche, fra libertà di opinione e avvelenamento e intorpidimento delle intelligenze; il salto da un sistema giudiziario atroce e bestiale (torture e quant’altro) a uno quasi opposto, dove i crimini più feroci sono praticamente condonati, o da uno spudorato sistema elitario di pochissimi a uno dove anche i criminali, i rimbambiti, gli stupidi e gli imberbi hanno diritto di voto; la paranoia e la furbizia delle griffes, delle patetiche indossatrici manico di scopa e in genere denutrite, dei concerti del rumore in stadi giganteschi, dei cellulari trasformati in indispensabili strumenti masturbatori di folle planetarie; la progressive perdita del senso del bello o del disinteressato esercizio dell’intelligenza e in una parola la smodata mercificazione dell’esistenza non trovano riscontro in nessun altro periodo di decadenza.

       Così, i fondamentalisti e fanatici critici dell’Occidente avrebbero quasi ragione, se…. fossero coerenti. In realtà, anche i più imperterriti fautori di fantomatiche purezze islamiche circolano, quando possono, con vari cellulari, portatili e i-Pad e si circondano, sempre quando possono, di ogni altro bene offerto dalla civiltà perfezionata, donne bianche (affittate) incluse. La storia personale della maggior parte degli autori dei recenti attentati mostra che essi avevano frequentato le stesse discoteche dei loro coetanei miscredenti, che avevano bevuto, che si erano drogati e che avevano rubato allo stesso modo degli esecrati infedeli. Nulla, a parte farisaiche pretese del contrario, prova che la società islamica abbia fatto a meno o desideri fare a meno di praticamente tutti i prodotti della moderna civiltà perfezionata occidentale. Troppi musulmani, a casa loro e nei Paesi occidentali, tengono dunque i piedi in due staffe. Mai come in questo caso fu più appropriata la pia ammonizione evangelica a non servire due padroni..

      Se accuse e cause come quelle sopra sommariamente analizzate mostrano la loro inconsistenza, è legittimo arrivare ad alcune conclusioni più equilibrate e più vicine alla realtà.

     La banale verità, così come è accaduto così spesso in tante civiltà e culture, è che la religione viene usata non solo per cercare di entrare in contatto con un Essere superiore ma anche per mascherare più prosaici e meno nobili obiettivi. Sotto le spoglie religiose, la divisione del mondo islamico fra Sciiti e Sunniti, quella fra Cattolici e Protestanti o fra Cattolici e Ortodossi, per parlare solo di forme religiose vicine al continente europeo, sono tutti esempi di simili lotte mascherate per esercitare potere sulle folle. Ciò ci aiuta a individuare nell’odierno terrorismo islamico due livelli, il più appariscente dei quali è ovviamente quello sanguinoso e omicida degli autori fisici e delle loro motivazioni di farneticante lealismo ideologico. Esiste tuttavia un secondo livello, più occulto ma non meno vigoroso, i cui obiettivi sono la conquista del potere, come provano l’insediarsi ed espandersi di Boko Haram in Nigeria o dell’IS in varie regioni del Vicino Oriente e del Nord Africa. La colla di tale potere o il suo fluido aggregante è un’incondizionata adesione alle interpretazioni più restrittive e totalitarie della dottrina islamica, i cui adepti sono chiamati o sollecitati ad applicarla ovunque, anche nei Paesi dei miscredenti che li ospitano.

       Cosicché, in barba alle tipiche critiche degli sciocchi, il vero problema non è di razzismo o di discriminazione religiosa. Esso è del fino a che punto individui di altre culture siano disposti ad integrarsi in realtà sociali e politiche differenti, senza rinunciare alle loro tradizioni ma senza neanche pretendere di modificare quelle dei loro ospiti e senza farle oggetto di odio, risentimento e minacce a mano armata.

        Il grande sonno dell’Occidente, alimentato anche da vari isterismi geo-politici e dalle continue applicazioni americane della dottrina Monroe anche fra i pinguini dell’Antartide, corrisponde di fatto alla scarsa o nulla fermezza o addirittura alla distrazione mostrata sia nei confronti di plateali e scoperti proselitismi e incitamenti ad abbracciare l’Islàm più radicale – che facevano in questi anni la polizia britannica o quelle francesi e belghe? – sia nei confronti della strisciante pretesa delle comunità islamiche – soprattutto nei Paesi più vulnerabili e privi di salde fermezze amministrative - di modificare o scardinare secolari norme e tradizioni, cercando di legittimare altri modelli non solo angusti ma anche biecamente intolleranti. L’Europa, che ha sprecato tempo e risorse, accanendosi contro la Russia post-sovietica e riconoscendo e accogliendo una dopo l’altra una variopinta congerie d’imprevedibili e malferme entità statali, ha permesso per decenni che si creassero nel suo seno comunità in crescita esponenziale che hanno continuato a comportarsi e ad applicare gli stessi criteri civici e psicologici come se si trovassero in un Paese islamico.

         Cattiveria? Disegni perfidi? Strategie cospiratorie? In realtà, i motivi sembrano essere più banali e coincidono con alcuni dei fattori menzionati nelle pagine precedenti. La dilagante mercificazione di ogni aspetto sociale, le beghe nazionali e quelle delle pseudo strategie internazionali hanno distratto l’attenzione da infiltrazioni continue e sempre più petulanti. Gli stravolgimenti tipici delle ideologie marxiste, straripate nel periodo post-bellico con l’imprevedibile alleanza di tardive carità cristiane, hanno annebbiato i confini fra intelligenza e stupidità, fra valore e pretese, fra merito e velleità, cosicché il buon senso e alcuni minimi criteri di ragionevolezza sono pietosamente appassiti. Tutto ciò ha facilitato l’attuale invasione e sostanzialmente aggressione nei confronti dell’Europa. La concentrazione verso quest’ultima non è casuale: paradossalmente, non solo essa sembra offrire opportunità di lavoro ma anche una maggiore tolleranza e ospitalità (leggi: democrazia). Nessuno cerca infatti di migrare in Cina o in India o in Africa. In quanto all’Australia, al Canada e agli Stati Uniti, i vasti oceani, il freddo polare e i confini pressoché blindati proteggono questi Stati dall’esterno. Negli Stati Uniti, salvo tragiche eccezioni come quelle delle Torri Gemelle, rigidi capillari controlli riescono per il momento a prevenire eventuali fermenti fondamentalisti. Del resto, il numero delle agenzie americane di spionaggio, controspionaggio, presidio della sicurezza nazionale, ordine pubblico, anti-droga, etc., è tale da assicurare un regime di controlli imprevedibile per un Paese formalmente anti-democratico ma fra i cui più stretti alleati figurano poi alcuni relitti di regimi feudali  e reazionari.

         Paradossalmente, il vero problema dell’Europa, reale vittima della situazione, è la sua mal gestita applicazione della democrazia e dei diritti, che stanno rischiando di diventare solo quelli altrui. Le cose potranno cambiare e l’attuale minaccia alle secolari e in fondo non disprezzabili tradizioni europee potrà essere arginata solo quando degli uomini di governo (e non solo dei giornalisti) inizieranno a buttare alle ortiche il buonismo e la tolleranza dei marciapiedi e delle miriadi di questuanti, pretendendo con fermezza e rigore dalle comunità d’immigrati nuovi e antichi un’identica integrazione di atteggiamenti e comportamenti come quella pretesa dal saggio sindaco canadese.

Antonello Catani, Atene, 10 aprile 2016